Lunelli (Ferrari) leader del TrentoDoc vuole portare lo “spumante italiano” in India e Cina

Sapete la grande differenza che passa tra Franciacorta Docg e TrentoDoc? Non è solo questione di terroir, di zona di produzione, di regole del disciplinare, molto più severe nel caso del Franciacorta, e non riguarda solo il numero di protagonisti, le aziende produttrici attive in una denominazione e in un’altra, le percentuali del volume totale, in bottiglie, della denominazione, prodotte dai vari soggetti produttivi in Trentino piuttosto che in Franciacorta.
La vera differenza, molto molto più che in quella piccola percentuale di Pinot bianco che compare talvolta nel Franciacorta e non c’è nel TrentoDoc, che nel numero di aziende di indubbio livello qualitativo su cui ognuna delle due zone può contare, nella presenza o meno di soggetti produttivi che, di fatto, “cannibalizzano” gli altri lasciando loro le briciole, (altro che “fanno squadra” come sostiene sorprendentemente Andrea Scanzi nel suo nuovo libro Il vino degli altri…) è questione di testa, di mentalità, di atteggiamenti, di progetti.
In Franciacorta hanno scelto chiaramente da anni, fregandosene altamente che potessero dar loro dei presuntuosi, la strada dell’identificazione zona-prodotto, proprio come hanno fatto, da secoli in Champagne, e hanno abiurato, anzi, la considerano quasi un’offesa o una “parolaccia” che possano definire le loro bollicine metodo classico come degli “spumanti”.

In Trentino invece, pur contando su una denominazione ben precisa, TrentoDoc, per le loro bollicine metodo classico, preferiscono giocare ancora sull’equivoco, dimostrando, nonostante i tanti soldi spesi per mettere a punto il marchio collettivo, rilanciarlo, che nel Trento Doc in fondo credono ben poco.
Basta ricordare il caso, allucinante, della Cantina Mezzocorona, che pur producendo TrentoDoc e facendo parte del relativo Istituto con il marchio Rotari, ha avuto la bizzarra pensata di riesumare il cadavere del Talento, letteralmente tirando fuori dalla tomba dove riposavano i resti di un marchio che non ha avuto successo e che pochissimi ormai pensano di rivendicare.
Ma non basta, perché, sorvolando sul caso della Cavit, che da un lato produce bollicine da “tre bicchieri” e dall’altro svende sotto Natale, con marchio civetta, TrentoDoc a 3,49 euro, manco si trattasse di un prosecchino di quelli senza pretese, c’è da registrare, grazie ad un’intervista concessa a Giuliano Balestrieri pubblicata su Panorama Economy del 2 aprile, l’ennesima dimostrazione di quale attaccamento anche in casa Ferrari abbiano per i colori del TrentoDoc.
Interpellato sull’andamento dell’azienda e del mercato del vino, cosa dichiara difatti, placido e tranquillo, l’amministratore delegato di Cantine Ferrari, il giovane bocconiano Matteo Lunelli, figlio di Giorgio e nipote del grande Gino, con un tono da comunicato stampa del Forum Spumanti?
Dapprima non contesta in alcun modo la ridicola affermazione, dell’intervistatore, che “le bollicine italiane battono lo champagne 320 milioni di bottiglie a 260”, evidentemente trovandosi a proprio agio nell’allegro variopinto contenitore delle “bollicine italiane” dove c’è tutto e proprio il contrario di tutto (dal Prosecco al TrentoDoc, dagli spumantini e frizzantini generici ai metodo classico più ambiziosi), e poi, dopo averci rassicurato sul fatto che “lo spumante si è difeso bene perché rappresenta un vino moderno, giovane” e poi, passando ai programmi futuri dell’azienda, dichiarando, come se nulla fosse, che “Il mio obiettivo è portare lo spumante italiano in Cina e India”.

