Garantito… da me! Falanghina dei Campi Flegrei 2009 Grotta del Sole

Davvero speciali le condizioni in cui si svolge larga parte della viticoltura nell’area, storica, dei Campi Flegrei!  Qui, soprattutto nella zona, ricca di fascino e di antiche testimonianze archeologiche, vicina al Lago d’Averno, dove i terreni sono estremamente sciolti, quasi sabbiosi, vulcanici ovviamente, di natura trachitica e pomicea, la vite è ancora coltivata su piede franco, ovvero non è innestata su piede americano e vive sulle proprie radici.
Grazie alla natura vulcanica dei suoli in cui vengono coltivate le viti del territorio flegreo all’epoca della diffusione della fillossera rimanevano invece immuni: pur essendo coltivate franche di piede, esattamente come al tempo degli antichi Elleni. L’insetto, infatti, in questi terreni porosi, viene ostacolato negli spostamenti ed ha quindi difficoltà ad attaccare le radici, mentre le acque piovane invernali che imbibiscono il terreno gli impediscono la respirazione, e quindi lo svi­luppo.
Questa speciale prerogativa consente alla vite coltivata su piede franco una serie di vantaggi: maggior longevità e resistenza alla siccità, miglior capacità di raggiungere il giusto contenuto di zuccheri e di nutrirsi in modo bilanciato, grazie ad un più agevole assorbimento delle sostanze necessarie attraverso le radici.
In queste terre, che possono contare dal 1994 su una Doc, nonché di un Parco Regionale costituito negli stessi anni, due sono le varietà che hanno trovato storicamente dimora, al punto da identificarsi quasi con il territorio: in rosso il Per’e Palummo o Piedirosso ed in bianco quell’uva bianca campana per antonomasia, presente, con diverse espressioni e riuscite un po’ in tutta la regione, dal beneventano (con l’apice del vino di Sant’Agata dei Goti) al casertano dove è il vitigno base delle denominazioni Falerno del Massico e Galluccio.
Sto ovviamente parlando della Falanghina, un antico vitigno, già noto e apprezzato dai Sanniti e dai Romani che lo chiamavano anche Falernina, per la sua grande diffusione nel “Falernus Ager”.
Vitigno con ogni probabilità portato dalla Grecia dai mercanti romani, che ne diffusero la coltivazione al centro e al Sud. Deve il suo nome al latino, per l’antico sistema di coltivazione con cui veniva fatta crescere la vite. Il cosiddetto sistema alla puteolana, o “spalatrone” ancora oggi ampiamente utilizzato nella zona, che prevedeva che le viti fossero sostenute da un palo, detto in latino phalanx.
Come si è detto parlare di vitigno totalmente autoctono non sarebbe giusto, in quanto questo vitigno proviene originariamente dalla Grecia (Tessaglia), quindi è più logico parlare di vitigno storico che da tantissimo tempo si é adattato al suolo e al clima, o più precisamente ai suoli ed ai climi della Campania.

Tornando ai nostri Campi Flegrei, sono svariate le aziende vinicole in zona che propongono valide versioni dei vini locali. Io sono particolarmente affezionato, forse anche perché la conosco e apprezzo da molti anni, dall’epoca in cui nacque la Doc Campi Flegrei, alla cantina Grotta del Sole di Quarto, che oltre a lavorare in altre aree campane, la Penisola Sorrentina, il Vesuvio, l’Irpinia, nonché quella dell’Agro di Aversa da cui ottiene un eccellente Asprinio Extra Brut metodo classico, è molto attiva nella zona, di casa, dei Campi Flegrei, visto che lavora su qualcosa come 35 ettari, 13 di proprietà e 22 in conduzione diretta.
E a piacermi particolarmente non è la Falanghina più ambiziosa, il cru Coste di Cuma riserva, “elevato per 6 mesi in barriques di rovere francese e imbottigliato 12 mesi dopo la vendemmia”, bensì la Falanghina base, prodotta con una vinificazione che prevede criomacerazione delle bucce sul mosto per dodici ore a sette gradi e affinamento esclusivamente in acciaio.
Un vino semplice (ma non banale) diretto, franco, che si beve, soprattutto a tavola, anche se può costituire un valido starter, un simpatico aperitivo, molto piacevolmente. E con soddisfazione.
Color paglierino oro squillante, di “spumeggiante” vivacità e brillantezza, si propone, discreto, senza ricorrere ad effetti speciali, con un naso ben secco, eppure caldo, ben espresso, con una buona maturità del frutto (pesca bianca e mela) ed eleganti note floreali di biancospino e fiori d’arancio, di fieno secco e ovviamente, siamo o no nella terra dei vulcani?, accenni sulfurei, minerali di pietra focaia.
Nessuna traccia, deo gratias!, di quelle assurde, stupide divagazioni “bananose”, portate da lieviti selezionati e chissà da che, cui indulgeva qualche anno fa, per la sua “Falanghina” (almeno così stava scritto in etichetta) una nota azienda irpina di cui solo un mesetto fa si scriveva che se non fosse esistita “non sarebbe stato possibile uno sviluppo così rapido e profondo della viticoltura campana e il tutto sarebbe rimasto a livello hobbystico”.
Azienda cui veniva riconosciuto, per di più, un ruolo “molto positivo e trainante”, ed il merito di aver trasmesso “l’idea che in Campania si potesse fare vino di alta qualità e a farlo conoscere in Italia e nel mondo”. Non sono assolutamente d’accordo, ovviamente, e prendo atto.

Tornando alla Falanghina dei Campi Flegrei di Grotta del Sole, appartenente a quella “produzione eterogenea” di cui si fa accenno nella scheda dedicata all’azienda da Slowine, scheda dove questo vino non viene citato, sarà anche semplice, o non sufficientemente ambiziosa per certi palati o criteri di giudizio, ma a me piace proprio così, per quella bocca ampia, larga, salata, di gran nerbo, diritta, verticale, precisa e senza divagazioni o tentazioni di residui zuccherini, per quell’acidità che incide e si fa sentire e dà ritmo al vino.
Per quel carattere ben secco, asciutto, e quella ricchezza di sapore, pur in una cornice di buona persistenza, che rende il vino un’ottima scelta (e senza doversi svenare) per preparazioni a base di pesce. O di primi piatti con verdure.

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  2. Eh eh, ne potevo certamente immaginare il colpo di fulmine, ma non un innamoramento del genere per i vini della mia amata terra. Caro Ziliani, son proprio orgoglioso di questa recensione ma soprattuto del fatto che sia una firma così autorevole e così obiettiva a considerare vini come questa falanghina della famiglia Martusciello(anche se qualcuno asserisce che dovrebbe dirsi “il Falanghina”, ndr) degna di garanzia al 100%. Repetita iuvant, quindi, evvai…!

    • amo da molto tempo i vini della tua terra Angelo e mi spiace di averli un po’ troppo a lungo trascurati. Uno degli impegni che mi sono prefisso per il 2011 é occuparmi di più dei vini della Campania. So bene che ci sono già parecchi giornalisti ad occuparsene diffusamente e tra loro mi piace in particolare l’approccio colto e meditato di Mauro Erro e del suo blog Viandante bevitore http://ilviandantebevitore.blogspot.com/ Ma voglio ugualmente provare a dire la mia, anche con qualche iniziativa cui sto pensando sui vini della Campania felix…

  3. Condivido il giudizio di Franco Ziliani, vino fresco, semplice, pulito, territoriale e dall’ottimo rapporto qualità-prezzo soprattutto. Inoltre una/un falanghina che senza troppe pretese rappresenta alla grande la tipicità della viticoltura campana senza scimmiottare i soliti noti da milioni da bottiglie..

  4. Bene, mi fa molto piacere che rivolga maggiore attenzione al nettare della nostra terra. In genere, più se ne parla meglio è, pertanto bentornato nella Campania Felix.
    E mi piace non poco che abbia deciso di farlo con un riferimento così importante per la nostra cultura enoica, parlo di Grotta del Sole, senza la quale certi vini, l’Asprinio di cui già ti sei occupato ma anche il Lettere ed il Gragnano come del resto la Falanghina, avrebbero certamente vagato nell’oblio ancor per molto tempo.

    Buona ricerca e buon lavoro allora…

  5. Complimenti, proprio un bel post. Ci vuole il lunedì qualcosa di fresco e pulito, che dia il senso al lavoro di tanti.
    Questo é lo Ziliani che mi piace di più.

  6. grazie Nelle Nuvole! Purtroppo questo non é il tipo di post che, statistiche delle visite del blog alla mano, il lettore di Vino al Vino dimostra di preferire. Da me vogliono articoli d’attacco e polemici, quando scrivo cose del genere i commenti latitano. Che dire?

  7. Dico che post come questo non hanno bisogno di commenti. Ce li godiamo e annotiamo il prodotto citato nel nostro personale data base senza bisogno di tante polemiche. Poi che l’Italia sia il paese dei Grandi Fratelli e di Ruby di ogni sorta è un altro discorso….

  8. Ci sono post da leggere e post da commentare.
    Così come ci sono “vins à boire et vins à vendre” (frase rubata ad un altissimo personaggio del Bordeaux).

  9. Grazie Franco per le squisite parole. Inutile dirti che per qualsiasi iniziativa nella Campania felix sono qui, come lo sono sempre stato per i colleghi, “forastieri” soprattutto, il cui lavoro stimo.

  10. Questi post si commentano di meno, ma secondo me si leggono di più. Da un altro campano, grazie per l’attenzione dedicata a vini come questo.

  11. Quindi c’è questa diversiità di opinioni con Pignataro alla base della sua uscita da IGP. Mi rifierisco ovviamento al pensiero del Pigna sui Feudi di San Gregorio azienda traino dell’enologia campana col suo Patrimo settestellato… ecc. ecc. ……

    • le devo una risposta Giosué: diciamo che quella difesa a spada tratta di Feudi di San Gregorio da parte di L.P. é stato uno dei motivi che mi hanno indotto definitivamente a prendere una decisione che in cuor mio avevo già preso.

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