Vino della casa? Me lo faccio, ma adottando un vigneto…

Intelligente iniziativa di un gruppo di agriturismi valtellinesi

E’ sempre un grande piacere per me tornare in terra di Valtellina e stupirmi ogni volta, come la prima volta, per i “miracoli” che quella uva suprema che è la Chiavennasca, alias Nebbiolo, fa in quello scenario, quasi irreale, di vigneti terrazzati, di viticoltura eroica che delinea e conserva il paesaggio, di pendenze, di situazioni sempre al limite, dove la passione, l’attaccamento al territorio, prevale sulla ragione e su valutazioni puramente commerciali.
Perché sono salito, era ancora maggio, in terra di Valtellina, in quel paese, a me caro, Ardenno, perché lì hanno sede le Cantine Innocenti del grande affinatore di formaggi (Bitto e Casera) e proprietario anche di una ben fornita enoteca e bottega di cose buone che è l’amico Fabrizio Innocenti?
Perché Pietro Poletti, direttore della Cantina Cooperativa di Villa e Bianzone, mi aveva invitato (e io avevo esteso l’invito ad un’altra amica, grande appassionata ed esperta di vini, la sommelier tiranese Elia Bolandrini, che potrebbe diventare, forse, il nuovo delegato A.I.S. di Sondrio) a fare un’esperienza molto particolare. Direi di più, speciale.
Un invito a degustare dei Nebbiolo valtellinesi, ma non vini pensati, com’è caratteristica di larga parte dei Nebbiolo di montagna di questa zona, per durare nel tempo, magari dopo un paziente affinamento in legno (grande, non la barrique che “uccide” i Nebbiolo o li rende altra cosa), ma Nebbiolo giovanissimi, figli nientemeno che dell’annata più recente, 2009.
Un incontro che si è tenuto in un posto di grande fascino, che visitavo per la prima volta, l’agriturismo Le Case dei Baff di Ardenno Masino, proprietà di una famiglia di ispirati ristoratori come i Cerasa.

“Location” scelta da Poletti non casualmente, ma per sottolineare il carattere speciale dell’iniziativa che voleva farmi conoscere, ovvero la scelta di una serie di agriturismi, tra cui Case dei Baff, di “adottare” dei vigneti per produrre il proprio “vino della casa”.
Vini che potenzialmente potrebbero diventare tutti come minimo dei Rosso di Valtellina Doc o addirittura dei Valtellina Superiore Docg, se i produttori decidessero, seguendo le prescrizioni del disciplinare, di proseguire l’affinamento e di invecchiarli.
Quale il ruolo della Cantina Cooperativa di Villa di Tirano in questa operazione? Di supporto tecnico, enologico, seguendo il vigneto in tutte le sue fasi fenologiche e curando tutte le fasi della vinificazione dei vini prodotti in vigneti, va ricordato, che variano da un minimo di 1500 metri quadrati (quello da cui nasce il potenziale Valtellina Superiore Valgella di Chiara Poletti) ad un massimo di 10 mila metri, come nel caso del vigneto posto a qualche centinaia di metri di distanza dalle Case dei Baff.
All’iniziativa avevano aderito, oltre al già citato locale di Ardenno Masino, l’agriturismo Prà l’Ottavi di Renata Vanoni a Gordona (4000 metri quadrati di vigna), la Baita del Gufo di Piodaro Grosotto di Giovannina Pini (4500 metri), l’azienda agricola di Ester Masolini di Camportaccio in Val Chiavenna (8000 metri), l’azienda agricola agriturismo La Campagnola dei fratelli Masolini a Gordona (4500 metri), l’azienda agricola Donchi- Agriturismo Al Vecchio Torchio di Teglio (2000 metri), nonché la già citata azienda agricola di Chiara Poletti, figlia di Pietro.

Bellissima l’iniziativa, e molto intelligente il supporto offerto dalla Cantina di Villa di Tirano, ma come ho trovato i vini espressione di vigneti, molti quelli già in là con gli anni, dislocati tra Ardenno, Teglio, Bianzone, Tressenda e Villa di Tirano?
A dire il vero sorprendentemente buoni, già godibili, espressivi, ovviamente freschi, ricchi di nerbo, con acidità importanti, ma non aggressive, vini salati, essenziali, petrosi, eppure dotati di una bella succosità di frutto come il v.a.d. (ovvero vino atto a divenire) Rosso di Valtellina di Cà dei Baff, oppure come il v.a.d. Rosso di Valtellina della Baita del Gufo, dotato di una bellissima struttura tannica, di una consistenza ampia e carnosa.
Vini dotati di una nitida componente terrosa e minerale come il v.a.d. Valtellina Superiore del Vecchio Torchio, o dotati di un naso fitto e complesso, di una grande rotondità, come il v.a.d. Valtellina Superiore di Ester Masolini.
Vini, nessuno escluso, tutt’altro che da “vignaioli della domenica”, e nient’affatto “dilettanteschi” o senza pretese, ma che avrebbero piena dignità di bottiglia, che meriterebbero di essere proposti non solo nel contesto piacevolissimo, vivo, allegro, non impegnativo, di un agriturismo, dove al vino è chiesto soprattutto di accompagnare ed esaltare la golosità, la pienezza dei piatti tipici valtellinesi (con quella bella acidità che spinge (molto pronunciata nel potenziale Valtellina superiore Valgella dei fratelli Masolini, dalla struttura più delicata), e che riesce a sgrassare, ad alleggerire, a rilanciare la saporosità e la ricchezza delle preparazioni.
Vini profumati di Nebbiolo, vini che raccontano la verità, essenziale e scabra, della viticoltura di montagna, vini che si fanno bere senza problemi eppure regalano emozioni.
E’ anche questa, con i vini “della casa” prodotti adottando un vigneto, con gli agriturismi che ragionano e volano alto, che hanno progettualità e una scoperta voglia di fare bene, la Valtellina che adoro!

Chiavennasca: una foto di Giacomo Negri

0 pensieri su “Vino della casa? Me lo faccio, ma adottando un vigneto…

  1. In effetti la (rinc)corsa a produrre a tutti i costi vini importantim, d’annata, barricati, fa dimenticare e scomparire il mercato dei vinelli da consumo. Ben inteso, vinelli non in senso diminutivo, ma nel senso non impegnativi e da mettere in tavola tutti i giorni.

  2. Caro Franco, tra le tante tue iniziative e argomenti fatti galleggiare a fior di rete, eccone uno che ha tutte caratteristiche per avvicinare i giovani (un mondo giovane) alla coltura più antica del mondo. Così a tentoni mi pare che queste vigne eroiche, abbarbicate sui costoni di montagne belle e cordiali, parlino del vino in un modo che può affascinare i giovani.
    (Saluti alla famiglia Innocenti!)

  3. I vinelli da consumo non impegnativi si possono comprare al supermercato, si chiamano succhi d’uva e vengono venduti nel tetrapack.
    Parlerei invece di vini da 12.5 % vol. , possibilmente locali, che si adattano alla nostra cucina regionale di tutti i giorni.

  4. che bella iniziativa!! ecco un’ottima idea per contribuire a salvaguardare il territorio! forse se i politici della mia zona fossero un po’ più lungimiranti e meno attaccati agli interessi privati dei soliti noti, potrebbero adottare iniziative analoghe per salvaguardare un territorio in pieno dissesto. Ma non ho più speranze…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *