Alfredo Currado: la poesia del Barolo come un’opera d’arte

Non ci sarebbero molte altre parole da spendere di fronte alla solennità e al mistero della morte di un grande, appartato, modesto e del tutto scevro da protagonismi uomo del vino come Alfredo Currado, che come ho scritto ieri ci ha lasciato, per volare nel “cielo dei giusti” del Barolo, a settantotto anni.
La cosa migliore sarebbe il silenzio (quel silenzio di cui, come dice Beppe Rinaldi, abbiamo disperato bisogno per ritrovarci) e magari stappare e bere in compagnia una bottiglia di quei Barolo fantastici che Alfredo e Luciana hanno prodotto negli anni, facendo letteralmente “parlare” magici cru quali Rocche, Lazzarito, Brunate,
Villero. Vini di una profondità d’espressione, di una complessità che soprattutto in annate memorabili come 1982, 1985, 1989, 1996, 1999, ti lasciano letteralmente stupefatto e ti riempiono il cuore di emozioni. E forse, per un attimo, ti danno l’illusione di essere migliore e ti fanno stare più bene.
Avendo però trovato questa bellissima foto, scattata da un grande esperto e appassionato californiano dei vini di Langa come Gerald Weisl alias Weimax, una foto tenera e commovente che ritrae Alfredo in compagnia nientemeno che di Bartolo Mascarello, non ho potuto non pensare, con struggente malinconia e con un divorante dolore, che una grande, irripetibile, eroica epoca del Barolo volge ineluttabilmente al termine e che per ogni grande suo protagonista ed interprete che ci lascia si avvicina sempre più al suo epilogo.
Intendiamoci, sono tantissimi anche oggi, e agguerriti e spesso magnificamente autentici, i personaggi della scena barolesca, e tanti, per fortuna, i buoni e spesso grandi vini che vengono prodotti.
Sono cambiate però le teste, le mentalità, le esperienze, il legame con un passato difficilissimo ed eroico dove essere contadini e agricoltori e produttori di vino in terra di Langa, “missionari” del Nebbiolo e del Barolo, era mille volte più complesso e faticoso e fonte di grandi sacrifici, spesso di disperazioni, che oggi.
Osservando in quella foto due “grandi vecchi” come Alfredo e Bartolo, che coraggiosamente e con indifesa arrendevolezza si proponevano all’obiettivo del fotografo con i loro acciacchi dovuti all’età e alle offese del tempo, ho pensato però come andasse sottolineata, oltre alla grandezza di viticoltore e vinificatore di Alfredo, e al suo ruolo di autentico “ambasciatore” del Barolo soprattutto negli States, una loro comune idea del pensare il vino e di proporre il lavoro del produttore di un capolavoro come il Barolo come espressione culturale.
Entrambi sono stati amici di uomini di cultura, scrittori, poeti, pittori, scultori ed entrambi, Bartolo accogliendoli nel suo salotto di casa a Barolo e mantenendo fitti legami epistolari con loro, Alfredo (e non dimenticherei mai sua moglie Luciana, entusiasta e appassionata come lui, l’altra parte di un sodalizio indissolubile e dolce) promuovendo la magnifica idea delle etichette d’artista e spingendo fior di grandi artisti italiani ed esteri a stimolare la loro creatività e fantasia per rendere ancora più prezioso un prodotto frutto della fatica contadina come una bottiglia di vino. Intellettuali anche loro, perché un grande Barolo è un’opera d’arte come un romanzo, un quadro, una poesia, o una scultura, stimolati dalla loro rete di amicizie con intellettuali, hanno contribuito a dare spessore, idealità, contenuti ad un mondo del vino della Langa magico ed irripetibile, molto diverso, ahimé, da quello odierno, dove le leggi dominanti non sono più tanto “la poesia della terra”, ma quelle del profitto, o, con parola ancora peggiore, la logica del business.
Ed è per questo che la perdita di Alfredo Currado mi riempie ancora di più di mestizia, perché di uomini così, capaci di sintesi così fulminanti, di un’idea del fare vino così intensa e profonda, temo tanto, ahimé, ce ne siano rimasti pochi, da tenere stretti e da amare profondamente come il più prezioso dei tesori… Che la terra ti sia leggera Alfredo, riposa in pace…

