Quale rapporto tra produzione, divulgazione e consumo? Filippo Parmigiani, enologo, dice la sua

E’ con grande piacere che pubblico questa acuta riflessione propostami da Filippo Parmigiani (nella foto), enologo e produttore nei Colli Piacentini, oltre che relatore ai corsi A.I.S.
Con Filippo ho fatto conoscenza solo di recente, in occasione della nostra partecipazione alla bella rassegna G & G (Ghemme e Gattinara) organizzata dall’A.I.S. Verbano Cusio Ossola a Stresa, ma è nato subito un naturale feeling, rafforzato dalla co-conduzione, che ci ha molto divertito, di una degustazione di Ghemme e Gattinara 1999, e soprattutto da una serie di commenti, alcuni assolutamente deliranti, che questa degustazione da noi condotta ha provocato su un forum vinoso frequentato soprattutto da talebani del vino. Non veri appassionati e conoscitori, ma semplici fanatici, talmente presi dal loro Ego ipertrofico da considerarsi non solo l’ombelico del mondo, ma i veri “arbitri” della validità di un vino e dell’operare di un produttore. Gente pericolosa, da cui meglio stare alla larga.
Sono persuaso che ci saranno altre occasioni per parlare insieme di vino e di commentarne le vicende alla luce di un comune sentire e sono pertanto molto contento di proporvi questo suo intervento, che tocca un tema centrale nel discorso sul vino odierno, il rapporto, che dovrebbe essere paritario e virtuoso, tra produzione, divulgazione e consumo. Buona lettura!

“Entrare in enoteca o sfogliare la carta dei vini e scegliere una bottiglia è un gesto quasi quotidiano e all’apparenza assai semplice che spesso nasconde un momento di decisione combattuto fra la sicurezza di un’etichetta già collaudata e la curiosità di qualcosa di nuovo; se ci troviamo in un posto di fiducia spesso ci si lascia consigliare su qualcosa di sconosciuto ma che merita di essere assaggiato, rimettendoci  a chi per professione ha avuto modo di comparare le molteplici offerte di un territorio o di un vitigno, scegliendo sulla base di parametri diversi tipo qualità, prezzo, reperibilità, concorrenza, notorietà, moda. Stessa funzione, ma su scala ben più ampia, dovrebbero avere riviste, articoli, guide e blog. Chi scrive di vino dovrebbe  quindi offrire un servizio di informazione verso il consumatore attento e curioso, che sulla base della fiducia maturata in uno o più reporter del vino attinge dalle recensioni e opera la propria scelta.
Affermazioni scontate e banali, lo so, se non fosse che i termini della questione siano stati ribaltati; la filiera dal produttore al consumatore con l’aiuto dell’informazione, è stata stravolta dal peso che il ruolo dell’informazione, ha assunto nel tempo.
Non parlo solo di casa nostra, prima la Francia dei celebri bordolesi poi la California dei Merlot e l’Australia dei Riesling hanno accusato il problema e hanno provato a rivendicare la paternità del territorio e della produzione nelle diverse interpretazioni che i singoli produttori sono in grado di offrire all’interno dei parametri dettati dai disciplinari.
Le responsabilità sono da distribuirsi in modo assolutamente paritetico; si parte dalla produzione che pur di mantenere quote di mercato o di conquistarne di nuove, ha rinunciato alla propria identità esasperando il normale aggiornamento qualitativo in una sorta di trasformismo verso gli standard dei produttori con più citazioni; si arriva al consumatore che per pigrizia e abitudine degenerata  in malcostume preferisce trovare tutto pronto, precotto e preconfezionato e attinge ciecamente a selezioni e scelte demandate ad altri delegando invece che condividerle le emozioni. L’informazione ha esagerato nell’approfittare commercialmente della posizione di privilegio data dalla necessità del produttore di vendere e dalla comodità del consumatore di appoggiarsi a peso morto e farsi guidare (in molti casi condizionare) nella scelta.
Oggi  per gran parte dei produttori poter comparire su una guida e vedersi premiati con qualsivoglia riconoscimento un vino è garanzia di vendita e di spuntare prezzi a volte oltre il ragionevole, mentre correre da solo viene ritenuto possibile solo per chi ha già raggiunto una notorietà inattaccabile; chi non rientra nelle due categorie è considerato fuori tempo.
Per molti consumatori bere le etichette celebrate è sinonimo di competenza, fra incompetenti, ma ancor più di immunità dalle critiche sulla scelta operata, protetti dalla tiratura di chi ha celebrato quei vini. Commercializzare una guida è garanzia di visibilità, guadagni e potere.
E allora perché non farlo? Proviamo a guardare dal fuori il sistema; si nota subito che la forza commerciale che vanta l’anello informativo si basa sulla possibilità di garantire visibilità alle prime scelte, quindi forte opportunità di vendita.
La “crescita” di un territorio sui parametri dettati da chi opera le scelte porta ad aumentare il panorama di aziende papabili del massimo riconoscimento; la prima conseguenza è la condivisione  delle potenzialità di mercato tra storici appartenenti al privilegio dell’olimpo e nuovi entrati, la seconda conseguenza, ancora più antitetica rispetto alla conclamata crescita del territorio, è che l’esigenza di fidelizzare il lettore anche con la coerenza dei parametri degustativi che caratterizzano le commissioni, porta al congelamento dei risultati raggiunti.
Paradossalmente in questa fase diventa più redditizio occuparsi degli esclusi, stilando nuove graduatorie di merito e offrendo di volta in volta nuove opportunità di promozione alternativa, il vino frutto in contrapposizione dei vini invecchiati, barricato o non barricato, quotidiano o da meditazione, del territorio o del vitigno.
Nasce una nuova guida cui mirano non solo gli esclusi dalle precedenti ma anche gli insoddisfatti dalle promesse di vendita non tradotte in fatturati. La rotta porta inevitabilmente al punto di partenza; tanti produttori con le cantine piene di vini che non parlano di loro ma di chi poteva scrivere di loro, difficoltà di vendita, la necessità di differenziarsi, nuovi vademecum che invadono gli spazi lasciati liberi dalle precedenti occupazioni; non a caso in alcuni esempi estremi si parla di “presidi” nel territorio: circoscrizione territoriale sottoposta a un’unica autorità (dizionario della lingua italiana “Sabatini”).
E il consumatore?  Inconsciamente è l’anello che condiziona tutto, le sue scelte, che siano di comodo, di moda, di alternativa, di abitudine, di competenza, di condizionamento…. finanziano il sistema.
Produzione, divulgazione e consumo non possono prescindere l’una dall’altra, il rispetto dei ruoli è garanzia di sopravvivenza delle diverse produzioni (che va oltre al concetto di “cru”), di pluralità di informazione, di diritto di scelta del consumatore finale.
Produttori e consumatori devono reclamare autonomia e rispetto; i primi a tutela della propria identità e delle importanti risorse investite nel progetto, i secondi a tutela del diritto di provare emozioni.
Rompere l’equilibrio fra le diverse forze in gioco, subendo la l’informazione e trasformandola in condizionamento, è una forma  suicidio collettivo da cui mi dissocio”.
Filippo Parmigiani