Spumante italiano, mica TrentoDoc, mica Ferrari, (azienda che detiene una quota di mercato del metodo classico del 25% e che rappresenta metà dell’export italiano), spumante e basta.
La stessa parola generica, che non denota assolutamente la specificità del loro prodotto, che non connota origine e territorialità, che campeggia da sempre sulla facciata dell’azienda a Ravina di Trento, davanti alla quale transitano ogni giorno migliaia di viaggiatori in autostrada e che i Lunelli non hanno mai pensato di sostituire (non ci pensano nemmeno lontanamente) con TrentoDoc.
Ecco spiegata, in soldoni (è il caso di dirlo) la vera grande differenza, di teste, di progetti, di idee, ambizioni e posso dirlo? destini, tra Franciacorta Docg e TrentoDoc…

0 pensieri su “Lunelli (Ferrari) leader del TrentoDoc vuole portare lo “spumante italiano” in India e Cina

  1. Se vai a Reims o a Epernay e gli dici che il loro e’ spumante “francese” pensi che si mettono a ridere, ti danno da bere l’acqua minerale o ti prendono a roncolate? Il loro e’ Champagne. Ecco perche’ e’ l’ottava meraviglia del mondo.
    Ma scusa, chi sta mettendo in giro la voce che esisterebbe uno spumante “italiano” non lo sa che l’olio extravergine d’oliva “italiano” lo si puo’ fare anche in Tunisia? Non saranno mica della stessa greppia, spero…

  2. Pingback: TrentoDoc, il marchio che non c’è | Trentinoweb

  3. A parte il fatto che anche per il Trentodoc si può usare (e si usa, anche se in casi sporadici) il pinot bianco, concordo in toto con quanto scritto, a cominciare dalla critica all’ormai senescente disciplinare.

  4. Perché lo spumante padano vale più di 3,49 euri? Io, se ho voglia di bere bollicine, bevo Champagne. Alla faccia dell’ex ministro.

  5. bravo aldair.
    io mi sono rotto di dover supportare un prodotto soltanto per motivi campanilistici.
    Voglio il meglio in rapporto alle mie tasche e, grazie a un po’ di conoscenze, riesco ad approvigionarmi a prezzi umnai di diverse bottiglie di Champagne che ritengo decisamente più buono dei vari Franciacorta, Trento, prosecco (questo poi)e altre amenità gassate. Quando la Franciacorta e il Trentino mi renderanno partecipi dei loro guadagni sarò il primo a sostenerli mediante il consumo di parecchie bottiglie.

  6. Nulla contro lo Champagne, anzi, ma la mediocrità non ha nazione, se ne rende conto chiunque beve senza pregiudizi. A Vinitaly ho assaggiato il Maso nero rosè di Zeni e secondo la mia modestissima opinione si mangia la stragrande maggioranza (certo non tutti) degli Champagne rosè, soprattutto quelli di annate recenti dove la Champagne ha prodotto oltre ogni logica, finchè non è arrivata anche lì la mazzata. A propostio, purtroppo ero presente per caso alla conferenza stampa del Trento DOC e ho orecchiato un proposito allucinante: raddoppiare la produzione. Incredibile come la storia anche nel nostro campo non insegni mai nulla. Si dice che ci sono spazi di mercato. Possibile che non si riesca a capire che lo scopo di una DOC è proprio quello di NON soddisfare la domanda, per consentire ai viticoltori un reddito decente?

  7. Caro Franco,
    ho letto con stupore e amarezza il tuo commento alla mia intervista apparsa qualche giorno fa su Economy.

    Non credo di dovere difendere la scelta della Cantine Ferrari di far parte della TRENTODOC. Siamo stati i primi a perseguire la Doc e da quasi centodieci anni abbiamo con il Trentino un legame strettissimo, del quale siamo fieri e che penso sia esemplare. Perché il Ferrari è sempre nato da uve coltivate sulle alte colline del Trentino, uve Chardonnay e Pinot Nero dei nostri vigneti di proprietà oppure conferite da centinaia di coltivatori che sono in costante contatto con i nostri agronomi. La Trento Doc (creata negli anni ’90), in fondo, ha la sua prima origine nel 1902, nella convinzione di Giulio Ferrari, il fondatore della cantina, che il Trentino fosse una terra straordinariamente vocata per le uve da trasformare in bollicine metodo classico.

