E lasciateci divertire! Gli enologi “creativi” chiedono ancora libertà di “sperimentazione”…

Leggo sulla notizia quotidiana di ieri, diffusa da un sito Internet di Montalcino, questo stralcio, intitolato “Vino italiano, viva la tradizione” all’intervista ad uno dei più noti winemaker italiani”, Riccardo Cotarella. Il Michel Rolland italiano, uno che ad esempio arrivato in Salento come consulente di alcune aziende, note e meno note, ha avuto la “bella pensata” di far piantare loro Petit Verdot, Cabernet e Merlot, per liberararsi della “schiavitù” del Negroamaro, afferma: “Però non dobbiamo essere solo portatori di consuetudine, dobbiamo sperimentare tanto. Solo la conoscenza porta al miglioramento e a capire come un tipo di uva può essere lo strumento che esprime al meglio un territorio”.
Bene, mo’ si spiega, con l’ansia di sperimentare e di “conoscere” il territorio, di non arrendersi al “tran tran” della vita, ma che dico, del vigneto e dei vini tradizionali, magari quelli ostili al rinnovamento il cui perimetro è delimitato da quelle autentiche “palle al piede” che sono i disciplinari di produzione, quello che può essere successo in alcune zone vinicole, tipo Montalcino. Zone dove giusto nel nome della “sperimentazione” si sono fatte le cose che hanno portato a Brunellopoli…
Il poeta futurista Aldo Palazzeschi, giusto cent’anni fa, chiedeva “e lasciatemi divertire!”, i winemaker “creativi” nel nome della stessa libertà di divertirsi “pazzamente, smisuratamente”, chiedono, ancora nel 2010, di potersi “sbizzarrire”.
Cari consumatori, amici del vino vero, di fronte alla loro solenne faccia di tolla, alla loro spudoratezza, cosa aspettiamo, a prenderli come si meritano, con piglio futurista, a pernacchie?
Buona Pasqua a (quasi) tutti!

0 pensieri su “E lasciateci divertire! Gli enologi “creativi” chiedono ancora libertà di “sperimentazione”…

  1. Ciao Franco, da amico intenditore sei riuscito a servirmi uno splendido assist anticipando l’argomento di un articolo che ti avrei mandato nei prossimi giorni, col quale vorrei provare a gettare nella mischia una forte riflessione sugli enologi e sui vini “da capitolato” che stanno dominando i mercati e non solo.
    Goldoni scriveva dell’Italia dei geometri, qui è da scrivere dell’enologia degli enotecnici ( senza nulla togliere alla capacità degli stessi) e dei vini “take-away” sempre pronti alla beva e con data di scadenza.

  2. ..scusatemi ”l’ignoranza”,fatemi capire .. da capitolato inteso come vino fatto fare, ”previo capitolato,..( anche in appalto e/o sub-appalto)”,oppure vino ”che sta… capitolando”..?

    • direi entrambe le cose: vino prevedibile, vino sempre uguale a se stesso, vino da bigini del vino e vino noioso che sta “capitolando” perché ha francamente stancato i consumatori..

  3. Hai dato la definizione perfetta, bottiglie che filosofeggiano alle eleganti, raffinate, magari domotiche villette a schiera.
    Sembrano fatti con lo stampino, ogni bravo tecnico modifica leggermente il suo, e lo stampa in ogni occasione.

  4. Caro Franco,
    proprio stasera essendo in vacanza nel cuore del Chianti nella mia settimana italiana dopo tanto tempo mi sono recato in un ristorante qui a Greve di nome “Casprini da Omero”, un ristorante di quelli genuini con la cucina di un tempo… il proprietario Nando dopo cena ci ha accompagnato a vedere la sua “cantina”, lo metto tra virgolette perchè penso di non aver mai visto niente del genere… 32000 bottiglie suddivise in 3 stanze in un ambiente saturo di vino, mosto e profumi di un tempo passato. Abbiamo scambiato due chiacchere e parlato proprio della perdità di identità del vino attuale, in particolare il Chianti che nel corso del tempo si è trasformato per essere sempre più vicino ai vini internazionali ed internazionalmente bevuti. Nando rimpiange i tempi in cui il Chianti era fatto con percentuali fino al 20% di uve bianche, quando in questa zona nelle vigne non esisteva nè Merlot nè Cabernet ed il Sangiovese aveva un’altra impronta ed un’altra potenza con il grappolo di 75 g invece degli attuali 500 g…
    E’ stato davvero istruttivo parlare con una persona di più di 70 anni che il vino lo beve, colleziona e lo vive da tutta la vita e difficilmente dimenticherò le sue parole quando mi ha detto: “Vedi giovane, il vino deve scivolare in bocca non impastarla. Di vino se ne poteva bere tranquillamente una bottiglia, anche se faceva 13 gradi, mentre del vino che fanno ora non se ne possono bere più di 2 bicchieri che sei già stufo. Ma le cose stanno per cambiare…”

  5. In un futuro mica tanto lontano secondo quella scuola ogni enologo avra’ “la liqueur d’expedition” di sua invenzione (qualche goccia da aggiungere ad ogni bottiglia, come i profumi), con il copyright, ma il vino a cui sara’ aggiunta diventera’ uguale per tutti, prodotto magari da un unico grande consorzio, uve piu’ “sane”, trattamenti chimici in grande stile, mica da contadinotti…
    E’ la stessa cosa che capitera’ in vigna. Tutto nebbiolo? Macche’: un filare di tempranillo qua, uno di petit verdot nella vigna del confinante a oriente, uno di cabernet in quella del confinante a occidente, uno di feteasca neagra in quella del confinante a mezzogiorno e via dicendo, ognuno aggiunge “creativamente” la sua impronta al terroir… cioe’ l’etichetta!
    Fatemi scendere che mi viene da vomitare.

  6. Tutto vero. Attenzione però a non demonizzare il “diverso” che fino a qualche tempo fà erano i vini veri, quelli di comoposizione autoctona, quelli espressione del territorio. Oggi, si è rovesciata la situazione e c’è il rischio che i vini “diversi” siano proprio quelli che risentono dall’impronta enologica, senza alcun rapporto con la tradizione. Io vorrei fare una riflessione sulla “moda” che può condizionare esageratamente il comparto proprio a danno della realtà oggettiva.

  7. Questa del grappolo piccolo e’ una chicca imperdibile! Ecco perche’ una volta quei vini erano così goduriosi… e se ne poteva bere di piu’ senz’altri problemi che andare a innaffiare il ciglio della strada ogni tanto! Sì sì che devi andare a trovarlo e scriverci pure un bel thread sul blog, così ci andiamo tutti!

  8. http://www.cdaomero.com/

    questi gli estremi per andarlo a trovare… 🙂 mi raccomando chiedetegli una visita nella sua cantina davanti al ristorante, con un pò di fortuna se l’oste è dell’umore giusto vi troverete catapultati in una macchina del tempo immersi tra bottiglie (tante) e racconti che non esistono più…

  9. ..in quel vino che”i casprini tratta”c’era la malvasia ,quella bianca ..se posso però trovargli un difetto ..è sull’olio ..secondo me non della zona..(come gran parte degli ”osti toscani”..)

  10. Stavolta ho letto velocemente, ma ho memorizzato solo un cosa”….prenderli a pernacchie”. Sono d’accordo! Oggi sulla base delle mie conoscenze e competenze, normali, perchè sono consumatore e non professionista, ho provato ad abbinare vini a cibo in giornata per tradizione solenne. Per la prima volta stappo e propongo un Grignolino con il primo piatto e un Supertuscan con il secondo (e se a Natale e per buona parte dell’anno a casa mia impera la Langa, concedo solo a Pasqua spazio alla Toscana). Il Grignolino prodotto seriamente in quel di Barbaresco per tradizione, in casa di chi potrebbe produrre un Nebbiolo ben più remunerativo, ha surclassato per anima, tipicità e bevibilità quel Supertuscan che doveva affiancare il piatto del giorno; e come un difensore volenteroso va all’attacco e segna il gol della partita, per essere banalmente cronocalciofili, il Grignolino ha messo in un angolo il Supertuscan, banale e marmellatoso, anonimo e legnoso. Nulla da aggiungere, anche con estrema bontà, non potrò più concedere spazio alle idee creative dell’enologo “…..=, ma solo spazio all’anima del vigneron che, per la tradizione e per il suo territorio, fatica per le uve che da sempre maturano nelle sue vigne e allieta le tavole di chi è sensibile e ama emozionarsi per un bicchiere di vin vero. All’enologo creativo dedico un “PPPPPPPPPPPPPRRRRRRRRRRRRRRRRRR”.

