Saranno i bordolesi a farci scoprire la grandezza dei vitigni autoctoni?

E’ tutto vero: non siamo su Scherzi a parte

La notizia è con ogni probabilità passata inosservata, avendo in apparenza solo l’aspetto della autocelebrazione delle proprie gesta alle quali molte grandi aziende si dedicano, utilizzando abilmente lo spazio loro concesso da organi di stampa che non hanno alcun problema nel fungere da cassa di risonanza.
Avete presente la casa vinicola Zonin? Non parlo di quella che è diventata quella che è diventata, ovvero una potenza, vendendo negli anni Sessanta e Settanta e direi anche Ottanta fiumi di vino diciamo senza particolari ambizioni qualitative.
Parlo della parte più nobile della galassia Zonin che conta su aziende agricole disseminate un po’ in tutta l’Italia, dal Piemonte alla Sicilia, per oltre un migliaio di ettari in produzione.
Sono anni ormai che in casa Zonin cercano in tutti i modi di lasciar passare il messaggio che si siano interamente e tenacemente convertiti alla causa della Grande Qualità.
Lo fanno in tutti i modi, da un punto di vista tecnico, essendosi dotati da tempo di un enologo coordinatore di valore come il piemontese Franco Giacosa, da un punto di vista mediatico, con operazioni simpatia, cavalcando il fenomeno blog ed essendosi addirittura dotati di un blog, Wine is love, condotto dal giovane, fotogenico, rampante Francesco Zonin. Trionfando in concorsi internazionali, da Mundus Vini a quello del Vinitaly.
Oggi ci comunicano che “Denis Dubourdieu, professore alla facoltà di enologia dell’Università di Bordeaux e direttore generale dell’Istituto della Vigna e del Vino di Bordeaux, intensificherà ancora di più la sua collaborazione con la casa vinicola Zonin” avviata nel 1998 con “un lavoro di supervisione degli oltre 32 professionisti, tra agronomi ed enologi, coordinati dal direttore della produzione della “maison” Zonin, Franco Giacosa”.
Una collaborazione per il momento concentrata sulla “produzione di due vini ottenuti da vitigni internazionali (il Doc Friuli Aquileia Sauvignon “Aquilis” 2009, prodotto nella tenuta friulana Ca’ Bolani e l’Igt Maremma Toscana Rocca di Montemassi 2008, uvaggio di Merlot, Cabernet Sauvignon, Petit Verdot e Syrah, prodotto nella tenuta toscana Rocca di Montemassi)”.
La novità, che gli organi di stampa che sanno stare al mondo premurosamente ci comunicano è che “da qui in avanti, la collaborazione di Denis Dubourdieu si intensificherà, invece, e, dopo l’importante lavoro fatto sui vitigni internazionali, si sposterà su quelli di antica coltivazione (dal Sangiovese al Nero d’Avola, al Refosco), allevati nelle varie tenute di proprietà della famiglia Zonin, in tutta Italia”.
Sembra impossibile, sembra di tornare a dieci-quindici anni fa, quando certi espedienti potevano avere (commercialmente) un senso, quando parole d’ordine come vitigni migliorativi, winemaker re Mida, vini da mercato, importatori e guru del vino yankee, hanno indotto molti produttori italiani a trasformare profondamente, a stravolgere, ad internazionalizzare stupidamente i loro vini.
Non bastava il Barolo affidato ad un enologo stregone – leggete qui e poi ancora qui – che non sapeva nemmeno (e non sa tuttora: assaggiate il vino sinora prodotto, come ho fatto io un mese fa, e ditemi se di un vino del genere avessimo mai bisogno e quale senso un simile vino possa avere) cosa sia il Nebbiolo.
Non bastava il winemaker modaiolo (di una moda ormai passata di moda) che arriva dal Centro Italia in Salento e per prima cosa fa piantare Petit Verdot e spiantare Negroamaro.

Ora per valorizzare le nostre grandi varietà autoctone, per far risplendere tutta la loro grandezza, per tirare fuori tutto quello che di importante hanno da dire e da dare, ci si affida, come se gli italiani, i toscani, i siciliani, i friulani, i piemontesi fossero tutti dei minus habens che non conoscono le loro uve, che non hanno capito quanto valgano, ci si affida all’ennesimo, anche se titolatissimo, wine wizard straniero, nella fattispecie bordolese.
Oggi le comiche, cari lettori, siamo e non c’è da proprio niente da ridere, su Scherzi a parte…

0 pensieri su “Saranno i bordolesi a farci scoprire la grandezza dei vitigni autoctoni?

