Per completezza dell’informazione: Brancaia precisa

Ancora a proposito della pagina 131 del Vino degli altri di Andrea Scanzi

Con identico scrupolo di completezza dell’informazione, così come ho pubblicato – potete vederla qui – la pagina 131 del libro di Andrea Scanzi Il vino degli altri (Mondadori editore), pagina dove vengono riportate alcune considerazioni fatte da un produttore toscano relative al modo di lavorare di alcuni “winemaker di grido”, con riferimento ad “un’inchiesta durissima sul vino toscano” in corso, ho deciso di pubblicare, considerandolo altrettanto utile e doveroso, la precisazione che un’azienda toscana citata nella pagina, ha ritenuto inviare a me e ad altri giornalisti.
L’azienda in oggetto, Brancaia, posta a Radda in Chianti, nel cuore del Chianti Classico, è, come si può leggere nel suo sito Internet, “proprietà degli svizzeri Brigitte e Bruno Widmer dal 1981.
Barbara e Martin Kronenberg-Widmer gestiscono insieme le aziende di Brancaia e Brancaia in Maremma. Martin è responsabile della gestione aziendale e della distribuzione mondiale, mentre Barbara si occupa della produzione.
Nel loro impegno per raggiungere la più alta qualità sono affiancati da un team giovane dinamico e, dal 1992, si avvalgono della consulenza del rinomato enologo Dr. Carlo Ferrini”.
Nella loro precisazione i proprietari della tenuta fanno riferimento al loro “vino di pronta beva”, una Igt, denominato Brancaia TRE.
Pubblico con piacere, come utile contributo per capire come siano andate le cose in questa vicenda che ha portato al Decreto di Sequestro Preventivo disposto dall’Ufficio Indagini Preliminari del Tribunale Ordinario di Siena in data 24 novembre 2009, richiesta di sequestro nella quale l’azienda Brancaia è più volte citata, la precisazione di Barbara e Martin Kronenberg Widmer, augurandomi che possano chiarire presto e nel migliore dei modi la loro posizione nell’ambito di un’inchiesta relativa a quella che viene definita come “una vera e propria organizzazione dedita con sistematicità alla frode in commercio nel settore vinicolo”.
Lascio ora la parola ai proprietari di Brancaia.

“A causa di una pubblicazione del giornalista Andrea Scanzi questa settimana, ci sentiamo obbligati a fare una comunicazione formale.
Da molti anni lavoriamo con passione e con tanta energia per produrre il miglior vino possibile dal nostro terroir – con il massimo rispetto per tutte le risorse della natura e con una dedizione totale da parte del nostro team. Produciamo tre vini di punta: Brancaia IL BLU (IGT), Brancaia Chianti Classico (DOCG) e ILATRAIA (IGT).
Per questi vini utilizziamo soltanto uve prodotte nei nostri vigneti – provenienti dai 25 ettari vitati della nostra proprietà nel Chianti Classico e dai 40 ettari vitati della nostra proprietà in Maremma.
Il nostro vino di pronta beva, Brancaia TRE (IGT), comprende tutte le uve che non possono essere selezionate per i nostri vini di punta.
Visto il successo e la richiesta di Brancaia TRE, in aggiunta alle uve di nostra produzione, da qualche tempo acquistiamo uve e vino sfuso (entrambi a IGT Toscana). Questo non è un segreto e decisamente non è un reato.
Ecco i fatti:
– Due commercianti toscani di vini sfusi sono indagati per aver venduto vini con falsa documentazione (frode).
– Di conseguenza, tutti i vini sfusi, anche già ceduti a produttori, sono stati bloccati.
– Poiché avevamo acquistato in buona fede da questi commercianti, il vino che è stato utilizzato per Brancaia TRE è stato bloccato.
– Durante i controlli abbiamo esibito tutti i documenti richiesti e risposto a tutte le domande.
– Al termine dei controlli, Brancaia TRE è stato sbloccato.
– Acquistiamo solo una piccola quantità di vino sfuso e solo per Brancaia TRE.
– La selezione di uve acquistate e di vino sfuso è prevista dalla legge e basata su alti standard qualitativi.
– Tutti gli altri nostri vini sono fatti solo con uve di nostra produzione. Riteniamo di esserci comportati sempre correttamente e chiaramente rifiutiamo le affermazioni di Massimo D’Alessandro così come riportate da Andrea Scanzi.
In ordine a tali affermazioni, peraltro, ci riserviamo di tutelare il nostro buon nome e la nostra professionalità in tutte le sedi competenti.
Barbara e Martin Kronenberg Widmer”

0 pensieri su “Per completezza dell’informazione: Brancaia precisa

  1. E’ una vergogna! E’ scandaloso!! Possibile che un’azienda che ha più di 60 ettari di vigneto debba comprare l’uva?? Non bastano al loro fatturato? E’ una vera e propria truffa ai danni dei consumatori! Personalmente non amo Brancaia e tanti altri Toscani che fanno vini senz’anima e senza tipicità, supermodermi, ruffiani e modaioli. Meno male che in Toscana c’è ancora gente come Gianfranco Soldera, Fabrizio Niccolaini di Massavecchia, Giovanna Morganti di Le Boncie, Guerino Florio di Paradiso di Manfredi, le sorelle di Tenuta Fonterenza ed altri ancora che tengono alto il vessillo di una terra straordinaria, ingiustamente martoriata dal business e dagli enologi “griffettari”!
    p.s. Ma questi signori non potevano starsene in Svizzera a produrre cioccolato? 🙂

    • Pat Garrett, la legge vigente consente di fare così. Come consumatore che si rivolge ai consumatori trovo che vini del genere non abbiano nulla da dirmi, perché non esprimono quella inconfondibile voce della terra da cui provengono che mi aspetto “sentire” e riconoscere da un grande vino. Quanti vini italiani, non solo toscani, sono fatti in questa maniera discutibile…
      Quanto al suo post scriptum, suvvia, non faccia il razzista nei confronti di cittadini “extracomunitari”… 🙂

  2. Gira e rigira siamo sempre lì. Anche i signori Widmer hanno comprato vino da terzi senza sapere effettivamente come era fatto, ma glielo hanno certificato sulla carta con alti standard qualitativi. Forse era meglio se compravano l’uva e con i loro standard qualitativi garantivano la loro produzione.

    Allora, per assurdo, non sarebbe meglio vietare la vendita di sfuso (mosti e vini)?
    Fino ad ora i recoltant sono passati per disonesti ed i manipulant (molto manipolatori per non dire di peggio) l’ hanno fatta franca. Se vogliono manipolare facciano le bevande zuccherate, faticano di meno e guadagnano di più.
    Ed i viticoltori improvvisati la smettano di portare voti agli assessori per ottenere la DOC in zone vocate per le patate, perchè saranno loro le prime vittime dei furbetti delle autocisterne, è inevitabile.

  3. ..in fondo loro non hanno fatto niente di male..la legge lo permette ..il mercato lo pretende..,a parte il ”cisternista”,che se ha fatto il furbo dovrà renderne conto,l’unico ”bischero ”potrebbe essere il consumatore (grazie anche a chi la tanto ”immortalato e reclamizzato..”)che ha scelto un vino ”non prodotto all’origine”…

  4. Mi accodo a chi confessa di non amare quel genere di vini (e ci mancherebbe!). Però mi viene da osservare che questi signori (forse sono un po’ vittime, anche loro) invece di fare i pesci in barile o inveire contro “i giornalisti che scrivono”, oppure dire che non è vero niente, s’attaccano al computer e SCRIVONO dicendo la loro. Immediatamente c’è dibattito, cioè salute mentale.
    Trovo che questo sia il modo giusto – anzi l’unico – e apprezzo la loro chiarezza, anche se non bevo quel vino.

    (Berlusconi invece – e tutti quelli che la pensano come lui – direbbe che pubblicare notizie sulle incheste relative ai vini italiani equivale a fargli cattiva pubblicità)

  5. @ Pat Garrett
    Senza contare che i primi mastri cioccolatieri (almeno per il cioccolato come lo conosciamo oggi) mi risulta siano stati italiani, forse dalle parti di Montecatini, l’illustre sig. Lindt, che faceva tutt’altro mestiere, durante un viaggio in Italia ha scoperto questo nettare e ha pensato bene di mettersi a produrlo in svizzera dopo aver imparato dagli italiani e tanto per diversificare gli investimenti. Il risultato è che oggi in Italia sono quasi spariti i produttori di cioccolato (tranne qualche eccezione) e si compra cioccolato svizzero con la convinzione che sia il migliore…

  6. Consento, consento, miei cari SB e FZ! Ma non mi pare che il mio commento fosse (sia) minimamente disfattista. Non vorrei che l’aggettivo ‘disfattista’ derivasse dalla mia dichiarazione di non bere quel vino…
    Trovo inoltre che questi signori siano molto intelligenti, ma – chissà se posso permettermi – anche piuttosto ingordi.
    Se uno ha 60 ha di vigna (non 2 o 3 ha!!!!), e ha voglia di fare un ottimo vino, e passione per il terroir (questa dovrebbe essere davvero vincolante) credo che abbia panno e filo per cucirsi il vino che vuole, senza rischiare di farsi intaccare la reputazione da un’inchiesta, comprando della roba che con la ‘passione per il terroir’ ha poco a che fare.
    Però intervengono nella discussione e ciò va a loro merito (intelligenti e anche furbi: che abbiano imparato dagli italiani, superando i loro maestri?)

