Erano ormai un po’ di anni che non salivo, da San Michele all’Adige, dove ha sede il mitico Istituto Agrario fonte di alcune delle più importanti ricerche e sperimentazioni in campo viticolo ed enologico in Italia, su per la bellissima collina di Faedo, mare di vigneti da cui arrivano diversi dei più pregiati vini bianchi trentini.
Trovandomi a Trento per una degustazione di Marzemino (di cui scriverò presto e che è stata un’autentica sorpresa, per la qualità diffusa e l’autenticità di molti dei 40 vini degustati) non ho potuto non cogliere l’occasione per ritornare quindi in quel di Faedo e andare a fare visita nella sua attrezzatissima cantina, con tanto di esemplare distilleria (diciamolo: una delle migliori in assoluto d’Italia), il vecchio caro amico Mario Pojer, che con il socio Fiorentino Sandri conduce (sono ormai 35 le vendemmie) uno dei fiori all’occhiello di una produzione enologica trentina che non si può ridurre solo alle potentissime – e un po’ in difficoltà mega cantine cooperative – ma che può contare su una serie di piccole e medie realtà di assoluto valore.
Sto parlando, l’avrete capito benissimo, dell’azienda Pojer e Sandri. Riferendosi a questa cantina bisognerebbe decisamente dilungarsi, e raccontare, per filo e per segno, come non solo si lavori splendidamente in vigna, con una tenacia, una ricerca delle soluzioni più adatte, terroir per terroir, da Faedo alla Val di Cembra (dove da qualche anno Pojer si è esteso), ma anche in cantina, senza eccessivi tecnologismi, ma con una ricerca, e si può tranquillamente dire in questo caso, una sperimentazione, invenzione e messa a punto di soluzioni tecnologiche di assoluta avanguardia, che poi qui da Faedo vengono applicate in tutto il mondo. Basta leggere, sul sito aziendale, la parte dedicata al concetto di innovazione – leggete qui – per capire come qui ci si sforzi di guardare sempre avanti e di migliorare, sino al punto da introdurre un qualcosa, che poteva anche apparire stravagante o assurdo, come il “lavaggio” delle uve, mediante “l’utilizzo di una lava-uva (pensata e progettata nel 2003) utilizzando una vasca con effetto “Jacuzzi” (un idromassaggio con microbolle)”, con il preciso intento “di asportare terra, polvere, insetti, residui floreali e soprattutto residui di rame e zolfo, utilizzati in campagna contro peronospora e oidio che sono dei funghi, proprio come i lieviti che svolgeranno, più tardi, la fermentazione” Mario Pojer sostiene, e dati analitici ben precisi confortano la sua intuizione, che “lavando l’uva mettiamo i lieviti indigeni, propri delle uve, nelle condizioni ottimali di lavoro.
Manteniamo così integro il carattere dell’uva che conserva le caratteristiche del suo territorio, inteso anche come microflora responsabile delle fermentazioni”.
Il risultato lo si vede dai vini classici – provati in cantina, ancora in serbatoio in acciaio splendidi, fragranti, promettentissimi Müller Thurgau, Nosiola, Sauvignon, e poi in attesa di essere imbottigliati uno squillante Pinot nero 2008 e un uvaggio Rosso Faye, di pari annata (Cabernet franc e Sauvignon, Merlot e Lagrein mai provato così complesso, succoso ed equilibrato in terra trentina) – e da nuovi vini, che Mario e Fiorentino producono con la freschezza mentale, l’inventiva, la fantasia, di un neofita. Ho così potuto assaggiare, in anteprima, un vino destinato a far parlare, un uvaggio bianco denominato Filii (figli) che ispirandosi ai vini bianchi tedeschi, nei quali la componente alcolica non è mai elevata, si vuole proporre, “ospitato” in una bella bottiglia renana da mezzo litro, come un vino di facile approccio e di beva immediata, ma non banale, con i suoi soli 9 gradi alcolici, ed il suo mix, calibrato, di uve Riesling e dei suoi “figli”, Müller Thurgau (incrocio Riesling x Sylvaner), Kerner (incrocio Trollinger x Riesling) e Incrocio Manzoni (incrocio Riesling x Pinot bianco).
Tutte uve raccolte in anticipo sulla maturazione, (un 40-50% del frutto presente in vigna) e sottoposte alle altre cure e attenzione riservate ai vini più importanti.
Un vino, in particolare, tra quelli degustati, mi ha profondamente colpito, tanto da volerlo poi riassaggiare, ma che dico, bere, a casa. Parlo di uno degli ultimi nati, ancora un bianco, da uve Pinot bianco, Riesling Renano, Sauvignon, Kerner, Incrocio Manzoni, espressione di una delle ultime “avventure” del duo Pojer e Sandri, lo “sbarco” in Alta Val di Cembra in quel magnifico posto – vedete qui le foto e rimanete incantati anche voi – che è il Maso Besleri, in località Valbona di Cembra, “frutto di diversi acquisti e di una ricomposizione fondiaria”.
Lavoro iniziato nel 1998 con una bonifica di 3,5 ettari con relativo impianto viticolo e proseguito sino ad arrivare agli attuali otto ettari di vigneto completamente ristrutturato, ai quali nell’anno 2009 si aggiunge la ristrutturazione del maso inteso come casa composto da un ricovero per macchine agricole, una piccola cantina adibita ad acetifico e dei locali adibiti ad Agritur.
