Radici 2010: grande manifestazione, ma dai vini pugliesi ci si può aspettare di più

Ho già espresso in tutti i modi possibili quanto sia profondamente legato ad una manifestazione come Radici Festival dei Vitigni Autoctoni, ottimamente organizzata da Nicola Campanile ed Enzo Scivetti, in quell’autentico paradiso che è il Relais Il Melograno a Monopoli.
Per chi, come me, ama la Puglia ed i suoi vini e ne scrive dai primi anni Novanta (ricordo con nostalgia la scoperta di vini imprescindibili come i Negroamaro Cappello di Prete di Candido, Salice Salentino Rosso riserva di Cosimo Taurino, il Brindisi Vigna Flaminio di Agricole Vallone, autentici punti di riferimento) una rassegna come Radici costituisce davvero una delle occasioni principe per tastare il polso al divenire ad una regione vinicola di grande importanza com’è la Puglia.
Una regione di quantità e di qualità, che registra ogni anno nuovi soggetti produttivi che vanno ad aggiungersi a quelli già esistenti, e che appare sempre in bilico tra tradizione e innovazione, tra il mantenere le proprie caratteristiche legate ai terroir, ai vitigni presenti, al clima, alla personalità dei vini, e aprirsi ad una modernità, legata all’idea di avere in tal modo più facili sbocchi ai mercati internazionali, che molte volte appare non ben masticata e digerita, quando non risulta essere un corpo estraneo.
Difficile, senza farmi condizionare dall’amicizia, autentica, profonda, sentita, per Nicola e per Enzo, parlare dell’andamento di questa edizione 2010, la terza in ordine di tempo cui ho avuto il piacere di partecipare.

Eppure, senza pensare troppo a come sia stato bello, umanamente prima ancora che professionalmente, ritrovarmi con vecchi e nuovi amici e trascorrere tre giorni insieme in perfetta armonia, lavorando (perché degustare 180 vini in tre giorni è un bell’impegno), parlando, confrontandoci, divertendoci, (scherzando anche – vedete qui) con persone, i componenti delle due giurie – leggete qui l’elenco dei degustatori e le modalità della degustazione – provenienti dalla Puglia, dal resto d’Italia, ma anche da Gran Bretagna, Germania, Belgio, Lussemburgo, Spagna, Giappone, Stati Uniti, ho voluto scrivere un articolo il più possibile “asettico” e oggettivo.
Articolo comprendente l’elenco, leggete qui, dei vini vincitori, e dalla classificazione, leggete qui, per categorie, delle valutazioni espresse dai due panel, che portano all’analisi sui vini pugliesi esperienze e professionalità le più disparate, e modi di valutare i vini profondamente diversi. E completato da una serie di considerazioni, tipologia per tipologia, sui vini degustati. Con rivelazioni e gratificazioni e anche qualche delusione.
Questo tipo di articolo non potevo certo concepirlo per questo blog, dove il discorso sul vino non esula mai da valutazioni, soggettive, anche di tipo affettivo, sentimentale, legate alle emozioni, ai rapporti umani, alle situazioni che si creano quando, come me, si incontrano tante persone e con alcune si sente di avere una particolare sintonia. E non è retorica, ma verità, definirle amiche.

Questa analisi, disincantata, oggettiva, dove ho cercato di trarre delle conclusioni, legate allo stato di salute dei vini pugliesi che ho riscontrato, dalla partecipazione a questa quinta edizione di Radici, l’ho pubblicata – e la potete leggere integralmente qui – sul sito Internet dell’A.I.S., nello spazio delle wine news che ho il privilegio di curare da alcuni anni.
Si può fare di più, potrebbe essere, in sintesi, l’invito che indirizzo agli amici produttori pugliesi.
Basta entrare nell’ordine di idee di non esagerare, di non forzare la mano, di mantenersi fedeli alla voce, al ritmo, alla suggestione, alla personalità, all’unicità dei vini pugliesi, a quel carattere locale, ma non provinciale, che mostrano, ad esempio, vini come la Malvasia Nera Malia di Duca Carlo Guarini, il Negroamaro Mjere di Michele Calò, il Nero di Troia Murgia Igt di Botromagno, il Negroamaro riserva Nerio di Schola Sarmenti, per citare alcuni dei vini che insieme ad una serie di Aglianico del Vulture mi hanno maggiormente colpito.
Riuscirà il mondo del vino pugliese ad arrendersi a questa evidenza e capire che la grandezza sta non tanto nell’aggiungere, nell’esagerare, nell’essere ridondanti e barocchi, come certi vini “costruiti” a tavolino per stupire, ma nell’essenzialità, nell’essere autentici e fedeli a se stessi?

