Il critico del New York Times stronca il Brunello, ma questa volta non sono d’accordo

Potrà apparire sorprendente per qualcuno che, come, come ho scritto qui, in questo articolo pubblicato sul sito Internet dell’A.I.S., io non sia d’accordo, una volta tanto, con un osservatore di cose vinicole, il critico del New York Times Eric Asimov, di cui condivido puntualmente le analisi.
E ancora più che non sia d’accordo, io, sul giudizio, pesantemente critico e quasi stroncatorio dato da Eric su un vino, il Brunello di Montalcino, al quale, notoriamente non ho risparmiato un trattamento, diciamo così, di “barba e capelli”.
Eppure di fronte al doppio articolo di Asimov (leggete qui), pubblicato nella sezione Dining & Wine del New York Times, di cui è il critico enologico  e – leggete qui – sul suo blog The Pour, non posso che “prendere le difese” (io!) di Messer Brunello, accusato di essere:
afflitto da problemi d’identità;
troppo costoso;
“tremendamente inconsistente” in svariati casi;
spesso “troppo semplice e monodimensionale per giustificare il prezzo elevato”.
Ed inoltre, giudizio sempre riferito alla ventina di vini degustati da Asimov, “carente di complessità aromatica, e duramente tannico”.
Una denominazione, quella di Montalcino secondo lo scatenato wine writer Usa, che deve “pensare a ri-calibrare i prezzi dei propri vini”, dove troppi produttori “hanno scelto di rivolgersi agli ostentatori di status symbol più che ai veri appassionati di Sangiovese causando un’inflazione dei prezzi e compiacendo un simbolico glamour che ha ben poco a che fare con il piacere del bere”.
Insomma un vino “un po’ gonfiato dal punto di vista del prezzo e della reputazione”, la cui realtà attuale giustificherebbe il giudizio di alcuni  wine writer che “sono arrivati a trovare una similitudine tra il Brunello e la Napa Valley come regioni che praticano la stessa politica di alti prezzi a causa della notorietà e non per quello che c’è nella bottiglia, e mi pare che si tratti di un’analogia calzante”.
Un vino per il quale Asimov si augura che “i prossimi anni costituiscano un periodo di riflessione e di un nuovo orientamento del vino. La gigantesca espansione che la regione di Montalcino ha conosciuto negli ultimi due decenni dovrebbe portare ad una profonda e ben meditata considerazione della questione dell’identità del vino e ad un fortissimo e sentito impegno di ottenere il meglio da Montalcino. Tuttavia non mi sento di contarci molto e sono pessimista”.

Intendiamoci, le osservazioni di Asimov sono giuste, e sono critiche puntuali e ben circostanziate le sue, eppure…
Eppure non me la sento proprio, pur essendo stato il più puntuale dei cronisti delle vicende di Brunellopoli ed un tenace critico, tanto da meritarmi l’appellativo di “talebano”, di taluni eccessi e “sbandamenti” cui una minoranza di produttori si è abbandonata, di arrivare a definire, con tanti vini di innegabile livello su cui il grande vino base Sangiovese di Montalcino può contare, anche in un’annata non certo indimenticabile come il 2004, il Brunello come un vino sopravvalutato… O che gode di una fama immeritata.
Come ho già più volte detto penso invece sia un vino che deve ritrovare, sino in fondo, con tenacia, la propria identità, anche mediante operazioni impopolari che passino attraverso la definizione delle aree veramente vocate alla produzione di Sangiovese di alta qualità nei 2000 ettari della denominazione, e persino alla riduzione della zona destinata alla produzione di questo grande vino (e con un ruolo ripensato del secondo vino, il Rosso di Montalcino).
Ma, come diceva Eduardo De Filippo, “addà passà a nuttata” ed il Brunello deve uscire dal tunnel, dallo stretto cul de sac dove si é cacciato e deve farlo, come ho già scritto, con il contributo di tutti, nessuno escluso, con la consapevolezza di fare parte di una comunità operosa e concorde e di dovere, tutti insieme, evitare di ripetere gli errori fatti.
E per uscire dal tunnel è indispensabile, da parte di tutti, anche di chi è stato ferocemente critico di una certa stagione, e di una serie di comportamenti ingiustificabili, un po’ di comprensione, una propensione a sottolineare più il buono, che nel Brunello sicuramente c’è e tanto, che gli elementi contraddittori o negativi, come un’identità confusa, una eterogeneità stilistica, un prezzo dei vini che non sempre viene giustificato dalla qualità che si trova in bottiglia.
Asimov ha ragione, ma volendo tracciare un panorama dei vini di sicura eccellenza della Toscana e dell’Italia tutta, come si può prescindere da Messer Brunello e come si può veramente pensare che un Chianti Classico, seppur buono e sincero, possa regalare le stesse sangiovesiane emozioni che può regalare un grande Brunello degno di questo nome?