Un maso da cui nascono un vino bianco ed uno rosso frutto ognuno di una cuvèe di 5 differenti varietà di uva, allevate con intensità elevate ad ettaro, sino a 6200 ceppi. In questo posto bellissimo, modellato dal ritiro dei ghiacciai e dall’opera del torrente Scorzai, con presenza elevata di roccia porfirica di origine vulcanica e terreni ricchi in scheletro, da uve raccolte a maturazione avanzata, con mosti fermentati in piccoli fusti di rovere e di acacia (il 60 per cento) e 6 mesi di affinamento in legno a contatto dei propri lieviti, Pojer e Sandri hanno tirato fuori l’Igt Vigneti delle Dolomiti Besler Biank, la cui annata 2004 (si tratta di un vino naturalmente destinato a durare a lungo, di grande personalità e complessità, dovute al particolarissimo mix varietale, ai terroir, all’altezza (e a qualche “magia” enologica di Mario), proverò a descrivervi.
Colore paglierino oro dalla maestosa brillantezza e qualche leggero riflesso verdognolo, naso caratteristico, particolare, molto complesso, compatto, con una componente aromatica spiccata e un ricordo di muschio, una presenza di frutta ben matura e succosa, dagli agrumi alla pesca ad un ricordo di albicocca, ma anche con una freschezza, da fiori bianchi, fieno di montagna, e una vena leggermente speziata, completata da striature di mandorla fresca e frutta secca, davvero notevole.
Al gusto se possibile ancora meglio, inizialmente ben secco, incisivo, nervoso, come dev’essere un vero bianco di montagna, ma poi progressivamente il vino si distende, si allarga, prende confidenza, e consistenza, al gusto, conquista e riempie il palato con ampiezza cremosa, pienezza d’espressione, struttura ben sostenuta, dinamismo e sviluppo, per chiudere, ricco di sapore, importante, su una fresca nota salata, una vena minerale, esaltata da un’acidità ben calibrata.
Una vera e propria scoperta, che la cantina consiglia di abbinare a piatti di pesce speziati, a primi saporiti, carni bianche, che ho pienamente gustato, e lo stesso mia moglie, che sui bianchi affinati in legno è solitamente molto scettica, su un saporito piatto di bucatini all’amatriciana.
E bravi Mario e Fiorentino! Prossimamente, sui vostri schermi, per parlare dei loro metodo classico, che si guardano bene dal presentare come Trento Doc. Vista la confusione che (ancora) regna in Trentino su questa tipologia, con aziende “leader” che puntano indifferentemente a bollicine top “da guide” e a bottiglie da svendere negli hard discount a prezzi da prosecchino, come dare loro torto?
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Molto interessante il lavaggio dell’uva, ma qualcosa mi sfugge : in quel modo anche i lieviti indigeni verrebbero asportati. Come scatta a quel punto la fermentazione? I lieviti indigeni vengono forse selezionati e coltivati a parte per essere messi di nuovo a contatto con l’uva dopo il lavaggio? Ho conosciuto di recente un bravissimo produttore piemontese che utilizza questa tecnica proprio per evitare che un malaugurato acquazzone il giorno prima della vendemmia influenzi negativamente l’azione dei lieviti naturalmente presenti sulle bucce.
Chapeau al lavoro di questi tenaci produttori,purtroppo trovo difficoltà a reperirne i prodotti qua a Firenze a parte le etichette più “blasonate”.Troppo curioso di provare il nuovo nato,magari una gita…
Müller Thurgau: incrocio Riesling x Madeleine Royale.
La perplessità riguardo i lieviti indigeni che vengono “lavati” via con questa tecnica mi era venuta anche a me, durante una mia recente visita in azienda.
Mario mi ha risposto che l’utilizzo dell’acido citrico in soluzione con l’acqua, serve come fissatore di metalli presenti sull’acino e serve per pulirli da ogni sostanza inquinante presente. Sia che essa provenga da un trattamento, o che sia presente in maniera libera nell’aria. In questo modo vengono però asportati anche il 50% circa dei lieviti indigeni. Ma si garantisce al restante 50% di “lavorare” comunque in un ambiente completamente asettico, favorito anche dalla pressatura e dalla vinificazione “sottovuoto”, tramite quella “diavoleria”, come la chiama lui, della “mongolfiera” presente all’esterno della cantina, che serve per togliere aria e inserire azoto, nelle fasi di vinificazione.
Per Roby, potrai trovare maggiori ed esaurienti spiegazioni qui:
http://www.aristide.biz/2007/05/mario_pojer_e_i.html
ponendo particolare attenzione al commento n.6.ciao
Diavolaccio ! Ivano e Giovanni, siete fantastici ! Grazie mille
Conosco Mario di fama da molto tempo ma personalmente solo da poco. Lo stimo come bravo enologo, bravo viticoltore e bravissima persona. Aperta e disponibile nei confronti di giovanni e anche di vetterani.
Mario ha sempre guardato alla teconologia nel rispetto della natura e dell’espressione di territorio.
A dicembre 2009 ho partecipato ad un convegno in Trento tenuto da Sandro Sangiorgi sui vini naturali. L’apertura di Sandro è stata anticipata da una frase allegra e di stupore nella presenza di Mario al covegno. Ho notato un po’ di imbarazzo in Mario e, penso che Sandro non abbia colto che Mario non è mai stato per vini artificiali solo che da insegnante di enologia quale è, ha sempre guardato con attenzione la tecnica e l’innovazione. Mi dispiace sia successo questo al convegno, soprattutto perché agli occhi di chi non conosce Mario è parso a seconda che gli spettattori fossero interventisti o naturalisti, una situazione di tradimento o redenzione, che in realtà non è ne l’una ne l’altra.
Se ci fossere più persone appassionate e sincere come Mario, non solo avremmo un migliore Trentino enologico ma anche più degni rappresentanti di quel paese che è Enotria.
Che meraviglia: complimenti!