    • rendo anch’io omaggio alla decisione dei proprietari di Brancaia di intervenire, dire la loro, inviandomi la loro precisazione (che ovviamente immaginavano avrei pubblicato) e di non fare i “pesci in barile” come hanno fatto, invece, tanti produttori di Montalcino lo scorso anno… Se fossi un filo presuntuoso (mia moglie direbbe che lo sono, e non un filo) comincerei a pensare che non si può snobbare (vedi l’intervento di Matteo Lunelli, patron delle Cantine Ferrari, ieri) non solo quello che io scrivo su questo blog, ma quello che la comunità che si riconosce in questo blog, che interviene e dice la sua, pensa e dice chiaramente di pensare. In altri tempi avremmo usato la parola glasnost, ma di trasparenza, di apertura all’altro, di dialogo e confronto, il mondo del vino italiano ha ancora oggi, più che mai, bisogno…

  7. Hai ragione Agostino, rettifico, potevano starsene in Svizzera a fare gli orologiai o i banchieri (o hanno imparato da noi anche questo..?);
    nessuno ne avrebbe sentito la mancanza, tanto vendono tutto (o quasi) agli Americani (che tra il vino e la Coca-Cola fanno poca differenza ;-)..)

    • @Pat Garrett
      Questa, sugli americani, é una banalità intrisa di qualunquismo, che poteva tranquillamente risparmiarsi. Perché ci sono americani che come dice lei “tra vino e Coca-Cola fanno poca differenza”, americani che vogliono i vini parkerizzati e che dell’origine e del sense du terroir se ne fregano altamente, e quindi gli sta bene, eventualmente, anche un vino fatto con un po’ di uve toscane e magari un po’ di Montepulciano d’Abruzzo, o di “Nutella” (come si dice nell’ambiente di certi wine maker). E poi ci sono, e non sono pochi, e sono sempre di più, Americani che hanno un gusto e una cultura del vino europei, che quando comprano un Brunello di Montalcino vogliono che profumi di Sangiovese e che non assomigli ad un Super Tuscan, ad un Toscana Igt o ad un Sant’Antimo…

  8. Verissimo, ci sono Americani ed Americani, ad esempio Il Sig. Jeremy Parzen (http://dobianchi.com/) ne capisce, eccome.. Ma è la tendenza “generale” del gusto americano che va verso una certa direzione e questa è stata presa con scaltrezza da chi piu’ ha a cuore il business che l’amore per la terra ed il suo lavoro..

  9. Senza entrare nel merito Brancaia, vorrei dire la mia in generale anche se rischio di essere ripetitivo.
    Nei post pubblicati ci si scandalizza sull’acquisto di vino esterno alla propria produzione. Confermo che entro una certa percentuale è possibile acquistare vino o uva e poter continuare a scrivere sull’etichetta “prodotto e imbottigliato all’origine”. Questo per chiarezza.
    Ma occorre anche aggiungere che oggi come oggi è molto più conveniente acquistare che produrre. Anzi direi di più, produrre rischia di essere uno specchio per le allodole. Come produttore a Radda in Chianti, il mio vino Igt (sangiovese in purezza) ha una quotazione di 35 centesimi il litro per i commercianti. Sono riuscito nientepopodimeno a vendere a una nota azienda di Panzano 50 Hl a 70 centesimi (si perchè il mio vino è da agricoltura biologica e ho bisogno di pagare… tanta inutile burocrazia). Considerando che i costi di produzione nel Chianti Classico sono dell’ordine di 2,50/3,00 Euro il litro, la tentazione è questa: produrre non conviene, conviene comprare: c’è più profitto.
    Ognuno faccia le proprie riflessioni.

  10. Mi associo a Franco e alla Sig.ra Biasutti, ritengo che sia da apprezzare il modo di rispondere dell’azienda “Brancaia”, posso capire che i loro vini non diano emozioni o che non rispettino il territorio da dove provengono, ma sono comunque vini ben fatti e assolutamente indiscutibili, anche se io non li compro (ma questo è altro affare).
    Aggiungo che non c’è nessuna frode, perchè la legge permette di acquistare una piccola parte di uve o vino extra produzione per integrare la propria (se c’è una frode cartacea, Brancaia non è tenuto a saperlo, anche se è giusto accertarsi dell’esatta provenienza di quelle uve o di quel vino; sono le autorità competenti che sono preposte ai controlli) inoltre, Pat Garret, per come la vedo io, se riescono a vendere tutto, bravi loro!!! Oggi, con i chiari di luna che corrono, tal fatto non è da scartare. Poi, ripeto, se sono vini ruffiani, modaioli etc. etc. è altro affare, ma non c’entra con la legalità, tanto più che il vino in oggetto esce come “Toscana IGT” e quindi può essere fatto con le uve ammesse alla coltivazione nella provincia ove sono raccolte, non hanno un disciplinare preciso che ti permette di usare un solo tipo di uva o più uve con certe percentuali.
    PS
    Specialmente in Toscana dovrebbero ringraziare gli Americani, perchè….quanto vino comprano loro?
    Tutto questo discorso, sia chiaro, non per fare l’avvocato del diavolo.
    Saluti.

  11. Il fatto i proprietari di Brancaia siano svizzeri non vuol dire niente, se si fa dell’ironia sulla nazionalità nel vino, specie noi italiani toscani in generale, faremo meglio a tacere e ragionare sulla pacata modalità di discussione che hanno avuto i signori.
    Avessi io sessanta ettari di vigna sarebbe come trovarmi ad un luna-park.
    Sangiovese, sangiovese, sangiovese, punte di canaiolo, colorino e la vituperata malvasia bianca in un igt e per vinsanto.

  12. E’ uno di quei rischi connessi apparentemente con l’accoglimento di un certo opportunismo commerciale determinato in questo caso quando la domanda supera l’offerta, antico vizio toscano, ma non solo.Però in questo momento mi immagino anche i costi fissi che comportano la gestione di 60Ha di vigneto, sicuramente altissimi e combinato a quello che anche dice il Cianferoni sul prezzo dello sfuso e le cose effettivamente assumono un quadro leggermente diverso.Ma non troppo.

  13. Notevole il livello dell’intervento di Paolo Cianferoni. Perche’ tocca i tasti critici, e veri.
    Fammi capire, Pat Garrett, sarebbe una “truffa” comprare l’uva e farci il vino? Posso convenire con chi suggerisce che avendo 60 ettari vitati, sia piuttosto una questione di prudenza (con i lumi di luna correnti). Ma vorrei sapere che truffa sarebbe quella di chi vuole fare il vino anche (o pure esclusivamente, che male ci sarebbe?) con uve altrui. O, se per questo, che vuole fare un vino assemblando vini fatti da altri. Il punto e’ se la cosa e’ dichiarata o meno.
    Io, che pure non ho sessanta ettari di vigna, non mi vergogno a dire che quando i cinghiali mi hanno pappato la quasi totalita’ dell’uva (vendemmia 2008), ne ho comprata per fare un vino cui ovviamente non daro’ lo stesso nome che assegno a quello fatto all’origine. E sempre non mi vergono a dire che la pochissima uva mia salvata ha preso tutta sola la strada di un fusto (e avra’ un altro nome ancora), mentre quella acquistata ha preso, solo quella, la strada di altri contenitori separati. A parte quello che faccio, pero’, rivendico a me e ad altri il buon diritto di fare legittimamente il vino con l’uva che ci pare, chiaramente rispettando le regole scritte nonche’ quelle non scritte del buon comportamento. Senza che qualcuno, esagerando, cominci a dare del truffatore a destra e a manca.

  14. Comunque se mi consentite voglio chiedervi una cosa, perché queste verità tipo l’acquisto di uve consentite dalla legge vengono sempre fuori e soltanto quando vengono beccati?
    C’è sempre un pò di malizia dai, oppure c’è un modo per saperlo, una classificazione che permetta di identificare le uve inserite nella bottiglia, se autoctone oppure no?
    Sarebbe per me molto interessante capirlo
    Grazie mille

    • nel migliore dei mondi possibili, quello che sogniamo e non esiste, sarebbe bello che i produttori informassero i consumatori, per i vini Igt, circa la presenza di uve acquistate. Soprattutto quando arrivano da zone non proprio attigue rispetto alla cantina dove il vino viene imbottigliato. Nel caso di un Toscana Igt a me piacerebbe sapere quale quota di uve vengano, ed esempio, dal Chianti, quante dalla Maremma o altrove. Da una comunicazione più chiara e trasparente c’é solo da guadagnare..

  15. @Filippo Cintolesi
    ma non c’è un’inchiesta in corso e 75.00 mila bottiglie sequestrate??
    Il Brancaia 3 non è forse un igt*? Ed il carico sequestrato non è proveniente dall’abruzzo?? Mi sembra ci siano i presupposti se tutto viene confermato per parlare di inganno verso il consumatore (se non vogliamo definirlo in altro modo..)

    * I vini IGT
    E’ la sigla di “Indicazione Geografica Tipica” e rappresenta una zona di produzione molto ampia, ma sempre nell’ambito regionale: essa qualifica infatti i vini da tavola provenienti da grandi regioni vitivinicole.
    Al nome designato si può aggiungere il colore dei vini ed il nome dei vitigni.. ecc..

