Quale rapporto tra ricerca, tradizione e innovazione nel mondo del vino? Suggerimenti, please!

Una richiesta di aiuto agli amici lettori di Vino al vino.
Se vi chiamassero a parlare, brevemente, ma in totale autonomia e in un contesto molto qualificato e importante, del rapporto esistente tra ricerca, tradizione e innovazione nel mondo del vino (oltre che del mio personale rapporto con il vino e del mio mestiere di giornalista enoico) voi cosa direste, quali analisi sviluppereste?
Se vorrete darmi qualche suggerimento (mi rivolgo in particolare al mio trio di sagge consigliere, ovvero Silvana, Nelle Nuvole e Briscola) entro martedì, ve ne sarò grato.
Perché sarà mercoledì pomeriggio che avrò il privilegio di registrare il mio “monologo” radiofonico sull’argomento…

21 pensieri su “Quale rapporto tra ricerca, tradizione e innovazione nel mondo del vino? Suggerimenti, please!

  1. non sono tra le tue sagge consigliere, ma una cosa da dire ce l’avrei, in qualita’ di produttore di vino con passato da ricercatore. In Italia esistono molte facolta’ di agraria, non so il numero esatto ma ce ne sono parecchie, molte di piu’ che nella maggior parte dei paesi sviluppati. Nel passato l’agronomia italiana era all’avanguardia, sopratutto in toscana con l’accademia dei georgofili (che ancora esiste) e di una serie di giganti come il Ridolfi, il Landeschi, ecc. Oggi non esiste una rete di divulgazione di quello che viene fatto nelle facolta’ verso gli agricoltori. Se uno deve piantare una vigna, investimento altissimo e di lungo periodo, spesso si rivolge a qualche studio agronomico dove l’attivita’ principale e’ quella di smistare pratiche burocratiche, oppure a qualche enologo che ha una preparazione agronomica se va bene di base, oppure addirittura a quelli che fanno i movimenti terra. Non lo dico per sentito dire.
    Ci vorrebbe una struttura che mettesse in rete le facolta e gli istituti di ricerca e facesse da tramite con la realta’ agricola (ed enologica, perche’ anche li’ e’ campo aperto solo per gli enologi, usciti dalla scuola con un diploma o se va bene una laurea). Fare divulgazione vera, andando nelle aziende e ascoltando quali sono i bisogni e le esigenze del mondo agricolo. Non ci vorrebbero neanche i milioni, basterebbe qualche risorsa allocata bene, invece di tanti sprechi che quotidianamente vediamo.

  2. Pingback: Quale rapporto tra ricerca, tradizione e innovazione nel mondo del vino? Suggerimenti, please! | Trentinoweb

  3. Chi si occupa di vino non può non maturare un particolare
    sguardo sulla terra – non solo sulle vigne – ma anche su ciò che le circonda: i boschi, le altre colture, i paesi e le frazioni, i casali, i poderi, i capannoni, le macchine – agricole e non – e naturalmente gli uomini, che abitano, che lavorano, che usano la terra.

    Questo sguardo non può che muoversi nel presente, ma – soprattutto in certe regioni e con un pensiero al vino – ha negli occhi della mente la storia, le tradizioni che ne fanno parte e che talvolta la sopraffanno o la mitizzano…

    E’ un difficile equilibrio quello tra il lavoro di oggi – i vini che viaggiano per il mondo (un mondo che gira sempre più velocemente), gli uomini, e questo meraviglioso paesaggio italiano che deve adattasi a una contemporaneità angusta – e la tradizione. Un compito difficile per i vignaioli, ma anche per chi parla del loro vino.

    Coltivare la terra è anche il modo di ‘fare territorio’, di creare paesaggio, anche se non ci sono più i grandi del rinascimento che poi lo dipingono, e che nel dipingerlo a loro volta ispiravano quelli che coltivavano la terra.
    Coltivare la vigna assomiglia molto a coltivare un sogno.

