Il lessico e il linguaggio nel vino. Un intervento di Mauro Erro

Stavo chiedendomi in questi giorni se scrivere qualcosa o ignorare queste celebrazioni dei primi 150 anni dell’Unità d’Italia rese per me insopportabili da una retorica patriottarda sbandierata (è il caso di dirlo) da chi fino all’altro ieri aveva “in gran dispitto” ogni possibile idea di Patria e Nazione considerandola retaggio di una destra ovviamente tacciata come “fascista”, quando ho ricevuto come un bellissimo dono, questo bellissimo articolo. L’autore è per me una delle più belle penne di cui l’informazione sul vino dispone, il napoletano Mauro Erro, collaboratore della guida dei vini Slow Wine e animatore di un blog, Il viandante bevitore, che vi invito caldamente a leggere regolarmente.
Mauro, che sarà una delle tante belle presenze, soprattutto estere, che qualificheranno le giurie dei degustatori di Radici del Sud (prossimamente l’elenco completo), nell’ambito di quella rubrica l’ospite e l’invitato che è stata inaugurata con lo scambio di post tra me e Angelo Peretti, mi ha inviato questo contributo.
In attesa di ricevere, cosa che conto di fare presto, il mio.
Leggendo questo intenso contributo, che parla di tante cose, di linguaggio, di vini naturali, imprenditoria etica, della contrapposizione tra nord e sud, del concetto di agricoltura e di viticoltura che si ha spesso al Meridione e di una certa immagine stereotipata che si ha di queste regioni tanto belle e travagliate, ho pensato che potesse essere il miglior modo di celebrare, senza retorica, questa ricorrenza.
Per riappropriarci, come dice bene Mauro, “delle parole e dei loro significati”. Buona lettura!

Un linguaggio diverso è una diversa visione della vita
Federico Fellini

Quello che ho detto ho detto. E qui lo nego!
Antonio De Curtis, in arte Totò

“Caro Franco, parto dalla fine. Dagli articoli ovvero, tuo http://www.internetgourmet.it/2011/02/lospite-e-linvitato-benvenuto-franco.html) e di Angelo Peretti (http://vinoalvino.org/blog/2011/02/sara-listinto-a-dire-se-un-vino-e-naturale.html) , sul vino dell’Unità d’Italia e sui Vini naturali che hanno inaugurato questa nuova rubrica che oggi mi vede ospite, forieri di molteplici pensieri che cerco di sistematizzare qui e ora. Parto dal vino naturale e ti dico subito che è un termine, di cui pure abuso, che non mi piace. Preferisco di gran lunga il termine vino artigianale per indicare quella tipologia di vini di cui sto parlando.
Ah, già, ma quali sono questi vini di cui sto parlando? Tutti, immagino, stando a quel che si legge in giro. Tutti i vini. Lo hai mai letto tu, un titolo che dicesse, Siore e siori, eccovi un gran bel vino industriale. Io mica l’ho visto mai.
I vini o sono naturali o altrimenti, purtroppo per loro, sono indefiniti. Ecco perché mi piace parlare di vini artigianali. Un vino artigianale è prodotto in poche unità, seguito sin dagli inizi da poche persone, allevato in una piccola vigna. Quindici, venti ettari al massimo.
Non che lo dica io, né Bietti nei suoi bei libri sui vini naturali di recente uscita, ma Columella, nel primo secolo dopo Cristo, quando poneva come condizione essenziale della buona agricoltura il fatto che il produttore potesse vedere fisicamente l’intera azienda, abbracciare con lo sguardo tutta la propria terra.
Ergo… Franco, la bellezza delle parole quando ci si riappropria del loro significato è che si scopre che non sono sassi da scagliare contro gli altri, ma che ci aiutano solo a comprendere e conoscere meglio le cose intorno.
Il modo in cui le usiamo può essere volgare, cattivo, negligente quando non si usano nella maniera appropriata, ma il loro significato no. Vino industriale non è un’offesa. Mercato, neanche. Bene, men che meno. La differenza tra imprenditore e speculatore credo (o m’illudo?) di conoscerla ancora.
Esiste l’imprenditoria etica, ne son sicuro. Potrei fare l’esempio dei bravi Librandi in Calabria che tu conosci e apprezzi. Ottimi vini, a prezzi che convenienti è dir poco, alcuni dei quali persino territoriali – che vuoi di più dalla vita? –, prodotti con il massimo delle attenzioni e del rispetto per la natura.
Fanno, i Librandi, anche ricerca, pubblicano libri e riescono a conservare persino il loro spirito artigianale degli inizi, mantenendo e coltivando la tradizione degli innestini, grandi artigiani della vite. Due milioni e mezzo di bottiglie. Certo, non tutti gli industriali son così, purtroppo.
Se guardo indietro, vedo che la comunicazione enogastronomica da quando è nata ha sempre camminato a braccetto con la produzione. Si scoprivano e – entrambe giovani – procedevano. Erano non solo utili, ma necessarie l’una all’altra.

