Angelo Gaja e Bartolo Mascarello: cronaca di un confronto diretto

A qualche mese di distanza dalla pubblicazione di un suo primo intervento, che potete leggere qui, dedicato al “profumo dei soldi” che “guida l’evoluzione del gusto” dei vini di Langa, sono molto lieto di pubblicare un nuovo contributo di Francarlo Negro, oste grande conoscitore di vini e della storia della Langa enoica, attivo presso la sua Cantina del Rondò a Neive. Un altro ricordo dedicato a due grandi protagonisti del mondo del Barolo e del Barbaresco, Angelo Gaja e Bartolo Mascarello.
E’ la cronaca di un confronto pubblico tra i due avvenuto tanti anni fa ad Alba, e l’ennesima conferma di due visioni del vino albese davvero molto distanti, forse inconciliabili. Buona lettura

“Vent’anni fa, il Consorzio del Barolo e del Barbaresco, convocò alcuni incontri pubblici con l’obiettivo di dibattere temi di attualità legati al mondo del vino in Langa. Il titolo “Sputa il rospo”indicava con evidenza, magari grossolana, lo scopo della riunione. Partecipai ad uno di questi incontri ad Alba alla presenza di personalità del mondo produttivo, commerciale ed istituzionale: non mancava neppure Angelo Gaja, di solito schivo e venne anche Bartolo Mascarello, purtroppo sulla sedia a rotelle; menomato da una grave malattia che gli impedì progressivamente l’uso delle gambe: un decorso inarrestabile, fino alla sua morte nel 2005.
Il dibattito si concentrò sui loro interventi, di segno opposto. Angelo Gaja annunciò di aver sognato una Langa prospera, dove i viticoltori sapessero conciliare benessere e professionalità. Una terra, disse, capace di produrre la qualità che il mercato globale richiedeva. Una produzione di vini che assecondasse il gusto internazionale e che sapessero imporsi sullo stesso piano dei grandi vini a livello mondiale. “Sogno una profonda innovazione del mondo della vite che non può avvenire senza l’avvento di nuovi protagonisti”.
Non fui il solo, nella sala del Palazzo dei Congressi, gremita, ad interpretare il “sogno di Gaja”: proporre il proprio modello di “market oriented” equiparando il vino ad un prodotto di tipo industriale, anche se di alta gamma. Produrre vini assecondando il gusto dei mercati facoltosi, oggi identificato con quello americano.

Vini che devono richiamarsi allo stile e moda dominanti contrassegnati dal Cabernet Sauvignon e Merlot dove nel bicchiere si fonde il sentore polposo del fruttato con gli aromi internazionali della tostatura della piccola botte (dalla vaniglia alla liquirizia) strumento di alta moda: la barrique.
Fu Bartolo Mascarello a contrastare il sogno “americano” di Gaja per riportare il dibattito coi piedi per terra. Il suo intervento, in un silenzio reverenziale, prese spunto da un fatto, apparentemente minore, il nome delle vigne riportate in etichetta per affrontare il tema di fondo, quello dell’identità della Langa in un mondo sempre più appiattito e subalterno allo stile dominante made in USA.
“ Come si fa a non capire l’importanza del nome della vigna, di quella terra unica  dalla quale proviene il vino per adottare nomi fantasia? La reputazione sul mercato degli intenditori (non dei rozzi imitatori delle mode) passa per l’affermazione della nostra cultura storica della quale il nome della vigna, della terra, delle colline è parte integrante.
Il nome storico della vigna in etichetta è la sintesi della nostra storia, del passato di quella terra, della nostra memoria. Dimenticare i nomi delle nostre vigne per sostituirli come fa Gaja con nomi di fantasia ha un preciso significato che non condivido: relegare il passato e ibernarlo come cosa morta”.
“ Se l’unica via è seguire il gusto dominante – mi precisò Bartolo Mascarello – dettato dalla moda frivola e mutevole imposta dal mercato delle grandi compagnie internazionali, ci esponiamo per davvero alla concorrenza: si affacciano nuovi produttori possenti, dalla Russia al Cile che hanno costi decisamente inferiori per produrre vini con le caratteristiche omologate della moda.
Noi dobbiamo confrontarci con chi detiene lo scettro del vino nel mondo, con i francesi, con i grandi vini della Borgogna. Ma per andare in questa direzione non basta un sogno e neppure l’ abilità imprenditoriale della quale Gaja è indiscutibile esponente. Dobbiamo aprire le cantine, o meglio dobbiamo aprire la nostra mente alla cultura enologica di alta qualità per confrontarci e migliorare.
Il recupero critico della nostra cultura locale, l’esperienza accumulata è punto di partenza irrinunciabile per essere protagonisti e non servi delle mode imposte dalle multinazionali del vino e della comunicazione.”
Post scriptum: La “Filosofia” di Angelo Gaja ebbe una evidente conferma quando, un anno dopo, un gruppo di produttori e di industriali del vino proposero la modifica del disciplinare del Barolo e Barbaresco che prevede il nebbiolo in purezza, distinzione basilare della sua unicità.
Volevano eliminare questa “purezza” per consentire l’aggiunta di altre uve a bacca rossa. Come non cogliere il tentativo di legittimare l’aggiunta del cabernet e merlot per fare  legittimamente ciò che probabilmente facevano già illegalmente. La proposta venne respinta ai voti dai produttori.
In quell’occasione Gaja mantenne un atteggiamento distaccato, ambiguo. Da quel dì le sue frequentazioni del Consorzio del Barolo e del Barbaresco pare diventino più rarefatte.”
Francarlo Negro