0 pensieri su “Il critico del New York Times stronca il Brunello, ma questa volta non sono d’accordo

  1. Buonasera Franco,
    questo non è un commento, ma una segnalazione.
    Scusami, ho interpretato male io la frase, quando scrivi “…e di dovere, tutti insieme, ripetere gli errori fatti.”?, oppure è il più classico dei lapsus freudiani…?
    Un caro saluto.
    Paolo

  2. Gentile Ziliani, lungi da me il voler dare un giudizio sul Brunello di Montalcino in genere. A settembre scorso ho degustato un Biondi Santi annata 1988 e devo dire che per quanto mi riguarda è senza dubbio fra i tre migliori vini assaggiati fin’ora. Però, leggendo il tuo blog e i commenti che ne vengono fuori (anche di gente del settore o comunque appassionati di vino),gira e rigira, i nomi dei Brunello, degni di nota, che saltano fuori sono sempre gli stessi, cioè poche decine, ma i produttori mi risulta che siano oltre duecento. Ora, lasciando da parte il giusto amor di patria, forse Eric Asimov ha ragione da vendere quando dice che i prezzi del Brunello non sono giustificati, perchè non è solo Biondi Santi o pochi altri produttori di qualità ad avere quei prezzi (€70/80) ma anche tanti altri produttori che a mio avviso farebbero un favore all’enologia italiana se smettessero di fare vini. Di conseguenza, quando il consumatore si trova di fronte uno scaffale con decine di etichette diverse di Brunello di M., se non è preparato, rischia di prendersi la fregatura e tirando le somme arriva alla stessa conclusione di Eric Asimov. Certo che ci sono produttori e Brunello degni della fama acquisita con il tempo e che giustifica il prezzo dei loro vini, ma quanti sono? Lei stesso nell’ultima riga del suo post scrive …(un grande Brunello degno di questo nome?)…Forse è il caso (non so neanche se è possibile, la butto giù così) che il disciplinare del Brunello faccia un passo indietro, invece di pensare a modificare l’uvaggio del Brunello dovrebbe rintuzzare un po’ la zona di produzione. Saluti Agostino

  3. Mi è ritornato in mente ciò che ha predicato – lungo tutto il 2009 – Gianpaolo Fabris, le cui previsioni raramente fallano (anche perché sono il risultato di ricerche scientifiche, realizzate con il campione giusto).
    “Fine dello status symbol”, e non l’ha detto e scritto solo lui.
    Di fatto il Brunello merita un pubblico ‘vero’ e consapevole, non un pubblico di parvenus (che, tra l’altro, hanno visto ridursi le loro possibilità economiche). E’ un po’ come immaginarsi una Bentley guidata da un cialtrone maleducato: sì, ecco, così mi immagino il Brunello; come la Bentley (di un colore raffinatissimo) che Huck Scarry guidava quando è andato a ritrarre i paesaggi di Montalcino per il suo “Diario Toscano”. Un posizionamento perfetto!

  4. Considerazioni personali di un Suo affezionato lettore, se sono permesse:
    nonostante abbia dichiarato nel recente passato di non voler più essere nel 2010 acceso di critico del Brunello e delle sue faccende, resto sorpreso dalle Sue parole a difesa del Brunello, in seguito all’articolo di Asimov. Lei nel settembre scorso scriveva, dopo la degustazione dell’annata 2004, che ” a Montalcino ci sia ancora tantissimo da lavorare per raggiungere una qualità diffusa all’altezza del mito”. Non dice quindi che si tratta di un vino sopravvalutato, come il suo caro amico americano? E indi dal prezzo troppo elevato rispetto al suo effettivo valore? LEggendo gli articoli di Asimov, che trovo molto coerente, spiega anche per i limiti di prezzo imposti ai criteri di scelta del campione di Brunello 2004 di aver probabilmente tralasciato i Brunello migliori, quelli che Lei stesso indica come migliori (i noti che è inutile elencare). Al tempo stesso dice che lo spettro del Brunello è molto ampio e genericamente nel campione analizzato percepisce “tremendous inconsistency”, che Lei ha tradotto in un modo che da un senso assoluto e forte alla frase. Non si potrebbe parlare invece di enormi incongruenze o incoerenze? Mi scusi l’invadenza.

