In Trentino si parla di Trento Docg, ma solo per paura del Prosecco

Certo che con i trentini, soprattutto se produttori di metodo classico, non c’è mai da annoiarsi. Sono persone cui la fantasia non fa proprio difetto. Hanno l’ambizione di produrre le migliori bollicine méthode champenoise, o magari qualcuno glielo fa credere loro, e poi eccoli lì a tentare la strada della prosecchizzazione, vendendo le loro bottiglie a tre euro e mezzo.
Creano un marchio e magari spendono un sacco di soldi (pubblici) per mettere finalmente a punto il logo giusto, per proporsi all’universo mondo come TrentoDoc ma poi qualche azienda aderente all’omonimo Istituto, evidentemente in pieno trip pirandelliano da Uno nessuno e centomila, pensa “bene” di dedicarsi a pratiche da anatomopatologi, e di presentarsi, riesumato il cadavere, come Talento.
Ma non è finita, perché anche se poi la colpa è sempre dei giornalisti, che capiscono fischi per fiaschi e che ti mettono in bocca parole che non ti sei mai sognato di pronunciare, accade che pezzi grossi del TrentoDoc finiscano con il confessare che loro ambizione per il futuro sarebbe quella di esportare “spumante italiano” (TrentoDoc? Macché “spumante, c’est plus facile!”) all’estero.
Ma non è finita, come ha documentato una bravissima collega di Trento, Francesca Negri (a proposito: date un’occhiata al suo neo blog Geisha Gourmet !), che all’argomento ha dedicato alcuni articoli pubblicati sul Corriere del Trentino, nella terra del Concilio e del Teroldego rotaliano (170 quintali per ettaro secondo disciplinare) pensano di promuovere a Docg le loro bollicine Doc.
Lo fanno in base ad un preciso progetto, con una strategia vincente e d’attacco? Niente affatto!

Come ho raccontato qui, in questo articolo pubblicato sul sito Internet dell’A.I.S., alla Docg per il TrentoDoc vorrebbero arrivarci spinti “dall’effetto Prosecco Docg”, per la paura, parole di Matteo Lunelli “che si consolidi nella testa del consumatore che la Docg sia la prima categoria degli spumanti e la Doc la seconda”.
Insomma, siccome il TrentoDoc rischierebbe, dicono a Trento e dintorni, di essere percepito dal consumatore come un prodotto di serie B per colpa del Prosecco diventato Docg, ecco nascere l’esigenza di proporsi “come un territorio d’eccellenza agli occhi del consumatore”.
Cogliendo “l’occasione per rivedere il disciplinare di produzione, che dovrebbe intraprendere la strada di ancora una maggiore severità” e per passare dagli attuali 150 quintali per ettaro ad almeno 130. Magari riducendo “i vigneti potenziali, scegliendo le zone più vocate”.
Domanda delle cento pistole: se i protagonisti del TrentoDoc davvero attribuiscono un valore superiore, di comunicazione, d’immagine, di percezione da parte del consumatore, di valorizzazione del prodotto alla G aggiunta alla Doc, perché non si sono mossi prima per averla?
Perché parlano di arrivare alla Docg ben 15 anni dopo il Franciacorta (rese di 100 quintali ad ettaro contro i 150 del TrentoDoc – vedi tabella) che senza attendere il pungolo del Prosecco il suo percorso per arrivare alla G aggiunta l’ha compiuto con successo già nel lontano 1995?

0 pensieri su “In Trentino si parla di Trento Docg, ma solo per paura del Prosecco

  1. Che dal consumatore il prodotto DOCG sia percepito come migliare di uno DOC non penso ci siano dubbi, parlando in generale.
    Azzardo un ipotesi sul ritardo con cui trentodoc si muove: a parte che e’ nome relativamebte recente, forse dipende dal fatto che la Ferrari leader assoluta all’interno del consorzio, sia per quantita che, direi, per qualita’, con un giro d’affari incredibile, non aveva finora ravvisato pericoli commerciali e quindi non aveva la necessita’ di strategie commerciali particolari, se non continuare con prodotti di qualita’ notevole. Ora invece il Prosecco vende, piace, ruba quote di mercato e quindi un campanello di allarme e’ suonato in quel di Trento. E si corre ai ripari (sempre che sia un riparo).
    Saluti,
    Roberto Morelli

  2. ma che un grande marchio, di un prodotto importante com’é indubbiamente nelle sue migliori espressioni il Trento Doc si muova improvvisamente solo perché sente la concorrenza, con tutto il rispetto, del Prosecco, é una ben triste conclusione…
    Allora di deve pensare che il marchio aziendale non sia poi così forte, e che quello collettivo, TrentoDoc, sia ancora una costruzione fragile che non si é ancora imposta nella mentalità dei consumatori?