Mano a mano nel tempo le strade hanno iniziato a non coincidere, eppure manca ancora qualcosa. Manca l’onesta analisi di quella terra di mezzo che si trova tra il vignaiolo che produce 30, 40.000 bottiglie e il Tavernello in brik. Franco, ma tu riesci ad immaginare, che so, un importante critico cinematografico come il Morandini che recensisce il cine-panettone di Natale? E quand’anche, secondo te cosa potrebbe scrivere?
Da noi, invece, l’industriale del vino, non solo vuole vincere al botteghino, vuole pure il plauso del critico. Almeno Aurelio De Laurentis, il produttore cinematografico, a De Sica, Boldi, Belen li manda a “promozionare il film” in tv da Costanzo, dalla De Filippi. Ché Franco, io e te somigliamo alla De Filippi? Alla fin fine, se al consumatore il formaggio industriale comprato all’ipermercato costa meno che il gorgonzola o la toma artigianale, mentre il vino segue logiche tutte sue…sarà mica colpa nostra, dei nostri consigli per gli acquisti?
Arrivo così al tuo scritto sul vino per l’unità d’Italia, non potendo aggiungere molto nel merito, inoltrandomi su sentieri legati al quotidiano e all’attualità. Mi riferisco alle tante discussioni di carattere culturale e storico che dibattono sulla contrapposizione tra nord e sud e su ciò che avvenne nei momenti precedenti e seguenti l’unificazione.
Gigi di Fiore, Pino Aprile, Aldo Cazzullo, tanti autori si sono e si stanno soffermando sull’argomento; molte pubblicazioni vengono edite, approfittando, soprattutto, di quest’aria di orgoglio e risveglio meridionale che si respira.
Qualcuno, qui, inneggia al brigantaggio e si riparla, giustamente, della questione meridionale. Tranquillizzo subito te e i tuoi lettori, non ho alcuna voglia di stabilire chi avesse ragione tra Salvemini, Gramsci, Croce o Fortunato sulle cause di questo problema né tantomeno di buttarla in politica, facendo notare però, come questi discorsi facciano comunque da sfondo al nostro parlare di vino e al mio scrivere di linguaggio e lessico.
Ché lo stabilimento Fiat di Melfi, di cui oggi pure si ritorna a parlare, qualche “piccola conseguenza” sull’agricoltura non l’ha avuta? D’altra parte, Franco, oggi si parla dei e di vini del sud.
T’immagini se io parlassi di vini del nord, accomunando i Barolo con i macerati del Carso e la Franciacorta, quale insalata indigesta farei. In risposta, in un linguaggio semplice e a me comprensibile, me la caverei con un bel pernacchio.
Ma questo è quanto, il ritardo meridionale si manifesta anche in questo settore: in tanti anni, tantissimi anni di viticoltura, nessuna zona è riuscita ad affermare una propria identità tale da definirsi – ecco, torniamo ai significati – ed essere riconoscibile anche al forastiero.
Mi viene in mente una battuta dell’attore e regista Rocco Papaleo: la Basilicata è un buco nero su una cartina geografica. Pensa che noi viviamo il paradosso di aver mancato il treno del boom degli anni ’90, di aver perso quello sviluppo economico avendo così preservato la bellezza e la natura selvaggia di una buona parte delle nostre campagne non mortificate dal premiato cementificio organizzato.