  1. Caro Franco, non entro in merito delle scelte di un’azienda grande come Zonin e preferirei parlare della coerenza che i produttori dovrebbero avere con il territorio. Da noi molti porduttori stanno spiantando la garganega per dare spazio al prosecco. Io mi tengo carissime le vecchie vigne di garganega che ho. Martedì di questa settimana, abbiamo fatto una degustazione presso la ns. cantina mettendo a confronto vari esperimenti di garganega coltivate a Gambellara e Soave. Alcuni vini erano stati volutamente abbandonati in vasca da anni. Abbiamo avuto delle sorprese incredibili, vini bianchi semplici da 12 – 12,5% vol. con profumi, brillantezza e mineralità fuori dal comune, quasi degli alsaziani. Tutto questo per dire che se la garganega è da secoli coltivata a Gambellara, non è stato per moda, così come il nebbiolo in piemonte, il sangiovese in toscana, il negroamaro in puglia e così via…

  2. Bella quell’espressione “volutamente abbandonati in vasca da anni”. Come si fa per certi rossi “volutamente abbandonati in bottiglia da decenni”. Il perfezionamento di un vino che passa di generazione in generazione, e’ frutto sì del territorio e del vitigno ma anche del genio del vignaiolo e dove c’e’ una serie di generazioni di vignaioli ed una zona con una storia vinicola che risale alla notte dei tempi ecco… le “sorprese incredibili, vini bianchi semplici da 12 – 12,5% vol. con profumi, brillantezza e mineralità fuori dal comune, quasi degli alsaziani”. Discuterei addirittura sui limiti di questo “quasi”. Bravo Menti! Io ebbi delle sorprese con un altro vitigno snobbato dalle caduche mode, il verdicchio, con vini di dieci anni ed oltre, al primo MiWine di Milano, testimoni i sommelier dell’AIS e il re degli enologi ungheresi. Si sta festeggiando l’ottantesimo compleanno di Giorgio Grai che avrebbe qualcosa da dire su altri bianchi che sfidano il tempo migliorandosi. Chateau Musar (della valle della Beka’a in Libano) aveva in vendita fino a pochi anni fa un bianco di cinquant’anni da due uve autoctone libanesi dal nome in arabo impronunciabile. Forse con i pesci alla griglia dovremmo berci qualcos’altro di ancora acerbo ed acidulo (meglio rosso, ma va bene anche un bianco citrino), ma non ci sono soltanto i pesci alla griglia nella cucina italiana e d’estate si bevono dei bianchi nobili e non certo immaturi anche con le carni, soprattutto (ma non solo) bianche, in diverse preparazioni rinfrescanti come le gelatine, le gallantine, la fricassea, certi arrosti freddi in guazzetto, certi carpacci. Quando fate le degustazioni vi suggerirei di avvalervi della professionalita’ di un sommelier diplomato per abbinare delle pietanze, delle sfiziosita’, insomma vedrete che ne uscirete alla grande perche’ vi verranno delle nuove idee, dei progetti, anche perche’ il mondo ci guarda, ci invidia, ci copia e nessuno ormai pensa che il vino vada bevuto soltanto al bar con le patatine e le noccioline, anzi ci chiedono consigli per gli abbinamenti con le cucine dei posti piu’ impensati. Ha mai provato un garganega d’annata con qualche piatto orientale? Sa quante centinaia di milioni di persone mangiano quel piatto bevendoci soltanto il the perche’ nessuno gli ha mai proposto un calice di quello buono proveniente da Gambellara?

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  4. Io invece entro nel merito delle scelte di una grande azienda come Zonin perché convinto (ma forse sono fuori tempo) che un’impresa legata alla terra sia una risorsa per tutto il Paese. Orbene prima la famiglia Z dimostra attenzione al territorio acquistando fuori di tenute dal Piemonte alla Sicilia (okkei, okkei, è sempre business. lo so…); poi si affida ad un wine maker transalpino per fare i vini italiani. Non vi sembra (e anche agli Z, divisi tra vigne e banche) una grandissima contraddizione in termini. Da una parte grido viva l’Italia d’altra pago manager stranieri per fare il made in Italy. Sembra di essere di stare nello spot del nuovo Doblò Fiat, tra attori bolliti (francesi, ancora loro!) e vini argentini (invece che italiani). Se poi vogliamo fare i soliti italioti un po’ provincialotti che in nome della globalizzazione sono pronti a farsi beffe persino delle proprie tradizioni e risorse, allora il discorso cambia… in peggio