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  4. E’ un po’ che seguo il suo blog e che leggo attentamente quello che scrive. Non voglio mettere in dubbio che lei sia un esperto di vino. Non contesto il fatto che lei conosca l’argomento, il vino, di cui si occupa. Quello che mi colpisce é il modo in cui scrive, il tono delle sue polemiche, dei suoi attacchi, che denotano, non si offenda, uno spirito da perfetto squadrista, che usa le parole come altri decenni fa usavano il manganello e l’olio di ricino. C’é una violenza verbale nelle sue polemiche, nel prendere di mira determinate persone, che mi sgomenta. E che mi fa persino paura.

  5. Cara Silvia, mio figlio (scrive lui il mio pensiero: i computer sono cose proibite per un uomo della mia età) segue ogni giorno questo blog e poco fa mi ha letto il commento che lei ha scritto: dall’alto dei miei 82 anni le assicuro che chi usava l’olio di ricino ed il manganello avevano ben altri toni ed altra violenza verbale.
    Mi creda

    • ringrazio Elido per la sua risposta, dall’alto della saggezza della sua età, alle affermazioni di Silvia. Sulle quali preferisco osservare un doveroso silenzio. Preferisco siano i tanti lettori di questo blog a rispondere a chi mi da dello “squadrista” senza avere il coraggio, suvvia Silvia, di darmi apertamente del fascista.
      So bene che questo blog, che in tanti seguono, che fa discutere e fa opinione, dà fastidio e che c’é anche chi vorrebbe tapparmi la bocca. Ma credo ci siano altri modi, più civili, più democratici, meno intolleranti e questi sì, violenti, per esprimere un dissenso, un diverso sentire, rispetto a quanto scrivo…

  6. @Silvia
    Non sono d’accordo con lei, difendo il dott. Ziliani poichè post come questi non sono violenti (verbalmente s’intende). Molto spesso trovo in questo blog completezza d’informazione e analisi/riflessioni che vanno al di là del puro giornalismo. Se questa è violenza verbale…

  7. @ Silvia,non ho mi creda,nessuna intenzione di polemizzare,
    ma Lei è la prima ad esprimersi con un linguaggio,incisivo,
    chiaro e determinato,non certo da Pane-Burro e Marmellata.
    Questo blog, è la sintesi di,Pane al Pane e Vino al Vino,
    dev’essere per natura,chiaro,lucido,com’è il suo di pensiero
    se per Lei,un bravo genitore,è colui che sa solo dire sì ai
    propri figli,non mi trova d’accordo(quando c’è vò c’è vò).
    Per il loro bene,ma è anche nell’interesse di tutti noi.

  8. Caro Franco,
    a dispetto di chi vuole creare divisioni e polemiche, ti dico subito che io, la mia famiglia e la nostra azienda abbiamo parecchi amici in Franciacorta, colleghi che stimiamo e che a loro volta rispettano noi, il territorio Trentino e il ruolo che Ferrari ha ed ha avuto nella crescita delle bollicine italiane di eccellenza.
    Con parecchi di loro, pur operando in realtà diverse, siamo impegnati nella promozione di una nuova cultura delle bollicine, perchè si diffonda l’abitudine di un consumo non relegato alle grandi occasioni ma esteso all’aperitivo e al tutto pasto. Con Bellavista e Ca’ Del Bosco siamo inoltre membri della Fondazione Altagamma dove, insieme a grandi nomi della moda, del design e dell’alimentare cerchiamo di diffondere nel mondo l’eccellenza dello stile di vita italiano.
    Ed è proprio per l’amicizia che mi lega alla Franciacorta e per il rispetto di un’informazione il più possibile completa che faccio alcune precisazioni a quanto hai sottolineato nel tuo blog con un atteggiamento che ti fa apparire, più che super partes, mentore del Franciacorta e fustigatore del Trentodoc.
    Il Ferrari Trentodoc è espressione soltanto di uve di alta collina, coltivate in vigneti con rese inferiori ai 100 quintali per ettaro. Le etichette Ferrari non millesimate hanno una maturazione superiore ai 24 mesi, contro i 15 o 18 mesi previsti dai disciplinari dello Champagne, del Trentodoc, della Franciacorta. Il nostro millesimato Perlè oggi in commercio è figlio della vendemmia 2004 e ha un affinamento sui lieviti per un periodo che è quasi due volte superiore a quello previsto dal disciplinare Franciacorta. Parliamo di riserve. Il Giulio Ferrari Riserva del Fondatore nasce dalle uve di un unico vigneto, Maso Pianizza, le cui rese sono di circa 70 quintali per ettaro e il periodo di affinamento sui lieviti supera i 100 mesi.
    L’eccellenza è per noi un dogma e lo è da quando casa Ferrari è nata, nel 1902, quando a praticare la qualità erano in pochissimi. I valori che il fondatore ha lasciato a noi Lunelli, l’ossessione per l’qualità, l’attaccamento al territorio, la consapevolezza che tra i capitali di un’azienda i collaboratori sono al primo posto, sono ancora i nostri valori e li difendiamo senza alcun timore, tanto meno di Doc o di Docg.
    Mi hanno insegnato che la leadership si esercita, soprattutto, con l’esempio. Credo che le Cantine Ferrari l’esempio l’abbiano dato e continuino a darlo.
    Aspettiamo te e tutti i tuoi lettori per una visita qui in cantina dove potrete scoprire meglio la tradizione del territorio Trentino e la passione che ogni giorno mettiamo nella sfida di creare le bollicine Ferrari.
    Cordialmente