18 pensieri su “Angelo Gaja e Bartolo Mascarello: cronaca di un confronto diretto

  1. caro Francarlo, ho un ricordo totalmente diverso dell’atteggiamento tenuto da Monsù Gaja in quella occasione, tutt’altro che distaccato…
    Ricordo una sua furibonda telefonata, pochi giorni dopo lo svolgimento del referendum, con la proposta (da lui appoggiata) di apertura ad altre uve sonoramente bocciata dalla stragrande maggioranza dei produttori. Una telefonata dove oltre a dirmi che facevo “un cattivo uso della tua intelligenza”, come testualmente mi disse, si scagliò contro me e contro Andreas März, giornalista svizzero residente in Toscana all’epoca molto impegnato come me nella battaglia per la difesa del vero Nebbiolo di Langa, asserendo che avevamo “plagiato” i produttori invitandoli a votare contro.
    In quella occasione, visto quello che mi diceva Gaja, viste le sue posizioni, capii una volta di più di essere nel giusto, dalla parte dei Mascarello e dei Rinaldi e dei loro padri, dei Cappellano, dei Giacosa, e fui fiero, come lo sono tuttora, di non pensarla come Gaja, di avere un’idea ben diversa dalla sua dei vini di Langa. Un’idea che, piaccia o meno al re del Langhe Nebbiolo, oggi é sempre più vincente…

  2. molto interessante il racconto di F. Negro e la precisazione di Ziliani. Ci viene detto che Gaia fu in sintonia con un gruppo di produttori e di industriali del vino che “proposero la modifica del disciplinare del Barolo e Barbaresco che prevede il nebbiolo in purezza, distinzione basilare della sua unicità.Volevano eliminare questa “purezza” per consentire l’aggiunta di altre uve a bacca rossa. Come non cogliere il tentativo di legittimare l’aggiunta del cabernet e merlot”.
    Mi chiedo come si concili questa ricostruzione, con gli sviluppi successivi, con Gaja che pochi mesi dopo la sconfitta nel referendum declassa a Langhe Nebbiolo (disciplinare che consente sino al 15% di altre uve a bacca rossa, Barbera ma eventualmente anche le bordolesi). Scelta fatta semplicemente per poter aggiungere, legalmente, quel 5% di Barbera che dice di utilizzare talvolta nei suoi Sorì Tildin, Costa Russi, Sorì San Lorenzo e Sperss o per altri motivi?

  3. Tutto molto interessante (non è sarcasmo) tuttavia … una provocazione :
    chi se li può permettere i vini di Gaja? e (di conseguenza) chi lo sa come sono? gli americani?