  5. Sul fatto che non siano affari piemontesi, caro Maurizio Fava, non ci metterei la mano sul fuoco. La famiglia Z ha possedimenti anche in Piemonte, ad Asti, per esempio. Quindi che cosa impedirà ai vignaioli-banchieri di utilizzare wine maker stranieri anche per i loro vini piemontesi? Eppoi, diciamo la verità, non è che i piemontesi abbiamo mai fatto sfoggio di grande amore nei confronti delle proprie risorse territoriali, umane e agroalimentarei, dallo sputtanamento dell’Asti, che ancora è alla ricerca di un degno riposizionamento sui mercati, alle gaffe becere dello spot del Fiat Doblò pro vini argentini fino a finire ai convegni affidati a discutibili esperti extraregionali. Urge cambiare passo e mentalità. Altrimenti il Piemonte si confermerà ancora una volta – e in modo ancora più grave – la terra dei bogia-nen (status quo), altro che gattopardismo siculo!

  6. Egregi Signori,
    perdonate la mia esclamazione, ma questi mi sembrano “discorsi da lavandaia”.
    Sul fatto di importare grandi Guru stranieri a dirci come e cosa fare nelle nostre vigne, non è il massimo, devo ammetterlo.
    Però a voi cosa cambia?
    L’ azienda Z o qualsiasi altra gigantesca azienda continua e continuerà ad avere la meglio in merito a volumi di vendita e all’ essere conosciuti in tutto il mondo.
    E’ solo un fatto di soldi? Non credo!
    E’ dovuto all’ offrire vini che seguono le richieste di mercato, abbandonando la tipicità con vini morbidi, di pronta beva e ruffiani? Forse, ma non solo.
    La chiave di questa storia è una sola: mettere tutti a conoscenza della propria produzione. Purtroppo non viviamo in un sistema meritocratico, non basta fare il vino buono nel rispetto della tipicità, utilizzando solo i grappoli migliori etc, etc ….. Le persone (i consumatori finali) devono sapere che esistiamo, altrimenti si rischia di rimanere nell’ angolino a fare le cose per bene, ma nessuno lo sa.
    Quindi, invece di andare a spendere un sacco di soldi nelle partecipazioni a Fiere più o meno importanti, dove alla fine le persone vanno sempre presso gli Stands dei grandi Blasoni, investite in pubblicità, pubblicate inserzioni, fate pubblicare le foto delle vostre bottiglie ….. insomma fatevi vedere, altrimenti diventa molto più difficile essere cercati.
    Questo è il mio modesto parere.
    Sono pronto a ricevere i vostri vaffa …

  7. No, altro che vaffa… Il sig.De Santi ha detto le cose più sensate in questa discussione. Secondo il mio modesto parere, ovviamente.
    Cordiali saluti.

  8. Scusatemi tutti, lungi da me offendervi. Le cose più sensate alle quali mi riferivo non erano sulla frase “discorsi da lavandaia”, ma su tutto il resto. Purtroppo il sig. De Santi ha ragione nell’affermare che l’Italia non è un paese meritocratico, basta guardare chi vince in politica, a San Remo, in ceti programmi televisivi… Se non sai essere mediatico, se non sai accattivare l’attenzione con delle furbe trovate, se non sai farti pubblicità , se non hai gli agganci giusti pur facendo del tuo meglionon vai avanti. Spero comunque di sbagliarmi: sarei contento di una secca smentita.
    Cordiali saluti.

  9. Le cose più sensate non erano riferite alla frase “sembrano discorsi da lavandaia”, ma a tutto il resto. Secondo me ha ragione il sig. De Santi quando afferma che l’Italia non è un paese meritocratico: basta chi vince in politica, a Sanremo, in certi programmi televisivi, in alcuni concorsi statali, in certe guide enograstronomiche. Se non sai essere mediatico, se non sai farti pubblicità, se non hai il giuso aggancio è difficile riuscire a spuntarla. Spero vivamente di sbagliarmi e di essere smentito. Cordiali saluti.

  10. Prima si festeggia la vittoria di una coppa con 0,al massimo 1,italiani in campo e poi ci si scandalizza per la consulenza enologica di un professore francese….spiegatemi la differenza che io da solo non ci arrivo….grazie

    • se pensa di essere spiritoso o acuto con questa sua uscita, mi sa proprio che si sta sbagliando…
      che c’azzecca il calcio, l’Inter, con il discorso, doveroso, su inutili consulenze di enologi francesi che dovrebbero farci “scoprire” quello che come italiani conosciamo cento volte meglio?

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