    Il marchio Ferrari ha una notorietà superiore a quella della Trentodoc e questo succede anche per un diritto di anzianità. Ciononostante, aderiamo con convinzione alla TRENTODOC perché ci crediamo e la promuoviamo in molti modi: sulle nostre etichette in primis e su tutta la nostra comunicazione.

    Poiché non ho alcuna intenzione di prestarmi agli equivoci, ti debbo dire, caro Franco, che non trovo appropriato, da parte tua, esprimere un giudizio complessivo basandoti quasi esclusivamente su una frase. Da giornalista in campo da tanti anni, sai bene che non è semplice tradurre una chiacchierata telefonica di quasi un’ora in un botta e risposta di poche battute. Se poi il giornalista non è del settore, niente di più facile che, scrivendo, usi una parola che non credo di aver mai pronunciato. Mi riferisco al termine spumante.

    Da tre anni, in azienda, spumante è parola vietata se accostata a Ferrari. E mi fa, quindi, sorridere la tua accusa. Ti sfido a trovare nella nostra comunicazione degli ultimi tempi, nel nostro sito, nelle nostre pubblicazioni, nelle nostre dichiarazioni ufficiali la parola che tu definisci “’innominabile”. E’ vero invece, e abbiamo già avuto uno scambio di idee al riguardo, che non abbiamo tolto spumante dall’insegna sulla facciata delle cantine, per una serie di considerazioni tecniche, con le quali non vorrei tediare i tuoi lettori, che ci hanno fatto rimandare la scelta, preferendo per ora investire sulla qualità delle bollicine. Morale: trovo che la tua frase, “non ci pensano neppure lontanamente” sia un po’ maliziosa. D’altro canto quell’insegna fa parte della nostra storia, e se è vero che i tempi cambiano e che noi abbiamo dimostrato di essere sempre pronti all’innovazione, è altrettanto vero che abbiamo anche un grande rispetto per la tradizione e l’orgoglio per quanto è stato fatto da chi ci ha consegnato un gioiello di cantina. Inoltre, permettimi di sottolineare che più di chiunque altro, avendo uno dei prezzi medi di vendita maggiori sul mercato, ho chiara la differenza fra noi e il resto del variegato mercato “degli spumanti italiani”. E proprio perché rappresentiamo quasi metà dell’export di Metodo Classico e all’estero vogliamo posizionare Ferrari come un marchio di eccellenza, mi sono accorto che oltre i confini il consumatore associa spesso al temine spumante qualità che lascia a desiderare e prezzi bassi.

    Infine, per completezza, ci tengo a ricordare che nell’intervista non ho fatto alcun confronto tra le vendite dello champagne e della massa delle bollicine italiane. Non a caso i dati che ho citato confrontano le vendite (sell-out) tra champagne e metodo classico italiano. Le bollicine italiane devono ancora vincere la sfida dell’eccellenza, quella sicuramente più difficile, ma sarebbe comunque sbagliato nascondere il successo in termini quantitativi che stanno riscuotendo in Italia e nel mondo. Le Cantine Ferrari non si sono mai paragonate alle case di champagne: crediamo di avere una forte personalità e un’altrettanta forte identità che derivano proprio dall’essere un Trentodoc, di essere espressione di un territorio che definire straordinario è poco. E se Soldati diceva che il vino è la poesia della sua terra, con le nostre bollicine noi vogliamo raccontare la bellezza della nostra terra, le tradizioni e la passione della gente del Trentino.

    Spero di aver chiarito ogni equivoco e, in ogni caso, ti dico che il bello della vita è anche nella differenza di idee.

    Se capitassi in Trentino, ti aspetto per un brindisi. Con bollicine TRENTODOC, naturalmente.