    • Roby, non esageriamo! Anche in Italia ci sono consumatori che magari spremendo il portafoglio si possono permettere e bevono – ogni tanto – i vini di Gaja. Non sono solo vini per i ricchi americani, ricchi, giapponesi, cinesi, del sud est asiatico…

  4. Intendevo che l’importanza, l’influenza e l’esposizione mediatica di certi produttori è inversamente proporzionale alla presenza delle loro bottiglie su tavole “normali”. Poi mi rendo conto che detto questo…non ho detto (quasi) niente…

  5. Qualcosa hai detto, Roby.
    Pensa se invece fosse “direttamente” proporzionale: cioe’ Caviro e Zonin.
    Il mondo sta cambiando, Roby, anche il mondo del vino sta cambiando, anche il vino sta cambiando. Non trovo piu’ quei profumi e quei sapori che mi facevano sognare. Non lo so se domani tornero’ a cercarli ancora. Lo sa anche Gaja.

  6. No che lo sa, Franco, lo sanno tutti e purtroppo ogni grand’uomo del vino che ci lascia non trova piu’ successori se non in quella categoria lì. Come hai ben ricordato tu in tante altre pagine di questo bel blog, guarda quanti ci hanno lasciato ultimamente e confessa (dai, confessa!) se ne hai visti nascere perlomeno altrettanti di geni del genere. Ho paura, Franco, ho paura che il vino diventi un’altra industria, un altro business, come avvenne per il calcio, che non mi diverte piu’, per le automobili da corsa, per le belle donne… che s’e’ rotta insomma la macchinetta, oh!

    • intanto il “genio” in oggetto é saldamente al suo posto, in ottima forma, più tosto che mai, e vi rimarrà ancora per lunghissimo tempo, dandomi innumerevoli altri spunti per scrivere che non la penso come lui. Lunga vita al “re”, evviva il “re”!
      Quanto al resto del tuo ragionamento, concordo, oggi il mondo del vino é pieno di mediocri, di personalità pallide, e per ogni Bartolo o Baldo o Gianni (Masciarelli) che ci lascia non vedo personalità del loro calibro che ne prendono il posto. E non mi sto, ovviamente riferendo, a Maria Teresa, Augusto e a Marina Cvetic, che hanno raccolto il loro testimone e cercano di proseguire al meglio quanto loro hanno fatto, ma a tanti personaggi pallidi che si aggirano nel mondo del vino lasciando pallida traccia di sé.
      Di Gaja, quando tra cent’anni andrà “altrove” a parlare di “premium wines”, si parlerà ancora per decenni e decenni nel mondo del vino, tale é la traccia, indelebile, che ha lasciato. E questo detto da uno che non appartiene al coro dei suoi laudatores…

  7. Beh, amico mio, sono davvero contento di questo piccolo scambio in diretta con te (speriamo che porti bene contro i campioni di Mosca, oggi con il lutto al braccio per la strage nel metro’). Come saprai senz’altro, ho confessato a Roberto Giuliani di aver esaurito l’ultimo Barbaresco 2003 su un filettino (purtroppo) bollito. Ora in cantina tra i piu’ giovani mi rimangono solo i 2001. Tra cui il suo, appunto, quello del re. E sai bene che io, a differenza di te, amo piu’ il Barbaresco che il Barolo. Quando lo berro’ ti sapro’ dire se e’ un “premium” wine oppure no. Quello che nel frattempo hanno detto e scritto gli altri non mi interessa. E’ l’impressione che fara’ a me quella che conta, come conta per ogni amatore l’impressione che il vino fa alle sue papille e non cio’ che ne scrivono le cosiddette guide. Ma io sono ottimista. Credo ancora in Balotelli…

  8. In memoria di Bartolo vorrei dire: “No barrique no Berlusconi”
    che uomo! Speriamo ce ne siano in futuro molti come lui.
    Con ciò non voglio dire male di uno dei più grandi produttori di vino in Italia quale è Angelo Gaja. Due filosofie che in fondo si uniscono per l’amore verso una terra meravigliosa le Langhe.

    • credo proprio di aver colto più intensamente in Bartolo che in monsù Gaja questo “amore verso una terra meravigliosa” di cui giustamente parla e che personalmente, pur non essendoci nato, sento anche mio… Ma ho avuto il privilegio di frequentare più Bartolo, con indimenticabili ore trascorse, con un bicchiere di Barolo e una pasta di meliga, nel suo salottino gremito di libri, che Gaja, con il quale, in passato, ho pur avuto buoni rapporti..

  9. Beato te che li hai frequentati. Sai una cosa, Franco? Lui, il re, non te lo scrivera’ mai (al massimo te lo telefonera’), ma sai quanto lui pagherebbe per riavere qui il suo Bartolo Mascarello ancora da strapazzare? Tra noi scherziamo, invece loro facevano sul serio. Fra di loro fu vera battaglia, se lo ricordano in tanti e quanti pero’ sorridono ancora, di simpatia e di commozione, al solo ricordo di quelle sfide epocali! Loro stessi, dopo cotanto battagliare, si abbraccerebbero per restare in piedi insieme e veder crollare il resto del mondo! Il re darebbe anche meta’ della sua cantina pur di riaverlo qui, quel suo Contraltare, per sfidarsi ancora e per ritrovare il bello della vita, il senso della vita in quelle sfide. Che ci mancano tanto. Non si sa dove va il vino, questa e’ la verita’. Non si sa perche’ di sfide non ce n’e’ piu’. Mancano gli “U”omini, quelli che sanno battersi, cioe’ non ne fanno piu’. E’ per questo che vincono le carte, i passacarte, i portaborse. Il fatto che tu l’abbia ripreso, quel tema, e’ davvero una cosa straordinaria. Speriamo che chi sa mettere i guantoni raccolga la tua sfida, perche’ parlarne fa bene alla salute, fa bene al morale, fa bene al vino che deve ancora nascere. Me lo scrisse anche Tibor Gal, una volta, ed ultimamente anche Zoltan Simko, due ungheresi di Eger che sono fra i campioni, per me, dei rossi vulcanici dei Magiari (come quel Lajos Gal che ti ho presentato al MiWine): ai produttori non sai che piacere che fa vedere quanto si parli di loro oltre il muretto della loro vigna. Gli ricorda che non vendono soltanto bottiglie, un prodotto, ma vendono invece dei sogni, dei veri sogni in bottiglia… e guarda che anche a loro piace sognare! Perche’ loro cercano qualcosa, ma anche chi compra le bottiglie cerca qualcosa. Per trovarla, pero’, bisogna che sia la stessa cosa e bisogna dunque essere in due. Sinceri tutti e due. Si puo’ partire da convinzioni diverse, da obiettivi diversi, si puo’ anche litigare di brutto, ma quando c’e’ la sincerita’ (“in vino veritas”) vedrai che possono cambiare molte cose.

    • caro Mario, ammiro molto quello che scrivi e come lo scrivi e vorrei tanto condividere, ma non ci riesco, la tua idea non tanto del rapporto tra Bartolo e monsù Gaja, ma quel tuo dipingere il re del Langhe Nebbiolo come uno strenuo difensore della sua terra. I Mascarello, i Rinaldi, i Cappellano, i Giacosa, i Cavallotto, i Grasso, i veri difensori del Nebbiolo di Langa, non sono andati a cercare avventure in terra toscana, a Montalcino piuttosto che a Bolgheri, e sono sempre rimasti profondamente legati alle loro radici…

  10. Non ne dubitavo, Franco. Infatti bisognerebbe rileggerlo (e ripeto: Angelo compreso), proprio per ripartire oggi, a tanti anni di distanza, con lo stesso piede nel confronto con Mascarello. Perche’ hai fatto benissimo a riprendere quel confronto, maestro che non sei altro? Perche’ nel mondo del vino gli anni hanno un altro valore che nel resto degli altri mondi. Certi temi vanno ripresi alla luce delle esperienze del “poi”, con i tempi “effettivamente” cambiati, viti in vigna comprese. Tu non sei un cronista. Molto di cio’ che scrivi e’ una pietra miliare. Molto di cio’ che c’e’ in quel libro e’ una pietra miliare. Bisogna rifare i confronti anni dopo, anche qualche decina di anni dopo. Tieni conto di cio’ che scrisse Philippine de’ Rotschild e cioe’ che ci vogliono 200 anni per fare un gran vino. E la sua azienda, il famoso Chateau, non li ha ancora compiuti…

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