  11. Mi intrometto ancora pe una precisazione: il problema non è la varietà di una in sè, è l’aberrazione che ne è stata fatta. io adoro il Syrah e sono cresciuto enologicamente in hermitage, nella mia vigna ho impiantato quell’uva, anzi ho scelto il terreno più idoneo a esaltare determinate caratteristiche. Non me ne faccio colpa perchè è un vino atipico,vinificato in purezza per la mia gioia; e specialmente non pretendo di considerare una varietà “migliorativa” degradando storia, gusto, abitudine, ricerca,…..ad un ruolo secondari.
    Il problema a mio avviso è l’uso risolutore di tutti i problemi che si fa di certe uve e il non accettare che vini diversi dagli standard abbiano non solo un fascino particolare e ben più significativo, ma lo stesso diritto di esistenza e di procurare emozioni

  12. La mia riflessione è questa e riguarda solo il concetto moda:
    considerando che le mode sono dettate da un insieme di fattori che favoriscono certi comportamenti e acquisti, considerando che le mode per essere tali devono vivere una stagione, il rischio moda del vino autoctono è che poi a furia di parlarne alla fine si comincia a stufarsi.
    Ho sempre prodotto vini di territorio, utilizzando vitigni autoctoni, ma non vedo lo scandalo se qualcuno riesce a vendere vini prodotti con (ad esempio) il merlot igt. Amici produttori si stanno lanciando alla riconversione di vigneti piantati a merlot (solo 4/5 anni fa) e gli posso dar ragione, ma non gli do ragione se la motivazione è solo per la moda. Leggo quà e là che il merlot, il cabernet, non si vendono più. Ma questo non è forse perchè i prezzi di molti di questi vini erano esagerati o semplicemente perchè, oggi, il consumatore rischia di essere guardato storto se ne acquista una bottiglia ?
    Se poi producendo vini da vitigni alloctoni, aumentano gli spazi di mercato per i vini da vitigni del territorio e tradizionali, perchè chi produce i primi non produce i secondi… allora ben vengano i vini creativi!

  13. vorrei fare una piccola provocazione, non per difendere l’enologo famoso di turno (Riccardo Cotarella) che non ha bisogno del mio aiuto, ma per ampliare la discussione.
    Si fa tanto parlare di territorio, di come certe zone, vigneti, esposizioni…., marchino con un’impronta molto riconoscibile i vini che da essi provengono e poi, per magia si tende a deplorare quei vini frutto della fantasia e della sperimentazione dell’enologo. Allora vi chiedo: non è che quelle certe zone, vigneti, esposizioni…., non sono poi così vocati a far vino se non semplici soluzioni idroalcoliche? Vi sono numerosi esempi di vini toscani che niente hanno a che vedere con il sangiovese, ma odorano di Toscana fino all’ultima goccia, lo stesso dicasi per vini langaroli che il nebbiolo l’hanno visto soltanto nella botte accanto alla loro eppure, bevendoli in cieca, non si può non esclamare “langa!!!”.
    Poco tempo fa mi è capitata una bottiglia di bianco borgognone: una vera delizia, salvo poi scoprire che si trattava di un pinot bianco e non del classicissimo chardonnay. questo è territorio, dare un’impronta al vino a prescindere dall’uva con cui lo si fa quel vino.
    Ecco allora che in zone che poco marcano forse la fantasia (sperimentazione) dell’enologo possono fare la differenza.

    E poi aggiungo: siamo sempre sicuri che un vino da uve autoctone sia migliore di un vino da uve alloctone.

    La mia vuol essere solo una provocazione per cercare di vedere lo stesso argomento da una posizione diversa.

    Salute.

    • Chiaro, quando accenna a “vini toscani che niente hanno a che vedere con il sangiovese, ma odorano di Toscana fino all’ultima goccia”, vuole forse accennare ai soliti merlottoni o cabernettoni, o opulenti Syrah, prodotti a Bolgheri o in altre zoen della Toscana? Io della loro “toscanità” giuro che, da provinciale quale sono, non riesco a trovare traccia…

  14. no, Bolgheri la considero una cosa anomala, commercialmente un’intuizione vincente, ma il mio riferimento andava a vini come la ricolma o come il camalaione di podere le cinciole (provi tutta la linea e vedrà che dal chianti classico al camalaione, passando per il chianti classico riserva petresco c’è un filo conduttore che è dato dal territorio di Panzano, non dalla fantasia del produttore).

    In langa le avevo gia accennato tempo fa al Cabernet Bricco Appiani che fa il bravo Flavio Roddolo: lo provi e mi dica se non è Langa al 100% quella li.

    Ce ne sono altri di esempi validi, così come ce ne tanti altri di esempi non validi, ma il voler demonizzare l’esperimentazione soltanto perchè si sospetta che poi qualcuno chiederà un cambio del disciplinare mim sembra soltanto un processo alle intenzioni.