Da noi resistono sistemi d’allevamento della vite antichissimi: gli alberelli, i barocchi tralci degli starseti centenari di Taurasi, le raggiere avellinesi, tendoni di varia specie.  Vedi come siamo pittoreschi? Ci rallegriamo della nostra miseria.
Perché i vini del sud questo sono, i vini della miseria. Lo sviluppo nella mia regione, ad esempio, di centinaia di realtà non è che questo. Nate quando il prezzo delle uve è sceso talmente tanto che l’unica alternativa era il grande salto nel buio diventando imbottigliatori godendo dei finanziamenti, dei Por (nuova forma di assistenzialismo?), dei fondi di un’agricoltura malata e perennemente assistita di cui, vivaddio, non abbiamo l’esclusiva.
Una prima ondata negli anni ’90, poi una seconda dopo il crollo delle Torri gemelle. Franco, ma una scelta dettata dalla fame, che scelta è?  Qui non siamo che agli albori di un processo di autodeterminazione, di definizione di se stessi e di emancipazione, non esiste un linguaggio condiviso, siamo ancora sudditi prigionieri della nostra miseria e alla mercé del potente di turno, sia esso burocrate, politico o giornalista.
Qui il do ut des non è mediato dalla società a cui si da e da cui si riceve attraverso un insieme di regole che fanno i diritti e i doveri dell’individuo. Qui, diritti e doveri assumono significati – rieccoci – diversi. Diritti e doveri divengono piaceri. Il do ut des è personale.
Qui è ancora tutto un cantiere, e immagina quando il capomastro litiga con il geometra che non sopporta l’architetto che discute con l’ingegnere cosa succede, soprattutto quando la manovalanza non è sempre così specializzata come dovrebbe e ricordando che noi i piani regolatori siamo abituati a cambiarli la notte per il giorno dopo e così, ciclicamente, ad ogni alternarsi di sole e luna come più ci conviene.
Ah, Franco, già lo leggo, il commento di qualche lettore incazzato che dirà ma come faccio a scrivere certe cose: oggi non si sta, forse, meglio di ieri? Che vuoi farci, noi siamo abituati – qualcuno ne trae sicuramente beneficio – alle rappresentazioni da cartolina.
Noi teniamo Capri, i vini della costiera, ‘o sole e ‘o mare, la pizza. Ah, il mandolino. Quasi me ne dimenticavo. Non sia mai. Qui, quando si scrive o si dice qualcosa che possa far chiasso, bisogna indossare la maschera di Pulcinella per non prendersi e non farsi prendere troppo sul serio e fare un po’ di sottofondo musicale ché l’ascoltatore non si spaventi.
Sai che c’è, Franco, io ho deciso che per onorare questi 150 anni d’unità d’Italia me ne torno a scuola. Torno a studiare un po’ di storia, un po’ di educazione civica, ma soprattutto torno a studiare la lingua italiana. Per riappropriarmi delle parole e dei loro significati. Credo sia un buon inizio. Mauro Erro”.