0 pensieri su “Quale rapporto tra produzione, divulgazione e consumo? Filippo Parmigiani, enologo, dice la sua

  1. Molto, molto interessante. La mia sensazione che la crisi delle vendite nel comparto vino porterà a nuovi scenari e figure all’interno delle aziende, trova riscontro nelle parole del sig. Parmigiani. Diciamoci la verità, i produttori negli anni scorsi sono stati molto lontani dal “Vino”; soddisfatti per un premio al loro vino di punta, magari prodotto in poche migliaia, non si sono preoccupati di capire dove e come l’azienda trovasse settori di mercato. Cmq bravi direttori commerciali facevano il bello e cattivo tempo ed i numeri tornavano. Era cmq più semplice, come sottolinea “Parmigiani”, far assomigliare il proprio prodotto a quelli riconosciuti come ottimi da certa carta stampata e da opinion leader leggermente distratti dal fascino di un week end nei lussuosi agriturismi. Oggi assistiamo ad una rincorsa verso la carta stampata come soluzione ai crolli delle vendite, ed io questo non lo capisco. Mi spiace, ma non funziona.

  2. Sono pienamente d’accordo con Filippo. Rilevo però che agli inizi del “fenomeno guide”, era più o meno il 1995, l’ASI non colse l’occasione per svecchiare i suoi corsi, che fino ad allora erano solo professionalizzanti, con dei nuovi corsi, anche più brevi, dedicati al mondo dei consumatori. Il mondo del vino è rimasto ostaggio dei professionisti “professionalizzati” con 3 corsi, delle guide e di abili organizzatori che organizzavano “fantomatici corsi” dovunque, anche nei negozi di casalinghi.
    Da allora sono passati circa 15 anni, ma l’ASI non ha ancora capito la lezione.
    In Italia abbiano troppi appassionati professionalizzati dai corsi, ancora troppo pochi sommelier di livello internazionale e moltissimi “acculturati” in modo raffazzonato che di vino capiscono ben poco, ma scimmiottano molto bene.
    Tiriamoci su le maniche perchè di lavoro ce n’è ancora molto da fare.

  3. Informazione e comunicazione stanno cambiando radicalmente: anzi sono già cambiate. Se ne stanno accorgendo persino i politici (il che è tutto dire).
    Ormai il ‘villaggio globale’ d’antan è una ‘piazza’ che può accogliere osservazioni e testimonianze da LUI, il consumatore (d’antan, pure lui)che sta recuperando (se non s’imbubbolisce troppo alla tv) il suo profilo di cittadino. Cittadino che pretende di non essere preso per i fondelli, che è spesso consapevole delle falle dell’informazione e degli interessi che (troppo spesso)questa asseconda, o peggio subisce supinamente.

