Vin Santo: l’anarchica eterogeneità dei vini conquista anche i severi degustatori britannici

Non posso, seppur per rapidi cenni, non raccontarvi del wine tasting di 27 Vin Santo cui ho partecipato la scorsa settimana a Londra nella redazione di quella rivista, The World of Fine Wine, alla quale anche Tom Wark sul blog Fermentation riserva, leggete qui, convinte standing ovations.
A detta anche degli altri componenti del panel tasting, Nicolas Belfrage e Michael Edwards (alla degustazione ha partecipato anche, come guest star, Jancis Robinson, che mi ha detto essere rimasta molto colpita dalla eterogeneità, ma anche dalla qualità di diversi vini), è stato un wine tasting fantastico, con un livello medio veramente sorprendente.

Eterogeneità, l’ha detto bene Jancis, il carattere dominante sia della degustazione che dei vini, presentati alla giusta temperatura di servizio dalla tasting editor Anastasia Edwards, a partire dalla varietà delle annate, dal 2004 sino al 1994 (con sette vini del 2004, tre del 2003, dieci del 2001, uno del 2000, due del 1999, due del 1998, e uno rispettivamente del 1997 e del 1994) per continuare con il colore dei vini, variante da un paglierino oro più o meno acceso ad un color ambra mogano, sino ad arrivare allo stile dei vini, variante dal dolce intenso al secco al semi-secco.
Anche se all’appello sono purtroppo mancati due tradizionali protagonisti della scena del Vin Santo, Selvapiana e San Giusto a Rentennano, che non hanno inviato i loro vini, ci siamo veramente divertiti e abbiamo, enoicamente parlando, letteralmente goduto, grazie ad una serie considerevole di vini che non ho alcuna esitazione a definire grandi, sia dal punto di vista della piacevolezza pura che della complessità che della capacità di regalare emozioni.
Se analizzo i miei punteggi, nei tasting di The World of Fine Wine valutiamo i vini, ovviamente in blind tasting, assegnando loro un punteggio su base 20 ventesimi, scopro di aver assegnato uno score minimo di 14,5/20 che nella scala della rivista designa “very good wines, with some outstanding features”, (vini molto buoni, per alcuni aspetti eccellenti), ed uno massimo di 18,5/20, roba da “outstanding wines of great beauty and articulacy” (vini straordinari di grande bellezza e articolazione), e poi tre 18/20, un 17,5/20, tre 17/20, cinque 16,5/20.

Vini fantastici, con una mia personale preferenza per il Vin Santo di Montepulciano 1998, non per l’Occhio di Pernice, che mi è piaciuto, ma non così tanto come l’altro, di Avignonesi, seguito di un’incollatura dal Vin Santo del Chianti Classico 2001 di Rocca di Montegrossi, dal Vin Santo Colli Etruria Centrale 2001 Recinaio di San Gervasio, dal Vin Santo del Chianti Rufina 1999 di Frascole. Bene, molto bene, anche il Vin Santo di Carmignano 2003 di Capezzana, il Vin Santo del Chianti Classico 2001 di Fontodi, i sorprendenti (per me) Vin Santo di Montepulciano 1999 di Poliziano e Vin Santo del Chianti Classico 2004 di Marchesi Antinori, oppure il Vin Santo del Chianti Rufina Travignoli riserva 2000.
Ma per scrupolo di obiettività dovrei citare praticamente tutti i vini, perché nessuno ha mostrato problemi, difetti, limiti e tutti hanno avuto qualcosa d’interessante e di valido da raccontarci.
Certo, in degustazione i vini più dolci,  se ben sorretti e rilanciati da un’acidità calibrata, che serve ad equilibrare l’intensità della materia, la ricchezza, la grassezza, fanno naturalmente più figura, risultano più appealing dei vini più essenziali, quelli che provano a giocare su una maggiore essenzialità e finezza, su uno stile più secco, nei quali l’acidità appare ancora più vibrante.
Però, se la dolcezza non diventa eccessiva, se il vino non scade nello stucchevole e nell’eccessivamente dolce allora anche i vini più grassi (quelli che lasciano nel bicchiere vuoto un residuo quasi viscoso sulle pareti, vedi foto) riescono ad avere un bilanciamento, uno slancio, un equilibrio che li rende veramente straordinari.
Ed in grado di misurarsi, alla pari, con i più grandi vini dolci, da dessert, meditazione o come volete chiamarli, del mondo.
Una cosa, oltre al carattere assolutamente  “anarchico” del Vin Santo, e al loro fascino che cresce più sono estremi, più non si “siedono”, più accettano il rischio di percorrere vie impervie e personali, questa bellissima degustazione – che credo abbia visto emergere nella valutazione complessiva i super premium Vin Santo di Avignonesi – ha dimostrato. Un’annotazione estremamente istruttiva e degna di riflessione non solo per il Vin Santo, ma per tutti i vini toscani.
Che quando scelgono di essere toscani fino in fondo, quando non si internazionalizzano, quando non scimmiottano mode che non appartengono loro, quando scelgono la strada dell’autenticità, della verità, della fedeltà alla loro storia, quando vogliono raccontare qualcosa di speciale, che è profondamente e intimamente toscano, colpiscono al cuore e affascinano anche persone lontane dalla cultura e dal gusto toscano.
Una fedeltà alle radici, una capacità di testimoniare la propria origine, che è veramente l’arma vincente, il migliore e più convincente degli argomenti…

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