33 pensieri su “Il lessico e il linguaggio nel vino. Un intervento di Mauro Erro

  1. Splendido articolo! Veramente bello.
    Già conoscevo il blog di Erro, ma era da un po’ che non lo leggevo.
    Grazie Franco di averlo segnalato.

  2. Se il suo blog avesse il sonoro, Franco Ziliani udirebbe
    l’applauso mio e di molti altri, al suo sentimento di non
    sopportazione dello spirito folkloristico e improvvisato di
    questa ricorrenza,così concepita.
    La maggior parte dei festeggianti, è gente che fino a ieri
    sputava sul Tricolore, è gente che non ha mai cantato e conosciuto l’Inno Nazionale, è gente che ha esposto la Bandiera solo per le prodezze di Tardelli o di Cannavaro.

    Diamo un’occhiata verso l’Estremo Oriente,dove un grande,operoso popolo rischia di essere spazzato via dall’iniqua catastrofe.
    Laggiù le bandiere sono sempre state alte, anche nei momenti
    più drammatici della storia nazionale.

    Bellissimo il contributo di Mauro Erro, con il suo proposito
    finale di tornare a studiare l’italiano, le parole e i loro
    significati.
    Lì ci sono le nostre radici, anche quelle del prodotto per
    eccellenza delle terre d’Italia: il vino.

    • sono orgoglioso di poter ospitare oggi questo contributo di Mauro e spero di poterne ospitare presto altri.
      Hai ragione Giampiero: dal popolo giapponese arriva un esempio di compostezza, di dignità, di unità nazionale, di senso della comunità che commuove. Altro che i nostri festeggiamenti odierni da operetta…

  3. Grazie a tutti per l’affetto e grazie, Franco, per l’ospitalità che mi rinnovi: quando avrò qualche spunto interessante o domanda da porre ai tuoi lettori, lo farò senz’altro con piacere.

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  5. E’ bello leggere queste righe scritte con tanta passione e in un bell’italiano pulito.
    Grazie.

    Visto che Franco Ziliani é sempre molto ospitale vorrei aggiungere qualcosa:

    non mi sono resa conto che oggi era un giorno di festa fino a quando mio figlio mi ha detto che non sarebbe andato a scuola, e comunque sono venuta al lavoro. E’ vero che in giro per il paese ci sono bandire tricolori e stasera ci sarà la banda che suonerà le solite arie nostalgiche. Ma non posso fare a meno di pensare che tutto questo ambaradan non sia altro che un coniglio tirato fuori a sorpresa dal cappello di qualche astuto prestigiatore.

    Detto questo però mi alzo in piedi, mi schiarisco la voce e testimonio che mi é successo a volte di essere scambiata per inglese, russa, slavo-nordica, anche da italiani (non mi chiedete perché, non lo so) e tutte le volte ho risposto che non solo ero italianissima, ma che se non lo fossi stata avrei fatto di tutto per diventarlo. Se c’é una frase che disprezzo é “mi vergogo di essere italiano” pronunciata di fronte a qualche manifestazione becera o deliquenziale di alcuni italiani. Io non mi vergogno mai, sarebbe come dire che mi vergogno di essere una donna.
    Lo so che può suonare preistorico, deamicisiano, manzoniano, carducciano, eccetera, ma io sono strafiera di avere le radici profondamente radicate in Italia, il paese più bello del mondo, governato sempre un po’ così, abitato da gente un po’ così. Un paese che forse non é nazione, il cui popolo ancora forse deve imparare ad essere cittadino e che é difficilissimo definire senza cadere nella retorica e negli stereotipi. Però é casa mia. E produce il vino migliore del mondo.

    ps. stasera celebro con marito inglese e figlio mezzosangue.

  6. Le parole e il loro significato.
    Mi associo agli affettuosi e non formali complimenti a Mauro Erro per la scelta del tema.

    La nostra lingua è diversa, a seconda delle regioni, delle usanze di ogni “distretto culturale” di questo lungo paese.

    Le “parole per dirlo” cambiano, mentre attraversano le regioni: è ricchezza, vuole dire che nei diversi contesti (non solo sociali e culturali, ma anche economici)la geografia, il clima, l’ambiente e le usanze che ne derivano le hanno modellate diversamente, ma non ne hanno stravolto il significato.