    Fare il vino in Italia è più difficile che altrove; lavorare una terra a maglia piccola, come dicono gli urbanisti, è come avere a che fare con un mosaico bizantino, dove l’insieme e la singola tessera hanno pari valore.
    Eppure dalla terra passa un bel pezzo di futuro dell’Italia, di tutta l’Italia; e dal vino passa un pezzo del nostro Pil, ma non solo: il vino è una bandiera del nostro paese è – insieme alla moda, ma quasi più inebriante di un abito – la rappresentazione dello stile di vita italiano, il nostro individualismo, il nostro campanilismo. Le nostre ‘unicità’.
    Parlare di vino equivale quasi sempre a farsi dei nemici: è un mondo di rivalità, di gelosie, abitato da scuole di pensiero opposte tra loro.
    Anche anche quando parli negativamente di un vino (perché non puoi altrimenti) non dimentichi mai la sofferenza, i sogni delusi, le gelate (anche quelle dell’anima), il tempo inclemente …
    Io penso che chi ha il privilegio di fare vino sia un uomo fortunato – ma ora bisogna dire anche una donna fortunata, perché molte signore, molte ragazze e talvolta anche molte donne mature si scoprono questa vocazione – uomo o donna che sia, chi produce vino sconta il privilegio di stare in una delle bellissime campagne italiane con il castigo della burocrazia: delicata, complicata, intricata. Sembra fatta apposta per demotivare per inchiodare al palo qualsiasi energico vignaiolo.
    Ma loro non demordono; quelli che fanno più fatica e rischiano di perdersi per strada sono quelli che si sono avvicinati alla vigna pensando che sia il luogo del business.
    Non che fare vino – oltre a essere appassionante – non sia un’attività produttiva, solo che non è affatto semplice rientrare dagli investimenti richiesti da lavoro, attrezzatura, legni, cantina, burocrazia e promozione.
    I tempi sono lunghi; sono i tempi della terra che non ha fretta e del vino, quello meraviglioso che più invecchia più ha cose da dire…
    Scrivere di vino è bellissimo: è un lavoro in cui sono scivolato dal mondo dei libri in cui ho militato da bibliotecario. Perché libri e vino vanno sottobraccio: sono due gioie della vita, fonte di piaceri incolpevoli, limpidi, sinceri: dialogano con te, ne parli con i tuoi amici; ecco scrivere del vino e dei suoi mondi è un po’ così.

  4. Nella mia veste – anzi nel mio severo grembiule nero di satin – di “saggia consigliera”, ti ho mandato un elenco dei miei ‘chiodi fissi’, che spero non vorrai condividere con gli altri ospiti, sottoponendomi al dileggio dei suddetti. Modera, suvvia.

  5. Credo che la chiave sia la cultura enologica intesa come “heritage” del territorio e come sia inscindibile da questo, partire da questo punto fermo per innestarci sopra l’inovazione.. Se il Brunello si può fare solo a Montalcino, come posso innovare l’immagine del Brunello..? Diventa una fusione, il riconoscere che un determinato vino fa parte del territorio, delle sue tradizioni, delle sua cultura e anche del suo futuro, quindi il problema è come allocare (per esempio..) il Brunello nella storia futura di Montalcino.. E’ una evoluzione ed una trasformazione sociale, culturale, storica, turistica, etc.. Il produttore non è solo tale perché fornisce un prodotto ma è parte della vita del territo rio, è spettacolo, intrattenimento e meta del viaggio, è motore della vita, è centro di lavoro e conservatore delle tradizioni ed insieme innovatore e collante.. Insomma un sacco di cose su cui ragionare a mente libera e collaborativa..

