Soave Classico Superiore Contrada Salvarenza Vecchie Vigne 2001 Gini

Uno dei grandi pregi dell’avere dei simpatici cognati (due in particolare, Leo e Paolo) grandi appassionati di vino e bevitori che non si tirano indietro quando si tratta di apprezzare delle cose buone, è poter avere l’occasione, quando ci si trova, di stappare dei grandi formati.
Se non si è in buona e numerosa compagnia a chi verrebbe voglia di stappare un magnum o un doppio magnum? Quando invece si sa di essere almeno una decina, con tre uomini che ci danno dentro allegramente (un terzo cognato, Gino, mio vecchio compagno di liceo, è un bevitore un po’ più morigerato..) e con il contributo di moglie, cognate, figlia (non ancora una bevitrice, ma confido che prima o poi, essendo nata in un’annata giusta come il 1985, arrivi…) e nipoti, allora è una autentica festa per me pescare in cantina qualche pintone di quelli giusti e vederli andare via che è un piacere, a tavola, in accompagnamento alle cose buone che le gentili signore ci ammanniscono.
Lo scorso anno, a Natale, come documentato qui, i grandi formati erano stati un Barbaresco Asili riserva 2000 “etichetta rossa” di Bruno Giacosa e Barolo 1997 Bartolo Mascarello, recentemente, per la cresima di un nipote, avevamo simpaticamente “seccato” un tre litri di Bruno Giacosa Brut, quest’anno, a Santo Stefano, dopo aver avvinato la bocca con un croccante, freschissimo, complesso e godibilissimo magnum di Franciacorta Dosage Zero 2004 di Cà del Bosco, prima di passare ad uno splendido magnum di Barolo Bricco Boschis Bricco San Giuseppe riserva 1996 di Cavallotto (per ora accontentatevi della foto, presto il “racconto” del vino), ho pensato che sui ravioli di carciofi con sugo di carciofi che ci aspettavano fumanti a tavola potessi arrischiare quello che io considero in assoluto uno dei migliori vini bianchi italiani.
Parlo del Soave Classico Superiore Contrada Salvarenza Vecchie Vigne di Sandro e Claudio Gini, di cui ricordo ancora con emozione una fantastica verticale di dieci annate fatta in cantina nel giugno del 2008.
Non mi sono però accontentato di portare sulla nostra tavola un Salvarenza “qualsiasi”, ma a miracol del grande vino bianco mostrare, un vino di anni otto, un Contrada Salvarenza vecchie vigne del 2001.
Il risultato è stato, inutile dirlo, stupefacente.
Ma prima di inoltrarmi nella descrizione, qualche parola sul vino che prende nome da un’omonima località, frazione collinare di Monteforte d’Alpone, così denominata in omaggio alla leggenda che vuole che una ragazza di nome Renza fosse tratta in salvo da una banda di briganti grazie all’intervento di un nobile e coraggioso cavaliere.
Garganega con una piccola quota del dieci per cento di Trebbiano, vigneto esposto a sud est a 150 metri di altezza, su terreno calcareo tufaceo, ottant’anni e più di età media delle viti, produzione contenuta in quaranta quintali per ettaro, fermentazione in legno e affinamento per nove mesi in pièces borgognone a contatto sui lieviti.
Vino da grande invecchiamento il Salvarenza, uno di quei vini che illustrano in pieno la possibilità di grandezza del Soave, e vino che quando lo bevi ti regala quelle emozioni che si è soliti provare solo di fronte ai bianchi massimi, ad un grande borgognone o ad un sommo Riesling austro-tedesco, a qualche bianco delle Côtes du Rhône, oppure, per tornare in Italia, a qualche Verdicchio o bianco dell’Etna.
Innanzitutto il colore, un paglierino oro di squillante lucentezza e integrità, pieno di riflessi e di sfumature di affascinante bellezza, e poi che naso, con quella compattezza cremosa super complessa profumata di cera d’api, miele d’acacia, agrumi canditi, gelsomino, pietra focaia, e poi con sfumature di liquirizia e anica, avvolgente, mediterraneo, pieno di calore eppure freschissimo e salato.
E poi che meraviglia al palato, ricco, pieno, avvolgente, largo e di ampia e salda tessitura, con la struttura, la ricchezza, la forza di un rosso, ma il nerbo minerale, la profondità, lo scatto, il “sale” e la grazia elegante, sinuosa, l’equilibrio naturale, la leggibilità e la capacità golosa di farsi bere, di riproporsi sempre vivo al gusto, di un grande bianco.
Un vino fantastico, uno di quei capolavori, vero vin de terroir, che credo farebbero esclamare “chapeau Monsieur”, anche al più grande dei vignerons de Bourgogne!