    • Chiaro, nessun processo alle intenzioni, ma processi (roba che sta facendo anche la Magistratura, a Montalcino ed in Chianti) a cose che sono state fatte e che non potevano essere fatte…
      Comunque, tornando ai vini che lei cita, non riesco tanto a sentire il terroir di Langa in un Cabernet Sauvignon piantato in terra di Barolo. Darmagi!

  15. lei va tante volte in langa, vada a Monforte da Flavio Roddolo e lo provi quel vino.

    Sul fatto della magistratura, beh è normale che se uno non sta alle regole debba risponderne a chi di dovere, ma se Cotarella va in Puglia a fare “vino fantasioso” e scrive in etichetta igt, dove sta il problema?

    • nessun problema dal punto di vista puramente legale, se produce Igt (i problemi ci sarebbero se, per ipotesi, utilizzasse quelle uve foreste per un Salice Salentino). Il problema é invece di opportunità e di identità: che senso ha produrre un taglio Cabernet Merlot Petit Verdot, come ha fatto in una Masseria bellissima che ho visitato e di cui é consulente, che nessuno si fila e di cui nessuno al mondo sentiva la necessità? Che si sbatta e si sprema e che si esprima sulle grandi uve autoctone di cui la magnifica terra di Puglia é piena? Magari senza produrre ridicoli Negroamaro definiti di “svinatura dolce”, come ha fatto da Leone De Castris…

  16. ” qualsiasi prodotto della terra importato e coltivto in questa terra dopo qualche anno è diverso dall’originale e sa di Sardegna”
    Esistono zone che realmente sono in grdo di modificare e caratterizzare i prodotti, ma sono veramente poche.
    Per lo più il famoso terroir che genera unicità è l’insieme delle diverse interazioni tra clima, uomo, terreno, vitigno; un merlot di Barbresco sarà ben diverso da quello di Bolgheri, ma non parla di Langa come il suo parente Nebbiolo.
    Il punto non è se sia giusto piantare e vinificare l’una o l’altra, il punto pericoloso è la tendenza a riconoscere come lecito, buono, meritevole, solo quello che le grandi firme e le onde di moda sponsorizzano in quel momento.
    Solo gli stupidi non cambiano mai idea, ma mi sembra che fra i volti noti si assista non ad un cambio di idee ma ad un balletto sulle musiche delle guide.

  17. Buongiorno Franco,

    permettimi di dissentire , ma non per difendere qualcuno o la mia professione , ma semplicemente per puntualizzare alcune cose . In Sardegna si coltiva un vitigno che non è sardo ma da dei vini splendidi , mi riferisco al nebbiolo di Luras . Quel vitigno sarà pur arrivato un giorno a Luras , e quel giorno non era certo già tradizione.Oggi lo è .In alcune zone d’Italia , gli ibridi (ora proibiti ) come il Clinton possono vantare più tradizione ( in fatto di età) di altri vitigni più ‘nobili’ come Muller Thurgau in Trentino ,oppure vogliamo parlare dell’uva Rossara e Negrara praticamente sparita dal Trentino che poteva vantare una tradizione ben piu lunga degli ultimi ‘nati’ nel mondo enologico. Il punto è un altro e cioe’ che dietro a tutte le ‘sperimentazioni’ ci stanno i giornalisti che scrivono (e fanno bene ) e divulgano non solo le cose buone e meritevoli di essere conosciute ma anche le amenità enologiche , che non vedrebbero neanche la sera del giorno in cui sono nate.Circa quarant’anni fa se memoria non mi tradisce ,P.G. Garoglio scriveva un articolo sul Corriere Vinicolo sempre se memoria non mi tradisce , sul ‘vino inodore, insapore ,incolore ‘ nel quale articolo erano evidenti le preoccupazione di questo personaggio del vino circa la massificazione , standardizzazione , appiattimento ,livellamento …..del vino , del gusto del vino.Poco tempo fa un importatore tedesco ,mi chiedeva , dopo aver assaggiato un vino , di invecchiarglielo ma non di passarlo in barriques.Assolutamente no barriques. La cosa mi ha fatto tremendamente piacere , perchè da sempre contrario allo snaturamento del vino con l’uso disinvolto del legno ( la barriques è tradizione italiana ?) ,ma sorge un altra domanda , se quell’importatore avesse chiesto di passare in barriques del vino che per tradizione non sapeva neanche cosa fosse la barriques ? sperimentavamo e vendevamo oppure ci ritiravamo sull’Aventino a berci il nostro vino che nessuno vuole ? Non dimentichiamo che molte volte l’enologo , attacca l’asino dove vuole il medesimo , dove medesimo sta per consumatore disorientato dalla pubblicità , dai mass media ,ecc…
    A scanso di fraintendimenti , io come enologo mi ritengo essere solo l’ostetrico del vino e nient’altro , aiuto solo a nascere , non mi sento assolutamente un chirurgo estetico del vino ma molte volte sono forzato da richieste indotte da articoli di giornalisti che di vino ne sanno quanto io ne so di arabo.