    • rispondo a “il consumatore” e a Filippo Cintolesi.
      Non credo proprio di aver forzato il senso degli articoli di Eric Asimov e anche con il piccolo errore di traduzione che mi ha portato a parlare di “inconsistenza”, invece che di “incostanza” nella qualità dei vini, non concordo, per questa volta, con il collega americano, perché non penso proprio che di fronte ad un buon numero (che non saranno la maggioranza assoluta, ma restano numerosi) di vini di indiscutibile livello qualitativo si possa parlare di un vino “sopravvalutato”. Ci sono parecchi vini che non entusiasmano, che lasciano perplessi, ma siccome in un buon numero, e non direi solo nei vini del duo Biondi Santi Il Greppo – Case Basse, si possono cogliere innegabili segni di grandezza, e un’espressione del Sangiovese come non si può trovare in nessun altro vino base Sangiovese di Toscana e del mondo, parlare di sopravvalutazione non é possibile. Né tantomeno dire che le stesse emozioni che può regalare un grande Brunello le si può trovare in un Chianti Classico…

  5. Gentile Ziliani devo riconoscere a malincuore che il giornalista americano ha ragione per alcuni aspetti, ampliare la zona Docg non ha senso, se uno si trova fuori del territorio protetto e comunque fa un buon lavoro il suo vino trova ugualmente mercato. Purtroppo ci sono molti Brunello che non danno emozioni, tuttavia sabato abbiamo degustato Biondi e Santi, Soldera e Poggio di Sotto una libidine, basta cercare e distinguere.
    Una cosa importante pero le dico io sono un importatore di vini in Colombia e queste ci fanno davvero male al sistema Italia tutto, pertanto ritengo che almeno le scorciatoie come Brunellopoli dovrebbero essere punite con assoluta severità. Quando uno sta in Italia non ha la percezione esatta di come mediocri cantine e imbrogli di vario ci sputtanano tutti senza distinzioni
    Saluti

  6. Alla gentile silvana, che se non ho travisato il senso delle sue parole, asserisce che il Brunello merita un pubblico elitario invece che un pubblico di arricchiti come ad intendere che questi ultimi non hanno la raffinatezza per apprezzare certe cose (o per dirla in breve “è come dare le perle ai porci”),vorrei far notare che neanche dall’alto della sua immaginaria Bentley può trasformare un vino mediocre in un grande Brunello, inoltre i soldi dei parvenus prima che finissero valevano quanto i suoi.
    Non che mi senta parte in causa, ma non mi sembra che Biondi Santi abbia creato (se cosi si può dire)il Brunello per soddisfare le vanità di pochi facoltosi e se costa così tanto è perche c’è un lavoro dietro e non certo per fare scrematura sul consumatore. Fra l’altro ci sono cialtroni maleducati anche con la Bentley…