0 pensieri su “Radici 2010: grande manifestazione, ma dai vini pugliesi ci si può aspettare di più

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  2. Noi ci proviamo ad evitare le scorciatoie, le ridondanze e gli arzigogoli, qualcuno un pò in ritardo non ha capito che la musica è cambiata ed oggi più che mai servono autenticità e territorio e non scimmiottamenti bordolesi e muscolarità legnose. Il lavoro che voi fate ci rende più consapevoli, almeno noi produttori, che dobbiamo essere bravi a trasmetterlo ai nostri enologi, spesso troppo innamorati di se stessi e della propria metodologia lavorativa. A parziale scusante per la discesa di livello un’annata 2009 che non esiterei a definire per le nostre vigne “annus horribilis”; piovosità eccessiva, grandine, parassiti, caldi brevi e brucianti, inverno anticipato, peggio di così solo Attila avrebbe potuto.
    Attediamo il 2010 fiduciosi.

  3. non è un problema solo pugliese, ma quando i produttori smetteranno di essere servi di buyers dementi e ignoranti che decidono loro COME deve essere il vino italiano, fregandosene o ignorando quelle che sono le leggi, le tradizioni, le caratteristiche delle uve e del vino?

    un esempio: nella prossima gara di un monopolio nazionale straniero si chiede un Primitivo in tetrabrick da 1 litro che “sappia di rovere”

    ma cosa vuol dire? che si deve pastorizzare e mettere in cartone un vino che ha subito un costoso affinamento in botte, oppure che si incita spudoratamente ad usare chips, trucioli o aromi artificiali?

    ma il governo e il ministero non dovrebbero intervenire a tutela del prodotto italiano? e l’orgoglio e la dignità dei produttori?

  4. qualche dettaglio:
    si richiede espressamente di dichiarare che tipo di chips è stato usato
    vogliono SOLO produttori (no commercianti)
    chiedono il 2010 ma giudicheranno il 2009 (complimenti, sicuramente sarà la stessa cosa)

    Italy, primitivo, paper packaging 1 000 ml,
    (…)

    Taste description:
    We are looking for a fruity, spicy wine with hints of oak, dark berries, liqourice, herbs and vanilla.

    Requirements for product:
    (9) Product category according to EU regulations: Table wine with geographical denomination
    (10) Product type: red wine not bottles

    Vintage:2010
    Since wine of 2010 is not yet finished by the time of offering, we will try vintage 2009, but vintage 2010 will be launched provided that the quality is the same or better.
    Country of origin: Italy
    Area of originIGT Puglia
    Packaging and volume: Paper packaging of prisma type 1 000 ml
    Grape / grape blend:At least 85% primitivo
    (…)
    Other requirements:
    Please note that only one wine per producer can be offered.
    Grape variety must be stated on packaging
    Continued on next page…
    Mandatory information:
    – contact information to producer (not negotiant or similiar)
    – grape composition of offered wine in percent
    – Information of maturation (type of barrrel/staves/chips and maturation time)
    – colour photo of the packaging
    – producer’s prevoius experience of these kinds of packagings
    Detailed supply plan of offered volume on yearly basis:
    – information of volumes that are secured from time of offering to delivery
    – name of producers of offered volumes (please state all sub-contractors)
    – what volumes can be produced from the tanks/barrels that the tender samples are collected from

  5. Carissimo Maurizio, hai perfettamente ragione quando affermi che il prodotto italiano dovrebbe essere tutelato, ma conoscendo molto bene il mercato a cui fai riferimento, ti posso garantire che la richiesta non nasce per pura casualità dai buyers o dal monopolio bensì, molto spesso, da produttori, che pur di affermarsi in quel mercato, propongono particolarità di vino quasi inesistenti pur di vincere il tender. Come ben saprai nelle gare di quel territorio non contano le qualità del prodotto ma l’attinenza del prodotto con la descrizione fonita nel tender. Volevo solo precisare che non si tratta di affinamento in botte ma di profumi assomiglianti alla quercia, letteralmente dallo svedese “inslag av ek” “note di quercia”.

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