    Ciao Ci vediamo al Vinitaly.

    • Renato plaudo alla tua bellissima definizione dell’enologo come “ostetrico del vino” che si rifiuta di esserne il “chirurgo estetico”… bravissimo! Ci sono fior di wine maker che campano invece di plastiche, ritocchi, rifacimenti, blefaroplastiche enologiche ed i loro vini puzzano lontano un miglio di rifatto, come certe tette clamorose tanto sono fasulle…

  18. concordo con questa frase di Filippo Parmigiani:
    “Il punto non è se sia giusto piantare e vinificare l’una o l’altra, il punto pericoloso è la tendenza a riconoscere come lecito, buono, meritevole, solo quello che le grandi firme e le onde di moda sponsorizzano in quel momento.”

    A me se Cotarella decide di inventare un taglio astruso in Puglia, o chissà dove, poco importa, sarà la prova del bicchiere a farmi dare un giudizio, peraltro personalissimo, su quel vino.
    E se fosse un bel vino, ma non territoriale me ne farò una ragione perchè io non ci credo che tutti i posti in cui si fa vino siano veramente vocati, si pensi (giusto per creare un po’ di discussione) alla Franciacorta, terra di granoturco e tornerie, trasformata nel paradiso (ma quale poi?) delle bollicine italiane, io la vedo più come una riuscita operazione di marketing.

    • non condivido assolutamente il suo scetticismo “il chiaro”: la Franciacorta é veramente, più di qualsiasi altra zona vinicola italiana, ben più del Trentino e dell’Oltrepò Pavese “il paradiso delle bollicine italiane” metodo classico. Su questo non si discute, si tratta di una qualità condivisa e facilmente percepibile, non solo “una riuscita operazione di marketing” come la liquida superficialmente lei..

  19. @Ziliani:
    se un produttore decide di fare un vino che “che nessuno si fila e di cui nessuno al mondo sentiva la necessità” saranno ben affari suoi, vuol vedere che se il vino commercialmente non funziona in poche vendemmie le opportune modifiche verranno apportate, ma che sia il consumatore o il giornalista di settore a doversi preoccupare…..

    con questa altra frase invece non concordo: “Che si sbatta e si sprema e che si esprima sulle grandi uve autoctone di cui la magnifica terra di Puglia é piena”
    Io credo che l’enologo famoso di turno possa “sbattersi” per quello che meglio crede e non per quello che a noi sembra giusto.

    Vini “muscolosi”, Barrique, vitigni internazionali, concentratori, alcol sopra i 14°, lieviti selezionati, botti grandi, vitigni autoctoni (sarebbe meglio dire tradizionali), lieviti indigeni, biologico, biodinamico, vini veri, vini naturali, alcol basso….. sono tutte mode che come son venute se ne vanno, tigri da cavalcare in nome del mercato. A me fa semplicemente ridere che adesso andare al ristorante e ordinare un cabernet sauvignon sia quasi impossibile soltanto perchè imperversa da qualche anno l’autoctono, ma come, nel giro di 3/4 anni non esiste più un cabernet italiano meritevole di esser bevuto? Ma per piacere.

    Una domanda a tutti: ma la tradizione è statica o dinamica?

    • @ il chiaro: la lascio liberissimo di credere “che l’enologo famoso di turno possa “sbattersi” per quello che meglio crede e non per quello che a noi sembra giusto” ma non si stupisca poi se per queste sue libertà ridicole venga preso da noi consumatori a pernacchie. Di un Petit Verdot del Salento possono sentire il bisogno solo certi winemaker dalla filosofia ormai superata e al capolinea (non i loro conti in banca però), non i consumatori attenti che pretendono sempre più vini con una precisa origine e riconoscibilità. Quanto all’ordinare un Cabernet Sauvignon al ristorante nessuno vieta di continuare a farlo, se la cosa garba anche se imperversa quella che lei chiama la “moda” dell’autoctono…

  20. Non vorrei spostare il problema, ma mi pare che la base sia la garanzia di diritto di esistere di qualsiasi vino (frodi escluse) e che il punto dolente sia chi vuole cavalcare a scoppio ritardato strade alternative solo per pochi riconoscimenti in più e per una mera promessa del commerciale.
    Da enologo mi stimola l’idea di sperimentare, di provare, di vedere se poi piace; non mi piace cavalcare la moda, la lascio a chi è più capace di me nella produzione di un prodotto ripetibile.
    Altro problema è il tempo, i primi risultati di una prova, vigneto a parte, si colgono magari dopo una decina di anni; andare sul sicuro sulle prove di altri fa guadagnare tempo, fatica, soldi.

  21. “(…)non i consumatori attenti che pretendono sempre più vini con una precisa origine e riconoscibilità.”
    Ziliani il punto è proprio questo: il territorio veramente vocato, se in cantina non si è troppo interventisti, lascia il suo timbro anche sul perfido petit verdot.
    Questo è il concetto base che a me pare importante.
    Un territorio viticolo vocato non teme cabernet, syrah e altre amenità.
    In Borgogna nello spazio di qualche centinaia di metri si possono avere diversi cru e ognuno con delle peculiarità diverse che si riscontrano nel bicchiere nonostante si parli di pinot nero/chardonnay per ognuno di essi.

    Sulla Franciacorta cosa vuole che le dica? Io ci vivo in Franciacorta, assaggio e riassaggio infiniti Franciacorta, ma alla fine, se devo restare in Italia compro Trentino, Alto Adige e da un po’ ho cominciato pure con l’Alta Langa che seppur con pochi rappresentanti sta sfornando dei bellissimi spumanti, su tutti Germano Ettore; ma lungi da me l’idea di volerla convertire al mio credo

    • contento lei nel ruolo di nemo propheta in patria… Che in Trentino, Giulio Ferrari e Perlé di Ferrari a parte, e la “riserva del Fondatore” di Letrari, nonché gli altri suoi Trento Classico, ci siano “bollicine” migliori che in Franciacorta mi sembra un giudizio veramente personale, se non stravagante…

  22. guardi a me piacerebbe poter dire ad alta voce che come in Franciacorta non ce n’è per nessuno, ma basta mettere qualche bottiglia a confronto e l’evidenza del bicchiere vince su qualsiasi opinione.

    In Trentino c’è pure Balter, ci sono le vecchie annate con sboccatura recente di Zeni, il methius di dorigati, l’altemasi di cavit, la riserva dell’istituo agrario di san michele, maso martis, l’abate nero, pojer e sandri,…. in alto Adige direi che Haderburg sia una certezza, ci sarebbe poi tale Martini Lorenz, enologo di Niedermeyer se la memoria non mi inganna, che fa cose meravigliose.

    • prendo atto, ma al mio elenco di trentini metodo classico notevoli aggiungo solo i vini di Pojer e Sandri. Sugli altri, ad iniziare dal vino che qualcuno ha premiato come migliore metodo classico dell’anno, sono molto scettico…

  23. Mi intrometto brevissimamente in questa discussione per dire che “il chiaro” non ha tutti i torti in linea di principio. In Alsazia, ad esempio, da molto tempo Marcel Deiss ha affrontato l’argomento dell’indentità del terroir a prescindere dal vitigno, creando assemblaggi di diversi vitigni alsaziani sullo stesso cru. Vi sono, però, due problemi pratici:
    1) i terroir che davvero danno una impronta così marcata da prevalere sul vitigno sono al mondo veramente pochissimi (e non credo che Langa o zone della toscana siano fra questi).
    2) lo stesso Marcel Deiss fa questa operazione utilizzando solo vitigni alsaziani, non certo piantando in alsazia vitigni di altre zone francesi.
    Andrei quindi molto piano nell’affermare facilmente la superiorità del terroir nel “marcare” un vino poiché il vitigno è nella stragrande maggioranza dei casi parte integrante del concetto stesso di terroir.

  24. E mi intrometto anch’io incoraggiando “il chiaro” nel suo bere bene gli spumanti trentini ed altoatesini. Amo la Franciacorta, ma sono cresciuto col duca Denari e a Ferrari, quando il Franciacorta ancora doveva farsi una strada e siamo tutti molto soddisfatti e orgogliosi che se l’e’ fatta. Bello questo scontro fra giganti, entusiasmante… vuoi vedere che ne nascera’ qualcosa?