  7. Mi pare che “Il Consumatore” verso la fine del suo commento segnali la possibilita’ che all’articolo di Asimov tu non abbia reso adeguata giustizia con la tua sintesi, caro Franco. Mi permetto di associarmi a questa considerazione: la lettura dell’originale di cui dai il link mi ha messo di fronte a opinioni espresse in modo molto meno apodittico e arbitrario di quanto sembra che tu abbia percepito, o comunque di quanto lasci intuire con la tua resa. Mi pare che Asimov, in verita’ con molto equilibrio, semplicemente ammetta che come “good brunello can be a magnificent wine” (esattamente come te nella conclusione del tuo articolo), cosi’ pure “can be many other things, too, some good and some not so.” Dopo tutto mi sembra sia proprio questo il motivo ricorrente nelle critiche di Asimov, un’accusa (se cosi’ puo’ chiamarsi) di eccessiva variabilita’. Un polimorfismo cui non corrisponde un’ adeguata zonazione. Illuminante e’ infatti il riferimento che Asimov fa nel suo articolo per il New York Times alla ben diversa situazione esistente nel bordolese: “Bordeaux … riconosce il fatto che territori adiacenti possono avere caratteristiche differenti e di conseguenza distingue Pauillac da St Estephe e da St Julien. Invece per quel che riguarda il Brunello di Montalcino, si lascia ai consumatori l’onere di provare a riconoscere quali vini provengano dai terreni argillosi a piu’ bassa altitudine situati nella parte sud, e quali dai terreni piu’ leggeri e piu’ alti della zona centrale attorno alla citta’ di Montalcino.”
    Critica sacrosanta che si potrebbe estendere a ben altro che la sola denominazione Brunello di Montalcino!
    Asimov, a mio parere molto equilibrato (certo mi verrebbe difficile definirlo “scatenato” in questo articolo) e’ pieno di precisazioni attenuanti, di smussature, ammette prima di tutto che il tasting si riferisce a venti bottiglie del segmento meno costoso, e precisa e ribadisce che questo inevitabilmente ha tagliato fuori alcuni “top brunellos”, e tuttavia questo non ha impedito di trovarne alcuni “suberbi”; poi “troppo semplici e diretti” per poter giustificare il prezzo sono sembrati “many” di quei vini, non la generalita’; cosi’ come “harshly tannic” sono sembrati “some”, solo alcuni.
    Questa della “incostanza” (come io renderei quello che tu invece traduci con “inconsistenza”, e permettimi di aggiungere: in modo alquanto erroneo, perche’ l’inconsistenza, soprattutto quando si parla di vino, in italiano fa pensare a uno specifico difetto tecnico) e’ la vera critica di fondo dell’articolo ed e’ anzi l’unica che mi pare si possa recapitare “al Brunello” come sistema complessivo.

  8. Gentilissimo Agostino@,
    viviamo in un paese in cui i soldi dei parvenus valgono parecchio più dei ‘miei’!
    Spiego meglio quello che volevo scrivere.
    Viviamo in un paese in cui i soldi rappresentano l’unità di misura di tutto.
    Buon gusto, cultura, socialità, eleganza e tutto ciò che non si identifica in un’immediata monetizzazione (anche a scapito dell’interesse comune) non ha, in generale, alcun valore. E ho l’impressione (non oso scrivere la certezza) che una parte dei produttori di Brunello abbia lavorato con quel pensiero in testa.
    A Montalcino conosco produttori bravi, onesti, brillanti che lavorano in una ricerca continua del ‘meglio’, con spirito autocritico e confrontandosi con stili produttivi, scuole e tecniche e saperi, prima ancora di pensare al mercato.
    Ma sono ben consapevole che altri non hanno esitato cinicamente (e sconsideratamente), con totale indifferenza davanti al danno che poteva ricadere sulla collettività (e perciò alla fine anche su di loro) a intraprendere ‘scorciatoie’, per fare fatturato.
    Concordo, a questo proposito, con il post di @giovanni brisotto, parola per parola.
    La Bentley è solo una ‘metafora’ (Scarry è ricco e io sono povera!), ed è vero: qualche cialtrone magari guida la Bentley, perchè è uno status symbol (miracoli della comunicazione).
    Scarry (e tanti altri)è però ricco e di buon gusto. E colto e parsimonioso, e attento. Esattamente come – a, non solo mio, parere – è la fascia alta dei consumatori di prodotti che ‘non possono essere acquistati come status symbol’. Perché sono prodotti che ‘raccontano’ qualcosa che va capito; e senza un briciolo di cultura (in senso lato, ovviamente, mica solo libri letti!), senza sensibilità, senza affettività, non possono essere capiti, cioè apprezzati.
    Ma non ho mai pensato che il Brunello sia (fosse) destinato esclusivamente ai “ricchi con l’anima”!
    Penso che anche chi è povero (o non ricco) come la sottoscritta e tantissimi altri, siano in target.
    E penso che proporre un Brunello che lo è solo in quanto ce l’ha scritto sull’etichetta a tutti costoro (ricchi e poveri) sia un tradimento: prima di tutto nei confronti di Montalcino e subito dopo nei confronti di chi ha acquistato un prodotto pagandolo come se fosse di alta qualità. Un tradimento stupido, perché – e torno a citare Gianpaolo Fabris – qualcosa sta cambiando, i consumatori sono un po’ ‘cresciuti’, sono più informati, più colti e più esigenti e credono meno agli status symbol (e forse di più al lavoro?).
    Penso che Fabris consiglierebbe a tutti i produttori ‘più vigna e meno Bentley’.
    Mi scuso per lo spazio occupato.