    Cordiali saluti

    Matteo Lunelli

    • Dottor Lunelli, devo prendere atto, dalle sue parole, che anche lei si dedica ad uno degli sport preferiti in Italia, ovvero dare la “colpa” ai soliti giornalisti e attribuire al giornalista che l’ha intervistata la responsabilità di aver utilizzato una parola, “spumante”, che non solo non crede “di aver mai pronunciato”, ma che scopriamo essere addirittura “da tre anni, in azienda, parola vietata se accostata a Ferrari”? Una spiegazione, la sua, mi consenta, che mi delude un po’.
      Come mi delude francamente, nel suo commento, quando afferma che “non abbiamo tolto spumante dall’insegna sulla facciata delle cantine, per una serie di considerazioni tecniche, con le quali non vorrei tediare i tuoi lettori, che ci hanno fatto rimandare la scelta, preferendo per ora investire sulla qualità delle bollicine”. Suvvia, ma quale architetto, ingegnere, creativo pubblicitario ci vuole per realizzare la sostituzione della parola Spumante, che continua a campeggiare e che fa sospettare che in fondo preferiate dare l’idea di produrre “spumanti”, con la dicitura TrentoDoc, denominazione di cui siete e di gran lunga gli “azionisti di maggioranza”?
      Va bene, come lei orgogliosamente ribadisce, che il “marchio Ferrari ha una notorietà superiore a quella della Trentodoc e questo succede anche per un diritto di anzianità”, ma dare un segno esteriore forte, come sarebbe il far campeggiare il marchio collettivo TrentoDoc sulla facciata della vostra azienda, testimonierebbe, più di qualsiasi altra parola, quanto crediate veramente in questa denominazione e come abbiate intenzione, cosa di cui non ho visto sinora granché traccia in Trentino, di fare veramente squadra. Come fanno, da tempo, e con eccellenti risultati, in Franciacorta.

  8. Vorrei dire a Lunelli che 40 anni fa, cioe’ a 17 anni, mi sono ubriacato a Ferrari. Testimone mia madre che mi ha visto piangere mentre andavo in bagno (ho la sbornia triste, come si dice, mentre altri l’hanno allegra). Da allora non mi sono ubriacato piu’. Diciamo che Ferrari resta il priomo amore. Santa Maria La Versa il secondo, Contratto il terzo, Monterossa il quarto e poi non so lei, ma io lo so, Dio salvi la Franciacorta! Anche con Piero Antinori non ho ceduto di un millimetro e alla fine lo vede anche lei dove ha mandato la figlia, vero? Ferrari e’ un altro pianeta e le auguro sinceramente ogni bene. Ma anche lei abbia un tantino di orgoglio in piu’ e ci aiuti a voler bene alla terra che fa quei miracoli che lei sa. La Champagne e’ indissolubile dallo Champagne. Come la terra di Trento dalla Ferrari. La Franciacorta dal Franciacorta. Se anche gli altri la smettessero di mettersi il tricolore per dare importanza alle proprie bollicine inventandosi un’italianita’ che non c’e’, non c’e’ mai stata ne’ ci potra’ mai essere, soprattutto per prodotti a dir poco industriali, saremmo sulla buona strada. Bisogna avere il coraggio di essere ambasciatori del proprio territorio. Glielo spieghi lei, che l’ascolteranno certamente. E grazie di fare sempre i miracoli che sapete fare.

  9. Ho appena finito di festeggiare l’anniversario di matrimonio con mia moglie bevendo Riserva Lunelli millesimo 2002 TRENTODOC, come scritto a caratteri maiuscoli sull’etichetta della bottiglia in questione. Ottimo, meraviglioso! Davvero la personalita’ si vede, si sente e si degusta…lo scritto di Lunelli mi sembra in linea con quanto c’e’ nelle sue bottiglie o almeno nella riserva in parola.
    Complimenti al sig.Matteo Lunelli e Company.
    Saluti