0 pensieri su “Soave Classico Superiore Contrada Salvarenza Vecchie Vigne 2001 Gini

  1. Caro Ziliani, mi autoinvito al prossimo natale al cenone di casa sua 😉
    E comunque scherzi a parte concordo sulla bellezza di stappare dei Magnum quando ci si trova in compagnia mi è capitato nel cenone del 31/12 quando dalla mia cantina privata ho tirato fuori uno strepitoso Amarone Costasera Riserva di Masi ed un altrettanto strepitoso Paleo rosso delle Macchiole… vere esperienze ultraterrene eheheh!!

    Volevo invece chiederle, se possibile un suo parere sulla viticoltura laziale… essendo un produttore di Frascati Suoerore vorrei chiederle cosa ne pensa di questo vino e se conosce la nostra lunga e ingarbugliata storia costellata di errori… occasioni perse e battaglie legale (in ultimo) per ottenere, primi in italia, la famose autorizzazione ministeriale all’imbottigliamento nella sola zona di produzione.
    Saluti

    • gentile Claudio, confesso di non essere un grande esperto della viticoltura del Lazio, ma seguo con grande interesse le vicende relative al Frascati e le sacrosante battaglie per l’imbottigliamento nella sola zona di produzione. Mi tenga informato!

  2. con molto piacere… anche perchè son sicuro che nel corso del 2010 ne vedremo veramente delle belle!!
    purtroppo è una doc che ha goduto sempre di un discreto successo all’estero dove ancora oggi se ne vende almeno il 70% dell’intera produzione (motivo per cui è molto appetibile per i grandi imbottigliatori) e per questo motivo pur essendoci delle eccellenze che meriterebbero veramente una più degna considerazione (e mi rifersico in modo particolare ad un guida di settore che invece puntualmente ogni anno ci riserva parole quasi di disprezzo) vengono poste in secondo piano!
    in ogni modo sarò ben lieto di tenerla al corrente di questa nostra battaglia per guadagnare una visibilità e una considerazione a livello nazionale!!
    saluti e buon anno!!!!!!!!!

  3. io son rimasto colpito dal 96, e dalle annate piu’ vecchie.In barba a chi dice che Gini non sa usare il legno.A una verticale di 10 recioto il suo 96 era il migliore.

  4. Salve a tutti e Buon Anno! A parte sottolineare che chi dice che Sandro Gini non sa usare il legno spara una eresia grande come una casa, mi associo al plauso per il Salvarenza, emozionante quanto grande bianco che rivela il senso di una vera maestria nella capacità del produttore. Io ho già avuto modo di godermelo anche in età molto più evoluta – intendo con un invecchiamento oltre i 10 anni – e devo dire che mi ha colpita sempre per l’equilibrio e la potenza con cui si manifesta, senza una sbavatura, niente di più e niente di meno di un vino magnifico. Sandro Gini è veramente da ammirare, non solo perchè lui e famiglia sono bravissimi, ma per la modestia con cui lavora, sempre fuori dai riflettori e sempre col cuore dentro alle sue vigne.

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