Una ricetta per la crisi: ma c’è proprio da fidarsi di questi “medici”?

Leggo che il prossimo 7 maggio a Roma, presso la Città del Gusto, si terrà un convegno intitolato “Lo Stato del vino”, per tentare di fare il punto sulla situazione, per capire se il vino è tuttora in crisi, come in tanti sosteniamo, oppure in ripresa, come affermano i più ottimisti (non si sa se con sincerità, o se per non passare per catastrofisti).
L’obiettivo di questo incontro sarebbe “quello di chiarire le idee sull’enologia italiana”.
Benvenuta dunque questa ennesima occasione di confronto, ma letto l’elenco dei relatori, che sono:

Paolo Cuccia, presidente del Gambero Rosso
Daniele Cernilli, direttore del Gambero Rosso
Piero Antinori
Oscar Farinetti, patron di Eataly, della Fontanafredda e della Borgogno
Gianni Zonin
Emilio Pedron, ex ad ed oggi consulente di strategie del Gruppo Italiano Vini
Riccardo Ricci Curbastro, presidente di Federdoc
l’enologo Riccardo Cotarella

mi chiedo: ma c’è proprio da fidarsi delle “ricette” che questi “medici” andranno a proporre?
Eccezion fatta per Farinetti, che al mondo del vino è arrivato da poco, introducendo uno stile innovativo e molto positivo, e per una figura istituzionale come Ricci Curbastro, diversi personaggi che a Roma spiegheranno come uscire dalla crisi non figurano proprio tra quelli che la crisi del vino italiano hanno determinato con il loro operare?

Possibile che da “incendiari” come sono stati (o sono ancora) abbiano il coraggio (o altro) di presentarsi come “pompieri”?
E quelli di loro che “danni” non avessero già fatto, siamo sicuri che possano proporre ricette valide e affidabili?

0 pensieri su “Una ricetta per la crisi: ma c’è proprio da fidarsi di questi “medici”?

  1. ‘Azz… Zilians! ci vai giu´delicato…..Qualche ragione magari ce l’hai, qualche altra no: sará un post tutto da seguire, questo. Altro che “No Comment”.

  2. Caro Franco questo non è lo stato del vino, è lo stato dell’industria del vino, che è un’altra cosa. Ci vuole anche questa, è importante e fondamentale ma è l’industria con i suoi problemi, non il mondo del vino, a mio modestissimo parere.
    saluti

  3. Franco, probabilmente hai ragione, e per ben 2 motivi: uno è perché non sarebbe corretto dare eventuali giudizi “a priori”, un po’ come condannare qualcuno senza possibilità di difendersi minimamente; aspettiamo di vedere cosa ne uscirà, no? L’altro, al quale mi associo anch’io, potrebbe essere che, con questi protagonisti, il film non risulta particolarmente attraente,neanche per una discussione su questo blog…?!?

  4. Tutti gentiluomini interessati alle tante ricette che non proporranno loro, ma che a loro verranno proposte (gratis), salvo poi ri-proporle come farina appena macinata dei loro (preziosi) sacchi. Sento già odore di aria fritta….

  5. Il rischio è che si argomenti, come tentato tante volte da taluni, che l’unico rimedio è aumentare le dimensioni delle aziende, che in Italia sono troppo piccole per affrontare il business mondiale, che le acquisizioni siano l’unica strada percorribile. Così si fanno fuori le diversificazioni, le idee, le differenti proposte, i differenti gusti, che secondo me sono l’unica arma che abbiamo in Italia a differenza di tanti altri Paesi del Mondo. Se questo genere di proposta verrà seguita il rischio di impoverimento culturale (che il mondo del vino così variegato spesso rappresenta), con il controllo sistematico della produzione e del mercato da parte di pochi, sarà la mazzata finale.
    Ma questo lo penso io.
    Mi sovviene però questo esempio: in un Pease Sudamericano (mi sembra Argentina)quattro aziende rappresentano il 90% della produzione e commercializzazione del vino con marketing aggressivo, moderno…; un paio di anni fà una di queste è fallita mettendo sul lastrico migliaia di suoi produttori. Alla faccia della flessibilità.

  6. …insomma, gran parte del ”potere vinicolo” in riunione ..senza nessuno che possa rappresentare i problemi(e le ”ricette”) di ”quelli che non contano”..?

  7. A parte le considerazioni su…i pulpiti da cui si predica (non conosco lor signori, perciò non saprei come rispondere alla tua precisissima domanda!), trovo molto condivisibile il commento di @Cianferoni, qui sopra, e mi vengono in mente alcune conversazioni con un economista (di chiara fama) che, a proposito di Montalcino, qualche anno fa osservava negativamente “le dimensioni così ridotte delle aziende agricole” e l’improrogabilità di ‘accorpare’ e ‘fare economia di scala’.
    Cioè come non capire niente di questo multiforme mondo…ma d’altra parte proprio gli economisti, con la sola eccezione (che io sappia) di quel genio pratese che è il Becattini (non ricordo mai se una o due “c”), ci hanno predicato per decenni che l’Italia doveva esprimere industrie più grandi, e l’agricoltura non fa eccezione.
    E ricordiamoci anche che fino a pochi anni fa, il cibo aveva sempre un’etichetta – che fosse carne, o vino, o olio (ancor di più), o pasta – e veniva percepito sempre come una marca industriale.