  10. Ho qui davanti il nuovo libro di Andrea Scanzi. Cito testualmente : “Gli spumanti trentini e Altoatesini sono riconoscibili, fanno squadra. Si caratterizzano per una sorta di bollicina croccante…”. E ancora “Qualche produttore per fare squadra si è unito sotto la dicitura Talento…Un progetto che stenta a decollare”.
    Ora, non capisco la necessità di estrapolare due parole fuori contesto e appiccicarci un “come sostiene sorprendentemente Andrea Scanzi” tanto per dare una connotazione negativa al soggetto in questione…

    • @ Roby Non volevo dare alcuna “connotazione negativa” a Scanzi e al suo libro, che sto leggendo con grande piacere. Volevo semplicemente esprimere la mia sorpresa per il giudizio, a mio avviso del tutto privo di fondatezza, dato dal giornalista e scrittore, sugli “spumanti trentini” che, a suo avviso, farebbero “squadra”. I fatti, anche quelli che ho descritto, dimostrano invece come sia proprio l’assenza di uno spirito di “squadra” a caratterizzare il panorama produttivo del metodo classico in terra trentina, con un’azienda che é una sorta di “padre padrone” del TrentoDoc che oggettivamente cannibalizza tutte le altre aziende. Di “spirito di squadra” parlerei invece nel caso della Franciacorta, dove davvero si agisce con una logica non solo individuale. Ecco il perché della mia sorpresa per le parole di Scanzi

  11. La mia impressione di consumatore finale che vede le cose da fuori (posizione soltanto per certi versi privilegiata) è che in Franciacorta facciano squadra come le compagnie petrolifere.
    E poi tutta questa pubblicità (spesso pacchiana), tutto questo fondarsi prima sull’apparenza che sulla sostanza… Sono stati fatti ingenti sforzi di marketing che per forza di cose ricadono sui consumatori senza che la qualità del prodotto sia necessariamente migliorata.

    • dove sarebbe “tutta questa pubblicità (spesso pacchiana)? Citare nomi, circostanze, fare esempi, please…
      Guardi che la pubblicità, stravagante, é quella per il cosiddetto Talento fatto da una azienda trentina produttrice di TrentoDoc, forse si confonde…

  12. Basta girare per gli stand bresciani al vinitaly : buongusto zero. Nomi, circostanze, esempi? Suvvia son vent’anni che la menano con la Franciacorta. E poi sarebbe brutto oltre che inelegante denigrare chi comunque si fa il mazzo coltivando la terra (indipendentemente dalle strategie di marketing) con l’unica fatica di schiacciare i tasti di un pc come sto facendo io adesso…

    • Roby prendo atto che non risponde alla mia precisa richiesta di fare nomi circostanze esempi perché non ne ha da fare e preferisce parlare genericamente pretendendo che quello che lei afferma venga preso sul serio. Saranno anche “vent’anni che la menano con la Franciacorta”, in verità sono decisamente di più, però intanto hanno portato a casa risultati, il meccanismo di identificazione zona-prodotto, una qualità generale e riconosciuta, uno spirito di squadra, un disciplinare molto più rigoroso di qualsiasi altro nel campo del metodo classico in Italia, che altrove si sognano. Impari a supportare le sue affermazioni con circostanze precise e non parli genericamente…

  13. Caro Roby,
    visto il suo bel nick accorciato all’inglese le suggerirei di leggere il libro di Burton Anderson “Franciacorta Italy’s sanctuary of sparkling wine” edito da Giorgio Mondadori. Vedra’ che perfino dall’estero, e non solo dalla penna del nostro Ziliani, hanno delle opinioni ben precise sul Franciacorta. Quel “tutto questo fondarsi prima sull’apparenza che sulla sostanza” e’ un’opinione rispettabilissima, glielo devo, ma spero che lei possa cambiarla spesso. Io so soltanto che in Polonia il Franciacorta sta conquistando prima il favore degli intenditori di vino, dei sommelier alcuni dei quali sono stati campioni al trofeo Ruinart, dei titolari di enoteca uno dei quali ha vigne anche in Francia e produce e imbottiglia appunto la’, quindi non è uno sprovveduto. Conoscendoli tutti posso assicurarle che per loro prima viene la qualita’, poi il rapporto qualita’-prezzo, poi il marketing (che non demonizzerei; i produttori di Champagne non ne hanno mai fatto? Non ne fanno continuamente? E noi che figli siamo?).