  16. Caro Franco, ti ringrazio per l’attenzione, la precisione e la correttezza con cui non solo e non tanto segui i miei scritti, ma (ben di più) ti approcci e racconti il mondo del vino.
    La replica di Brancaia è la classica smentita che non smentisce. Spero, se non altro, che dimostri – come sembri voler sperare – un desiderio di apertura, di glasnost. Ma non ci credo molto. E sono d’accordo con chi, come Jury Borgianni, sottolinea come i chiarimenti vengano sempre dopo che uno gli ha fatto tana, costringendoli a mostrarsi.
    Tutto il resto l’ho scritto nel libro e, oggi, nel blog. Un saluto a te e ai tuoi attenti e numerosi lettori.

    andrea scanzi

    • Grazie a te Andrea! Contraccambio regalando a te e ai lettori dei nostri blog un nuovo spunto di riflessione. E’ stata nominata, leggete qui, la nuova Giunta della Regione Toscana
      http://www.regione.toscana.it/regione/export/RT/sito-RT/Contenuti/sezioni/istituzioni/regione/visualizza_asset.html_1513590481.html
      Bene, leggete quale sia il curriculum, la storia, la provenienza (sinora si é occupato di politiche sociali e di sport) del neo eletto assessore all’agricoltura, Gianni Salvadori.
      Mi chiedo se per una Regione dove l’agricoltura e la viticoltura hanno tuttora una grande importanza non si potesse scegliere una persona con una preparazione specifica migliore… Ma questo é anche il Paese dove anche il nuovo Ministro delle Politiche Agricole non vanta alcuna competenza specifica in materia…
      Leggete il curriculum del nuovo assessore regionale toscano:
      Sono nato a Pontassieve il 22 giugno 1956, ma vivo da sempre a Molino del Piano, sono sposato e sono padre di tre figli (Laura, Marco ed Elisa). Nel 1978 ho iniziato la mia attività in Cisl, proprio nei giorni del rapimento Moro, e la mia prima esperienza è stata nelle strutture zonali della Cisl di Valdisieve, Scandicci e Sesto Fiorentino, prima di passare alla Filca (il sindacato dei lavoratori edili della Cisl) di Firenze, di cui sono divenuto segretario nel 1984. Nel 1988 sono stato eletto segretario regionale della Filca prima di entrare nella segreteria nazionale del sindacato edile nel 1989. Dal 1992 sono entrato a far parte della segreteria regionale Cisl, dove ho svolto l’incarico di segretario organizzativo. Il 4 gennaio 2001 sono stato eletto segretario generale della Unione Sindacale Regionale Cisl della Toscana. Carica confermata all’unanimità dal congresso regionale della Cisl del maggio 2001, e mi sono dimesso da segretario generale l’11 aprile del 2005.
      Dal 1985 al 1998 sono stato vice presidente della Cassa edile di Firenze e dal 1990 al 1993 della Cassa edile di Roma. Dal 2005 al 2010 sono stato assessore regionale alle politiche sociali e allo sport. Sono impegnato fin dagli anni dell’adolescenza nel circolo parrocchiale di Molino del Piano, e fin da giovane ho sempre dimostrato grande sensibilità per le attività svolte dal movimento cattolico toscano. I miei sport preferiti sono il calcio e la pallavolo, sport che ho anche praticato negli anni dell’adolescenza. Preferisco la musica classica, nel tempo libero amo fare lunghe passeggiate e non disdegno di cimentarmi anche ai fornelli.

  17. Ho seguito il link postato da Ziliani verso il blog di Scanzi per andare a leggere quella che sembra una “replica” inutilmente piccata. Anzi devo dire che quella di Scanzi non mi e’ sembrata neppure una replica, per quanto cosi’ da lui definita, esattamente come non mi pare lo fosse quella dei coniugi Widmer, i quali infatti hanno parlato di “comunicazione formale”.
    Sicuramente poi quella dei Widmer non era cio’ che Scanzi chiama “una replica al mio libro. Cioè,[sic] no: all’unica pagina che (forse) hanno letto.”. Che i Widmer non solo non siano risultati in una replica al libro di Scanzi, ma neppure fossero minimamente intenzionati a farlo, nel senso che altri fossero i destinatari della loro comunicazione, penso sia evidente a tutti quelli che hanno letto la loro comunicazione, tutti tranne Scanzi forse. Comunicazione, anche questo e’ evidente, semplicemente occasionata dal comparire il nome della loro azienda nella pagina 131 del libro di Scanzi.
    Mi pare inoltre anche piu’ che evidente che i Widmer non avessero nessun bisogno di leggersi non dico il resto del libro, ma neppure soltanto il resto della pagina, per poter provare il bisogno di esternare le precisazioni che hanno esternato. Precisazioni che non mi pare contenessero la benche’ minima traccia di rimprovero o di lamentela nei confronti di Scanzi, se ne faccia quest’ultimo una ragione. Se e’ con le affermazioni di qualcuno che i Widmer sono in polemica, questo qualcuno e’ l’autore delle parole virgolettate nella suddetta pagina 131; autore che apprendo essere Massimo D’Alessandro, parole che gia’ ho avuto modo di definire senza mezzi termini “una gran bella cazzata”, per l’insopportabile apoditticita’ che le caratterizza.

    Oltre che dal tono di Scanzi (tono che personalmente ho trovato molto indigesto), anche dal contenuto letterale delle sue parole par di capire che egli ha ritenuto controproducente la mossa dei Widmer : “Nel caso migliore è la classica smentita che non smentisce, in quello meno desiderabile un esempio (l’ennesimo) di toppa peggio del buco (e così la stanno commentando i lettori di Franco Ziliani).”
    A parte il fatto che “i lettori di Franco Ziliani” mi pare mostrino maggior ampiezza e varieta’ di vedute di quel che sembra a Scanzi, quella dei Widmer non ha affatto il contenuto o l’apparenza di una smentita. Sara’ forse proprio per questo che a Scanzi sembra che essa “non smentisca”: evidentemente questo non e’ un problema.

    A Scanzi quella dei Widmer pare una precisazione superflua oltre che dannosa (anche se come gia’ detto non la chiama “precisazione” ma “replica”). Merita leggere le sue parole per intero:
    “Mi preme però dirgli [dirgli ai coniugi, nota mia] subito che tale replica è del tutto pleonastica, al di là di una media piacevolezza dello scritto, ribadendo in tutto quello che ho riportato nel libro (in merito a Brancaia, almeno) e confutando al tempo stesso tutto ciò che nel libro non c’è scritto.”
    Media piacevolezza che purtroppo non si puo’ attribuire allo scritto dello Scanzi, sia per il gia’ detto tono sia per la qualita’ grammaticale, desumibile anche dalla frase appena citata.
    Interpretando la sintassi scanziana, parrebbe di capire che egli ha percepito da parte dei Widmer l’intenzione di confutarlo. Forse il dettaglio e’ sfuggito a Scanzi, ma mentre la sua e’ sostanzialmente oltre che dichiaratamente una replica ai coniugi Widmer, questa si’, veramente pleonastica, quella dei Widmer al contrario era una comunicazione niente affatto rivolta a lui ma al loro pubblico: evidentemente ognuno da’ la propria risposta a quello che “arriva a disturbarti il quasi-Nirvana”.

    Della tessitura di giudizi negativi e di insinuazioni presente nel resto della “replica” scanziana non mi metto a commentare (notevole la scelta lessicale del seguente periodo come esempio di stile:
    “Prendo comunque atto di tale smentita, nella quale peraltro si ammette candidamente di acquistare disinvoltamente (“in buona fede”, ovvio) del vino sfuso proveniente dall’esterno dell’azienda. Una bella notizia per i consumatori.”).
    Mi permetto invece soltanto un’ultima annotazione: mentre l'”interposta persona” che Scanzi ha rilevato fra l'”attenzione” dei Widmer e il suo “quasi-Nirvana”, ossia Ziliani, ha messo la “consueta dovizia” di link a tutto il linkabile, primo fra tutti proprio il blog di Scanzi, e’ un peccato che non la stessa dovizia possa riscontrarsi sul blog di Scanzi dove e’ assente un link ipertestuale al blog di Ziliani, soltanto nominato.
    Sara’ questa mancanza forse dovuta al fatto che il Nostro prova affetto piu’ per il medium tradizionale cartaceo (aho: Mondadori, non Scaramacai) che per quello telematico.

    • Filippo caro, invitandoti a dire la tua sulla nomina di un sindacalista, con esperienze precedenti nelle politiche sociali e nello sport, quale nuovo assessore all’Agricoltura della tua Regione, la Toscana, voglio provare a togliere, per quel che posso, un po’ di carica polemica al tuo torrenziale intervento. Credo che l’assenza sul blog di Scanzi di un link ipertestuale a questo blog sia una pura dimenticanza e non sia voluta. Di sicuro Andrea ha più confidenza con “il medium tradizionale cartaceo” (giornali e libri) e deve ancora impratichirsi del tutto con le regole, non scritte, del Web che impongono di inserire tutti i link possibili di modo da facilitare la comprensione di quanto viene scritto

  18. Pat Garrett, tu parli di “inganno verso il consumatore” e prima ancora parlavi di “truffa” per il fatto che un’azienda con 60 ettari di vigna compra l’uva o il vino. Punto. Questa NON e’ una truffa, quindi pesa meglio le tue parole. In secondo luogo, se l’uva o il vino fatto acquistati con documenti che ne attestano la provenienza dalla Toscana, vengono usati per fare un vino IGT TOSCANA, questa NON e’ una truffa. Se viene fuori che chi ha venduto l’uva o il vino ha contraffatto i documenti perche’, venduti come proveniente da vigneti IGT Toscana provenivano in realta’ da vigneti abruzzesi, QUESTA e’ una truffa. Commessa da chi ha venduto l’uva o il vino. Ai danni, in primissimo luogo, proprio di chi li ha acquistati per farne un prodotto col proprio marchio commerciale.

  19. Borgianni, un primissimo modo per capire se un vino e’ fatto con uve aziendali o no, e’ controllare se’ e’ imbottigliato “all’origine” o no. Anche se questo non e’ un criterio necessario E sufficiente: se faccio vino interamente con uve aziendali MA mi rivolgo a un’azienda esterna per imbottigliarlo (magari perche’ non posso permettermi una linea di imbottigliamento viste le mie dimensioni), NON posso scrivere “imbottigliato all’origine” (bella inculata, eh?).
    La quota di uve extra-aziendali ammesse per non perdere la dizione “all’origine” e’ per l’ICRF (o ex tale) 1/3. Mentre la quota massima ammessa dall’Agenzia delle Entrate oltre la quale si comincia a parlare di attivita’ commerciale (e non piu’ di attivita’ connessa con quella agricola) e’ del 50%.
    Altri modi per sapere se un vino che puo’ lecitamente provenire in tutto o in parte da uve extra-aziendali, effettivamente e’ di provenienza primaria esterna? Chiederlo a chi lo produce/confeziona.
    Chiedete e vi sara’ detto, sempre che il dettaglio non sia gia’ oggetto di comunicazione spontanea.

  20. Intendo entrare in questo post in punta di piedi, segnalando che, se è vero come è vero, che sono state scritte verità impietose (per fortuna) e anche vero che, tutto ciò è solo il frutto di una politica disastrosa riguardante le denominazioni (DOC, DOCG, IGT…) e una parallela cecità delle autorità che non hanno saputo legiferare a tutela del consumatore.
    L’etichettatura, è lo strumento più idoneo a tutelare i consumatori e anche, scusate, i produttori seri.
    Ha ragione Franco quando parla di trasparenza, ma ho paura che si formi una lobby di produttori e tanti saluti alla tutela del consumatore.
    Tutto il resto è noia, le leggi economiche che spingono le aziende a fare quel che vogliono in nome del fatturato, qui non c’entrano, i consumatori meritano rispetto! (cribbio)

  21. Caro Franco, i problemi della comunicazione asincrona.. Stavo postando commenti quando tu mi hai chiesto un parere sul nuovo assessore regionale; stavo commentando il post apparso sul blog di Scanzi quando lo stesso stava commentando qua.
    Ti ringrazio dell’invito a commentare la nuova nomina di Salvadori, ma preferisco declinare perche’ non conosco l’uomo. Sul fatto che venga messo all’agricoltura qualcuno proveniente da altre esperienze.. beh, non starei a sottilizzare, non mi pare che la tradizione politica di tutto quanto il nostro paese sia estranea a questa prassi.

    In ultimo vorrei dire che il mio commento delle 17:00 e’ risultato effettivamente un po’ lunghetto, e di questo mi scuso con te e con i lettori. Purtroppo la finestrina in cui inseriamo caratteri ascii non formattati, da’ poche possibilita’ di capire la lunghezza finale. Inoltre ho poca dimestichezza con la valutazione a colpo del numero di parole che scrivo. Comunque, anche se ho inteso commentare un intervento, quello di Scanzi, che mi ha destato delle perplessita’, le intenzioni non erano di fare polemica in senso negativo. Perche’ voglio sperare che si conservi ancora un senso positivo alla dialettica verbale 🙂

  22. tornando ab ovo, la situazione è la medesima dello scandalo del metanolo.
    anche quella volta, gli imbottigliatori comprarono vino sfuso su garanzia dei mediatoricommercianti.
    ci furono dei morti, che almeno questa volta non ci sono stati.
    la colpa degli imbottigliatori, cioè quella di mettere in commercio vini da loro non prodotti ne’ controllati, non fu considerata un’attenuante dai giudici.
    forse in questo mondo pieno di “furbetti e birichini” la cosa migliore sarebbe fare il vino, e farlo partendo dalle uve.
    certo che d’ora in avanti i prezzi non bassi di quell’azienda dovranno essere considerati in funzione del ruolo di “imbottigliatore”.
    cosa di cui il consumatore di fascia alta potrebbe non essere felice.

  23. .con il nuovo assessore ,mi auguro, faremo tante belle cose…a me piacerebbe… ”una bella casetta in mezzo ad una vigna”…

  24. Ma guarda te se mi devo mettere io a fare l’avvocato di chi ha sessant’ettari di vigna…

    Torniamoci pure ab ovo. Ma vediamo di proseguire usque ad malla.
    “La situazione e’ la MEDESIMA di quella dello scandalo del metanolo”. Wow! Proprio la medesima… “Anche quella volta gli imbottigliatori comprarono vino sfuso su garanzia dei mediatori/commercianti”.
    Anche quella volta li’? Vi comunico, signori, che questa e’ la regola preponderante in tutti i settori dell’industria e del commercio. Unica rara eccezione la filiera chiusa dalla produzione primaria al consumatore. In quasi tutti i casi c’e’ un anello della catena che compra un prodotto semilavorato “su garanzia” di chi glielo vende. E lo compra per rivenderlo ad altri anelli, dopo averci aggiunto poco o tanto valore. E se chi vende truffa chi compra, la responsabilita’ di chi compra nella truffa deve essere PROVATA, sia pure tramite una responsabilita’ di omesso controllo (deve cioe’ essere previsto dalla legge l’obbligo di controllare le singole partite in ingresso, controllare cioe’ la rispondenza fra documenti e prodotto. Auguri!). Anche nella procedura HACCP e’ prevista una fase chiamata “omologazione dei fornitori”. Non a caso e’ una fase sottoposta a Good Manufacturing Practice e NON e’ generalmente considerato un Critical Point. Questo significa che NON e’ previsto un parametro di controllo critico da monitorare, ma e’ prevista semplicemente l’adozione delle buone pratiche di lavorazione.

    “La cosa migliore sarebbe fare il vino e farlo partendo dalle uve”. E questo sarebbe? Sarebbe forse il caso di proibire il traffico di uva da vino e di vino sfuso che non sia quello da tavola da vendersi a mescita? E’ questo che si intende? Se si intende dire questo, che lo si dica, apertamente! Diciamo allora che chi coltiva uva da vino DEVE obbligatoriamente trasformarla anche in vino, on site. E si aggiunga che chi fa vino deve anche obbligatoriamente condizionarlo in recipienti atti alla vendita, ossia “imbottigliarlo”. E illudiamoci pure che un simile folle scenario da piano quinquennale staliniano possa impedire le truffe.

    “Certo che d’ora in avanti i prezzi non bassi di quell’azienda dovranno essere considerati in funzione del ruolo di “imbottigliatore”.
    cosa di cui il consumatore di fascia alta potrebbe non essere felice.”
    Allora, o si legge quel che viene scritto, o si dichiara che non si ha la minima intenzione di farlo, ma solo quella di emettere sentenze a priori.
    Io non conosco i prezzi di Brancaia e neppure il loro vino. Conosco solo quello che i Widmer hanno comunicato. Ritengo che si debba commentare alla luce di quanto comunicato, cioe’ che si DEBBA tenere conto di quanto hanno dichiarato. E questo e’: quell’azienda fa tre vini “di punta”. Par di capire (non e’ dato niente per affermare il contrario) che quei tre vini sono prodotti “all’origine”. Poi, siccome non tutta la loro uva puo’ essere selezionata per la qualita’ dei tre vini di punta, ecco il quarto vino, un “vino di pronta beva” (definizione che da sola fa immaginare un prezzo diverso) in cui finiscono le uve di seconda scelta. A questo punto, siccome il loro vino “di pronta beva” e’ richiesto, acquisiscono prodotto dall’esterno per aumentare il volume di prodotto da loro marchiato. Se come ruolo di quella azienda e’ da considerarsi quello di “imbottigliatore”, pare di capire che questo sia nei confronti del solo “vino di pronta beva”.
    Il “consumatore di fascia alta” e’ da immaginare che consumi i loro tre vini “di punta”.

    Se questa qui e’ la RICEZIONE dell’informazione, a che pro spendere tempo e denaro in COMUNICAZIONE?
    Se si dimostra con i fatti e con i numeri che il consumatore recepisce soltanto messaggi strillati a tutto volume, e che anche di quelli recepisce solo le briciole piu’ eclatanti, ecco che lo stato carente che domina nella comunicazione sui prodotti, e’ esattamente cio’ che tale consumatore si merita.

  25. Ma uno che ha 60 ettari di vigne, deve proprio comprarsi vino sfuso da fornitori esterni, che tralaltro alla prova dei fatti non sono nemmeno tanto affidabili? Avranno pure prodotti di gamma alta, ma secondo me la qualità va misurata dalla linea base e comunque su tutta la produzione di un’azienda, e in questo caso mi sembra che ci siano tutti gli elementi per dubitare. Non conosco questi produttori ma mi guarderò bene dall’acquistarne i vini sebbene è chiaro che lavorano nell’assoluto rispetto della legge. Il mio target è tutto un altro : piccoli produttori con qualche ettaro che cerco di andare a trovare direttamente bombardandoli di domande e con i quali stabilire un diretto rapporto di fiducia e di rispetto. Poi magari mi fregano lo stesso, ma le bugie hanno le gambe corte…

  26. certo che pensare che chi ha 60 ettari in toscana e un fior di enologo compra vino e non si accorge che è abruzzese e non toscano… beh… ma l’ha almeno assaggiato? non sarà truffa, però… dimostra quantomeno di non capirne nulla… dovrebbe perdere ogni diritto a scrivere la parola “toscana” sulle proprie etichette, lo chiamino abruzzaia

  27. In linea generale credo conti poco se certi vini sanno di territorio o no,in fondo posso avere un pubblico di estimatori. Non per questo vanno condannati, ciò che và decisamente condannato, e denunciato all’opinione pubblica, sono i comportamenti ingannevoli. Anche se la legge lo consente. Mi frega assai se un produttore, agendo legalmente, compra uve e vino da terzi e poi le imbottiglia utilizzando il “traino” del propio nome. Perchè costui non scrive ” vino da uve di terzi” sulle proprie etichette? Sono certo che lo sa benisssimo. Se ne dovessi venire a conoscenza, mai e poi mai più acquisterò qualcosa da costui. L’unica cosa che nessuno mi può togliere è la lotta per un principio. Apprezzerò sempre chi non tace.