  6. Buonasera: è la prima volta che vedo il suo sito e mi perdonerà se provo a cimentarmi…

    Per cominciare direi che la successione giusta dei termini è tradizione, ricerca e innovazione.
    Tradizione (che viene dal latino tradère, cioè portare) vuol dire consegnare o trasmettere: quindi è il termine principale, e rappresenta tutto ciò che attualmente C’E’ nel mondo del vino.
    Ma il vino non è un prodotto naturale, nel senso che non nasce da solo, ma si produce solamente come sistema costituito dalla natura che fa l’uva e dall’uomo che la trasforma.
    E qui c’entra la ricerca. Innanzitutto è grazie alla ricerca che beviamo quella meraviglia che è oggi il vino: la ricerca di tanti che anno dopo anno e generazione dopo generazione hanno prodotto questo liquido (al tempo dei Romani era mescolato con miele … per dire).
    La ricerca oggi secondo me deve condurre alla produzione di un vino sempre più naturale, perchè resta un alimento e non è piacevole bere una cosa che non si sa di cosa è fatta e con che cosa è prodotta. Dal punto di vista del consumatore non può che far piacere una ricerca che conduce all’immissione sul mercato di un prodotto che, a parte l’alcol di cui è intrinsecamente fatto, non contenga altre sostanze che facciano male.
    Quindi una ricerca spinta nella direzione di produrre un vino sempre più vino e sempre meno sostanza sconosciuta. Il che non vuol dire affatto di orientarsi univocamente a spingere la ricerca verso prodotti “bio” qualsiasi cosa esso siano o vogliano dire, perchè della fermentazione si conoscono con esattezza solo una parte delle complesse reazioni e quindi chissà cosa succede anche nei prodotti biologici. Mi piace il vino ma non sapere affatto quello che sto bevendo, perchè le etichette non dicono mai niente, non mi piace affatto.
    Per dire, un vino non fa mal di testa la mattina è una bella cosa.
    Innovazione invece, ma è forse banale dirlo su un blog, è la costruzione di nuovi meccanismi di vendita, di confronto con i consumatori e con tutti coloro che il vino lo amano e lo cercano: è troppo banale dire che sarebbe già tanto se l’innovazione cominciasse dall’innovare i propri siti da parte delle catine, anche ogni tanto?

    Sono solo alcuni aspetti frammentari, spero che mi perdonerà. Mi spiace di non essere in grado di darLe altri spunti, non perchè non ce ne siano, ma perchè ormai è tardi e devo mettere a nanna il mio bimbo.

    Saluto, Giorgio.

  7. Posso di’ la mia anche se non faccio parte delle tre sagge?
    Perchè devono avere per forza un rapporto tra loro questi tre aspetti?
    Che poi secondo me la ricerca è solo a supporto delle altre due: per salvaguardare i vini della tradizione da una parte e per scoprire nuove strade per fare ottimi vini nuovi dall’altra.
    Per conto mio sono legato ai tradizionali che devono assolutamente rispettare la tipicità ed il gusto di un tempo.
    ciao
    maremma…

  8. Una soluzione mi viene in mente ricordando la mia ultima visita ad un produttore: può essere raccontare come nella nuova cantina de Le Bonce stia sorgendo una biblioteca di testi di agronomia, viticoltura ed enologia, pensato come libero spazio di apprendimento e confronto per chi voglia leggere, imparare e approfondire sulla vite ed il vino.
    Che questo nasca in una cantina che produce un Chianti tradizionale è a mio parere segno di innovazione e dimostra come alla base della discussa produzione vitivinicola “naturale” non vi possano essere altro che la ricerca e la cultura, storica ed attuale, del proprio territorio e del mestiere di vignaiolo e produttore di vino.

  9. La mia è una voce molto terrena e anche un pò prosaica,perchè
    io il vino, oltre che a degustarlo,oltre a chiedermi se sa
    di tabacco olandese o di muschio indiano, lo devo e lo voglio
    vendere(sono un agente di commercio).
    Però ho,in materia di vino, dei gusti e degli orientamenti
    molto netti che cerco di rendere compatibili con le finali
    tà commerciali.
    Credo di poter affermare che un vino, in questo delicato momento, per trovare mercato debba essere:
    1 BEN FATTO(che è diverso da buono).
    2 PREZZATO IN MANIERA LOGICA E CONGRUA.

  10. Ho appena finito di leggere quanto scritto da Silvana Biasutti poco sopra.
    E… rimango senza parole. Cara Silvana, non posso fare altro che rinnovarle i miei complimenti per la semplicità ed efficacia con la quale riesce a scrivere, anzi, a evocare luoghi, immagini e persone in poche parole. Credo sia inutile aggiungere altro…

    P.S.: domenica ho rivisto con piacere Francesca a “Vini naturali a Roma” 🙂

  11. il post si è spezzato!!! non sono un mago del compouter!!

    3 VEICOLO FEDELE DEI VALORI E DEI SAPORI DEL TERRITORIO DI
    PROVENIENZA.
    In queste tre regolette,a mio avviso, si realizza una bella
    sintesi fra Tradizione e Innovazione, fra le Radici e la
    nuova proposta di mercato.