    • non credo proprio possa nascere alcunché, Mario. Pur con tutto il rispetto per il Duca Denari e La Versa d’antan (oggi l’amico Corrado Cavallo sta provando a rivitalizzare questo antico marchio, ma é un’impresa ardua…) e con la giusta ammirazione, ma solo per i prodotti top, per la Ferrari di Trento, la Franciacorta, piaccia o no al nostro interlocutore, viaggia ad anni luce di distanza dai competitors italiani nel campo delle bollicine metodo classico.

  25. Non dirlo a me, che sto promuovendo alla grande il Franciacorta in Polonia, con l’aiuto di chi ben sai e chi ti abita pure vicino, ma sai, sono un po’ piu’ vecchio di te e ricordo perfettamente gli anni in cui Contratto e Martini, ma anche Santa Maria la Versa e Ferrari al Franciacorta facevano i baffi spesso e volentieri e poi comincio’, con mio grande sollucchero, Monterossa e fu tutto un paradiso…
    Lo stesso avvenne per i Martinotti-Charmat, ricordati che la rinascita avvenne a cominciare dai Cesarini Sforza, di cui era enologo Bruno Trentini. Lo so che il Franciacorta e’ come l’Inter, anni luce di distanza dalla Roma e dal Milan, eccome se non lo so, eh?

  26. Come non dire la mia ! Anche perchè coltivo vigne a poche migliaia di metri di distanza del “passo dei pecorai”, dove si trova Casprini da Omero, invocato in uno dei commenti iniziali. Dire che oggi i cloni di sangiovese danno grappoli da 500gr. mentre in passato ne davano da 75gr. è una schiocchezza galattica e forse sarebbe più corretto dire il contrario.E’ questo il motivo per cui si è ricorso a quello che si erano sono definiti vitigni migliorativi ,oggi in maniera del tutto impropria,ma se in passato questo aveva un senso era proprio per questo.

    Non sono d’accordo con Corrado Dottori, che peraltro stimo molto, che dice che i vitigni sono più influenti del territorio di origine nelle Langhe ed in Toscana. Dipende come questi vengono allevati e vinificati.Spesso i vitigni alloctoni sono stati usati come alibi per giustificare risultati altrimenti impossibili sdoganando di fatto chissà cos’altro. Il Merlot, il Cabernet ed il Syrah ormai sono vitigni tipici del Chianti, chiedete a Briscola che viene da Marte e che ha una visione più distaccata ! : non sono vitigni tradizionali chenessò il teroledego rotaliano ed il Cesanese nel Chianti, mentre lo sono anche il Primitivo ed il Montepulciano d’Abruzzo per altri motivi (storici).Se ve lo potete permettere poi provate una bottiglia del Merlot del Castello di Ama e poi provate a negare che vini come questo, ma c’è ne sono molti, sanno innegabilmente di “Chianti”, con la loro matrice tannica inconfondibile.D’altra parte se il territorio non è fondamentale nel profilo organolettico del vino che valore può mai avere un terroir ?

    Il vino, secondo me, deve essere espressione spontanea, inteso senza troppa manipolazione in cantina, di quello che la vigna naturalmente fornisce.Deve essere buono, possibilmente deve potere maturare anche a lungo. Il vino poi deve potersi vendere, a sostegno di tutto,perchè altrimenti finisce per essere qualcosa di assolutamente inutile. E sterile.Saluti

  27. @Cristiano Castagno. In realtà il tema, lo ammetto, è molto complesso e difficilmente riassumibile qui. Non intendevo dire che il terroir in langa o in chianti non conti. Intendevo dire che i luoghi dove davvero il suolo è così preponderante che si può quasi prescindere dal vitigno sono molto molto pochi. Penso a certi cru alsaziani o della mosella, a certi bordolesi, a chateauneuf-du-pape: zone dove infatti sono impiantati più vitigni diversi che concorrono all’idea di vino in questione. Laddove vi è una più netta integrazione fra vitigno singolo e terroir (grandi crus di Chablis, Poully, Borgogna, Langa) il terroir è espresso dal suolo attraverso quel vitigno privilegiato: non si tratta di minore importanza del terroir, anzi. Semplicemente quel vitigno insediatosi negli anni è il miglior “traduttore” dell’espressione territoriale.
    Sulla Toscana non riesco ad esprimermi, per varie ragioni, anche perché è un’area vastissima e bisognerebbe ragionare in termini di micro-areali. Certamente su certi terreni del Chianti Classico il Sangiovese è assolutamente più espressivo di tutti gli alloctoni. Con tutte le eccezioni del caso. Ma credo che non si possa arrivare agli estremi alsaziani dove sul medesimo cru gewurz, pinot bianco e riesling assumono tonalità similari.

