Perché la sperimentazione affascina di più della classicità

A proposito di neofiti dell’Amarone
Non voglio mettere in croce, penso che spesso ci riesca perfettamente da solo quando scrive, il “sommelier informatico” fiorentino, pardon, lo “scienziato” (è lui a definirsi così’ facendo pensare al personaggio di Totò che diceva di essere uomo di mondo perché aveva fatto tre anni di militare a Cuneo) che in un post pubblicato mercoledì’ sul blog Intravinoleggete qui – confessava che “da quando ho preso a interessarmi di Amarone in maniera più seria (ovvero da un anno a questa parte), mi sono reso conto che la Valpolicella è uno dei laboratori a cielo aperto più interessanti d’Italia.
In questa terra c’è un mix straordinario e raro di sana imprenditoria italica, gusto per la tradizione e ricerca enologica unite ad una grande volontà nel perseguire l’eccellenza e l’eleganza”.
Non c’è da prendersela se un reo confesso neofita amaronista si entusiasma per la definizione ad effetto di un produttore che parla della uva oseleta come del “petit verdot della situazione”. Come direbbe Ezio Greggio, “sono ragazzi”…
Piuttosto, lo ripeto, senza alcuna intenzione di “criminalizzare” nessuno, penso che il post sopra segnalato sia interessante per mettere in rilievo un’evidenza, ovvero come gli aspetti sperimentali che si evidenziano in una zona vinicola e in un vino, arrivino talvolta a colpire e affascinare di più della classicità. Questo soprattutto nel caso dei soggetti meno esperti (come confessa di essere, almeno nel caso della Valpolicella, l’autore del post).
Il neo-amaronista ci dice “sapete come la penso, ogni volta che c’è un laboratorio vuol dire che c’è sperimentazione e ogni volta che c’è sperimentazione c’è un qualche forma di progresso. O anche solo una conferma che per produrre un vino si deve solo fare come si è sempre fatto senza fughe in avanti.
Ci sono anche errori e sbagli come in ogni attività di ricerca ma è indubbio che alla fine tutto il territorio ne beneficia. Una cosa simile è successa a Montalcino, la qualità media non è mai stata alta come adesso e non è solo merito di chi ha fatto vini sempre e solo “come una volta”.
E poi, ancora, dichiarandosi “uno scienziato con diploma di laurea magistrale in scienze biologiche” e ribadendo che “per me la sperimentazione e il laboratorio e in genere la ricerca sono cose positive. La sperimentazione infatti di per sè non è nè un bene nè un male, sono le ipotesi o le tesi che si vogliono dimostrare per forza che possono esserlo”. Preso dal divino incantamento per gli aspetti da laboratorio, ma non indifferente a quelli legati a sviluppo e business, tende a sottolineare che “l’aspetto poi importante è che di Amarone se ne produce (e se ne vende) molto di più che prima ed è una delle nostre produzioni più particolari, senza termini di paragone al mondo e un accrescimento del made in italy che se rimaneva confinata alle 500mila bottiglie di amarone di qualche anno fa rimaneva una cosa di nicchia e basta”.