    Ciò che scrive la signora Silvana Biasutti, oltre che essere
    espresso in uno splendido italiano(rara avis!), è perfettamente in linea con ciò che penso anch’io.
    L’Italia delle frammentazioni e delle diversità, dei trabocchetti e delle faide(vinicole,eh!)…questi sono i
    nostri cromosomi, questo noi dobbiamo riuscire a vendere.
    I francesi vendono il loro ”fare sistema”, e noi la nostra
    policroma ”Arca di Noè”.
    Certo non si può essere sempre così enfatici, ma vi assicuro
    che la clientela, quella un pochino più qualificata,non
    aspetta altro che tu gli presenti”una di quelle piccole
    aziende strane che conosci te”.
    Evviva il vino autoctono o meglio,lasciatemelo dire,
    AUTARCHICO.

  12. Mi sembra che siamo andati tutti fuori tema…il nostro ci chiedeva un aiuto per qualcosa che deve fare (e che lui non sa che può fare, da solo, sciogliendo il nodo che tiene chiuso il suo sacco di farina!) e noi ci abbiamo dato dentro trasferendogli le nostre emozioni…

    Non era questo che ci chiedeva – nemmeno alle tre “consigliere speciali”, tra cui la sottoscritta – ma pazienza.

    Mi corre però l’obbligo di segnalare all’audience che l’ultimo paragrafo della lunga tirata che ho scritto qui sopra, da “Scrivere di vino è bellissimo…” fino alla fine del mio commento, non era autobiografico, bensì era la storia di Ziliani a cui mi sto permettendo di suggerire di raccontarla, di raccontarcela.
    Perché lo Ziliani Franco è appassionato di libri (mondo di cui ha fatto parte), è appassionato di musica, e – secondo me – trasferisce la sua passionalità intelligente nel mondo del vino, scrivendone.
    Sono abbastanza vecchia, anzi diciamo vissuta, da sentire chiaramente – anche nelle sue ‘sparate’ di certe occasioni – la robustezza che gli viene dal suo sentire!
    (Io NON ho mai scritto di vino, semmai scrivere è un mio attrezzo di lavoro: ho sempre scritto altro).

    Aggiungo ringraziamenti a Paolo Boldrini@ e a Giampiero Pezzuti@ per le belle parole che mi hanno dedicato, migliorando – assieme a un’alba lucidissima e splendente -notevolmente la mia giornata. Grazie e a presto.

  13. Ha ragione, cara Silvana (mi conceda il permesso di usare questo termine simpaticamente “affettuoso” nei suoi confronti…), quando dice che Franco può fare, e farà benissimo, tutto da solo, perché ne è ampiamente all’altezza.
    Probabilmente “il nostro” più che un aiuto voleva un confronto aperto, su questo tema. E, ovviamente non a caso, ha chiamato più direttamente in causa tre Signore. Posso intuirne i motivi, perlomeno alcuni, ma preferirei che ne parlassero direttamente le interessate.
    Chiudo tornando per un attimo OT: sono felice di aver contribuito a migliorare la sua giornata. Ma sono ancora più felice di aver letto una frase come “Coltivare la vigna assomiglia molto a coltivare un sogno”.
    Non ho una vigna, ma mi piace enormemente dilettarmi, da almeno 15 anni, a fare un po’ di vino in casa, acquistando l’uva nelle vicinanze (Castelli Romani), e da 2-3 anni ho iniziato a mettere una etichetta sulle bottiglie che offro agli amici. Sa cosa c’è scritto sull’etichetta, tra le altre cose?
    “La Vigna dei Sogni” 🙂