  28. @ corrado dottori: infatti io non parlo di terroir (uomo+terreno+clima+vitigno), ma di territorio. Va da se che poi ci sono uve più adatte a certe zone (nebbiolo-langa, sangiovese-chianti), ma non si può negare che certe zone “forti” marchino pure il cabernet e il syrah senza tanti problemi.
    Qualche esempio l’ho fatto, altri ne son venuti fuori, giovedì comincia il vinitaly, provare per credere.

    @ ziliani: la franciacorta viaggia ad anni luce soltanto perchè è riuscita a far sistema (operazione di marketing). E’ risaputo che molti produttori franciacortini sono industriali che (giustamente) hanno un occhio ben orientato al mercato, ma la qualità non è data solo dal numero di bottiglie vendute.
    i trentini non hanno la forza di impatto dei Bresciani soltanto perchè poche aziende producono praticamente il 90% delle bottiglie di spumante e non hanno quindi l’interesse a trainare i piccoli artigiani come Blater o Maso Martis.

  29. Gentilissimo Ziliani..ha visto come siamo messi qua in chianti?..”abbiamo allargato gli orizzonti ampelografici”… montepulciano ,barbera,primitivo,ecc …”poeri noi”!! (e bene loro per ”maghi e stregoni”)..forse dopo la battaglia sull’etilometro..ne occorrerà una sul chianti,per ”quello vero”!

  30. Sì, la scelta di affidarsi ad un Flying Winemaker (…sì chiamano così mi pare) pagandolo tanti soldini e sperando di guadagnare, in questo modo, il successo commerciale dell’azienda é una scelta senz’altro scellerata ed, ormai, anche in generale controtendenza. Nel Salento poi é ancora più scellerata, dal momento che le uniche chances di successo (anzi: a mio parere, di sopravvivenza) sono legate alla stretta ortodossia dei negroamari e dei primitivi in purezza, dei Salice e dei Copertino fatti bene, a buon prezzo e senza fronzoli. Altro questa terra non può dare. Le aziende del Salento che gigioneggiano con le barriques e con lo chardonnay o chi pensa posta bastare il suffisso -aia per far apprezzare le sue bottiglie potranno forse fare leva solo nel breve periodo sulle torme di eno-analfabeti che vanno in visibilio per l’artificiale e “resettante” aroma di vaniglia artificiale o per il noioso frutto rosso del cabernet, ma poi anche gli eno-analfabeti scopriranno prima o poi che ci sono cabernet-sauvignon del bordolese o Borgogna base da comprare alla Metro o su internet a quattro soldi e che sono a volte sono pure tanto buoni, e allora saranno dolori per chi nel Salento ha pensato di avere successo vendendo fumo. Già ci sono le prime avvisaglie!
    Ciò non toglie a mio avviso che chi AGGIUNGE nuove opportunità senza sostituirle a quelle tradizionali, non fa male a nessuno: in altre parole a me il Darmagi piace tanto, e non succede nulla se questo prodotto viene offerto a fianco del tradizionale e ottimo Barbaresco. Se Gaja decidesse di non fare più Barbaresco per fare solo Darmagi, giudicherei la scelta sbagliata (così come giudico in effetti male il declassamento dello Sperss e via dicendo….).
    Sulla Franciacorta mi trovo d’accordo con chi preferisce l’Alto Adige: non ho ancora bevuto un Franciacorta che mi faccia godere come l’Haderburg, allo stesso prezzo e metto l’Haderburg 1997 molto più in alto anche rispetto al Giulio Ferrari. De gustibus…….
    Un caro saluto a tutti Voi.

  31. a questo punto è lecita una domanda: è giusto vincolare la produzione al territorio?
    per me sarebbe più equilibrato lasciare la libertà di operare, nel rispetto del territorio e delle singole scelte.
    Chi produce sulla tradizione del territorio è giusto che rispetti i dettami dello stesso, chi nello stesso territorio decide di produrre altro, non deve spacciare per tipica la sua produzione e specialmente deve rispettare la produzione storica non “inquinandola” con altre varietà.
    Supertuscany e Chianti potrebbero essere un buon esempio, se il Chianti fosse prodotto nel rispetto delle sue caratteristiche.

  32. ..ma il chianti ..è prodotto nel ”rispetto delle sue caratteristiche”??(non vedo come ,visto ”l’uso normale di quei tre vitigni internazionali ..più altri”..;secondo me ”l’inquinamento può avvenire”,o meglio ..”il contagio può innescarsi”..o meglio ancora..”il fato accade”..

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