Gran brutta bestia il Pinot nero. Bello e impossibile, o quasi, per dirla con Gianna Nannini. Provare a confrontarsi, ad ogni latitudine, con questa uva grande e difficile, che illude e fa disperare, che promette mirabilie che poi, in moltissimi casi, non si verificano, è davvero uno sforzo titanico e richiede, da parte di chi vi si dedichi, non solo una pazienza certosina, ma grande forza d’animo.
Lasciando da parte la Bourgogne, che è altra cosa, un mondo a sé e non solo il modello storico, lo spietato termine di riferimento, con il quale chiunque, in Europa o dall’altra parte del mondo (Nuova Zelanda o California) deve giocoforza fare i conti, è difficile trovare areali dove questa cultivar offra risultati all’altezza del suo blasone. E delle ambizioni di chi si misura con lei. In Italia con il Pinot nero provano a confrontarsi in diversi, in zone che avrebbero qualche potenzialità e in altre, come la Toscana, dove si sa in partenza (lo sanno anche i produttori, che pure diabolicamente e tafazzianamente perseverano nell’errore) che è una “mission impossible”. Eccezion fatta per exploit isolati, che necessitano di conferme, che si registrano, quasi mosche bianche, in Friuli (provate il Pinot nero di Bressan), in Franciacorta, in Veneto (il Campo alle More di Gini), in Valle d’Aosta (ad esempio i vini dell’Atoueyo e delle Cretes), le zone vocate sono sempre quelle: Trentino (con la garanzia dei vini di Pojer & Sandri, Dalzocchio, Graziano Fontana), Alto Adige (Gottardi su tutti) e Oltrepò Pavese.
Non ripeterò qui i rimbrotti che a questa splendida zona vinicola lombarda, posso dirlo?, la più bella, Valtellina a parte, di tutta la Lombardia, ho varie volte riservato. E che potrei confermare in toto ora.
Prendo atto solo che in questa euforia crescente da Pinot nero versione bollicine metodo classico da tradursi in quella cosa ancora misteriosa che il “faraone” Panont ha voluto chiamare Cruasé (“purissimo rosé”, ça va sans dire…), euforia che moltiplica le etichette sul mercato anche se i produttori e fornitori di vini sono un numero inferiore, c’è un’azienda, che non ha assolutamente voluto farsi contagiare dalla moda del momento e che le bollicine le produce in una versione millesimata extra brut, che sul Pinot nero, in rosso, sta lavorando con grande serietà.
Senza farsi distrarre da progetti tipo il Pino’ Club (qualcuno ne ha traccia?) cercando di tirare fuori un Pinot nero degno di questo nome.
Alle Fracce, l’azienda di cui sto parlando, 40 ettari proprietà della Fondazione Bussolera Branca, situati in una zona splendida e isolata a Mairano di Casteggio, 45° parallelo, la latitudine di Bordeaux, lo staff tecnico guidato dal giovane, bravissimo enologo Roberto Gerbino, nativo di Monforte d’Alba, non so se mi spiego, lavora sul Pinot nero, su un progetto di grande Pinot nero oltrepadano, in una zona ristretta, due ettari, di terreno ciottoloso calcareo a 300 metri di altezza posto in San Biagio di Casteggio, selezione di tralci prelevati da vecchie viti.
Lavorazione in vigneto svolta in totale assenza di antibotritici e prodotti di sintesi, riducendo all’indispensabile la lavorazione del terreno, con impiego degli “attinomiceti”, funghi naturali che proteggono le giovani radici dalle patologie, durante la messa a dimora delle piantine.
Resa per ettaro contenuta in 50 quintali di uva, su una media di 5000 ceppi. In vinificazione l’uva è stata diraspata evitando il più possibile la rottura dell’acino che porterebbe a un’immediata riduzione del potenziale aromatico, e successivamente l’uva ammostata ha sostato per 2 giorni a 15 gradi prima di procedere a gestire la macerazione con leggeri rimontaggi per otto giorni senza mai superare i venticinque gradi.
Svolta la fermentazione malolattica il vino sosta per 18 mesi in barrique tipo “panachè” (assemblaggio di legni in rovere francese provenienti da 3 foreste diverse con 36 mesi di stagionatura all’aria) e si affina ulteriormente per sei mesi in acciaio.
Il risultato è un Pinot nero annata 2005 che giustamente l’azienda definisce “espressione pura di eleganza” e che al mio assaggio, che ho effettuato in giorni diversi verificando l’evoluzione e la tenuta del vino in bottiglia (i vini grami dopo un’ora sono già morti, quelli veri sono ancora più buoni il giorno dopo…), mi ha convinto di trovarmi di fronte ad uno dei migliori Pinot nero oltrepadani e italiani che avessi bevuto negli ultimi anni.
Un vino affinato, com’è giusto che sia, in legno piccolo, senza che questo strumenti di cantina diventasse fastidioso e volgare protagonista. Come accade, ahimé, anche in titolati Blauburgunder altoatesini.
