Per i vini Di Barrò affinamento solo in acciaio e addio al legno. Una svolta sorprendente

Era da tempo, dall’ultima visita che avevo fatto loro, a fine aprile, in località Chateau Feuillet a Saint-Pierre, dove si trovano sia la casa che la cantina, che pensavo di scrivere delle ultime annate dei vini, e di un’importante svolta che hanno conosciuto, di Elvira Stefania Rini e di suo marito Andrea Barmaz, ovvero la piccola realtà produttiva più nota come Di Barrò.
Una di quelle piccole maison, aderenti all’associazione dei Viticulteurs Encaveurs o piccoli vignaioli (visita qui il sito Internet, non proprio aggiornatissimo…) che formano la nobilitate della proposta valdostana odierna.
Volevo farlo perché amo i loro  vini, perché li considero tra i più rappresentativi, in bianco (e parlo del Pinot grigio) che in rosso (Torrette, Mayolet, Petit rouge) della produzione di quella piccola realtà cui sono tanto legato che è la Vallée, e perché a farmeli conoscere per la prima volta, non mi ricordo bene se durante una mia visita ad Aosta, oppure perché lui aveva portato qualche bottiglia da assaggiare in qualche occasione conviviale in Franciacorta, oppure a Salò, dove ci si trovava alcune volte durante l’anno, è stato il mio carissimo amico Gianni Bortolotti, che ho salutato per l’ultima volta mercoledì scorso.
A farmi decidere che era il momento buono per scrivere dei vini Di Barrò è stato proprio l’aver visto Elvira e Andrea ai funerali di Gianni e aver ricordato le occasioni in cui li avevo incontrati in compagnia di Gianni o le volte che negli ultimi anni si discuteva con lui di come stava evolvendo la loro produzione, se l’annata era stata più favorevole al Torrette, il loro vino simbolo, piuttosto che agli altri.
E a farmi sentire che i vini più adatti ad accompagnare questo particolare brutto momento, di grande dolore, fossero proprio i vini di Elvira e Andrea è stato anche il fatto che dopo il funerale, su espresso desiderio della compagna di Gianni, Ines, ci si fosse trovati per un piccolo rinfresco da un altro vecchio amico di Gianni, Guido Zublena, nella sua Osteria La Cave, rinfresco aperto proprio con alcune bottiglie di Pinot grigio 2008 Di Barrò, stappate nientemeno che dalla sorella di Elvira…
Così, ricordando Gianni, mi piace parlare di questa piccola azienda il cui nome in patois (il dialetto locale) significa letteralmente “dai/dei barili” (vd etichetta) barili che venivano utilizzati per il trasporto in cantina dell’uva spremuta direttamente in vigna; a tale scopo i barrò erano caricati su una carretta.
Va poi detto, come si legge nello spazio riservato all’azienda del sito Internet dei Viticulteurs Encaveurs, che “la parola barrò è un acronimo dei cognomi Barmaz e Rossan, suoceri dell’attuale titolare, che negli anni ’60 proseguirono la coltivazione dei vigneti di famiglia a Conze (Conce secondo quanto scrive L. F. Gatta nel 1838 a proposito delle migliori regioni vinifere di Saint-Pierre nel “Saggio intorno alle viti ed ai vini della Valle d’Aosta”) e Toule ubicati nella zona del monte Torrette.
A metà degli anni ’80 l’azienda fu tra le prime a fregiarsi della denominazione di origine controllata Valle d’Aosta Torrette”.
Oggi questa piccola azienda familiare conta solo su due ettari e mezzo di vigneto in località Torrette, Condemine e Boné a Saint Pierre, Veyne a Villeneuve e Champcognein a Aymavilles.
Pensando alla mia ultima visita, quando avevo scattato le fotografie che illustrano questo post e assaggiato i nuovi prodotti, mi viene in mente un aspetto, scoperto in quella circostanza, di cui incredibilmente in questi due mesi trascorsi dalla visita in cantina (nonché dalla mia ultima chiacchierata con Gianni) non ho avuto modo, per vari motivi, di discutere con l’amico.
E su cui non potrò, purtroppo, chiedere, come tante volte avevamo fatto, confrontando le nostre idee sui vini della Vallée, il suo punto di vista.
Mi sto riferendo alla scelta, sorprendente e per certi versi “rivoluzionaria”, di non affinare più i rossi, nemmeno i più importanti, in legno (che talvolta era legno piccolo, alias barrique) ma esclusivamente in acciaio, dovuta, secondo Andrea, che è agronomo direttore della ricerca dell’Institut Agricole Régional di Aosta, ad una precisa volontà di far risaltare fino in fondo la specificità di ogni vitigno, il carattere preciso del terroir, senza la mediazione, che talvolta si fa eccessivamente sentire, del legno.
So che Gianni Bortolotti avrebbe apprezzato, ma fors’anche discusso questa decisione, così drastica, con quel segno di cambiamento e di rottura così forte rispetto al passato.
Ma degustando i vini che non mi sono mai mostrati così nitidi nella loro definizione come ora, così precisi, incisivi, non mi sento proprio, io che della barrique non sono e non sarò mai un fan, di non condividere la scelta tecnica di Andrea Barmaz e di sua moglie.
Dal Petit Rouge 2008 (5,83 euro più Iva franco cantina) così intrigante da far ricredere anche i più scettici su questo piccolo rosso intimamente valdotaine, vino da bere (mentre si mangia) più che da degustare, al Mayolet Vigne de Toule 2008 (7,50 euro più Iva franco cantina), da vigneti di 7-8 anni piantati nella zona del Monte Torrette, in ambiente secco e ventilato, dal colore rubino violaceo intenso e dal naso vivo e succoso, molto presente, pulito, diretto, profumato di ciliegia e di prugna e con una leggera speziatura, vino di grande nerbo, non di grandissima sostanza, ma preciso, appuntito, freschissimo, al Fumin 2007 (10,42 euro più Iva f.c.), al quale, paradossalmente, un po’ di affinamento in legno non avrebbe fatto male per ammorbidire la sua carica tannica ancora mordente, anche se compensata da una grande intensità e densità aromatica (tabacco, cuoio, spezie pepe nero, prugna, mora di rovo) e da una bocca di buon impegno, questa nouvelle vague unoaked mi è piaciuta molto e mi ha convinto.

E ancora di più sorvolando sulle calibrate dolcezze dell’edizione 2008 del classico vino da dessert, Lo Flapì (50% Moscato 50% Pinot grigio – 12,50 euro più Iva f.c.) da uve in appassimento, squillante colore oro, profumato di albicocca, miele, frutta secca, mela cotogna, molto ricco, succoso, materico, di bella grassezza e soddisfazione, ma con una magnifica vena acido-salata che equilibra la materia, sottoscrivo questo nuovo approdo no oak ai vini che considero i più emblematici dell’azienda.
Penso al Torrette (tutti i Torrette nascono da un 90% di Petit Rouge, più un 10% suddiviso tra Mayolet, Fumin, Cornalin, Vien de Nus, Premetta e Vuillermin) 2008 Clos de Château Feuillet (6,67 euro più Iva f.c.), grande intensità di colore, naso carnoso e denso, grande materia fitta, piena, larga, succosa, di grande soddisfazione e pronunciata terrosità, e poi al Torrette Supérieur 2008 Clos de Château Feuillet (8,33 euro più Iva f.c.), dal colore importante e profondo, dal naso intensamente selvatico, profumato di prugna selvatica, spezie, cuoio, sottobosco, ma con una sorprendente e viva fragranza floreale, note di fieno, fiori secchi, molto elegante.
Vino di nerbo sinuoso, salato, verticale, di grande equilibrio e piacevolezza, con quella freschezza naturale, quella vena minerale che dà ancora più energia e slancio al bicchiere.
E poi il Torrette Supérieur Vigne de Torrette 2006 (solo 1200 le bottiglie prodotte e un prezzo di 15 euro più Iva), da uve che compiono un leggero appassimento in cassetta, con il suo naso caldo e fitto che fa capire la qualità del lavoro fatto sulle uve, vino che ha profondità, grande ricchezza di frutto (prugna secca, ciliegia, mora di rovo), sfumature balsamico-selvatiche, ricordi di liquirizia, vino di ampia struttura, molto ricco, terroso, con lunghissima persistenza e pienezza di sapore, in una cornice di succosità carnosa, ma ravvivata da un vivo corredo acido.
Vini molto belli, bilanciati, fatti per essere bevuti, che, ne sono certo, anche l’indimenticabile Gianni Bortolotti avrebbe apprezzato e di cui avrebbe continuato ad essere, com’è stato sin dal primo momento, un appassionato “ambasciatore”…
Di Barrò
di Elvira Stefania Rini
Loc. Chateau Feuillet, 8
Saint-Pierre (AO)
tel + 39 0165 903 671
e-mail

3 pensieri su “Per i vini Di Barrò affinamento solo in acciaio e addio al legno. Una svolta sorprendente

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  2. Grazie Franco. Ti ho sempre apprezzato per la tua grande professionalità e mi spiace non averti frequentato più di tanto. Ma leggendo questo articolo mi sono profondamente commosso perchè in questo frangente molto triste ho rivissuto 20 anni di rapporti con il nostro carissimo amico GIANNI e l’apprezzamento avuto nei confronti del PINOT GRIS di Andrea ed Elvira mi ha veramente gratificato. Spero di rivederti molto presto e ricordati che insieme brinderemo sempre con GIANNI.

    GUIDO

    • grazie Guido, anche per me incontrarti nuovamente, anche se per la peggiore occasione possibile, l’ultimo saluto al nostro carissimo Gianni, é stata una grande emozione. A presto, con rinnovata amicizia

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