    Poi ci sono i produttori (parlo dell’Italia) che oscillano tra la pretesa di far parlare bene (e a tutti i costi) dei propri prodotti, ma che allo stesso tempo non sono (in generale) capaci di gestire (cioè di orientare) il modo in cui il proprio marchio (etichetta, prodotto/i) viene percepito.

    A) non sanno dare un briefing (cos’è?) a chi si occupa di comunicazione.

    B) spesso delegano (in un delirio da tuttologi) la comunicazione a se stessi o a figure poco o parzialmente qualificate.

    C) non hanno capito – fino a ieri sera – quanto sia (è) strategico il territorio (la sua bellezza, la sua salubrità) per l’immagine del loro vino.

    D) hanno trascurato (ad essere ottimisti) la propria reputazione (cioè quella dei loro prodotti), proprio nel momento in cui l’informazione è divenuta globale, dimenticando che nel bicchiere la trasparenza è un fatto fondamentale.

    E) non conoscono il proprio consumatore e dimenticano di studiarne il profilo/i.

    F) non sanno come ‘funziona’ la comunicazione: che è soprattutto e prima di tutto ascolto e dialogo!

    G) l’agricoltura è divenuta ‘territorio della politica’ (Zaia docet) e finché chi produce non si rimbocca le idee e interloquisce, sui giornali usciranno solo notizie con un taglio e con contenuti che interessano ai diversi attori politici. Imprenditori e produttori (grandi e piccole imprese, cioè) devono intervenire come singoli soggetti, in prima battuta prescindendo dai carrozzoni politici.

    H) bisognerebbe dare più spazio agli ‘items’ culturali che sono la vera linfa di questo paese. In particolar modo: il vino è cultura! Che piaccia o no.

  4. Permetta di sottolineare che informazione e divulgazione le fanno anche gli enotecari, gli osti e i ristoratori. E rispetto alle guide, essi hanno un rapporto diretto con il consumatore e ne colgono immediatamente la soddisfazione o l’insoddisfazione. Per questo gli enotecari e i ristoratori dovrebbero smarcarsi dalle indicazioni delle guide per riaffermare le proprie competenze, autonomie di giudizio, sensibilità per offrire un ulteriore servizio: proporre un vino ed il suo racconto.
    Francesco Bonfio
    presidente Vinarius

    • scusatemi se non intervengo anch’io nel dibattito aperto sull’ottimo post di Filippo Parmigiani. Qui a Madrid il tempo tra una degustazione e l’altra, i pranzi e le cene che sai quando cominciano, ma non quando finiscono, mi tolgono tempo e lucidita´per dire la mia in maniera ragionata come vorrei…
      Aqui todo bien amigos!

  5. Produttori,mondo professionale del vino comunicazione compresa e……consumatori!!
    Vogliamo parlare di un terzo ,un terzo e ancora un terzo? Mi spiego. Sicuramente senza i produttori (vogliamo parlare di tanti produttori seri )non ci sarebbero problemi di comunicazione e si tornerebbe allo….sfuso in damigiana ed al vino della casa e sicuramene anche per i consumatori non ci sarebbero “sogni” ma solo bevute senza sentimento. Dagli anni 60-70 ,dal vino Ferrari (non quello trentino)in tv massicciamente con l’Adalgisa che non sbagliava alla truffa delle grandi sofisticazioni ,sempre di quegli anni ,di strada se n’e’ fatta e sempre in avanti.
    Allora per vendere ,erano gli albori anche dei Supermecati, bastava la tv ora la comunicazione deve esere diversa ma..ci deve essere il vino . Equilibrio quindi fra il prodotto, la comunicazione per il prodotto ed un consumatore che non dobbiamo piu’ cercare di fare arrampicare sulle barrique ,sulle grandi concentrazioni e solo sui GRANDI VINI che sono tali solo sopra tot euro! La comunicazione attuale e’migliorata ma figla per il 90% della crisi ! L’altro 10% sono Vinoalvino e pochi altri che sempre hanno parlato di ottimi vini base ,di territorio,di anti-mode e noi consumatori lo sappiamo e diamo loro la nostra fiducia! Eccoci a un terzo ,un terzo e un terzo cioe’ a quell’equilibrio fra prodotto,comunicazione e consumatori che puo’ fare il grande vino….da cibo,da ogni giorno ma grande !Alla comunicazione cosa chiediamo? Di dire che c’e’ quel vino e soprattutto secondo me di raccontare le storie dei Produttori!! Io conosco abbastanza la zona di Piacenza e giro per produttori. E’ una zona concreta ,e dall’analisi di Parmigiani si legge bene. E tante sono le belle storie di molti piccol produttori. Poche barrique, voglia di provare a fare sempre meglio le cose della propria storia ,acciaio nuovo e pulito e tanto amore per la terra .Ecco cosa puo’ creare equilibrio fra prodotto, comunicazione intelligente e consumatore: le storie che molte volte sono dietro alla bottiglia!E dietro a storie importanti quasi sempre c’e’ vino buono e sentimento dentro la bottigla! E le storie vere non sono…….investimenti finanziari che possono tornare in tot anni con tot bottiglie. Produttori moderni e imprenditori ma….con grande cuore e passione e questo e’ facile da comunicare e sara’ sempre cosi’. E sempre grazie a chi ci insegna a leggere al di la’ dell’etichetta!Un mondo professionale fatto di sentori fini e forse di iperbole non sempre adeguate ma che sappia anche scoprire nei retrogusti..la passione ,la storia e come dice Bonfio di Vinarius…il suo racconto!

  6. Tutte cose molto interessanti, davvero. Ho l’impressione però che le guide, anche quelle ritenute autorevoli, hanno ora creato un gap incolmabile tra loro ed il grande pubblico annullando in qualche modo il rapporto tra la produzione,la divulgazione ed il consumo citato.Certo ogni guida ha (deve avere) un suo pubblico sostenitore, ma sento che il magico meccanismo che ha permesso l’epoca d’oro dell’enologia recente si sia rotto irremediabilmente.Non credo che l’espressione di un territorio trasmessa attraverso la produzione di un vino veritiero sia sufficiente a decretarne il successo, spesso quando è avvenuto è stato tuttalpiù una questione di sincronicità,il prodotto giusto al momento giusto. La crisi di vendite degli ultimi anni ha costretto a molti, che avevano imboccato strade “Parkeriane”, a ripensare il proprio lavoro pensando che erano i loro vini a dovere essere modificati per riconquistare fette di mercato perdute, ma temo che la crisi sia da attribuire soprattutto ad altri motivi anche di tipo economico e non solo. Certo è che la successiva frammentazione dei gusti della critica, anch’essa alla ricerca di una propria identità ha finito per allontanarsi dalle aspettative dei consumatori che il più delle volte ha delle esigenze molto più banali, se vogliamo, rispetto a quello che gli addetti ai lavori sono portati a credere e forse proprio per questo il già citato Parker ha avuto un così enorme successo planetario, l’esaltazione dell’edonismo fine a se stesso é un valore (?) universale e non può non funzionare in fin dei conti.
    Sarebbe bello se il successo del lavoro del vignaiolo, dell’enologo e del produttore fosse semplicemente legato alla produzione del miglior vino possibile ottenuto dalle proprie vigne in maniera spontanea e leale, purtroppo semplicemente non è così. Come ben detto, è il consumatore spesso con le sue scelte a volte davvero sconcertanti a permettere la sostenibilità del tutto che quindi devono giocoforza venire assecondate se si vuole sopravvivere.Il vino è stato, impropriamente o no, non saprei, accostato all’Arte. Certo è che l’arte permette la rivalutazione (o l’oblio) delle opere nel futuro da parte dei posteri, il vino invece necessariamente ha bisogno di essere apprezzato in un arco di tempo relativamente breve. In caso contrario si potrebbe dire che è quasi destinato a non essere mai esistito.

  7. Buon giorno a tutti, scusate il ritardo, ma la giornata di sole mi ha portato verso la vigna.
    Sapevo di toccare un dente dolente, e nel farlo ho voluto generalizzare proprio per evitare prese di posizione verso tizio o caio, mentre in realtà è tutta la struttura a dover fare mea culpa.
    Il problema di fondo è per me riscontrabile in una sorta di omonimia che coinvolge tutti i risultati della trasformazione alcolica delle uve chiamandoli tutti vino.
    Che si tratti di splendidi prodotti tecnologicamente avanzati o futto di empirica passione, si parla solo di vino; basterebbe dare importanza al termine agricolo piuttosto che commerciante o industriale, senza nulla voler discriminare sulla qualità, ma sulla filosofia di produzione si.
    Rispondendo a qualche vostra puntualizzazione posso dire che il vero problema della comunicazione è stata l’orda di improvvisati, meglio pletora di sanguisughe, che si sono attaccati ad una moda in forte espansione, e lo stesso problema, inverso come risultato, si ha avuto in chi avendo negli anni costruito un piccolo feudo di comodità e perchè no interessi, non lo vuole aggiornare per paura di vedersi prevaricato.
    C’è un fantastico libro in francese, scritto a più mani, che svela molti segreti: le mond du vin: art o bluff.
    Il problema è che per chi lavora seriamente nel vino, di bluff c’è bn poco