  14. Se c’e’ chi pensa che lo Champagne si venda solo grazie al nome penso che si sbagli di grosso. E’ vero che e’ l’ottava meraviglia del mondo, ma ve lo ricordate Vasco Rossi, la cannuccia nella bottiglietta piccola…

  15. e prendi pure atto…e cos’è un processo? personalmente non pretendo nulla…il fatto è che preferisco ricordarmi di esempi virtuosi e di sorsi emozionanti (assaggiati anche in Franciacorta ovviamente) piuttosto che prendere nota sul mio taccuino delle pacchianate viste al vinitaly… se poi discorsi massimalisti o da bar non sono graditi pazienza, non pensavo che le sorti delle bollicine italiane dipendesse da questo post e dai relativi commenti… torno nel sottoscala da dove sono venuto 🙂

    • nessun “processo” ma lei fa delle affermazioni e delle critiche, anche pesanti, e alla richiesta di citare fatti, fare esempi e nomi preferisce svicolare. Allora il suo é un discorso serio o sono “chiacchiere da bar”?

  16. Ho solo detto che in Franciacorta si alleano (come le compagnie petrolifere) probabilmente anche per tenere alti i prezzi (e ne avrebbero anche il diritto), che non mi piacciono i divani leopardati con luci da discoteca e le miss di alcuni stand franciacortini al vinitaly, e che la fama è dovuta anche al marketing, avrei potuto aggiungere che non ci sono più le mezze stagioni ma temevo che sarei stato troppo pesante nel giudizio… Ma adesso, deforme ed orribile, torno nell’ombra.

    • mai sostenuto che lei sia “deforme e orribile”, ma semplicemente fa affermazioni generiche che non conforta con nomi e circostanze precise.. Quella delle alleate in Franciacorta per tenere alte i prezzi é un’altra sparata che per avere un minimo di credito meriterebbe precise pezze d’appoggio a sostegno. Ma temo che, anche in questo caso, non ci saranno…

  17. Franco, forse Lunelli non voleva tediarci con la storia di qull’aggiunta “spumante” a Ferrari perche’ c’e’ una vecchia, ma molto vecchia, questione di identita’ immediatamente riconoscibile dal marchio. Come sai, c’e’ un’altra “Ferrari” e non ci sono solo gli esperti di vino al mondo, ma anche fior di avvocati che e’ meglio continuino così come hanno fatto fino ad ora a mantenere la pace fra due aziende dallo stesso nome che fanno onore al nostro Paese

  18. Anche perche’ i tifosi delle due parti lo sanno benissimo, ma gli altri no. E comunque i tifosi di Ferrari mi sa che sono sempre gli stessi per tutti e due. Ma non si puo’ dire!!!!

    • forse perché a volte la mano destra non sa quello che fa la sinistra? O forse, ipotizzo io, perché nella famiglia Lunelli non tutti sono d’accordo nello sposare in toto la causa del TrentoDoc e nell’abbandonare il comodo, anche se confuso, ancoraggio alla parola “spumante”. Forza nuova generazione Lunelli, fate una vostra chiara scelta di campo!

  19. a proposito di TrentoDoc ha letto quello che ha scritto qualche giorno fa il Corriere del Trentino? Si parla di un progetto di TrentoDocg, con queste motivazioni: “Il rischio è che si consolidi nella testa del consumatore che la Docg sia la prima categoria degli spumanti e la Doc la seconda. Per questo in Trentino ora più che mai dovremmo ragionare insieme sulla Docg per il TrentoDoc”.
    L’autore di queste dichiarazioni, dove si parla chiaramente di “spumanti” é Matteo Lunelli, che sul suo blog afferma essere parola “vietata” se accostata a Ferrari.
    Mah, si mettessero un po’ d’accordo: spumante o Trento Doc? O Trento Docg?

