Barbaresco 1970 Minuto Luigi fu Lorenzo (Cascina Luisin)

Ditegli di andare a scopare… il mare (sapida espressione lombarda, in particolare mantovana) a quelli che sostengono, solo per fare prendere aria alla bocca, perché non sanno esattamente quello che dicono, o perché semplicemente non hanno gusto, intelligenza e cultura, che 30-40 anni fa o più non si producevano grandi vini in terra di Langa.
Si producevano eccome, avevano solo bisogno di tempo, di tanto tempo per esprimersi, data la lunghezza delle macerazioni, la qualità dei tannini, e tecniche di cantine che non avevano la scientificità (talvolta da laboratorio, asettica e senz’anima) di quelle odierne, che erano empiriche, basate sull’esperienza, ma difficilmente davano cattivi risultati. Ovviamente in presenza di buone annate e lavorando uve provenienti da signori vigneti. Grandi vini da bere anche a decenni dalla vendemmia non sono patrimonio esclusivo del Barolo, perché anche nella zona del Barbaresco ti può capitare di trovarti di fronte ad un vegliardo di quelli che ti lasciano senza parola. Proprio quello che mi è capitato, ero in compagnia di alcuni altri amici e colleghi, tra cui Roberto Giuliani di LaVINIum ( su cui vi consiglio di leggere la bellissima intervista in tre parti ad Antonio Albanese, realizzata da Alessandro Franceschini – vedete qui) la scorsa settimana, durante la mia lunga full immersion ad Alba e dintorni, in una delle cantine di Barbaresco a me più care, perché posta nel cuore di un vigneto speciale, che adoro, come il Rabajà, e perché proprietà di persone perbene, oltre che cari amici, come Luigi e Roberto Minuto (ritratti nella foto), alias Cascina Luisin.
Questa azienda che oggi conta su sette ettari vitati e che fino al 1958 era una proprietà unica con i cugini dell’azienda (confinante) Moccagatta (tutt’altro stile di vini) produce Barbaresco di stile tradizionale, il Sorì Paolin ed il Rabajà, di precisa personalità e nitida definizione, uno un po’ più aperto e succoso, l’altro più terrigno, che esaltano le peculiarità dei vigneti d’origine, le sfumature legate all’origine dei terreni, alle esposizioni, all’età delle parcelle di vigna.
In passato però non era così e nella tradizione dei grandi Nebbiolo di Langa era molto più facile, come ho scritto a proposito del fantastico Barolo 1982 di Franco Fiorina, unire uve di vigneti diversi per arrivare ad un equilibrio maggiore, o semplicemente perché non si facevano le distinzioni di oggi e si tendeva a produrre un solo vino, un Barolo o un Barbaresco, con le uve di cui si disponeva, cercando di farlo come meglio possibile.
In visita in azienda dopo aver assaggiato qualcosa in botte e gustato le nuove annate, l’ottimo fragrante Dolcetto d’Alba 2009 e quello 2008, la succosa Barbera d’Alba Magiur 2008, riassaggiato i Barbaresco 2006, di classica impostazione, con la mia costante preferenza per il Rabajà, Luigi Minuto, il papà di Roberto, attuale responsabile dell’azienda e per anni conduttore di questa bella realtà, ci ha fatto uno splendido regalo.