    E se è vero (com’è) che è difficile nutrire alcuni miliardi (quasi sette) di persone con raffinati prodotti genuini, a chilometri zero (magari bio), è pur vero che l’industria agricola (sacrosanta) non può usurpare i claim dei coltivatori piccoli, che hanno le loro “nicchie” di mercato, che riconoscono un certo tipo di lavoro.

    Non per ragioni di concorrenza, ma perché si tratta di prodotti diversi, con caratteristiche diverse, ottenuti con processi diversi. Non si può proporre un abito di serie come se fosse fatto a mano, in sartoria (magari alta sartoria).
    Questo vale anche per l’olio extravergine e per il vino.
    Nessuno vuole fare il tiro al bersaglio con questi personaggi, ci mancherebbe…, la contestazione verrebbe però spontanea e immediata se essi proponessero un modello (scusate la volgare banalità) ‘grandi numeri’, pretendendo di imporlo – magari tramite qualche burocraticismo – anche a chi si muve su scale diverse.
    Viviamo in un’epoca terribile, assistendo impotenti a sopraffazioni di dimensioni europee: da questo punto di vista non ci manca proprio niente…

  8. Puo’ darsi anche che questo post non susciti “molti” commenti, ma sarebbe anche paradossale se dessimo importanza piu’ al numero che al contenuto, visto proprio il fuoco che il dibattito sta portando sulla dialettica delle dimensioni.
    Da un certo punto di vista e’ comprensibile, pure giusto che siano questi medici a proporre la cura per la crisi. Non e’ tanto il fatto che la crisi sia stata determinata da loro stessi (non lo credo: le crisi sono macroeventi quasi naturali, difficile che sia qualcuno col suo comportamento a determinarle), ma il fatto che la crisi tocca soprattutto loro. Il loro e’ un modello di tipo industriale? Ma questa e’ appunto una crisi che interessa il modo di produzione della ricchezza che si rifa al tipo industriale.
    Quali altri tipi di produzione del valore possiamo incontrare nel cosiddetto “mondo del vino”? Quali, soprattutto, che possano suscitare la nostra simpatia?
    E’ il vino un prodotto agricolo? Da un punto di vista della catena di produzione del valore, se abbiamo in mente il tipico vino reperibile con facilita’ sugli scaffali della distribuzione (grande o piccola), e’ ovvio che non sia un prodotto agricolo, ma industriale. Basta guardare il prezzo dell’uva da vino e il prezzo del vino, per rendersene conto. Il vino e’ un prodotto di trasformazione e da questo punto di vista la fase della produzione primaria, ossia del prodotto uva, e’ solo un fastidio, una noia. Giorni fa ha dismostrato questo fatto con cifre alla mano Paolo Cianferoni, al di la’ di ogni ragionevole dubbio. Quando e’ che la fase di produzione primaria puo’ riscattarsi (in termini di valore) a spese della fase di trasformazione? Quando il trasformatore e’ esso stesso produttore primario e agisce innanzitutto su piccola scala (altrimenti il gioco non ha senso) e secondariamente cerca di realizzare il massimo valore possibile, cioe’ cerca di scendere lungo la filiera il piu’ possibile (e qui si vede che la piccola scala diventa ulteriormente un requisito necessario).
    Ha dunque piu’ che ragione Silvana Biasutti quando punta il dito sulla dicotomia dei due prodotti, facendo l’esempio chiarissimo del vestito prodotto di sartoria vs quello prodotto industriale. Sono -aggiungo io- prodotti talmente diversi, da poter a stento convivere sotto la stessa denominazione merceologica.
    A questo punto, poiche’ la galassia dei piccoli e’ numerosa e turbolenta, al punto che difficilmente resistono alla tentazione di veicolare anche altri contenuti oltre alla dimensione ridotta (biologici, naturali, biodinamici ecc.), contenuti sui quali non troveremo mai e poi mai un accordo, non ci starebbe male una lenta discussione (lenta perche’ non pretende di arrivare a nulla, ma di procedere correttamente) su quello che ha senso prendere come caratteristico del modello artigianale del fare vino. Piccoli quanto? Artigiani perche’? Come? Quali comportamenti si ritiene estranei a questo mondo? Perche’?
    Una simile discussione sara’ a mio parere necessaria per evitare che il famoso acquirente di sogni (di cui, per esempio, a un recente commento di Francesco Bonfio in risposta a una mia domanda) si trovi ad acquistare un sogno che non ha nulla a che vedere con quel sogno di “terroir” spinto che solo puo’ convivere con una ridotta dimensione (a mio avviso). Per evitare che il sogno oggetto di compravendita sia piuttosto un altro sogno, pienamente legittimo ci mancherebbe!, ma altro da quello che stiamo intendendo: un altro sogno in nulla diverso da gia’ visti sogni di star system (il sogno dell’enologo, il sogno di mitologia capitalistica del “produttore”-demiurgo, sbancatore di colline e fondatore di citta’-cantina. solo per fare esempi pertinenti).

  9. Come commento… dico che finalmente siamo alla parte conclusiva dell’inchiesta (dell’inchiesta, non del procedimento). Alcune imputazioni sembrano anche piuttosto gravi (relativamente al contesto, si capisce).
    Mi pare degno di nota non tanto il passo procedurale cui siamo giunti, quanto l’accoglienza generale che mi pare tale passo abbia ricevuto e stia ricevendo. Non mi pare di aver visto titoli sulle locandine dei giornali locali.

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