  20. Non è questione di nomi e circostanze precise. E’ solo buon senso. Fa parte del progetto stesso. Tenere una qualità medio-alta riservata ad un pubblico di un certo livello e non farsi concorrenza sleale sui prezzi. Il tutto nel nome Franciacorta. Però le strategie di marketing costano parecchio e alla fine indovina chi paga? E adesso spero che non mi venga richiesto di documentare le strategie di marketing del consorzio per la tutela del Franciacorta…

  21. Gentile Roby,
    ho buone ragioni per essere certo che, nel parlare di “pubblicità spesso pacchiana”, lei non si stesse riferendo al Franciacorta, visto che il Consorzio per la tutela del Franciacorta non fa pubblicità.
    Da quando i produttori della nostra zona decisero uniti diversi anni fa di abbandonare in modo netto ogni accostamento alla parola “spumante”, il Consorzio ha lavorato meticolosamente per far si che tutte le aziende vitivinicole del territorio (diventate oggi più di 100) crescessero velocemente e conquistassero tutte le credenziali qualitative per fregiarsi un giorno della possibilità d’appartenere ad una denominazione il cui nome, da solo, indicasse anche il territorio d’origine ed il metodo di produzione.
    Oggi riteniamo che i risultati raggiunti siano in funzione, prima di tutto, della qualità del prodotto. Il Franciacorta, come tutti i vini “nobili” non è frutto di un’invenzione di marketing, ma della valorizzazione di un terroir che l’uomo ha saputo compiere in questi anni.
    Non siamo certo noi a sancire il successo del Franciacorta, ma lo fanno da vent’anni le più prestigiose guide dei vini, i molti giornalisti di tutto il mondo che ci hanno recensito, il successo degli eventi organizzati dal Consorzio, la straordinaria e costante affluenza di pubblico durante i recenti giorni di vinitaly, ma soprattutto il consumatore finale che è il vero ed unico giudice sul mercato.
    Per sua conoscenza, se lo desidera, le farò avere una tabella comparativa dei disciplinari delle zone di produzione di bollicine, letta la quale credo non ci sarà altro da aggiungere.

    Cordiali saluti

    Ufficio stampa
    Consorzio per la tutela del Franciacorta

  22. Caro Angius,
    mi saluti caramente Elisabetta Poletti, che sta introducendo alla grande in Polonia il Franciacorta, incoraggiata da me, da Bonkowski e da Prange-Barczynski di Magazyn Wino.

  23. Non essendo stata rivolta alcuna critica particolare nè alcuna menzione al Consorzio in questione, non capisco la precisazione a me diretta in questo tono vagamente intimidatorio. Sono solo un consumatore (vero ed unico giudice sul mercato?) che esprime apprezzamento per lo stile dei vini della Franciacorta (e li acquista) e che non puo’ esprimere lo stesso personale apprezzamento sullo stile con il quale gli stessi vengono presentati nella più importante manifestazione vinicola italiana. Mi è negata forse questa libertà? Spero di non avere offeso nessuno, soprattutto (come già scritto) per rispetto a chi fa fatica a coltivare la terra, e non certo per chi fomenta inutili polemiche sui blog.

    • se i blog davvero, come dice lei, fomentano “inutili polemiche”, perché diavolo é venuto a postare un sacco di commenti su questo blog? Si rivolga pure altrove e non perda il suo tempo – e non lo faccia perdere – qui…

  24. Avrei preferito ricevere un più prosaico e sanguigno “pussa via brutta bertuccia” di sordiana memoria ma credo di aver comunque compreso il senso del suo consiglio 🙂

    • bisogna innanzitutto dimostrare che sia un’iniziativa del Consorzio Franciacorta e non invece, come credo, una trovata estemporanea degli sceneggiatori e del regista…
      E poi perché scandalizzarsi? Non é forse meglio che nei grandi momenti si stappano i vini migliori e non vinelli?

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