  9. Sono io che mi scuso con lei Silvana, ho interpretato male il suo post, e ho risposto forse in fretta senza contare fino a dieci. Sono pienamente daccordo con quanto ha appena scritto, e che nel primo commento forse non era così chiaro e lasciava spazio a libere interpretazioni.
    Agostino

  10. Mi limito a ribadire che il messaggio che io ho colto dopo la Sua degustazione in Londra del settembre scorso era differente.
    Sul Suo personale taccuino annotava per un campione di 93 produttori, 46 vini con punteggi inferiori a 14/20 ed esprimeva che era:
    “…notevole anche la delusione, per troppi vini che non si sono nemmeno lontanamente mostrati all’altezza della leggendaria fama (e dei prezzi) del grande Sangiovese di Montalcino”.

  11. Dalla lettura dello scambio fra Silvana e Agostino mi e’ venuto impossibile non passare a un mio ricordo di quando ero alquanto piu’ giovane. Si era verso la meta’ degli anni ottanta. Per il compleanno di mio cognato passai a prendere una buona bottiglia da un bar pasticceria sotto casa (al Chiasso Largo, per la cronaca, proprio nello stesso punto dove ora si trova invece un bar che col nome gioca sulle assonanze fra il nome della strada e un bel film di John Huston). L’avevo adocchiata, quella bottiglia, perche’ era un Biondi Santi del 1979 e anche perche’ l’operazione mi andava a costare abbordabilissime 30 mila sia pure lire dell’epoca.
    Recentemente ho ripensato spesso a quell’episodio, come ad altri anche precedenti di qualche anno, per esempio quando in buona compagnia me ne andavo a bere una boccia di Pomino bianco all’Enoteca italica permanente, pressoche’ deserta fra l’altro; ho ripensato spesso dicevo al clima che -io lo sapessi o meno- all’epoca era il presupposto perche’ potesse darsi quel tipo di “approccio” al vino.
    Ci ho ripensato, si’, e molto reazionariamente devo dire che mi manca. Mi manca quell’Italia (sicuramente quella Toscana e in particolare quella Siena, permettetemi la precisazione provinciale e particulare) forse piu’ stracciona, ma di gran lunga piu’ civile. Anzi, piu’… posso?: piu’ signora.

  12. Sono leggermente OT, ma io vedo in giro ancora prezzi troppo alti. Nelle solite enoteche del centro, sia Milano che a Torino: Brunello Biondi Santi 2003 a circa 180€, Barolo Falletto 2005 a circa 220€.

  13. @Paolo, cambi città, quei vini che Lei cita sono sì costosi, ma non a quei livelli.
    Per tutti gli altri, non so che idea vi siete fatti dello scambio fra me e la gentile Silvana, ma davvero, ignorantemente, non ho colto il senso del suo primo commento.
    In realtà, ripeto ignorantemente, avevo inteso che la sig. Silvana volesse dare al Brunello una collocazione in base alle classi sociali, intendendo con questo che un operaio o dipendente, pur a costo di sacrifici, non fosse all’altezza di apprezzare un buon Brunello, ma Silvana mi è venuta in soccorso con il suo secondo commento aprendomi gli occhi e trovandomi completamente daccordo con il suo pensiero. saluti Agostino

  14. @Agostino! Magari un po’ snob sì, apertamente classista no, mai. Sono troppo ipocrita per dichiararlo!
    SCHERZAVO!, ma approfitto per chiarire il mio primo intervento che era di stampo meramente ‘pubblicitario’.
    Sono mesi che uno dei sociologi che ho più ‘consultato’ per ricerche di mercato (psicografiche) va dicendo che la crisi ha indotto alcuni (auspicabili) mutamenti nei comportamenti di alcune fasce di consumatori.
    Una delle osservazioni più volte riaffermate riguarda proprio i consumi ostentativi e gli status symbol: GF sostiene che oltre ad essere diminuiti i soldi in tasca, i consumatori sono stati indotti (o obbligati) ad una maggior attenzione, consapevolezza (anche del valore reale di ciò che vanno acquistando).
    Mai pensato che il Brunello (generally speaking) sia (fosse) destinato solo a ricchi chic.
    Però ri-affermo volentieri che il Brunello (quello senza se e senza boh) è uno di quei grandi vini che hanno bisogno di essere capiti e apprezzati. Ribadisco maoisticamente: ricchi o poveri, bianchi o neri, purché capiscano…

    Anziché seguire il ragionamento di FZ, mi è scappata la mano e ho voluto

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