  8. Tutto quello scritto da Filippo è assolutamente vero, ci sono un paio di domande/osservazioni che mi sorgono…abbiamo sempre sentito la frase: “la pubblicità è l’anima del commercio” quindi, come fare per pubblicizzare un prodotto??? come faccio leggendo una guida a capire che l’etichetta che mi propongono è un buon vino o è “marchetta”???…io sono una semplice appassionata, penso che ci siano vini fatti bene (e questi possono piacere o non piacere) e vini fatti per esere venduti. E’ solo amando il vino, non fermandosi al primo sorso, ma anzi volendo sapere cosa c’è alla spalle, il lavoro fatto in vigna, perchè uno stesso vitigno cambiando solo di pochi km cambia… è con la curiosità la voglia di sapere che le guide rimangono guide….io oggi leggo guide e riviste…ma solo bevendo il vino dò il mio voto!

  9. Ciao Giusy, in parte ti sei già risposta da sola, quando dici che dallo stesso vitigno a distanza di pochi km si hanno emozioni diverse; proprio la sopravvivenza di queste differenze anima e mantiene vivo il mondo del vino. La pubblicità deve esistere, ma a livello di produttore o di consorzio, se la guida si trasforma in contenitore di pubblicità allora cominciano i guai.
    Il produttore ha bisogno di farsi conoscere, non i cadere nelle mani di procuratori (l’es. calcistico calza) il cui unico interesse è la propria notorietà e guadgno.
    Il passaggio successivo, ma già in essere, è il clima da moviolisti che gli opinionisti stanno interpretando.
    Il vino va raccontato come entità esistente e frutto di scelte condivisibili o meno, ma non usato e distorto.
    Continua a bere vinio con la dovuta curiosà, la miglore autodifesa dal contagio dei fondamentalisti.

  10. Gen.mo Francesco Bonfio, concordo perfettamente con quanto scrive e rilancio su due argomenti: le categorie da lei elencate hanno storicamente il ruolo di tramite privilegiato tra produttore e consumatore con i quali mantengono rapporti diretti, umani; le categorie da lei descritte hanno la caratteristica, rispetto alle guide, di rischiare in proprio scommettendo sulla propria professionalità e sulla serietà dei produttori, si giocano faccia e portafogli.
    Gli altri, no.

  11. ..ma non ci sarebbe/c’è pericolo di ” contagio dalle guide” (dei ”potenti”..) x ”osti” e enotecari? Certo che nelle guide la differenza che c’era tra ”podere e podere”.. di una volta ,adesso è data tra ” entità di conto in banca ed entità di conto in banca”(dei ”non guidati”)..

  12. Tutto bello, tutto giusto, tutto nobile.
    E mi guardo pure bene dal difendere certe derive che, effettivamente, in qualche caso i “divulgatori” del vino hanno da tempo preso.
    Però, tutto questo sparare a zero sulle Guide…. Fino a qualche anno fa, quando le Guide “tiravano” veramente, nel senso che erano molto più acquistate e lette dagli appassionati, facevano comodo a tutti (produttori compresi) il lavoro e la funzione svolti dalle Guide medesime; oggi, invece, tutti bravi, puri ed idealisti. Mah…
    E’ chiaro, mi ripeto, che non tutto sia perfetto o accettabile, però continuo a ritenere che il ruolo di divulgazione delle Guide sia importante, perché permette al consumatore di conoscere tante realtà, anche piccole, che altrimenti non avrebbe mai avvicinato, spingendolo ad assaggiare, provare, sperimentare. Poi, come diceva giustamente Giusy, saranno la curiosità e la voglia di sapere che fungeranno da faro sicuro per l’appassionato, che attraverso la sua esperienza riuscirà a comprendere l’affidabilità dei vari “divulgatori”.
    Saluti.

    M. de Hades

  13. Bonfio@ e Parmigiani@: infatti enotecari, osti e ristoratori dovrebbero essere il target privilegiato di una buona comunicazione – possibilmente senza vistose soluzioni di continuità – da parte di consorzi e/o (a seconda di dimensioni, situazioni, opportunità) da parte di gruppi di produttori o singoli produttori (questi ultimi, qualora l’investimento fosse rapportabile agli obiettivi).
    Ma – come mi diceva un giovane amico che si occupa proprio di comunicazione nel settore vino – pochi produttori ci credono davvero, soprattutto pochi la considerano un INVESTIMENTO. Naturalmente l’investimento deve essere proporzionato agli obiettivi; le regole suggeriscono che i ‘costi’ (come ci si ostina a definirli nel settore, in Italia) dovrebbero incidere non oltre il 4-5% del fatturato in obiettivo.
    Naturalmente parlo di comunicazione, in senso lato, ma non di marchette pagate a personaggi la cui professionalità è molto – come dire – sfumata.

  14. Gent.mo De Hades, ha perfettamente ragione, usando il condizionale, a proposito del ruolo importante delle guide come veicolo di promozione dei vini. Purtroppo, come lei stesso dice, la tanto improvvisa quanto remunerata notorietà ( vale per guide e produttori) ha portato a godere dei risultati dell’immediato senza tener conto del dove la strada intrapresa avrebbe portato. La libertà di opinione, anche sui vini, è sacrosanta, come la libertà di guadagno lecito sulla pubblicità e sulla divulgazione; la mia era una riflessine sulle conseguenze che i monopoli di nicchia possono comportare.
    Comparire su una guida deve essere una scelta del produttore, sottomessa alle caratteristiche decise da chi redige la stessa; tutto qui, libertà di partecipazione, leale , anchese intressata, informazione.
    Quando non persiste questa semplice e banale premessa, si innesca il pericoloso vortice che ho già descritto.

  15. Non so, Parmigiani, se sono d’accordo sul fatto che apparire su una Guida debba essere una scelta del produttore. Sarebbe un po’ come se, con tutti i distinguo del caso, la pubblicazione delle recensioni di libri o film dovesse essere autorizzata dagli autori.
    Tornando ai prodotti “alimentari”, se uno decide di proporre al pubblico, mettendolo in commercio, un suo prodotto secondo me dovrebbe accettare poi di essere sottoposto a critica (positiva o negativa, ma sempre motivata) sul valore del prodotto stesso; e la selezione operata dalle Guide è in qualche modo una funzione divulgativa, ma anche di critica.
    Certo non può in alcun modo esserre accettata l’affermazione di chiantigiano qualunque quando scrive:
    “..la differenza che c’era tra ”podere e podere”.. di una volta ,adesso è data tra ” entità di conto in banca ed entità di conto in banca”(dei ”non guidati”)..”
    Ecco, così scrivendo rischia di apparire non tanto un chiantigiano qualunque, quanto piuttosto il solito qualunquista. Non mi sogno nemmeno di entrare nel merito della veridicità di tale affermazione, però un altro sport nazionale che andrebbe abbandonato è quello di continuare a lanciare accuse senza fare nomi e senza citare dati precisi (come fanno, appunto, i qualunquisti da bar sport). Lungi da me fare l’avvocato delle Guide, però se qualcuno sa ed ha le prove che sulle Guide si entra e si è premiati in funzione dell’entità del conto in banca e quindi (almeno così presumo dalle parole del chiantigiano) dell’obolo ad esse versato, allora, se ha interesse a farlo, esponga nomi e fatti. Altrimenti smettiamola con questa tiritera, perché, se analizziamo bene tutti i risvolti, le Guide e, più in generale, il giornalismo enoico, con tutto il battage creato negli ultimi lustri intorno al vino, hanno fatto decisamente più bene che male ai produttori.

  16. Gentilissimo M.de Hades ,ebbene sì,sono uno qualunque…sono uno che non ha pagato mai un euro (o meglio anche una lira visto che ”il sistema” di pagare ”per entrare nella guida”c’era già al tempo della lira..!) mi chiami pure ”qualunquista” visto che è normale e opportuno farsi ”raccontare ”anche per quelli che non siamo..farsi conoscere x delega di noti editori e non per quelli che siamo…grazie x avermi fatto dire quello che penso..da uno qualunque,chiaramente.. le prove..?ma provi pure lei a presentare un prodotto ..e vedrà cosa le chiedono…!

  17. Gentile signor chiantigiano,
    non dico che lei affermi il falso. Dico solo che, quando si fanno denunce, queste devono essere circostanziate, altrimenti non si fa altro che alimentare un circolo vizioso di chiacchiere.
    Ed anche le chiacchiere contribuiscono ad alimentare i “lati oscuri” del sistema di cui qui si parla o, meglio, si vocifera.
    Lei è un produttore?
    Ha provato a presentare un suo prodotto a qualche Guida o rivista e le è stato chiesto qualche emolumento in cambio dell’inserimento o della pubblicazione?
    Allora faccia il nome della Guida/e o della rivista/e e ci racconti i dettagli e le circostanze.
    Non si può fare crociate morali contro il malcostume attraverso il malcostume medesimo.
    Se, invece, i fatti sono certi e comprovati la cosa è decisamente più interessante e, soprattutto, meritevole di essere dibattuta.
    Saluti.

    M. de Hades

  18. Ziliani, con me sbaglia proprio bersaglio.
    Frequento anche il suo blog, ma non difendo certo le insinuazioni e la credibilità di chi le solleva.
    Ma è forse meglio finirla qui, non sarebbe carino venire a casa sua a far polemica.
    Resta il fatto che le accuse vanno circostanziate, altrimenti perdono di serietà.