  28. ma questa azienda,ha un nome da difendere ed una clientela
    da tutelare,oppure nò? Dalla notorietà e,dal mercato direi
    proprio di sì!Si puo essere disonesti in più modi,ad esempio
    carpire la buona fede del consumatore,ma lo è altrettanto
    chi vende un bene,per un valore diverso di quello reale.
    Al caro amico Filippo dico,costa così caro spendere due
    parole e comunicare/dichiarare nella contro etichetta,le uve
    che concorrono alla realizzazione del vino stesso,o dobbiamo
    attendere che diventi diritto e,non un messaggio strillato.

  29. Quello che mi lascia perplesso è il fatto che tutti sanno ma non bisogna parlarne altrimenti anche quelli che sanno sono pronti a giurare il contrario, vuoi per amor di patria, vuoi per campanilismo, vuoi per interessi personali. Signor Cintolesi, nessuno sta facendo la guerra alla Toscana, si sta cercando di fare chiarezza piuttosto sul modo di operare di alcune aziende(e purtroppo sono tante). E’ evidente a tutti, credo, l’alto livello qualitativo di alcune zone vitivinicole toscane, il problema è che queste zone si sono estese troppo, decuplicate direi con il miraggio che bastasse scrivere in etichetta Toscana per vendere di tutto e credere che tutto fosse buono (a qualcosa del genere mi sembra che faccia cenno anche il gentile Pagliantini), evidentemente non è così e credo che sia il momento di prenderne atto. Sarebbe ora che in qualche terreno riprendessero a piantare patate. Le cisterne che arrivano dall’Abruzzo(e in tempi passati da altre zone) sono un dato di fatto inconfutabile, poi quello che accerterà la magistratura è altro conto e a mio parere i suoi commenti e il suo difendere a tutti i costi i modi di operare di Brancaia (anche se legale, sappiamo tutti che la legge non corrisponde necessariamente a giustizia)non aiutano i bravi produttori. Poi che Brancaia non sapesse da dove provenisse quel vino (pur con tanto di certificati probabilmente contraffatti) mi lascia senza parole e il bravo Scanzi ha centrato il punto, è una smentita che non smentisce, ma si sa, in Italia quando il pisellino fa la pipì a letto è il culetto che prende le botte.
    PS, scusate l’ultimo commento poco ortodosso ma credo che ci stia proprio bene.

  30. Ciao Franco.
    Domani dico la mia su InternetGourmet. Niente di clamoroso. Osservo solo che sul sito di Brancaia il Tre è presentato così: “Le uve, selezionate con cura, arrivano dai nostri tre poderi toscani: Brancaia (Castellina), Poppi (Radda) e Brancaia in Maremma (Morellino di Scansano)”. Credo sarebbe il caso che questa descrizione la modificassero, dopo quello che hanno scritto a te. Non corrisponde alle loro dichiarazioni. Apprezzo la trasparenza, e dunque bene hanno fatto ad esporre le loro ragioni scrivendoti. La trasparenza la apprezzo di più se è completa: che facciano un ulteriore sforzo sul loro sito.

  31. Non conosco i Signori Widmer, però se tutti gli svizzeri nel mondo del vino italiano si comportassero come ha fatto e tuttora fa Kunzli a Boca, insomma, ne incentiverei la calata in suolo italico, almeno uno per ogni denominazione.

  32. Accorgersi se un vino e’ abruzzese o toscano? Sarei proprio curioso di fare la prova facendo assaggiare un po’ di etichette di mia conoscenza. Conoscenza in molti sensi.

    E’ vero, si’, che alcuni ammettono i propri comportamenti poco spendibili in termini d’immagine soltanto quando qualche azione legale li mette alle strette. Se per questo e’ anche vero che moltissimi consumatori “critici” hanno iniziato a stracciarsi le vesti sui vini “improbabili” soltanto dopo che grazie alle azioni di cui sopra e’ uscito alla luce del sole di che pasta fossero. Ma nei passati vent’anni, soprattutto nel periodo “d’oro” del boom vinicolo, quando il verbo era uno solo e la riprova erano i prezzi che quel verbo poteva permettersi di spuntare, quanti sono quelli che hanno speso una sillaba per eccepire l’improbabilita’ dei fiumi di vino che correvano? E’ facile oggi fare l’elogio del sangiovese e sparare contro i vini superconcentrati. Ma io me lo ricordo bene quando a far bere un vino fatto come si era sempre fatto, c’era da passare per bifolchi primitivi fuori dal tempo. “Vinellino”, “volatile troppo alta”, “disarmonico”, “poco rotondo”, “una volta poteva anche andare ma ora…”.

  33. ..e pensare che c’è tanta gente (pagata) per legiferare ..ma una legge chiara per il consumatore faticano tanto a farla..forse prima devono sentire qualcuno che ”del consumatore ne faccia cio che vuole”..

  34. non per difendere sempre i toscani o chi fa vino in toscana ma vi rendete conto del business che significa la menzione “igt toscana”? Il TRE di brancaia, che per esempio non adoro in maniera particolare ma l’ho messo in carta in diversi posti e vende benissimo, è addirittura DECIMO nella classifica Wine Spectator, quella che Franco non considera, e mi scuso se gliela nomino qui dentro.
    Però fare IGT Toscana che si vende bene con buoni margini permette di fare cassa e avere più respiro per concentrarsi sul Chianti Classico ad esempio. Che di nuovo non mi fa impazzire quello di Brancaia) ma almeno è tutto di uve di proprietà a Radda.
    Quello che mi stupisce ogni volta è questo atteggiamento da caccia alle streghe appena si “scopre” che qualcuno vuol fare vino per guadagnarci. D’ora in poi la chiamerò la sindrome di Cerea…

    • finché ci saranno toscani che fanno ragionamenti come questo, che giustificano tutto in nome del business (il “fare vino per guadagnarci”) per il puro gusto di fare business, non importa come, magari citando le ridicole classifiche di Wine Spectator, allora la Toscana continuerà ad essere quella che purtroppo é: una delle regioni vinicole italiane dove la disinvoltura, in vigna ed in cantina, é maggiore. E più grande la faccia di tolla di tanti produttori, ristoratori, commentatori. Bravo Gori, continua pure a ciarlare di “caccia alle streghe”, é chiaro che a te Brunellopoli e questo scandalo non hanno insegnato nulla. Ed é altrettanto chiaro che di questo modo di fare disinvolto persone come te sono, oggettivamente, complici

  35. gori il vento sta radicalmente cambiando…dalle vendite alle classifiche alle guide…ecc…ecc….il consumatore si fa meno abbindolare da gente come te, ……vedi un pochino di rendertene conto……prima che quel poco di credibilita’ che ti e’ rimasta scompaia del tutto……guarda che e’ un consiglio sincero!

  36. Andrea, sono contento che riesci a vendere molto bene questa tipologia di vino, sono meno contento che non riesci a vendere i vini che dice Filippo Cintolesi (e io, lo sai, sono tra questi…) 😉 Ma forse il problema è il solito: è più facile vendere, con poche parole, un vino che ha già una grande spinta di marketing che un vino dove occorre spiegarlo e raccontarlo sprecando un sacco di tempo.
    P.S. il 5 e il 6 Giugno a Radda c’è “Radda nel bicchiere” con tutti i vini in degustazione delle aziende di Radda. Così si prova e si discute. http://www.raddanelbicchiere.com/

    • Michele, Paolo, non prendetevela troppo con il Gori che con quello che scrive si “massacra” già da solo. Nella sua scoperta ingenuità rivela chiaramente l’animo del bottegaio (pur con tutto il rispetto) e non quello di chi fa cultura del vino e ne conosce e difende i valori più veri, che é in lui…
      Come “bottegaio”-blogger é del resto andato a fare il propagandista al Vinitaly per un gruppo di aziende: come stupirsi se poi interviene qui dicendo di non adorare il Tre di Brancaia “in maniera particolare ma l’ho messo in carta in diversi posti e vende benissimo, è addirittura DECIMO nella classifica Wine Spectator”.
      E con la logica del “vende benissimo” – nella quale lui si riconosce senza esitazioni, anzi, ci sguazza – che in Toscana si sono prodotti e si continuano a produrre vini che di toscano non hanno nulla, solo lo spirito mercantile di chi li progetta, li fabbrica (come fossero bulloni) e li spaccia, pardon, li vende, sul mercato…
      P.S. Intanto nella Toscana del vino che quelli come Gori difendono, succede, come fa notare bene un altro toscano (ma di ben altra tempra) Carlo Macchi, che sia stato misteriosamente deciso lo scippo dell’obbligo di imbottigliamento in zona, ad opera dei soliti ignoti, per la Docg Morellino di Scansano. Una cosa vergognosa, su cui conto di tornare presto
      http://www.winesurf.it/index.php?file=onenews&form_id_notizia=732

  37. caro cintolesi,
    credo che comprare del vino, metterlo sotto la propria etichetta “toscana igt” e poi, di fronte allo scandalo difendersi dietro al dito del “hanno fregato pure me” dimostra, se c’è buonafede, una superficialità incredibile. Voglio dire, mi stai garantendo quello che mi vendi (a caro prezzo) col tuo marchio, e poi ti difendi con “boh, non so bene cosa c’è dentro, le carte dicevano che era tutto ok”…
    Tralasciamo poi la vergogna del sito internet… la dichiarazione riportata da peretti è una vera e propria “truffa”.
    PS: se per 20 anni ha dominato la scuola “filosofica” del RPdT (Robert Parker der Tufello), come lo chiama Ziliani, allora dobbiamo continuare a sorbirci wine spectator?