0 pensieri su “Alfredo Currado: la poesia del Barolo come un’opera d’arte

  1. Sarei tentato anch’io dalla tua mestizia tanto profonda, visto il valore di questi grandi uomini di grandi vini. Non trovo piu’ in giro, e non te lo dico d adesso, ma da quando ti conosco, i vini di una volta che ho ancora in memoria e che mi emozionavano tanto. Quando e’ morto l’ing. Giulio Venco, l’uomo che costruì il “fungo” della Marelli a Crescenzago, ma anche il maestro del Rosso della Madonna Isabella di Casteggio, pensavo che fosse la fine di Casteggio. C’e’ ancora Ballabio, pero’ e’ altro stile, altro vino. Poi pero’ tu mi fai questo articolo su Le Fracce che sara’ migliorata molto ed e’ verissimo, ma che allora, al confronto, di emozioni non ne dava. Penso che non sia soltanto una questione di uomini, ma di rapporto tra questi uomini ed il territorio, la propria vigna, i propri portainnesti, le proprie barbatelle, le proprie zappe, le proprie botti, cioe’ verra’ a mancare quello stile che e’ sempre molto personalizzato ma ne nascera’ altrove un altro. Niente si crea, niente si distrugge, ma c’e’ una continua trasformazione. Guai se non pensassi così: ci sarebbe da spararsi un colpo. E invece siamo sempre alla ricerca di quel vino emozionante a cui loro, questi grandi uomini, ci hanno abituato. Nella mia frase, pero’, sottolineo che quello cui ci hanno abituato e’ la ricerca, non il vino. Loro stessi in tutta la loro vita avranno fatto settanta vendemmie e mai nessuna e’ stata uguale alle altre. Non siamo mai nello stesso punto dello spazio perche’ la terra gira intorno al sole, il sole gira intorno alla galasia e questa se ne va allontanandosi sempre piu’ dalle vicine. Quindi tutto cambia e non e’ detto che sia sempre e soltanto in peggio. Loro lassu’, nel paradiso dei vignaioli, faranno ancora tutto il possibile per far girare la ruota dalla parte giusta. Del resto mi piace credere che anche Peppino, l’Alpino, il Vicepresidente, ci ha provato da lassu’ e sembra che ci sia riuscito….

  2. Complimenti veri e sinceri Franco per i 2 ricordi su Alfredo.

    Sai che non sono un grande elargitore di sviolinate, ma quando ce vò, ce vò.

    Sicuramente tutto il “demi monde” che ruota intorno al nostro settore dovrebbe far tesoro delle tue considerazioni.

    Considerazioni che hai riesumato dai ricordi e dallo spirito che hai raccolto in molti anni da uomini unici e straordinari come
    Alfredo, Bartolo e permettimi di aggiungere di diritto, anche se di carattere opposto Giacomo.

    I comportamenti spontanei, naturali non costruiti e la filosofia che ha contraddistinto questi tre Uomini dovrebbero essere trattati a fondo per redigere un trattato su come va pensato oggi e domani il “Vino Nobile”.

    Se l’ Italia ha percorso negli anni ’70 il famigerato “Rinascimento Enologico” un grazie va’ anche a questi tre Uomini.

    Non occorre andare alla Bocconi, ascoltare i grandi manager, gli esperti di markketting per capire come affrontare con successo
    il mondo del vino di qualità; basterebbe leggere il trattato che spero prima o poi qualcuno abbia la voglia, le risorse ed il tempo
    per realizzare.

    Al di là delle inutili parole di circostanza che non riesco a scrivere, spero solo che insieme a Gino questi tre uomini straordinari
    riescano a giocare lassù a scopone senza litigare troppo……

    Un mesto, riverente saluto pieno di rispetto ed ammirazione.

    Mauri

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