  19. …riconosco”le mie colpe”…non bisogna fare di ogni erba cattiva un fascio…sicuramente ”ci saranno ”guide che non chiedano”(personalmente non le conosco..) ;però da piccolo produttore…da diversi anni non sono mai venute ”x caso ”o per meglio dire ”a sorpresa”guide che volevano veramente inserirti ”spontaneamente”,con i tuoi ”PREGI o DIFETTI”….eppure ACCANTO (al podere) NE SONO PASSATE (di guide)SULLA STESSA STRADA……..addirittura, talvolta nella loro cartina geografica,non solo non ti menzionano(pazienza!)…ma cambiano anche …la geografia del luogo… la toponomastica…

  20. …aggiungo ,gentilissimo M. de Hades,..quante volte ho visto”turisti x caso” con in mano un librettino..fermarsi davanti al mio cartello aziendale,sfogliarlo..e dire ..”ma voi non ci siete”,oppure :voi non esistete..talvolta meravigliati e spesso pronti per ripartire x ” mete guidate” …)..oppure degli inglesi ”persi” un giorno mi misero in mano una guida perchè cercavano ”un castello vinicolo” sinceramente anche io non riuscivo a capire dove ero..nonostante che tutte le strade della toscana portassero al castello in pochi km !

  21. Come degustatore (senza nessuna pretesa) non mi scandalizza l’idea che enocritici del vino possano avere opinioni diversissime sullo stesso vino/cantina:mettere daccordo l.m. e Ziliani ho l’impressione sia come trovare un punto di incontro tra un amante della cucina fusion e un devoto dell’Artusi: e’ gia’ tanto che non si sparino addosso appena si vedono! Pero’ mi “scandalizza” l’assoluta arbitrarieta’ (e qui ci metto anche Ziliani) delle opinioni di quasi tutte le guide del vino: “questo vino vale 3 bicchieri (o 3 stelline,o 4 fiorellini ecc.. ecc..) perche’ …perche’ lo dico io!”. Allora perlomeno il “teribbile” l.m. ha messo le carte in tavola dicendo che per lui il non plus ultra e’ (ad esempio) il Barolo ultradenso (33/33)-ultraneutro (idem)-e profumatissimo. Se poi il Barolo e’ tutt’altro, almeno lo so senza nemmeno assaggiarlo e posso stare ben lontano da un polpettone valutato 99/100 (a meno che i gusti di lm. coincidano con i miei). Ma se chiedessi a lei Ziliani “perche’ ritiene il Gattinara Tal de’ Tali nettamente migliore del Gattinara La Qualunque?” al di la delle aggettivazioni piu’-meno (“perche’ e’ meno polposo,piu’ bevibile,il tannino e’ piu’ avvolgente,e’ piu’ profumato ecc”) non mi fornisce (ripeto: da semplice rappresentante del popolo bue,che pero’ e’ quello che alla fine oltre a leggere le guide magari le compra anche…) dei parametri oggettivi (se non occasionalmente: “il Gattinara 1999 ha una tannicita’ maggiore del Gattinara 2004”, il che presuppone che io debba almeno aver assaggiato il 2004 per capire se il 1999 mi potrebbe piacere o no). Ziliani e’ un po come se a lei dicessi “la mia automobile va piu’ veloce della tua e consuma meno” lei mi chiedesse “bene quanto fa di velocita’ massima?” e io le rispondessi “Ma come! Sono Sergio Marchionne! Se non ne capisco io di automobili chi ne capisce allora?” Vero,se non ne capisce Marchionne! Ma l’automobile nuova sulla base di un consiglio del genere non la comprerei: piuttosto vado da uno che mi fornisce altri parametri (velocita’ da 0 a 100 km/h,o “fruttuosita’” nel caso del vino,qualunque cosa significhi) ma che mi permette di fare un confronto (se per me il Gattinara ‘De Tali 2004 era gia’ troppo tannico per i miei gusti di eno-incompetente,poniamo 7 in una scala da 1 a 10, e lei mi dicesse “il Gattinara 1999 ‘De Tali e’ piu’ buono PERCHE’ ha una tannicita’ 9,io so gia’ che non mi piacerebbe,a costo di passare per eno-quaqquaraqua’!) Uno sforzo di “confrontabilita’” in piu’ sarebbe piu’ che benvenuto credo da parte di chiunque. Saluti!