Stappata diverse ore prima è arrivata sul tavolo, con la sua etichetta di stampo antico, la bottiglia di vetro giallo marrone, la dicitura in etichetta Minuto Luigi fu Lorenzo, che fa tanto antico Piemonte, ma indica quell’idea del fare vino che è trasmissione di esperienza generazione dopo generazione, senza rotture, con continuità e tenacia, una bottiglia di Barbaresco 1970.
Non un’annata leggendaria come il 1971 o il 1964, o una di riconosciuta grandezza come 1978 o 1979, ma un’annata apparentemente minore… Eppure, ecco la magia, il mistero, l’infinita riserva di risorse del Nebbiolo di Langa, il colpo di teatro, una bottiglia, aiutata anche da un tappo “amico”, in perfetta forma, che avrei voluto volentierissimo portare a tavola e mettere alla prova su uno dei tanti piatti di questa cucina ricca di sapore. Sorprendente la vivacità e la brillantezza del colore, un rubino squillante, pieno di riflessi e di luce, un naso integro, compatto, succoso, profumato di mille cose, agrumi, rabarbaro, china, prugna secca, uvetta, tabacco biondo, amaretti, rose appassite, ma soprattutto di terra e di viole.
Un bouquet di grande dinamismo ed energia, di estrema pulizia. Fantasmagorico il palato, con un tannino ben fuso, una sorprendente, inusitata, miracolosa dolcezza del frutto, una grande tensione, una tessitura ricca tale da riempire di sapore ed innervare il palato, di regalarci ampiezza, sapidità, verticalità estrema, anche grazie ad un’acidità viva ma non tagliente. Un Barbaresco di quarant’anni, l’eleganza, la signorilità contadina, la misura, la compostezza, ma anche la capacità di avvolgerti in un turbinio di passione, di emozioni, che ti scalda il corpo e la mente, solo dei grandi vini.
Quelli che nascono in questa inimitabile dolcissima, sacra terra di Langa…

0 pensieri su “Barbaresco 1970 Minuto Luigi fu Lorenzo (Cascina Luisin)

  1. Vedi che il miglior vino del mondo, il Barbaresco, ti sorprende anche quando non lo riterresti possibile? Annata 1970. Non un’annata leggendaria come il 1971 o il 1964, o una di riconosciuta grandezza come 1978 o 1979, ma un’annata apparentemente minore…
    E’ proprio questo che me lo fa preferire ai Barolo, per esempio. E’ un vino di cui tu stesso hai dato una vera perla di definizione con quella frase che sento che ti sgorga direttamente dal cuore: “Un Barbaresco di quarant’anni, l’eleganza, la signorilità contadina, la misura, la compostezza, ma anche la capacità di avvolgerti in un turbinio di passione, di emozioni, che ti scalda il corpo e la mente, solo dei grandi vini”.
    Me la rileggero’ ancora con molta calma, soppesando bene, ad una ad una, queste tue parole. Ognuna e’ una fotografia vera di questo grande vino. Oggi ho letto da Wojtek un panegirico del Freisa, del Ruche’, del Pelaverga, del Barbera, dei cosiddetti “fratelli minori”. Gli ho scritto un commento divendogli che doveva aggiungere a quella definizione un punto interrogativo perche’ per esempio per una buona bottiglia di certi Freisa o Ruche’ io ne lascerei ben due di Barolo. E ho detto il vero, perche’ con una finanziera come Dio comanda che mangiammo nel 1980 a Sassi, alla Posta Vecchia, non c’erano santi di Barolo che reggessero l’abbinamento alla perfezione come con il miglior Freisa che avevano. E il castelmagno con il Ruche’. Ma non cambierei mai nessuna bottiglia di qualsivoglia altro vino con una di Barbaresco proprio perche’ la differenza a favore del Barbaresco e’ tutta in quella frase che hai così ben composto tu.
    Credo che l’emozione che hai provato per questo gioiello che ti ha stappato un uomo che ti vuole sicuramente molto bene te la ricorderai per tutta la vita.

  2. Bis! al’ Signor’ Ziliani re: Barbaresco e la vinificazione “tradizionale” che, quando fatta con cura, esalta il Nebbiolo di Langa.

    Doppio Bis! al Signor’ Crosta, esp. re: il vino Ruche’; non potro mai scordare un “Ruche del Parroco” degustato con due cari amici: Carlo Arpino e Livio Bramardi (nel 1982) al loro bellissimo ristorante “Arcangelo” a Bra’. Mi ricordo un’ vino assolutamente naturale (non filtrato e con due centimetri di sedimento) un’ poco rustico, ma tanto elegante e profumatissimo; colore fitto, violaceo; in bocca, bello spesso (quasi grasso) ma nitido e pulito con una bella freschezza ed un’ “belle longueur!”

  3. Triplo Bis! a Marco re: sto godendo come non mai, perche’ ora ho un Marco Raimondi e con lui siamo sicuramente al settimo cielo!

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