    Matteo Lunelli

    • grazie per il tuo intervento Matteo, ma respingo al mittente le tue affermazioni quando mi attribuisci “un atteggiamento che ti fa apparire, più che super partes, mentore del Franciacorta e fustigatore del Trentodoc”. Io non sono “mentore” di alcunché e mi limito ad osservare le parole e le opere dei principali protagonisti della scena del metodo classico italiano, complimentandomi con chi merita complimenti e “tirando le orecchie” a chi invece, a mio avviso, non fa bene, o abbastanza bene. E’ proprio perché penso che il TrentoDoc sia, potenzialmente, una grande cosa, un marchio importante, una realtà produttiva formidabile, che giudico molto deludente il percorso che state annunciando di voler fare per arrivare alla Docg. Non sono un “nemico” del TrentoDoc o un suo fustigatore a priori. Datemi validi motivi per battervi le mani e lo farò con grande piacere.
      Prendo atto, come dici, che le “etichette Ferrari non millesimate hanno una maturazione superiore ai 24 mesi, contro i 15 o 18 mesi previsti dai disciplinari dello Champagne, del Trentodoc, della Franciacorta”, ma resta il fatto, incontrovertibile, che a fronte di un periodo minimo di permanenza sui lieviti di 18 mesi per il Franciacorta Docg, per il TrentoDoc come da tabella allegata, ne bastano solo 15.
      Mi complimento per il tono giustamente orgoglioso del tuo intervento qui e spero che analogo orgoglio e attaccamento ai “colori” del TrentoDoc tu e la Ferrari mostriate non solo rispondendo a quanto ho scritto, ma nella prassi quotidiana. Non si potrà mai avere un’immagine forte del TrentoDoc senza il contributo, fondamentale, come locomotiva trainante, della Ferrari di Trento…
      p.s. non voglio creare “divisioni e polemiche”, come dici strumentalmente in apertura: mi limito a fare il mio mestiere di giornalista

  9. Non fossiliziamoci sulle rese per ettaro. Il consumatore deve sapere che spesso(molto spesso), per produrre “base spumante” è meglio avere 140 ql pittusto che 100. Proprio per completezza e correttezza dell’informazione.

  10. Non ho ben capito l’intervento del Sig.Lunelli, che si e’ quasi sentito in dovere di difendere i prodotti della sua Azienda. Non mi pare che nessuno abbia messo in discussione la superba, indiscutibile qualita’ della produzione Ferrari. Il marchio e’ sinonimo di qualita’ e penso che tutti identifichino le bollicine trentine con Ferrari (meno con il consorzio Trentodoc). Invece rimango perplesso di una cosa: ora abbiamo ulteriore conferma che Ferrari persegue la qualita’ con procedimenti ben più rigorosi di quelli imposti dal disciplinare Trentodoc. Allora, mi chiedo, considerato che la Ferrari non puo non essere un punto di riferimento per il consorzio Trentodoc sia per fatturato che per qualita’ dei prodotti che per prestigio internazionale, perche’ il disciplinare Trentodoc non fa sue gran parte dei metodi rigorosi della Ferrari invece di riferirsi a disciplinare meno rigoroso del Franciacorta? Non ne avrebbe un vantaggio in termini di qualita’ e forse di immagine e mercato?
    Infine, se il sig. Lunelli sta leggendo, vorrei chiedere se il mercato delle bollicine, con riferimento anche alla sua Azienda, risente (o prevede di risentire a breve) dell’effetto Prosecco, di gran moda, che prende quote di mercato e che una informazione un po’ azzardata ha anche associato allo Champagne inducendo qualche consumatore a confusione.
    Grazie e saluti,
    Roberto Morelli

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