Questo senza preoccuparsi minimamente, come hanno fatto invece alcuni lettori intervenuti su Intravino, di aspetti importanti come la progressiva perdita d’identità dei vini – “la mia impressione è che si sia perduta parecchia identità, se così vogliamo dire” – degli eccessi nei prezzi – “credo che si sia “tirato” un po’ troppo nel collo alla gallina Amarone e quando vedo Amarone da 15 a 200 euro, la confusione non fa che aumentare” – della progressiva difficoltà di fare buoni Valpolicella travolti dalla amaronizzazione – “Amarone dappertutto e i buoni vecchi Valpolicella superiori e non dove sono andati a finire?”.
Lettori che finiscono per concludere che “la mia impressione è che il laboratorio a cielo aperto assomigli più a quello di Edimburgo della pecora Dolly che ad un luogo dove si cerca di raggiungere la quasi perfezione”, oppure “non sono d’accordo su quello che scrivi, almeno per quanto riguarda il ragionamento che accomuna attività di ricerca e sperimentazione, aumento di produzione, beneficio di tutto il territorio. Forse sono un po’ dura nel capire, ma una cosa é la sacrosanta voglia di migliorarsi, di provare strade nuove e anche di destinare una parte produttiva alla sperimentazione “avanguardista”.
Diverso é intervenire su un classico, non con tecniche migliorative in cantina o in vigna mantenendo l’anima e le caratteristiche di un vino, bensì con espansione produttiva e manipolazioni varie”.
A taluni entusiasti del vino, ai quali non dà alcun fastidio la disordinata eccessiva crescita dell’area di produzione di Montalcino, la recente corsa dell’Amarone della Valpolicella verso numeri folli, sfugge totalmente il fatto che per diversi osservatori, italiani ed esteri, veri conoscitori delle terre dell’Amarone, proprio il fatto che la Valpolicella sia diventata “uno dei laboratori a cielo aperto più interessanti d’Italia” costituisca il problema.
Non capiscono perché mai questi dicano chiaramente che avrebbero nettamente preferito che l’identità valpolicelliana fosse molto più chiara e che invece di sperimentare e perseguire vie nuove si dovesse continuare a produrre vini dalla marcata e inconfondibile impronta territoriale.
E anche di fronte a nuove obiezioni, secondo le quali è vero che “senza ricerca e sperimentazione non c’è futuro. Nemmeno per il vino”, ma è “poi una questione di filosofie produttive e di scelte anche commerciali: c’è chi ricerca e sperimenta per conoscere sempre meglio le interazioni vitigni-territorio, per arrivare a fare Amarone sempre più aderenti ai luoghi d’origine. C’è anche chi ha la confusione più totale in testa, e fa vini a dir poco “incerti”, tutto va ugualmente bene.

Anche se “oggi in Valpolicella si trova di tutto: l’Amarone pronto da bere (la maggior parte) destinato a mercati entusiasti ma ancora poco acculturati (quelli anglosassoni), l’Amarone parkerizzato (perfetto per i mercati asiatici) e il sempre più raro Amarone della tradizione, quello che da’ il meglio di se’ dopo dieci anni e passa di invecchiamento”.
Convinto anche lui che “oggi Amarone e Ripasso sono una specie di petrolio della Valpolicella, qualcosa da sfruttare subito per far cassetta”, il fan della sperimentazione può al massimo ammettere, da scienziato quale si dichiara essere, che “sulla Valpolicella, così come altre aree (pensiamo a Montefalco) è ovvio che ci sia stato esagerazione nella produzione a tutti i costi di volumi non sostenibili dal territorio in maniera naturale ma anche questo non credo sia una colpa da attribuire alla ricerca quanto all’ingordigia degli uomini, politici produttori e quant’altri”.
Ma trattandosi di ragazzi che a proposito di “un “amarone” fatto con cab merlot e syrah” riescono a dire che “obbiettivamente male male non era”, come si può mai prendersela con loro?

0 pensieri su “Perché la sperimentazione affascina di più della classicità

  1. Perfettamente daccordo sul fatto che la perdita di identità dei vini italiani sia uno dei grandi problemi da affrontare velocemente.
    La saturazione del mercato italiano e la scarsa cultura vinicola, hanno portato le aziende a vendere sempre meno bottiglie nelle enoteche nazionali, e, sul lato opposto a rincorrere il gusto internazionale (spesso discutibile) alla ricerca di nuovi mercati.
    Compaiono così uvaggi “innovativi”, dicono loro, (ma vere e proprie storpiature), ed un uso prepotente di legno nuovo, soprattutto in quelle denominazioni storiche, che hanno larga fama e grande diffusione oltreoceano.
    La colpa è anche dei consorzi, che stanno progressivamente modificando i disciplinari di pruduzione, per permettere un tale stupro del vino: basta guardare a quello che è successo recentemente proprio per l’Amarone e per il Brunello.
    Ciò che i nostri produttori non riescono a capire è che il punto di forza dei nostri vini sta proprio nella lunga tradizione e nella tipicità: invece, di inseguire il gusto dei “nuovi” consumatori, dovrebbero investire nella diffusione di una vera cultura del vino italiano, “addestrando” il palato straniero…