  38. @Gori: scusi tanto, ma chiamarla “sindrome di Cerea” mi pare proprio una stupidaggine.
    Se di caccia alle streghe si tratta, non viene praticata affatto da “quelli di Cerea”.
    Qui sopra mi sembra che abbia preso piede una discussione che oso definire ‘preziosa’ per chi produce (vignaioli inclusi) ma anche per chi acquista vino.
    E guarda caso è partita da Ziliani che ha dato voce a questi svizzeri – innocenti, furbi, o altro che siano – che hanno, al contrario di chi non conosce l’uso di mondo (ma nemmeno rispetta i consumatori), parlato.
    L’hanno fatto per difendere i loro margini, più che il loro buon nome: questo sta emergendo dalla discussione, mi pare.
    E’ un po’ diverso dalla caccia alle streghe…mi creda; parola di strega che di quella caccia lì se ne intende davvero!

    • é vero Silvana, parlare di “sindrome di Cerea” é la solenne stupidaggine di qualcuno che, evidentemente, ognuno ha i suoi limiti, non ha capito quale fosse lo spirito di quella manifestazione e l’animus dei vignaioli, e del pubblico di appassionati e consumatori, che l’hanno affollata per tre giorni.
      Quanto alla discussione innescata dalla pubblicazione della precisazione di Brancaia, non ho nessun merito particolare, se non un certo fiuto giornalistico della notizia. La precisazione é stata mandata a me come a quattro altri comunicatori del vin sul Web, ma l’ho pubblicato, sinora, solo io, essendo convinto non solo che fosse interessante, ma che si potesse innescare, anche in giornate apparentemente più tranquille per la blogosfera come il sabato e la domenica, una vivace, articolata, utile discussione. La quantità dei commenti che si sono susseguiti dimostra come ci avessi visto giusto…
      Colgo l’occasione per auspicare un intervento diretto dei proprietari di Brancaia: questo blog é a loro disposizione, se lo riterranno opportuno, per spiegarsi e dialogare con la comunità di amici del vino che in questo blog si riconosce

  39. Domanda semplice: quando con il classico si cambiavano i listini 2 volte all’anno con la scusa della richiesta e si mandava all’estero vini a dir poco preistorici non sentivo da nessuno RIPETO nessuno che diceva costiamo troppo. Nessuno dal primo all’ultimo abbassava i prezzi signori miei sapete benissimo che hanno azzuppato tutti. Il giocattolo si e rotto e lo sapete perche? Perché credevate che se non bevevano chianti o barolo non stavano bene. Adesso che il giochino non funziona più si da addosso al primo di turno. Se un produttore compra uve -e un motivo esiste se i Widmer hanno comprato uve- e riesce a vendere il prodotto vuol dire che ha ragione. Allora se diciamo i momi dite anche chi ha venduto le uve straniere come uve toscane. E se le ha vendute come uve o vino toscano ha un pezzo di carta che certifica l’entrata delle uve o vino “toscano”. I Widmer non saranno cosi sciocchi o ingenui. Come sempre dalla A alla Z o lasciamo stare. Uno dei grandi ma veramente grande mi disse una volta : se il mio vicino ha uve fantastiche e me le vende sarei solo sciocco a non comprarle. Se Widmer compra uva con igt toscana fino a prova contraria non hanno fatto niente di illecito.

    • Francesco, non ho alcun dubbio che gli inquirenti sapranno distinguere nettamente tra le responsabilità di chi ha comprato vino da destinare ad una Igt credendo, dalla certificazione che era stata fornita, che fosse vino toscano, e le responsabilità di chi ha comprato vino da destinare alla Igt Toscana sapendo benissimo che si trattava di Montepulciano d’Abruzzo. Oppure di chi realizzava tagli e assemblaggi di modo da “produrre del finto Chianti utilizzando vini provenienti da altre regioni italiane e anche dalla Spagna”.
      E sapranno anche distinguere le responsabilità di chi per effettuare tagli di vino e aggiustamenti spregiudicati utilizzavano vino proveniente dall’Emilia Romagna denominato “Rossissimo”, oppure, in gergo, “Nutella”…
      Mi sa che di questa “Nutella” che la celebre crema di nocciole prodotta dalla Ferrero, ne é arrivata parecchia, in svariate e ben note cantine toscane…

  40. “sindrome di cerea” significa fare solo vini per sè e per il proprio circolo di amici, escludendo che ci siano altri tipi di consumatori che vogliono gustarsi del vino senza passare anni per fiere e per studi specifici. Oltretutto se esistessero solo le splendide aziende di Cerea e simili non esisterebbero riviste, guide, mercato, politiche, scandali e gente che ci marcia scrivendone (e non mi riferisco a Franco, per una volta).
    Un mondo del vino dove i vini siano tutti come quelli di cerea è praticamente impossibile e soprattutto non economicamente sostenibile se non ci fossero le aziende industriali che reggono su il sistema. Le stesse aziende che foraggiano e che permettono a molti cronisti del vino di svolgere le loro attività parallele. Un giorno di Ceraa per stare in piedi economicamente ha bisogno di almeno 3 giorni di Vinitaly, questa è economia spicciola.

    • bene, meno male che c’é il Gori che con qualche “equilibrismo” lessicale ci informa che ci sono “le aziende industriali che reggono su il sistema”… Meno male che non lo reggono… giù…
      Sui vini delle aziende agricole di Cerea, che sanno difendersi da sé e non hanno bisogno di avvocati, informati, prima di parlare a vanvera…

  41. @ Filippo Cintolesi
    t’accartocci nei ragionamenti e poi te ti sei già risposto da solo.
    Nulla vieta di comprare vino o uva da qualcuno di fiducia sempre in zona, vinificarla o imbottigliarla, io preferisco sempre vinificare.
    La differenza sta fondamentalmente nel dirlo a chi poi quel vino lo compra e te, ti sei già risposto da solo dato che l’uva acquistata avrà un vino con altro nome e lo verrà detto a chi lo beve.
    Potrebbero farlo anche altri che smuovono ben altri interessi e numeri.

    @ Andrea Gori
    fare vino è la cosa più semplice e bella al mondo…
    Finchè non arrivano i barrocciai con le classifiche, le stelline i nani e le ballerine.

    @ Silvana
    solita grande saggia.

    @ Michele e Paolo
    Vignaioli che rendono onore al Chianti.

  42. Come detto prima, di Brancaia conosco solo la comunicazione che i Widmer hanno fatto e di cui si sta ragionando. Certo che se in altra parte della loro comunicazione aziendale risulta che anche Tre sia fatto con uve dei loro “poderi”, e poi ammettono di aver comprato uve estranee…. Del resto come gia’ avevo detto, non ha senso che sia io a mettermi a fare l’avvocato di chi ha sessant’ettari di vigna.

    Quel che non capisco della precisazione di per se’ corretta di Andrea Gori circa il giro d’affari attorno alla dizione IGT Toscana (cerchero’ di ricordarmelo la prossima volta che un trafficante mi rinfaccia che l’IGT Toscana si vende a 3 euro a boccia), e’ il senso. Ok, bene ricordare a tutti quanto denaro gira attorno a quella denominazione. So, what? Significa che non bisogna disturbare? O cosa?

    Lino (immagino che tu sia il Lino che ho conosciuto a Gavardo), circa le dichiarazioni da fare in controetichetta con me sfondi una porta aperta: mi sono deciso contro gli sconsigli di piu’ persone a dichiarare apertamente la quantita’ precisa di SO2 totale, non accontentandomi della dizione “contiene solfiti” (grazie tante!).
    Sull’uso di uva estranea dichiarata ne faccio una questione di amor proprio e di orgoglio personale piu’ che di esigenza di tutela del consumatore: il mio nome completo (ossia mio nome + nome del podere) lo metto soltanto su quello che appartiene completamente a me (se io sono uomo di vigna e di cantina, ovviamente). Se c’e’ soltanto la mano di cantina e manca la vigna, perche’ non dichiararlo?
    Ma dal punto di vista del consumatore, vorrei capire che differenza fa, ovviamente presupponendo che a IGT Toscana corrispondano uve di IGT Toscana, questo e’ superfluo precisarlo.
    Mi volete sostenere che il consumatore “riconosce” la mano in vigna? Che compra il tal vino perche’ vuole l’uva di quella vigna e non di altre? Non prendiamoci in giro.

  43. ..in una pubblicità della ben nota casa produttrice di crema alle nocciole facevano vedere che ”la mamma la dava al figlio ,dopo che lei l’aveva ricevuta dalla sua mamma..e che a sua volta..ecc…..insomma ”un uso continuo da generazioni” quindi ..”stiamo freschi ” con questa …”nutella”

    • magari nel nostro caso si tratta di un amorevole passaggio dal wine maker consulente al produttore assistito tramite società di comodo, dislocate in giro per l’Italia, che s’incaricano di fare il lavoro sporco e forniscono tutta la “nutella” che serve…

  44. Esimio Gori@: le faccio un controcampo (cinematograficamente parlando).
    Con grande pervicacia lei continua a ‘suggerirci’ che a Cerea, una banda di visionari esaltati succhia la ruota a Vinitaly, traendone vantaggi saprofitici e demonizzando il GF (grande fratello) Vinitaly.
    Guardi che non è affatto così, i ‘visionari’ suddetti (tra cui alcuni che lo sono al punto da prediligere la fattura (to make) del ‘loro’ vino, alle ragioni di cassa, pur vivendo di ciò che producono) non sputano affatto su Vinitaly – ma non perché gli fa comodo – ma perché sono presi da tutt’altro; infatti son tutti lì a discutere, confrontare, mostrare, assaggiare e far assaggiare.
    E Cerea- lo dichiaro per l’ennesima volta – è un corollario, un luogo altro rispetto a Goliath Vinitaly, che vivacizza, mette sale, fa parlare…
    con un red carpet che somiglia molto a un bel giro tra le vigne.

    E ancora una volta – augurandomi che gli svizzeri continuino, anche meno formalmente, a parlare – dichiaro che questa discussione è come una finestra aperta in una sera di primavera, come stasera. Buon 25 aprile a tutti e niente sindromi di Goliath!

    • Silvana, quanta amorevole pazienza nel cercare di convincere gli zucconi che quello che dicono ha ben poco costrutto. Apprezzo il tuo impegno di apostolato, ma, evangelicamente parlando, mi sembrano “perle ai porci”…

  45. Forse mi sono spiegato male , la “sindrome di Cerea” affligge giornalisti, blogger e cronisti del vino , non certo i produttori!

  46. Buonasera signor Cintolesi. Lei chiude con: “Mi volete sostenere che il consumatore “riconosce” la mano in vigna? Che compra il tal vino perche’ vuole l’uva di quella vigna e non di altre? Non prendiamoci in giro.”
    La mia risposta è no. Certamente il consumatore non riconosce la mano, forse neppure acquista il tal vino perchè vuole l’uva di quella vigna. Ma il consumatore vuole comprare un sogno, magari piccolo ma un sogno. Vuole comperare qualcosa che gli dia la sensazione di qualcosa che non è industriale, non è riproducile, non è clonabile, non è un numero. Vuole la bottiglia, la sua bottiglia. Se noi comprendiamo questa sua filosofia allora possiamo anche capire che per esso la differenza fra vino fatto in quella vigna e solo dal frutto di quella vigna esiste, eccome se esiste. Se non fosse così quel consumatore sarebbe passato da tempo alle bevande alternative alle quali infatti non chiede nessun valore aggiunto al di lè della bevibilità. Avviene con le bevande analcoliche, con la birra, con l’acqua e così via.
    E’ l’emozione che cerca. Se gli togliamo l’emozione, il racconto, smetterà di bere vino e tutti noi chiuderemmo a cominciare dai troppi che ci sono in tutti gli anelli della filiera.
    Le auguro una buona serata.

  47. “…amorevole passaggio dal wine maker consulente al produttore assistito tramite società di comodo, dislocate in giro per l’Italia, che s’incaricano di fare il lavoro sporco”, scrive qui sopra Franco Ziliani.
    Mi pare il passaggio piu’ illuminante, insieme ad alcune considerazioni di Cianferoni lette uno o due giorni fa, di tutto quanto il dibattito su questa storia.
    Ecco. Giusto si’ mantenere l’attenzione sul Produttore. In fondo, se gli va bene, fa un vagone di denaro. E poi e’ l’Imprenditore, e’ colui che rischia e che mette insieme i pezzi del quadro, e’ lui a creare il bisnes, a fare in modo che il meccanismo giri. Simply, (s)he makes it happen.

    Pero’ una carrellata laterale non guasta. Spostiamo il fuoco su chi e’ dietro alla facitura del vino. Al uainmecher. Il sor enologo.
    Dopo tutto Madame “se ne fotte” di cosa sia la microssigenazione, ricordiamocelo sempre molto bene. La specialita’ agli specialisti, conferma lei.
    Il Produttore, dopo tutto e’ produttore si’ ma di soldi. Non e’, questo, un discorso brechtiano su chi ha fatto veramente le piramidi. E’ il discorso invece sul fatto che la Cappella Sistina, nome a parte, l’ha fatta Michelangelo, non papa Sisto.
    Visto cosi’, forse, il Produttore assume una fisionomia ben piu’ fedele all’originale: meglio sarebbe chiamarlo Committente. Il Produttore partorisce la velleita’ di (far) fare il vino. Ci mette il grano. Forse (forse) ci mette addirittura la decisione dell’Uomo nelle cui mani mettersi.
    Poi basta. A fare la storia (sempre soldi a parte) ci pensano l’Agronomo e l’Enologo. E generalmente e’ il secondo a dare la prora al primo, non viceversa. Il deus ex machina, la vera star non a caso, e’ messie’ l’Enologo.
    A questo punto io dubito che il Produttore (ma e’ ancora da chiamarsi cosi’?) sia sempre al corrente delle decisioni dell’Enologo, a maggior ragione ancora che lo sia della loro implementazione concreta.
    Come i Geometri hanno piu’ che spesso anche le Imprese giuste al momento giusto da cavare fuori dal cilindro, cosi’ anche gli Enologi hanno i Fornitori giusti senza i quali il bisinisso semplicemente non si fa.

  48. Da appassionato incompetente (al primo post sul bellissimo blog di Ziliani): io in una bottiglia di vino cerco “anche” una storia, un’idea, una persona ed un territorio. Un’azienda come brancaia puo’ fare qualcosa di lecito e legittimo comprando vino da altri, ma moralmente non mi piace. Credo ci sia un’etica che abbia limiti piu’ severi di quelli che impone la legge e venire a sapere che cosi’ non e’, rompe quel piccolo mondo che vorrei trovare in una bottiglia di vino…

  49. Bravo Filippo, “A questo punto io dubito che il Produttore (ma e’ ancora da chiamarsi cosi’?)” o cambiano nome loro o dovremmo cambiarlo noi :-))

    Bellissimo intervento di Francesco Bonfio che sottoscrivo in toto, @ Silvana spunto per la prossima lezione oltre che conferma delle passate?

    Luciano

  50. Questo post ammetto mi ha fatto rilettere molto, e pare non solo a me! Considerazioni se ne possono fare per molte cose. In fondo l’aspetto più inquietante riguarda la possibilità di acquistare il 30% dell’assemblaggio di un vino e poterlo comunque dichiarare come “prodotto e confezionato all’origine”.Il produttore che dichiara di produrre così solo con la sua uva mentre in realtà acquista, conferma di rientrare nell’approssimazione che la legge stessa prevede e pertanto anche se non letterale forse in fondo risulta un peccato veniale.O forse no, non saprei. La legge indubbiamente è ambigua e sicuramente potrebbe trarre in inganno il consumatore finale semmai si ponesse il quesito. Certo poi consentire l’acquisto di una certa quantità di vino in certi casi potrebbe risultare un bel cavallo di Troia, per fare entrare in cantina quello che si vuole sia in termini di quantità effettiva, sia di eventuali vini particolari da taglio, ma queste sono illazioni infondate in mancanza di evidenza, ma il legislatore dovrebbe tenerne più conto in qualche modo.Come ben dice sia il Gori che Bonfio il vino è in ultima analisi un prodotto, come tanti altri, che deve essere gradito, comprato e bevuto e a Brancaia, considerando la quantità, la qualità dei vini che producono ed i prezzi che spuntano bisogna riconoscere che per ora sono stati piuttosto bravi nel fare il loro lavoro. Che i loro vini non mi piacciono e che non comprerei mi pare, tutto sommato un dettaglio insignificante. Saluti

  51. sinceramente, a parte tutti i discorsi che si possono fare, se amiamo definirci produttori diretti, questo dobbiamo essere. avere immagini e prezzi da famiglia vignaiola e poi mettere in bottiglia il famoso SanGennaro, non mi pare proprio corretto, etico e volto a salvaguardare l’immagine del vino, dell’italia e delle persone che davvero si fanno il mazzo.

    mi sembra altrettanto assurdo trovare scuse come leggi (non corrette) e invasioni di animali per giustificare da una parte la scarsa diligenza volta a produrre uva sana o a scacciare i cinghiali e dall’altra a voler pretendere dalla propria vita, sempre di più, sempre di più sempre di più…..mi sembra un atteggiamento un pò anni 80.

    almeno brancaia ha fatto sentire la sua voce, modi e tempi lasciano un pò al caso.

    buon lavoro

  52. Devo dire che concordo pressochè appieno con le considerazioni di cianferoni e cintolesi. in etichetta sarebbe meglio avere una informazione più accurata ma brancaia (i cui vini mi lasciano assolutamente indiffeente e per me prenderebbero polvere sugli scaffali) qui non ha fatto alcuna truffa. Sono stati superficiali? si probabilmnete, e sicuramente non hanno implementato un sistema ai sensi della 231/2001 in azienda, e qui ci sarebbe da discutere… Hanno errato nella comunicazione? si, può darsi, ma almeno hanno comunicato, quanti altri lo avrebbero fatto? Inoltre, quando le dimensioni aziendali crescono parecchio diviene sempre più impellente gestire le cose in modo industriale, gli approcci cambiano e si verifica quello che dice cintolesi. dispiace dirlo, ma il prezzo che si paga alla crescita dimesionale, 90 volte su cento è un sacrificio in termini di qualità specifica sul prodotto. l’artigiano, molto spesso, non sempre, avrà una materia prima di qualità superiore all’industria, ma questa sopperisce con la tecnica e garantice una serie di plus che, ai nostri occhi possono essere demeriti, ma che in un’ottica commerciale sono valori da considerare e cioè qualità media elevata (o standardizzata), servizio, logistica etc. sono i miei vini? No, i “miei vini” sono quelli di cianferoni (prometto che ti riporto la damigiana), di monteraponi, di rodano, di manetti e via dicendo ma questo non vuol dire che Brancaia abbia fatto qualcosa di consapevolmente illecito. quanto all’etichettaura degli alimenti faccio notare che:
    – il vino segue una sua strada e sinora non è prevista la distinta di tutte le compnenti che vi entrano. apprezzo cintolesi che scrive in etichetta quanta solforosa usa, ma lo sapete quanta c’è ne è su 500 gr di gamberetti o nei sottoli, tanto per fare un esempio? di questo nesuno sembra occuparsi…
    – la UE vieta, se non regolamentato da disciplinari specifici (dop igt etc) la menzione della provenienza della materia prima, tanto che ha già bocciato il decreto zaia sull’indicazione di proveniza della materia prima e del semilavorato nei prodotti finiti.
    A chi si indigna per quel che c’è sull’etichetta del vino faccio questa domanda. Sapete con che grano è fatta l’80% della pasta che mangiate?

