Alla ricerca dell’eldorado del vino: dal nostro inviato speciale nel Far East

Ricevo e pubblico con grande piacere questa prima testimonianza, inviata da Bangkok, di un amico italiano, da anni attivo e capace operatore sui mercati esteri, che ci invierà, quando ne avrà tempo e voglia, proprie espressioni ed esperienze sull’andamento del vino, ed in particolare di quello italiano, in quell’angolo di mondo molto speciale che è il Far East, l’estremo Oriente.
Sono sicuro saranno osservazioni, le sue, che ci aiuteranno a capire meglio quale idea del vino abbiano in quelle terre lontane… Buona lettura!

“Caro Franco sono settimane che cerco di dare i natali a questa lettera, promessa sin da quando, prima di partire, mi sono proposto come il tuo braccio armato del vino italiano in Asia. In tre mesi ho macinato 30 mila miglia, 15 pagine di passaporto e tante notti in alberghi sconosciuti.
Ma questa sera sono a casa, finalmente a Bangkok, dove il caldo mi veste d’ansia e la luce metallica del tubo catodico lancia un riflesso maligno sullo schermo del portatile.
Premessa fondamentale, quello che ti scrivo è il frutto di una riflessione personale, di un percorso appena cominciato, del benefico sollievo di un bicchiere di Passerina con le bolle, di un amica, e una produttrice che ammiro, abbandonato sul tavolo della cucina.
Questa sera vorrei parlarti di Thailandia, il paese che per i prossimi mesi, forse anni mi ospiterà e che dal primo giorno mi stupisce, commuove, irrita. Questo Paese è da sempre meta di turisti che ne scoprono le spiagge e le bellezze, qualche volta se le comperano e le riportano in Italia per mostrarle ai genitori, qualche volta ne abusano, quasi sempre se le scopano nelle camere degli alberghi di lusso ma spesso anche nelle bettole per 300 baht.
Bangkok è una città dal traffico tormentato, dove ristoranti improvvisati spuntano come funghi a partire dalle quattro del pomeriggio sui marciapiedi sgarruppati e nutrono una folla di impiegati e commesse, banchieri e poveracci , che per solo 20 minuti al giorno, si siedono sugli stessi sgabelli godendo dello stesso piacere per pochi centesimi. Una sveltina con happy ending.
Bangkok è la terra promessa per i gourmet, sapori dolci si armonizzano all’intenso sapore di scalogno e lime, non serve cercare troppo per trovare in una pignatta calda, fumante dell’aroma acre e dolce di una Tom Kha Gun dove il latte di cocco fa da clandestino al sapore irritante del lemongrass.  Ho trovato il mio angolo di paradiso in un ristorante, un buco nel muro, in Thong Lo, che fa una Pad Thai da libidine, e ormai da qualche settimana mi permettono di portare il mio bicchiere e una bottiglia di vino. Questa sera ho aperto Dr. Burklin Wolf Riesling 2001.
La Thailandia ospita per quanto mi è dato di vedere, il numero più alto di ristoranti italiani per densità di popolazione che abbia mai visto. Questo immenso numero di ristoranti tricolori soddisfa la clientela più diversificata, ma soprattutto una popolazione locale che vende nel cibo italiano il non plus ultra di style e bella vita.
So di fare torto a tanti nominando solo due ristoranti qui a Bangkok che portano in ambasciata l’alto valore della cucina italiana.  Uno è il ristorante la Scala, dove Maurizio sa interpretare l’essenza della semplicità della cucina italiana, senza compromessi. Il ristorante la Scala si trova in uno degli alberghi più belli di Bangkok il Sokhuthai, la cornice perfetta ( per chi se lo puo’ permettere), per un soggiorno nella capitale.
Il secondo è la Bottega di Luca. Luca ha aperto solo da un anno il suo ristorante in soi 49 e ha avuto il coraggio di scegliere per la sua cantina solo grandi vini di nicchia, facendo dell’educazione del vino, una missione personale. Nella sua cantina potresti bere il Timorasso di Valter Massa, come lo Chardonnay di Les Cretes, da Roberto Voerzio,  a Faro Palari. Per tentare di vendere questi vini ai thailandesi ci vuole non solo coraggio, ma tanto carisma.
Il grande limite per lo sviluppo di un vero e proprio mercato del vino in  Thailandia è la tassazione proibitiva, dove un vino venduto dal produttore a 3 euro arriva anche a costare 30 euro nella carta di un albergo blasonato. Questa tassazione violenta, forza gli operatori del settore a per così dire “ trovare un compromesso”, che permetta ai vini importati di essere competitivi.
Ci sono diversi bravi importatori, soprattutto per i vini italiani ne ho incontrati diversi, da alcuni ho potuto comprare, da altri non me lo potevo permettere, prezzi  proibitivi per chi play by the book.
L’import dei vini italiani in Thailandia rappresenta il 24% dei vini importati per un totale di 1.300.000 bottiglie, ma  la cosa “sorprendente “ è che il valore medio per bottiglia è di 29 baht ( 64 centesimi). I dati sono confermati dall’ufficio della dogana scaricabili dal sito competente del governo.
Ci sono diversi bravi giornalisti, il Bangkok Post ha una colonna il venerdì tenuta da un Belga, pioniere d’Asia, con una passione viscerale e sincera per il vino. Ho conosciuto Jaques “ Chateau d’O” leggendo un suo articolo sul Duca Enrico dei fratelli Tasca d’Almerita. E’ un bravo giornalista , direi la  referenza qui in Thailandia. Da allora abbiamo bevuto diverse bottiglie assieme, la più memorabile, per la nostalgia di quelli che ci hanno lasciato, Blanc Fume de Pouilly 2005 Didier Degueneau, comperata a 2500 baht. Singapore la mia prossima meta. Buonanotte da Bangkok ! Rico”.

0 pensieri su “Alla ricerca dell’eldorado del vino: dal nostro inviato speciale nel Far East

  1. Questa ‘corrispondenza’ da Bangkok mi rimbalza una riflessione di un grande economista e sociologo, letta giorni fa.

    Egli scrive che ancora noi europei stiamo con la testa girata quasi solo verso gli USA, mentre la vera globalizzazione è tener conto degli emergenti (ed emersi!)mondi diversi – con usi, clima, stili di vita e consumi diversi dai nostri – con pulsioni e sogni che non assomigliano a quello che noi pensiamo e che assumeranno (anche numericamente) un peso rilevante nella nostra economia (e nella nostra vita).

    Se non alzeremo il naso dal piatto e non annuseremo in tempo che cosa ci può venire (e che cosa possiamo offrire!, NON SOLO IN TERMINI DI PRODOTTI) al resto del mondo, che conta sempre più di noi, perderemo un pezzo importante del nostro futuro. La nostra cultura – e i nostri prodotti ne fanno parte a buon titolo – merita che ci si rimbocchi le maniche per lavorare oltre il solo fatturato immediato. Vale – a mio parere – per il vino. Mentre se ne avvertonoi i prodromi nella moda (ma lì è più facile, per diverse ragioni).

    Grazie quindi, doppiamente, caro Franco, per queste finestre che aiutano a dare il giusto valore a quello che abbiamo sotto il suddetto naso.

  2. Caro Franco,
    se vuole e le interessa sono sempre pronto a dire la “mia” sul far far far east…che quasi la thailandia sembra vicino casa… ormai frequento e vivo in Sud Korea da diversi anni… e di bottiglie di vino ne ho stappate parecchie, aihmè poche le italiane di buon livello a prezzi modesti!

    Saluti

  3. Una considerazione leggendo a caldo il report. Se il valore medio di una bottiglia all’ingrosso in Tainlandia è (o deve essere per avere chance di vendita) di 64 centesimi… non vedo troppo futuro per questo mercato a meno che gli stessi thainlandesi non vengono a lavorare per gli stessi 64 cantesimi all’ora quì in Italia invece degli attuali euro 9,50/ora…:)

  4. E’ chiaro che per una certa “corte” di produttori, soprattutto toscani, fa figo vendere negli USA. Chi non ricorda 10 anni fa in quanti stand “blasonati” del Vinitaly si sentivano continuamente frasi del tipo: “… noi in america vendiamo benissimo; noi principalmente siamo presenti sul mercato americano; noi si vende tutto in America (con la c aspirata); noi si vòle conquistà il mercato ameriàno; se non sei in America non sei nessuno…”
    Tipico atteggiamento miope dell’italiano arricchito ed ignorante (culturalmente) ed intruppato insieme alle altre pecore.
    Ebbene per fare un altro esempio, in un paese vicino a noi come la Germania, esiste una catena di caffetterie in franchising che che propone un prodotto tipicamente italiano, il caffè espresso ed il cappuccino, senza avere neanche le apposite macchine, ma usando una banalissima cialda con i risultati che vi lascio immaginare. Sono invece assenti i nostri più importanti marchi industriali…e come mai?

  5. Caro Sig. Cinaferoni,

    mi permetto di precisare che 64 centesimi è il valore dichiarato alla dogana, ma se si analizza più in dettaglio le satistiche si noterà che si parla di ben altro valore.

    In Thailandia le tasse toccano piu del 400 % sui vini fermi

    Mi creda quando le dico che di bottiglie di Conterno, La Tour e Trinoro ce ne sono diverse e sono bevute anche da noi comuni mortali.

    Ho bevuto qui in Thailandia bottiglie importantissime pagandole molto meno che in Italia o in Francia.

    Sarebbe sorpreso di vedere che livello di scelta godiamo.

    questo vome Vietnam, Malesia, Singapore sono mercati dove i produttori dovrebbero venire ad investire un po di tempo.

  6. Salve , solo per farvi notare che il DUCA ENRICO e’ prodotto dalla storica cantina DUCA DI SALAPARUTA e non da TASCA D’ALMERITA .. Franco forse intendevi ROSSO DEL CONTE ?

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