  2. Anch’io ho parlato di David Sterza.
    Bravo secondo me per l’Amarone, un po’ “furbo” per il Pagoda (qualcosa col il cabernet, merlot e syrah, doveva pur farci ed ha, da bravo imprenditore, utilizzato quello che aveva per fare un vino di impatto immediato).
    Lo sa.
    E difatti quando me l’ha proposto all’assaggio si vedeva che era un pelino imbarazzato, avendo ben inquadrato il “tipaccio” che aveva davanti.
    Tutto sommato l’intenzione dichiarata era quella di nobilitare la Corvina in purezza, altrimenti sarebbe finito tutto nello stesso tino, creando un “minestrone” che anch’io nella mia indulgenza, difficilmente sarei riuscito a giustificare.
    Anch’io so’ ragazzo: il Pagoda non è male. Da neofita, ma non male.

    Vedi cosa scrissi la primavera scorsa:
    http://vitisblog.wordpress.com/2010/06/06/david-sterza-fumane-vr/

  3. Ero rimasto parecchio perplesso anch’io dopo aver letto anch’io il post cui ti riferisci, Franco. O meglio: ne son rimasto proprio basito. Ma alla fin fine se l’autore si occupa di Amarone da un anno, be’, è tutto spiegabile.

  4. non so se può aiutare la discussione, ma volevo ricordare che quintarelli “da alcuni anni” fa un cabernet in purezza (almeno fino al 1998, ultima annata che conosco).
    detto ciò, non da oggi trovo la maggior parte degli igt della valpolicella privi di interesse, o meglio sarebbe dire inutili nel panorama produttivo della zona.

  5. per completezza bisogna anche dire che la valpolicella è storicamente un crocevia di vitigni.
    essendo zona di passaggio da sempre in valpolicella ci sono infatti molti altri vitigni oltre a quelli che conosciamo.
    dal teroldego al sangiovese, dalla croatina al cabernet e si potrebbe continuare a lungo.
    saluti (è ora di fare le valige e partire per la liguria in cerca di emozioni).

  6. Premetto di essere un amante del valpolicella classico. Non sono invece un grande estimatore dei ripassati. Ed infine ci metto poco ad ammettere che l’amarone – anche quello “sperimentale” e magari un pò “strano” – salvo eccezioni resta mediamente un gran buon vino da bere.

    Sulla questione di “identità vs sperimentazione” ho un’opinione sfumata, che sta un po’ a metà tra le due tesi opposte: per come la vedo io, il problma non è tanto l’esperimento in sè o la perdita di tradizione in sè. Anche la tradizione infatti evolve, altrimenti i vini sarebbero tutti uguali.

    Il punto è che l’esperimento dovrebbe essere finalizzato non necessariamente a trovare qualcosa di “nuovo” ma magari a migliorare il prodotto tradizionale, portando forse con il tempo alla creazione di qualcosa che in prospettiva potrebbe diventare una “nuova tradizione”.

    Quello che accade in valpolicella con l’amarone non mi pare dunque tanto una sperimentazione volta al meglio quando piuttosto una vera e propria “ansia del nuovo”, dunque una moda. E le mode con il vino di solito non danno buoni risultati.

    Mi permetto di fare invece un esempio di sperimentazione che secondo me esprime bene la ricerca di un miglioramento del prodotto, senza eccessi modaioli: esiste un produttore di valpolicella che – nel 15% ammesso dal disciplinare – mette tutto sangiovese. Scelta che potrebbe essere considerata poco “ortodossa” rispetto alla tradizione, eppure la ruvidità del sangiovese in quei valpolicella conferisce un carattere molto particolare a quel vino, pur senza snaturarne la sostanza. Quel vino non è un valpolicella “che vuol fare il sangiovese”, ma un valpolicella con una sua definita identità, pur restando un valpo. In definitiva, qui secondo me si è tentato non tanto di seguire una moda, quanto di creare qualcosa di “nuovo” pur restando nei limiti canonici del “valpolicella”. E questo tipo di sperimentazione a me sinceramente non dispiace.

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