  53. gentilissimo Francesco..sicuramente non con grano italiano ,visto che ormai produrre grano in Italia è solo” produzione sottocosto”o ”paricosto”..come credo,se continua così..anche per il vino..pertanto tra un po’(solo se continua così con il crollo dei prezzi) ci faremo la sua domanda..”di dovè l’uva del vino che bevete(ed acquistate )..?(ma forse questa per altri motivi la stiamo già formulando!)

  54. Bè, mi sembra di capire che ci sono parecchi sostenitori del metodo Brancaia. Però mi sorge un dubbio, Brancaia sostiene che bla, bla, bla solo brancaia tre, bla, bla. Ma chi mi garantisce che lo stesso Montepulciano non finisca anche nel blu o l’altro vino di punta? La parola di Brancaia? a questo punto mi sembra che valga poco. Mi viene un’altra considerazione: se il vino toscano viene prodotto con uve abruzzesi (per esempio), perchè mai il consumatore dovrebbe spendere diciamo 50,00 euro per un Brancaia il Blu quando potrebbe comprare un Montepulciano d’Abruzzo alla metà dei soldi? Forse sfugge un pò a tutti che ormai i vini di qualità li fanno in tutta Italia. Per fortuna non tutti i produttori toscani sono così, vedi Cianferoni, Braganti, le sorelle di Fonterenza e quant’altri mi dispiace di non poter citare perchè ancora non conosco, non credo che questi produttori si riconoscano nella descrizione che ne ha fatto Cintolesi.
    @ Francesco, lo sa quanto costa un chilo di pasta? e una bottiglia di Brancaia? Senza contare che sulla pasta si può anche decidere di risparmiare, ma se compri Brancaia di sicuro non stai cercando di risparmiare e pretendi di trovare in bottiglia quello per cui hai speso. Per produrre vino ci va dedizione, passione e sacrificio e come dice la signora Biasutti non si diventa ricchi. Non si può pensare di mettersi a fare vino tanto per diversificare investimenti o investire capitali, questi non sono produttori ma fabbricanti di vino. A questo punto continua ad aver ragione Scanzi: preferisco guardare altrove.

  55. @Sig.Francesco Bonfio,aldilà della stima personale che porto
    a Vinarius,ed ai Sommelier(senza la S finale)perchè anche quì
    ci sono dei personaggi ma,più che tali,li considero individui
    che meglio tralasciare.Nel suo ultimo commento,parla di sogno
    più bell’esempio non poteva portare,tutta nostra vita è un
    sogno,pronto a difenderlo,come il ragno difende la sua rete,
    per la sua stessa sopravivenza. Ed in una bottiglia di vino
    tutto questo ci può stare,è nostro dovere non deludere chi
    alla nostra professionalità tanta fiducia ripone.Continuo a
    sperare che il 51% sia un produttore,non un imbottigliatore.

  56. @Agostino mai risparmiare sulla pasta, è un alimneto completo e poco costoso e quini va priovilegiato, possibilmente, un prodotto di fascia medio alta.
    al di la di questo vorrei sottolineare che non sono un sostenitore del “metodo brancaia”, ma dico che, semplicemnete, l’azienda ha fatto quello che legittimamnte può fare, secondo le leggi vigenti. già è difficile muoversi con le leggi vigenti, per favore non mettiamone anche di ipotetiche, lo dice uno che nel marasma burocratico e legislativo ci vive.
    saluti

  57. Buona sera a lei, Signor Bonfio. Condivido il suo intervento. Il cliente vuole acquistare un sogno. Allora tuteliamolo meglio questo sogno. Diamo a chi vende sogni, la possibilita’ di non essere confondibile con chi vende incubi o notti oniricamente piatte. Creiamolo davvero un sistema che permetta di comunicare adeguatamente il vino della vigna (nel senso di vino della tale vigna e non di un’altra). Vorrei evitare di usare il termine “cru” ma ci siamo capiti. Mi pare ormai evidente che lo stesso termine “vino” vada un po’ stretto per designare contemporaneamente i due prodotti, quello del cosiddetto vignaiolo e quello dell’agribusinessman. Sono prodotti troppo diversi per poter affidare la comunicazione di questa differenza alla sola retroetichetta.

    E visto che siamo in tema di vignaioli vengo all’intervento di Filippo Ferrari. Caro Ferrari, io non so quali siano l’immagine e i prezzi da famiglia vignaiola, chissa’ forse perche’ in famiglia (sia quella di origine, sia quella che ho creato io) di “vignaiolo” ci sono solo io. Certo che mi piacerebbe avere un’idea piu’ precisa di quella che ho, sui prezzi in questione (cosi’ come mi piacerebbe averla sui prezzi da IGT Toscana, di cui al primo intervento di Andrea Gori). Cosi’ almeno potrei regolarmi in modo meno naive.
    Io penso la seguente cosa: che fare vino e’ una cosa divertente. E che si possa fare del vino divertendocisi anche con uva cresciuta e vendemmiata da qualcun altro. Ovviamente il divertimento massimo e’ crescere e vendemmiare anche quell’uva con cui poi si va a giocare. Comunque mi pare che non ci sia nulla da eccepire, non soltanto legalmente (e ci mancherebbe altro!), ma anche moralmente, nonche’ esteticamente, se si mette la faccia insieme alla propria mano di cantina, chiaramente specificando ben bene che di questo soltanto si tratta, separandola dalla faccia che si mette insieme a entrambe le proprie mani, quella di cantina e quella di vigna. Questo a prescindere dal fatto che quell’anno si abbia o meno vendemmiato la propria uva, e a prescindere dalle cause.
    Cio’ premesso, io vorrei capire meglio che “scusa” sarebbe quella delle “invasioni di animali”. Perche’ e’ chiaro come il sole che tu ti stavi riferendo alle parole del sottoscritto. Io cercherei di “giustificare” la mia negligenza nel difendere la mia uva dai cinghiali? E giustificare con chi, se lecita la mia domanda? A parte il fatto che mi domando dove tu operi, e se hai idea di come si faccia a difendere l’uva da cinghiali e daini uniti. Se ce l’hai ti pregherei di elargire anche a me il tuo sapere, perche’ io devo ancora capire quanto deve essere alta la recinzione per tenere fuori i daini. Anche i cinghiali, quando sono in branco e la vigna e’ situata su una loro direttrice di branco, vorrei capire meglio con quali mezzo, fucili e muri di cinta a parte, si possano tenere fuori.
    A parte questi dettagli tecnici di governo del territorio, vorrei rimarcare alcune cosine per tua buona nota: se io sono uso imbottigliare il vino “all’origine” (ossia fatto con uve di mia produzione) sotto un’etichetta marchiata col nome ufficioso del podere (nel senso del luogo geografico dove ha sede il tutto, vigne comprese), nel momento in cui creo un’etichetta completamente diversa (anche come grafica) avente come marchio il mio nome e cognome accompagnato dall’anno di vendemmia (per non dire delle spiegazioni aggiuntive nella controetichetta), e uso questa nuova etichetta per imbottigliare (evidentemente NON all’origine) un vino prodotto dal sottoscritto a partire da uve cresciute in altro podere e da altri vendemmiate, non credo di avere bisogno di giustificare alcunche’ proprio con nessuno, che la cosa appaia a te (o ad altri) assurda o meno.
    A questo punto, su una cosa simile, tenderei a distinguere fra consumatori e produttori. Se una scempiaggine simile (ossia che il mio sarebbe un assurdo cercare scuse alla mia negligenza) provenisse da un consumatore, evidentemente particolarmente fanatico, non mi resterebbe che augurargli/le buona fortuna nelle mani di qualche altro vignaiolo altissimo levissimo e purissimo.
    Se provenisse invece da un produttore, mi premebbe fargli presente che per vendere il proprio prodotto e svuotare la cantina, anche se il momento e’ duro, non e’ che sia cosi’ indispensabile adottare una postura aggressiva al punto da molestare altri produttori. Dopo tutto, se fra vignaioli si parla, ancorche’ con tutta una famiglia vignaiola alle spalle, si parlera’ immagino di poche migliaia di bottiglie in gioco.

  58. Signor Francesco grazie del prezioso consiglio sulla pasta, lo terrò a mente. Lei non immagina neanche quanto ci vivo io nel marasma burocratico e legislativo. Però vediamo la cosa dal punto di vista del consumatore, e credo che siamo in molti su questo blog. Queste leggi le conosce chi è nel settore, mi piacerebbe sapere quanti consumatori sono al corrente che per fare Igt Toscano(e non solo) è possibile assemblare vini che con la Toscana non centrano nulla, perchè è di questo che si tratta, non certo di Cintolesi che acquista l’uva dal vicino perchè la sua è stata distrutta dalla grandine dai cinghiali o cos’altro. Non mi si venga a dire poi che queste aziende erano in buona fede solo perchè c’erano dei documenti a certificare la provenienza di queste uve perchè sarebbe ridicolo, ma pure ammettendo questo, l’azienda presumibilmente truffata, come dite voi, denuncerà chi l’ha truffata e recupererà capre e cavoli e il consumatore in tutto questo farà l’ortolano. Quanto alle leggi vigenti, è possibile stuprare senza farsi un giorno di carcere. Non voglio leggi ipotetiche ma se le cose stanno così ben venga il tavernello, almeno so cosa aspettarmi o cosa non aspettarmi e al giusto prezzo, così posso comprarmi la pasta di qualità.

  59. a questo punto, tornando nel cuore delle cose, ci starebbe proprio bene un ulteriore intervento dei proprietari di Brancaia, mi sembra…
    Per loro sarebbe una bella opportunità per ‘tutelare il loro buon nome’; per tutti noi (almeno per la sottoscritta) sarebbe l’occasione per capire una (magari) scuola di pensiero…

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