  22. Buona sera, leggo solo ora gli aggiornamenti, per fortuna da tempo faccio parte di quella categoria di uomini fortunati che lavorano in vigna e in cantina.
    Mi spiace che il discorso si sia portato sulla mezza polemica, non era questo lo scopo dell’articolo, piuttosto evidenziare come da servizio l’informazione sia degenerata in condizionamento. Colpa dei miei colleghi che hanno scelto la strada facile per arrivare in alto; ripeto, quando poi in alto si è n troppi qualcuno lo si deve buttae giù.
    Ha ragione De hades nel dire che le guide serie possono citare produttori anche senza l’espressa volontà, ci mancherebbe, altrimenti non esisterebbero le recensioni, il mio disappunto è per la svilente rincorsa che molti produttori operano verso le guide, e per le false promesse che queste lasciano trapelare di prosperosi ritorni commerciali.
    Il picco, facendo un banale esempio riguardante la guida dl gambero, si ha paradossalmente l’anno in cui si perde un bicchiere, da tre si passa a due, il prezzo cala, e la gente compra per vedere se meritava di perdere il vertice.
    Per quanto riguarda la correttezza delle guide, senza generalizzare, si è visto in passato come era gestita la logica delle degustazioni, e mi soffermo solo sul fatto che nessuna fra loro abbia mai precisato che quanto recensito e degustato era liberamente ( anche s non sempre gratuito) inviato dai produttori, quindi espressione non del territorio ma di una porzione interessata per numeri ad apparire; stessa pecca a livello delle degustazioni.
    Che poi i degustatori di una guida abbiano riferimenti qualitativi differenti da altri è scontato, anzi basilare; che si voglia imporre quei parametri come unici no.
    Taccio sul resto per evitare polemiche, ma sappia che non è un mondo spinto da slanci no profit, e dove il profitto deve essere soddisfacente, l’occhio di riguardo a chi lo garantisce non lo si nega.

  23. @Michelangelo. Chi interviene su questo blog conosce abbastanza i gusti di FZ.; e anche i criteri a cui si ispirano. Non tutti li condividono e ogni tanto ci si imbatte in battibecchi tra il ‘nostro’ e qualcuno che diverge.
    Mi sembra tuttavia importante sottolineare che FZ, quando ‘emette’ giudizi lo fa perché ci crede e non perché è obbligato da alcunché – nemmeno per amicizia -.
    Non sono molti i giornalisti di questo settore (ma potremmo parlare anche di altri comparti)capaci (e liberi) di prescindere da interessi di varia natura. FZ non è il solo, naturalmente: è forse il più diretto e meno formale…

  24. …diamo le stelle ..o..”le penne” anche alle guide ..:”le più..” avranno di più…il problema è chi le darà!….qualcuno ..”ci rimetterà le penne..”?

  25. Mi sembra che l’intervento di Michelangelo sia emblematico dello scollamento che esiste (ed è sempre esistito!) fra consumatore finale e critici. Questo intervento mi consente di riaffermare il primato dell’enotecario e del ristoratore rispetto alle guide, per quanto attiene al suggerimento del vino a chi lo vuole bere. Forse si pensa, sbagliando, che in enoteca o al ristorante vadano solo esperti di vino. In effetti, fortunatamente, vengono persone normali per i quali il vino non è la ragione della propria vita ma semplicemente un gradevole accompagnamento ad un pasto.
    E sta alla capacità dell’enotecario/ristoratore far stare bene il cliente proponemdogli una bottiglia adatta a quel momento, a quel cibo, a quella situazione. Tutte cose che nessuna guida può fare. Insomma, l’utilità di una guida è pari a qella dell’elenco telefonico e con l’avvento di internet ha perso gran parte di questa utilità nella stessa misura in cui l’ha persa il vecchio elenco telefonico.
    La “confrontabilità” auspicata da Michelangelo si può ottenere solo con il confronto personale fra chi il vino lo suggerisce e chi il vino lo vuole bere.
    In seguito, con una maggiore esperienza ed una maggiore conoscenza, il consumatore sarà in grado di valutare se le suggestioni che Franco Ziliani o Stefano Caffarri (www.appuntidigola.it) o Luca Maroni trasmettono con i loro scritti si avvicinino o meno a quanto è nel bicchiere.

  26. Gentile Michelangelo, ha ragione quando parla di parametri, e ha purtroppo ragione quando dice che LM è l’unico, o quasi a darli.
    Non mi trova in accordo su due cose: la prima definire LM un degustatore; è istrionico, comunicatore, commercialmente valido, ma di un vino capisce se è già rappresentato da altri o merita un procuratore.
    La seconda su Franco Ziliani, e non in quanto ospite del mio articolo, ma in quanto persona di riconosciuta esperienza e di grande coerenza degustativa.
    Nelle guide è facile mettere una pagina di cappello in cui si specificano i capitolati in base a cui si giudicano i vini e in base a cui poi i fessi li producono e i dementi li comperano; nelle recensioni quotidiane questo non è possibile, emerge invece dalla coerenza dei commenti e in questo Franco non ha niente da imparare.
    Mi ripeto nel dire ch l’articolo voleva porre una serie di domande, a mioavviso importanti sul rapporto comunicazione/produzione/consumo, nel caso i vini ma i ristoranti sono nella stessa melma, e non dare il via a querelle personali.
    A pensarci bene però se l’utenza dei blog è la stessa delle guide,che si incolla al grande fratello e non vive senza amici, e che se una terza persona non gli dice cosa fare non è in grado di prendere alcuna iniziativa, una vera ameba, allora la mia riflessione non può che ceare fastidio.

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