Bellissimo, rubino squillante luminoso, con una maestà e una luminosità d’espressione rara, il colore, con un modo agile, plastico, sinuoso, di disporsi nel bicchiere. Un timbro speciale che trova conferma nei profumi, varietali, di lampone, ribes nero, di bella dolcezza succosa, con un coté selvatico e terroso che progressivamente emerge portando sfumature anche di spezie orientali, pepe nero, accenni di cuoio a costituire un insieme di buona densità e precisione reso più etereo e caldo da una presenza alcolica (14 gradi) non eccessiva, ma sicuramente presente.
Ma è la bocca a convincere ancora di più, fresca, viva, carnosa, dotata di una consistenza di frutto succosa, ampia, dotata di stoffa, carne, nerbo, ricca di sapore e di piena soddisfazione, da vino che non si limita ad esprimere un nitido carattere varietale (una voce pinotnereggiante inconfondibile, una calda suadenza) ma lo fa mostrando chiaramente la propria origine ed il timbro di quell’Oltrepò che potrebbe essere davvero, Valtellina del Nebbiolo di montagna a parte, la grande terra da rossi lombarda.
Una terra che dovrà decidere, prima o poi, cosà fare da grande, se essere l’eterna promessa (spesso incompiuta) oppure no…
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Eppure tra le pieghe delle valli italiane si nascondo molti soprendenti esempi di pinot nero:
ricercati il Brunnenhof Mazzon di Rottensteiner,il Nero di Villa di Villa Fiorita, il solo apparentemente semplice Pinot Nero dell’ Istututo di San Michele all’Adige, il “nuovo” Pinot Nero di Paolo Saracco, il Riccionero di Lanciola, il Brigante Langhe DOC del furioso Natale Simonetta in quel di Neviglie. Del centro Italia mi piacciono anche quelli che conosci sicuramente: Fortuni, il Girone, Villa Bagnolo ma se ti vuoi veramente sorprendere e rimanere anche un po´sconcertato assaggiati la via tutta personale dei Regina Vitæ di Casal Pilozzo nel Lazio.
Se siano “degni” di questo nome, non lo so: sono gran bei vini. Se il “degno” viene misurato in base all’aderenza al modello borgognotto, allora é un discorso. Se invece si premia il vino in se e quello che puó dare di sensazioni piacevoli, piú o meno “grandi”,
allora forse ci riavviciniamo di piú a quest’uva che resta comunque l’uva cui solo il nebbiolo puó dare filo a torcere.
in Toscana mi ero dimenticato l’eccellente Pio Nero dell’azienda Il Rio, di Paolo Cerrini ed Emanuela Villimburgo sopra Vicchio. Gran bel vino, forse il migliore Pinot nero toscano che io conosca
http://www.ilfilo.net/vino_ilrio1104.htm
Ma che bell’articolo Caro Franco ! me lo sono letto proprio di gusto… ora altrettanto di gusto ne assaggerei qualche bottiglia… ma dove si può reperire il Pinot Nero Fracce? attendo dritte! Saluti from South Korea.
Pingback: Oltrepò Pavese Pinot nero 2005 Le Fracce | Trentinoweb
“tafazzianamente” mi piace un sacco!
Gran bel vino, che ne pensi dei pinot di Ruiz De Cardenas?
Saluti!
Io però mi chiedo che senso hanno 5000 ceppi per fare poi 50 quintali di uva….
Comunque Gottardi, Gini, Pojer&Sandri e Les Crètes erano in concorso alle Giornate del pinot nero 2010 (Blauburgundertage 2010).
Resta sempre la possibilità di assaggiare i pinot neri segnalati da paolo e molti altri il 20 ed il 21 maggio a Egna e a Montagna (premiazione e degustazione del Concorso Nazionale Pinot Nero).
A mio parere, da alcuni anni, in Italia e soprattutto in Alto Adige, è cresciuta l’attenzione e la voglia di produrre Pinot Neri di livello. Non solo in stile borgogna (ad esempio Gottardi o Carlotto) ma anche meno intensi, più beverini e a prezzi abbordabilissimi (piccoli produttori e le Cantine sociali).
In Oltrepo mi pare che nonostante grandi proclami e formule pubblicitarie del tipo “un Mondo di Pinot Nero” non si sia ancora trovato il modo di programmare in maniera intelligente la crescita del Pinot Nero vinificato in rosso. Ogni tanto qualche produttore riesce a proporre buoni se non ottimi Pinot Neri ma ho l’impressione che, tranne rare eccezioni (il Noir di Mazzolino su tutti) , pochi siano quelli che intendono investire seriamente tempo e denaro in questo magnifico vino.
prendo atto dell’esistenza di questa manifestazione dedicata al Pinot nero, di cui diverse persone mi parlano bene, ma sono anni, ormai, che smesso di frequentarla…
Caro sig.Ziliani ,mi sono proprio goduto questo post sul p. Nero dell’oltrepò ,zona meravigliosa e vorrei segnalarla anche il P.Nero Costarsa dell’azienda Montelio di Codevilla,lì un amico dirige le operazioni -il grande Mario Maffi-veramente una bevuta aristocratica quanto il vitigno (anche se è bastardo come pochi!!! il vitigno si intende)magnifico vino.Buona notte Gian Paolo