    Le parole cambiano, proprio come i vini, e raccontano storie diverse. E’ una grande ricchezza da coltivare.

  7. Complimenti!
    A Mauro Erro ho avuto il piacere di fare i complimenti in occasione della degustazione di un vino di una nota cantina calabrese e, precisamente, per la descrizione dei particolari.
    Confermo anch’io: Mauro Erro è una bella penna.

  8. Ho letto con piacere il post e debbo dire che la conclusione mi trova pienamente d’accordo, condivido in pieno questo bisogno, quasi un’urgenza, di conoscenza.
    Peccato che, al momento, non sia di moda.

  9. la creazione di questa nuova festa “nazionale” mi ha colpito per due ragioni:

    1) la prima è che quando si giunge a festeggiare un “evento simbolo” a diversi decenni dall’epoca in cui si è verificato, significa che probabilmente si ritiene grandemente indebolito il valore che quell’evento dovrebbe simboleggiare;

    2) la seconda è che mi pare riduttivo considerare l’Italia come qualcosa che “va celebrato” solo dalla sua unità, ovvero addirittura – come molti paiono sostenere – dalla data di promulgazione della costituzione repubblicana: a me pare sinceramente che questo sia, da un lato, un “accontentarsi di troppo poco” e, dall’altro, un “voler cancellare” quello che davvero l’Italia ha di UNICO nel mondo, riducendola ad uno dei tanti stati nazionali dell’europa.

    L’identità culturale italiana non può essere ridotta al risorgumento o ai valori costituzioniali correnti, dato che essa si è formata sin dal tempo delle colonie della magna grecia e dei suoi filosofi, passando per Roma e al suo incredibile ius civile e ius gentium, al medioevo di Giotto, Agostino (africano ma formatosi spiritualmente a Milano) e Tommaso (italiano che trovò successo in quel di Parigi), al rinascimento di Michelangelo, di Leonardo e Galileo, al barocco di Vanvitelli e della Roma papale e via discorrendo attraverso i secoli sino a Croce, Gentile e Gramsci (e questi sono solo pochissimi esempi in un mare di altri nomi: insomma, ci sarà una ragione se parrebbe che siamo i possessori di più del 60% del patrimonio culturale dell’umanità censito dall’Unesco?).

    Per farla breve: con tutto quello che l’Italia è stata per la storia della cultura mondiale (oltre che per quella europea in particolare) mi pare davvero che festeggiare il suo risorgimento e la sua costituzione sia il mesto gioco al ribasso di uno stato che forse ha perso di vista la vera grandezza del paese che si trova ad amministrare.

    Io vado molto fiero di essere italiano (e ne vado DAVVERO MOLTO FIERO, anche se sono “milanes”), ma mica per Garibaldi, Mazzini, Cavour, Togliatti e De Gasperi (per carità, figure importanti anche loro, su questo non discuto). Io vado fiero di essere italiano perchè quando giro nelle nostre splendide città sento di essere parte di 2500 anni ininterrotti di grande storia e di raffinata cultura! Cose che gran parte del resto del mondo, anche qui in Europa, non si sogna neppure lontanamente! E che, volente o nolente, o non capisce o ci invidia!

    Io dunque ringrazio Dio ogni giorno dell’occasione unica che mi ha dato, facendomi nascere in Italia e non in un altro paese!

    L’immenso privilegio di essere italiani è tutto questo. E dovremmo festeggiarlo ogni giorno! Altro che sventolare quattro bandierine inneggiando alla costituzione ed al risorgimento!

  10. Voce fuori dal coro: che male c’è se questa celebrazione,finta, speculativa, opportunista + tutto quello ci volete mettere dentro, finisce con risvegliare un pò di orgoglio nazionale anche in persone che fino a ieri, come dice GIAMPIERO PEZZUTI, hanno sputato sul tricolore? Io penso che se anche una sola “sputacchiera umana” si converte, sia un fatto positivo. La brutta frase “mi vergogno di essere italiano” andrebbe aggiornata con “mi vergogno di qualche italiano”. Infinesull’articolo: interessante “canto d’amore” ma non colgo l’attinenza con il titolo. Saluti.