  14. Prima di tutto, ringrazio Ziliani, ma non sono affatto saggia. Sicuramente non come Silvana Biasutti che ha raggiunto un equilibrio invidiabile fra esperienza e curiosita’, quella rara virtu’ che la rende eternamente giovane.
    Io posso raccontare solo come sia difficile trovare un compromesso onorevole fra produrre vino e venderlo, cioe’ “mercificarlo”. Piu’ volte ho letto su questo blog e anche su altri commenti che sembravano anatemi verso chi non solo voleva coronare un sogno ma anche trasmetterlo ad altri e camparci, e magari farci campare altre famiglie coinvolte nella produzione.
    Sbagliero’, ma continuo a considerare il mondo del vino come qualcosa di estrememente reale e terreno e se e’ vero che il vino rimane una delle migliori espressioni del matrimonio fra uomo e natura, chi lo fa vuole anche che ad apprezzarlo non sia solo una ristretta cerchia di estimatori.
    tutta questa pappardella per dire che se si e’ vignaioli di un piccolo appezzamento, coltivato in “economia”, in una zona gia’ conosciuta, si devono affrontare problemi diversi da chi invece ha la responsabilita’ di produzioni estese e diversificate.
    Una realta’ non esclude l’altra, l’importante e’ rimanere onesti e mantenere una minima decenza.
    Ben vengano le sperimentazioni di grandi aziende con budget in grado di affrontare spese per sperimentare qualcosa che dara’ risultati dopo tanti anni.Forse i loro uffici stampa devono evitare certe dichiarazioni enfatiche. E anche certe scorciatoie nascoste. Cioe’ comprare vino o uve altrove e poi mascherarle per proprie.
    Nei circa venticinque anni di esperienza in questo campo ho assistito all’avvento dell’uso indiscriminato di legni nuovi da invecchiamento, in Italia barriques e rovere francese e americano con diverse tostature. Ho visto la corsa selvaggia all’uso dell’acciaio combinato con tecniche del controllo della temperatura. C’e’ stata la sbornia di vitigni “internazionali” sulla scia dei Supertuscan. Adesso c’e’ un ritorno alle vasche di cemento. C’e’ finalmente una cura piu’ assennata della vigna.
    Ci sono anche meno soldi e quindi certi investimenti sono molto piu’ cauti.
    Chi si e’ comprato a caro prezzo vigne in luoghi nobili, chi ha costruito megacantine e assoldato enologi di fama senza preoccuparsi di creare in tempo una rete di vendita piange calde lacrime.
    La tendenza a fare vini con meno interventi “innaturali” in vigna ed in cantina sta prendendo piede. Per me e’ un bene ma siamo ancora alla fase iniziale e ho assaggiato troppe ciofeche mascherate dalla naturalita’.
    E’ un mio limite, lo riconosco, ma se mi trovo di fronte ad un cliente, ovunque nel mondo e costui fa la faccia disgustata e mi dice che francamente quel vino assaggiato e’ andato a male, per me e’ una sconfitta.
    Non importa quanto gli posso raccontare, se non gli piace non lo comprera’ mai.
    La sperimentazione e l’innovazione si devono fare, perche’ il vino va di pari passo con l’uomo e chi lo beve adesso non e’ lo stesso di chi lo beveva vent’anni fa. Farlo puo’ essere la cosa piu’ semplice e piu’ complicata del mondo. Come l’amore e come l’amore ci vuole una base di onesta’ e sincerita’. E tanta pazienza.
    Andiamo avanti a parlarne.

    • mi sembra superfluo sottolineare, cara Nelle Nuvole, che quando scrivi “ben vengano le sperimentazioni di grandi aziende con budget in grado di affrontare spese per sperimentare qualcosa che dara’ risultati dopo tanti anni.Forse i loro uffici stampa devono evitare certe dichiarazioni enfatiche. E anche certe scorciatoie nascoste. Cioe’ comprare vino o uve altrove e poi mascherarle per proprie”, non ti stavi riferendo all’azienda che ha diffuso il comunicato stampa che é stato lo spunto di questo post. Ma stavi facendo un ragionamento di ordine generale, non riguardante un caso specifico. Comunque, per scrupolo di chiarezza, meglio ribadirlo.

  15. Be’…intanto complimenti a Nelle Nuvole per l’alzataccia, sicuramente estimatrice del detto “il mattino ha l’oro in bocca”, ma soprattutto per le considerazioni espresse qua sopra.
    Aggiungo solo un mio piccolo pensiero: non credo che esista una ricetta magica, una regola che valga “urbi et orbi”. Già il solo fatto che ogni stagione ha un andamento climatico diverso dalla precedente dovrebbe far sì che l’evoluzione del vino in quel territorio, e le operazioni e i trattamenti necessari, siano diversi di anno in anno. Sono d’accordo che sperimentazione e innovazione devono esserci, ma non dovrebbero stravolgere o omologare il risultato finale.
    Perché allora capita spesso che una Azienda proponga tutti gli anni lo stesso vino, con la stessa gradazione e lo stesso colore e lo stesso sapore? Certamente mi riferisco ad Aziende grandi e che producono milioni di bottiglie da esportare in tutto il mondo. Ecco, allora già in questo c’è una differenza, rispetto al produttore medio, piccolo o addirittura “micro”, con una produzione magari quasi introvabile fuori dalla sua regione. Che interesse avrebbe quest’ultimo a fare un “vino da vetrina”, perfetto dal punto di vista estetico, ma senza una sua…anima?