  11. No,caro Giovanni Solaroli,non sei ”voce fuori dal coro”,
    ma evidentemente facente parte del solito coro.
    Perchè queste festicciole ecumeniche e buoniste,appiccicate
    insieme all’ultimo minuto al solo scopo di sembrare uniti(!),
    fanno solo ridere.
    Quelli che fino a ieri sul Tricolore hanno sputato,anche fuori di metafora,devono continuare a stare LONTANI dal vero senso dell’ idea di Nazione.
    Perchè non hanno nessuno strumento di comprensione della bellezza e della verità di quello che dice il buon Mark:la storia di questo Paese comincia da molto,molto prima dello sbarco a Marsala.
    Quelli da ricordare in questa occasione, cosa che QUASI nessuno ha fatto,sarebbero anche,direi sopratutto,i ragazzi
    morti nelle trincee del 15′ ’18 e quelli caduti a El Alamein
    o sul fronte del Don,perchè ANCHE QUELLI erano ITALIANI.
    Su certe questioni,perdonatemi, ma questa ricomposizione di
    circostanza la vedo difficile.
    E da domattina,giuro, ”only wine”. saluti a tutti.

  12. Non mi pareva che nel nostro idilliaco paese, dove tutti vorrebbero essere nati,l’identità nazionale fosse così diffusa. Certo siamo stati il paese culla di tutto quello che il sig.Mark (Twain?)ha elencato ma, giustappunto, lo SIAMO STATI un tempo. Ora siamo anche il paese dove i ricercatori e molti dei migliori cervelli se ne vanno, siamo anche il paese dove non si riesce, in gran parte di esso, a non farsi seppellire dalla PROPRIA immondizia e poi siamo anche il paese che su tutti i quotidiani del Brasile viene citato come il paese del Bunga-Bunga. Non mi pare ci sia tutto questo senso civico e penso che anche questa festa possa essere utile. In ogni caso non penso possa danneggiarci più di quanto noi stessi ogni giorno facciamo. Auguri.(NOTA; CANCELLARE IL COMMENTO PRECEDENTE, E’ INCOMPLETO E MI E’ SFUGGITO IL CONTROLLO DELLA TASTIERA.

  13. rispondo al sig. Solaroli, anzitutto chiarendo che Mark è il mio nome di battesimo.

    Venendo al merito della questione, per come la vedo io il senso civico non lo crea certo una festa. Se dunque, come mi pare lei sostenga, il senso civico in Italia non c’è, a quel punto un giorno di festa è perfettamente inutile.

    Anzi, aggiungo che a mio parere è proprio l’aver perso la memoria di quello che l’Italia è stata che l’ha resa quello che è adesso (ossia molto meno di quello che potrebbe essere).

    Io che sono docente universitario mi ricordo bene quando nelle nostre università pubbliche andava di moda sostenere che studiare latino e greco fosse inutile; che la filosofia non serve a nulla; che la storia antica così come la storia dell’arte sono altrettante fesserie. O quando si diceva che erano i professori che dovevano imparare dagli studenti ed altre genialità assortite.

    Ed anche oggi vedo troppi che vogliono inserire nei programmi di laurea magistrale corsi – tanto per fare un esempio – di “storia pakistana”, “diritto comparato dei paesi in via di sviluppo”, “marketing dei derivati finanziari” et similia, cancellando invece insegnamenti tradizionali molto più “italiani”.

    E sa qual’è il bello? Che solitamente quelli che dicevano e volevano quelle cose sono poi proprio gli stessi che poi oggi si lamentano della fuga di cervelli, del bunga bunga o di altre amenità.

    Il problema italiano è semplice: da quando in Italia la politica ha iniziato a considerare il progresso materiale l’unica cosa da perseguire, dunque relegando in secondo piano la cultura (e questo è accaduto con la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento) le cose hanno iniziato a peggiorare per il nostro paese.

    E questo fenomeno ha indotto anche la progressiva perdita di senso civico, per la semplice ragione che se i cittadini – da un lato – non vengono indotti a studiare la grande cultura italiana e – dall’altro lato – vengono ammaestrati a ritenre la politica e l’economia più importanti della cultura; se accade ciò – dicevo – a me par chiaro che questi stessi cittadini non potranno mai capire dove sta la grandezza italiana ed apprezzare il proprio paese. Come faccio ad amare e festeggiare una bandiera se quella bandiera per me non rappresenta più nulla di cui mi posso sentire parte?

    Perchè dopo Croce, Gentile e Gramsci la verità è che c’è stato semplicemente il deserto culturale. Ed il bunga bunga di oggi è solo l’ultimo frutto della scomparsa progressiva della grande cultura italiana: scomparsa che è stata ottusamente avallata da entrambe le parti politiche, con la conseguenza che scagliarsi ora contro una di esse in nome dell’altra significa pretendere di curare la malattia con lo stesso veleno che l’ha generata.

    Guardi, alla fine è meglio berci sopra un bel bicchiere di vino.

    Ma anche qui occorre stare attenti, perchè prima o poi salterà fuori qualche salutista alla Veronesi, che – ne stia sicuro – se potesse proibirebbe domani anche il vino pur di farci campare – male – un anno di più.

    E proprio Veronesi – guardi – è il migliore simbolo del deserto culturale italiano: come ricercatore nel campo dell’oncologia la sua capacità non si discute, ma se le capiterà di leggere i libri in cui questo signore si cimenta con tutto lo scibile umano (filosofia, epistemologia, etica e chi più ne ha più ne metta), resterà sconvolto dalla totale mancanza di metodo logico e di serio studio delle fonti. Eppure quest’uomo è pubblicamente osannato ed incensato da tutti i lati come un grande esempio di uomo di cultura.

    Queste cose ammazzano la cultura italiana. Ed è l’assenza di cultura che uccide a sua volta il senso civico. Per questo ritengo che, finché non cambierà l’atteggiamento di fondo, non sarà certo un giorno di sventolio di bandierine che potrà migliorare le cose.

    Come al solito mi sono dilungato eccessivamente, dunque chiudo qui.

  14. Evidentemente si sente la necessità di fare un “rewind”. Di ripartire. A me hanno insegnato che quando si deve ripartire è bene guardare avanti,evitando il più possibile di guardarsi indietro. Il più possibile!

  15. E chi glielo ha insegnato, se non sono troppo indiscreto, questo principio vagamente “futurista” (nel senso di marinettiano ovviamente)?

    Perchè io le cito in contrario le parole di due personaggi storici il cui pensiero ha avuto un discreto successo, nel senso che viene studiato ancora oggi dopo un paio abbondanti di millenni:
    «Chi non conosce la propria storia, nella sua vita resterà sempre un bambino» (Marco Tullio Cicerone)
    «La cultura è il terreno in cui piantare i semi che daranno i propri frutti nella società civile» (Aristotele)

  16. Mr.Mark, mi perdonerà se, al momento, disponendo solamente di una mente semplice, non riesco a cogliere l’attinenza del suo scritto con la spontanea,(più o meno)manifesta voglia di festeggiare che si è vista in giro per l’Italia. Logicamente si può sempre obiettare a qualunque argomento o frase, con altri altrettanto validi. E’ il rovescio della medaglia o,se preferisce, i due lati della stessa: quella che ci piace spendere e l’altra che teniamo ben nascosta, pur essendo la medesima. Potremmo discutere all’infinito, lei facendo dotte citazioni ed io trascorrendo tempo cercando di capirci qualcosa. Nessuno di noi due, temo, riuscirà a cambiare ciò che è stato, non io che abito nel giardino dei semplici e nemmeno lei che siede sullo scranno del colto. A me non resta che guardare avanti, verso il futuro, sperando di non incespicare su di una caccola. Per concludere, credevo che Cicerone fosse un grosso cece e Aristotele invece un ortolano pugliese: che errore! Grazie, voglio ricambiare con un detto che mio padre utilizzava con me: Ti lamenti? allora stai bene! p.s. ancora ignoro l’attinenza del post con il proprio titolo!

  17. Solaroli, visto che,come hai detto te, questo è il paese del
    bunga bunga(che polemica originale!!)e c’è in corso la fuga
    dei cervelli..comincia a fare un giro…

  18. @Silvana: dovrebbe spiegare meglio cosa significa per lei “voltare la testa all’indietro”, altrimenti non mi è possibile capire il senso della distinzione che ha indicato nel suo intervento.

  19. Ma poi, scusate la riapparizione,ma perchè ce l’avete tutti
    con questo ”bunga bunga”.
    Si, va bene Croce,ancor meglio Gentile,buttiamo dentro anche
    Gramsci(?)..ma vediamo anche il positivo del b/b.
    Secondo voi i tre maestri del pensiero non lo facevano?
    Tutti i grandi della Storia, di ogni parte ideologica, ne
    sono forse stati immuni?
    Diciamo che c’erano un pò meno telecamere, non c’era Internet
    e tutto è passato sotto traccia.
    Non siamo ipocriti, è solo una simpatica manifestazione di
    ”slancio vitale”. Questa non è mia, è di Bergson.
    Ma mi è venuta spontanea.

    • però, caro Giampiero, pur essendo un sostenitore di quella che tu simpaticamente definisci “manifestazione di slancio vitale”, à la Bergson, ti dico, con i latini, che “est modus in rebus”, che certe cose si possono e devono fare con molta più discrezione. Con più eleganza, con più stile. E non te lo dice un “bacchettone”, ma un normalissimo “peccatore” che non si sente in alcun modo di lanciare crociate moralistiche, che conosce i propri limiti, i propri difetti. Che é un uomo, come te, come mr. “Bunga bunga”, che con il suo modo spudorato di fare non diffonde certo una bella immagine della nostra cara, amata/odiata Italia oggi…

  20. E’ per me un grande onore, al pari dei grandi che hanno popolato la terra, essere interpretato da vino invece che da morto. @Giampiero: e chi mai espresso giudizi morali sul bunga-bunga? L’ho solo citato come una delle manifestazioni(al pari di tante altre)che occupano la scena mediatica e per cui siamo stati citati nel mondo. E non ho espresso giudizi morali nemmeno contro chi lo pratica. Però, se proprio ci tiene, le dico il mio pensiero che si riassume in poche parole: Inopportuno. O se preferisce, politicamente vietato per chi ricopre le massime cariche istituzionali, al di là, spero questo risulti chiaro, di qualsivoglia connotazione politica. Ma cosa questo c’entri con il vino, resta per me ancora un mistero! Questa piccola querelle non mi pare utile alla crescita dell’argomento trattato nel post, e ancora non so come ci siamo finiti. Quindi mi scuso con i lettori per questo. A presto!

  21. Mark@, non ho scritto “voltare la testa”, ma “tenere la testa voltata”, all’indietro.
    In altre parole: conoscere il passato è indispensabile; averlo come modello (e non come esperienza) esclusivo è limitante.

  22. @Silvana. Continuo a non capire, ma credo che la cosa derivi dai limiti intrinseci dello strumento linguistico.

    Se è vero che le parole non hanno un senso fisso, ma hanno il senso che viene attribuito loro nel discorso, probabilmente – per dirla con Wittgenstein – noi due stiamo comunicando usando le regole di due giochi linguistici differenti (e magari diciamo la stessa cosa senza riuscire a capirlo).

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