  16. cara Nelle Nuvole, ogni volta che – scrivendo della sottoscritta – dici “eternamente giovane” et similia, mi s’abbatte sul groppone un’idea di vecchiaia.
    (ma mi domando: mi conosci?)

    Scherzo, sono vecchia, ma il tempo non passa invano e ti può fare regali straordinari, se li sai accogliere.

    Non sono però d’accordo con te quando tracci, percettibilmente, un filo che discrimina le piccole aziende (dove si lavora in economia, e si può sognare!) dalle grandi (che per andare avanti devono vendere: ma dai!) e mi pare che – implicitamente – tu tenda ad assolvere le grandi aziende dal “non avere sogni”.

    I sogni – ti faccio notare (ma tu lo sai benissimo) – ce li ha avuti il signor Ford (dare un’auto a ogni americano): sì, lo so già la parola “auto”, oggi fa un po’ sghignazzare, ma erano altri tempi; i sogni erano anche negli armadi (un cassetto è troppo piccolo in quel caso) di Procter&Gamble, che li hanno realizzati e sparsi sul ‘borgo’ di Cincinnati sotto forma di solidarietà, prima di rutilarli per l’universo mondo, con fatturati galattici. I sogni (far leggere gli italiani)li ha fatti anche il vecchio Arnoldo che pure ha messo in piedi un tale gigante da far venir voglia a Berlusconi di papparselo…

    Potrei continuare, con esempi più o meno felici, tuttavia non concordo sulla discriminante con cui (mi pare) tu ‘giustifichi’ l’assenza di sonno REM da parte dei ‘grandi’ produttori.

    Ne conosco alcuni (grandi) che sono ben capaci di sognare (e di farci sognare), ma purtroppo nel luogo in cui sto ce n’è anche che questo potere ce l’avrebbero (avuto), ma l’hanno buttato via.
    E’ un peccato, perché li ritengo presenze importanti (non solo per i posti di lavoro), ma perché dai ‘grandi’ mi aspetto – come cittadino, come consumatore e come persona che vuole sognare – altrettanto ‘grandi’ esempi, anche senza virgolette!

    • cara Silvana, farei la firma per arrivare alla tua giovanissima età con lo stesso entusiasmo, la stessa grinta, l’identica lucidità, la curiosità ed il candore di cui tu dai prova in ogni tuo intervento.
      Posso confessare un sogno? Organizzare un summit, d’intelligenze, tra te e Nelle Nuvole…

  17. Orca vé, che proposta scandalosa!
    Ma non mi pare che ti si sia state utili, nemmeno noi sagge (ma ‘saggia’ a chi?), per la tua registrazione odierna: se fai ancora in tempo a leggermi, prima del fatale appuntamento, ricordati che la grinta che mi attribuisci tu ce l’hai davvero: facce sognà, che poi t’ascolto, né!

    • siete stati tutte, tutti, di grandissimo aiuto. Leggi quello che scrivo, a proposito, in un post in programma per questo pomeriggio… E dimmi se non ho scelto bene l’immagine per corredarlo…

  18. La troppo bassa resa per ettaro (che non è detto sia sinonimo di qualità):aziende di 30 ettari che producono 20000 bottiglie l’anno le trovo assurde! L’eccessivo scarto (vedi sopra) di grappoli perchè maturati male. La tradizione,proprio perchè si chiama tradizione vuol dire lasciarla il più possibile così come è; ..e quando con la tradizione non si “quaglia” (cioè rimane troppo vino invenduto) allora si può passare a tutte quelle puttan… (pardon) che chiamiamo innovazioni (tappo a vite,in plastica,vino in lattina,insomma tutte quelle belle pensate per togliere il piacere di una buona bottiglia in compagnia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *