Santa Margherita s’inventa il Pinot grigio metodo classico per festeggiare

Ma ne sentivamo veramente il bisogno?

Cose incredibili accadono quando si festeggiano i primi cinquant’anni di attività. Prendi ad esempio una casa spumantistica che è diventata leader (o co-leader protesteranno in quel di Trento) del settore del metodo classico costruendo negli anni una Cuvée dal nome ambizioso non poco realizzata con un mix ragionato di uve Chardonnay e Pinot nero provenienti da tre-quattro aree diverse, Franciacorta, Oltrepò Pavese, Trentino (e Alto Adige).
Una Cuvée di assoluta popolarità facile da trovare perché prodotta in alcuni milioni di esemplari e disponibile nei canali non specializzati e non “eno-fighetti” della Grande Distribuzione.
Arriva il 2011, l’anno in cui si festeggia il primo mezzo secolo di storia del Pinot di Franciacorta, e cosa ti combina questa grande azienda che pur essendo “based in Franciacorta”, a Borgognato di Cortefranca, per anni e anni è stata testimone (pur essendo in qualche modo coinvolta) dello sviluppo, Docg e cose varie, tra cui il traguardo di dieci milioni di bottiglie prodotte, di questa vivacissima zona bresciana?
Succede che il testimone sceglie di trasformarsi in protagonista, e di quelli pesanti, di questo sviluppo, scegliendo senza esitazioni di darsi un’identità sempre più franciacortina, di rinunciare progressivamente all’acquisto di uve nelle altre zone tradizionali sue fornitrici, di far diventare Franciacorta Docg via via tutti i suoi… “spumanti”. Roba da rimanere basiti, tanto importante e passibile di imprevedibili evoluzioni è questo processo di trasformazione.
Il traguardo dei primi cinquant’anni di storia di un vino riconosciuto da tutti come innovativo, e punto di svolta per l’enologia italiana in bianco, ha indotto però un’altra importante azienda italiana, uno dei marchi più forti e riconosciuti nel mondo, parlo della Santa Margherita di Fossalta di Portogruaro, proprietà dei conti Marzotto inventrice e leader italiana del Pinot grigio, creato dai suoi enologi proprio cinquant’anni orsono e affermatosi sino a diventare il varietale simbolo del vino bianco italiano nel mondo, ad inventarsi qualcosa di inedito. Di cui, detto con molta franchezza, nessuno sentiva il bisogno…
Lo dicono in tanti, spesso a sproposito, che “gli spumanti” tirano, hanno successo, piacciono, e la loro immagine cresce tra i consumatori.
E così Santa Margherita, che già produce “spumanti” metodo Charmat, base Prosecco e base Pinot bianco, e che recentemente ha messo a segno l’acquisizione di una tenuta a Refrontolo in provincia di Treviso, nella fascia pedemontana tra Conegliano e Valdobbiadene, cuore delle terre del Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene D.O.C.G., 12 ettari di cui 8 piantati a glera, e nella cui galassia figurano già aziende che producono bollicine, la Kettmeir in quel di Caldaro in Alto Adige e nientemeno che la Cà del Bosco ad Erbusco, simbolo della Franciacorta, cosa ha tirato fuori dal cappello del mago?
Per non farsi mancare niente si è inventata un metodo classico, ma non un metodo classico qualsiasi, fatto con le solite, noiose e prevedibili uve Chardonnay, Pinot nero e/o Pinot bianco. Macché, per rimanere in linea con il proprio pionierismo sul Pinot grigio e per celebrare i primi cinquant’anni “dalla nascita del Pinot grigio Alto Adige ottenuto dalla vinificazione in bianco di sole uve Pinot Grigio” è stato creato, testuali parole del comunicato stampa, “lo spumante Santa Margherita Pinot Grigio Alto Adige Metodo Classico 2009.
Un prodotto che l’esperienza degli enologi Santa Margherita ha reso possibile, partendo dalla particolare selezione delle uve,  provenienti solamente da vigneti in alta collina e raccolte in anticipo rispetto alla normale data di vendemmia”. E così ecco nascere “il primo spumante metodo classico ottenuto in Italia utilizzando esclusivamente questa varietà”.

Non entro nel merito, non avendo assaggiato il vino (e francamente non avendo un particolare desiderio di farlo, nonostante il mio impegno con il blog bollicinaro) delle note ampiamente positive che, sempre nel comunicato stampa, l’azienda riserva al nuovo nato, definito “spumante che combina eleganza e complessità, piacevolezza immediata e profondità sensoriale”.
Mi chiedo, prendendo atto che le uve arrivano da vigneti posti a 4-500 metri di altezza in Alto Adige (in prevalenza area Oltradige), che la permanenza sui lieviti dichiarata è di 14 mesi e la “capacità di invecchiamento” promessa (manco fosse un vino rosso) di 5/6 anni, e che il contenitore scelto è stato nientemeno che un magnum, se davvero avesse un senso festeggiare questo importante lieto evento regalandosi la soddisfazione di aver creato il primo spumante metodo classico ottenuto in Italia.
E mi chiedo soprattutto se il mercato, noi consumatori, che pure di metodo classico ne possiamo trovare a iosa, a denominazione d’origine, Docg o Doc, oppure semplici “spumanti” ottenuti dai vitigni tradizionalmente utilizzati nel mondo, o da vitigni autoctoni quali Verdicchio, Gavi, Blanc de Morgex, Erbaluce, sentissimo veramente il bisogno di un Pinot grigio metodo classico. Anche se targato Santa Margherita…

50 pensieri su “Santa Margherita s’inventa il Pinot grigio metodo classico per festeggiare

  1. Scusa Franco, ma qualcosa mi sfugge…
    Senza entrare nel merito e nelle qualità dei vini della Santa Margherita, non riesco a comprendere il sottotitolo “Ma ne sentivamo veramente il bisogno?”.
    Credo che recentemente in Italia molti produttori si siano “sbizzariti” a fare esperimenti, magari più o meno riusciti, nello spumantizzare quasi ogni tipo di vitigno, e molto spesso anche con il metodo classico.
    Potresti spiegare meglio le tue perplessità…?

  2. ha colto il segno Boldrini: é il carattere “sperimentale” di troppi vini, il fatto che ora che il mercato delle bollicine “tira” tanti si mettano a spumantizzare di tutto. Non sentivamo il bisogno di un Pinot grigio metodo classico, come di tanti altri “spumanti” inventati dal nulla

  3. Posso aggiungere qualche riflessione?
    Franco, senz’altro è condivisibile qualche perplessità di fronte a iniziative simili, visto che tanti si mettono “a spumantizzare di tutto”.
    Però la chiusura e il rifiuto a priori a me appaiono strani, specie quando sono espressi da chi “sta sul campo” da molti anni: quante storie simili hai conosciuto prima?
    Mi scuso in anticipo se dico qualche stupidaggine, ma forse 30 anni fa nessuno si sarebbe immaginato una evoluzione e una diffusione sul mercato di vini fatti con uve fino ad allora utilizzate come “uve da taglio”, come il Primitivo e molti altri.
    Come del resto a nessuno era venuta l’idea e… il coraggio di azzardare la spumantizzazione di uve come il Bellone o l’Aglianico, e pure col metodo classico. Certamente queste tipologie non hanno avuto, e non credo avranno, una diffusione minimamente paragonabile alle uve “classiche”, rimanendo pertanto delle realtà locali, per il piacere di pochi “temerari” che magari li trovano di loro gusto.
    Ma, d’altra parte, questo è anche un discorso riduttivo. Questi esperimenti del “famolo strano” hanno riguardato, come ben sappiamo, molte altre realtà: chi avrebbe mai pensato di trovare lo Chardonnay in Sicilia, ad esempio?
    @Silvana Biasutti: non credo neanch’io che si possa spumantizzare il brunello, per sua definizione. Ma il sangiovese, allevato e coltivato per farne vino spumante, è stato già sperimentato?

  4. Però…alcuni Crémant d’Alsace base pinot gris sono eccellenti! Uno in particolare mi piace molto: Crémant d’Alsace Brut Cuvée L’Exception di Dopff & Irion (Riquewihr). Fine, vibrante e gustoso. 10,50 euro da loro in negozio!

  5. Non sapevo che in Cà del Bosco, oltre alla famiglia Zanella, ci fosse Santa Margherita. Sul sito dell’azienda veneta fra le aree di copertura ci sono Vento, Trentino, Friuli, ma non viene nominata la Franciacorta, eppure Cà del Bosco dovrebbe essere la perla più splendente…
    Che tipo di partecipazione vi hanno?

  6. ma di cosa vi stupite???? c’è da stupirsi invece se il Pinot Grigio Santa Margherita negli Stati Uniti costa al ristorante dai 40 ai 50 dollari…..se va bene …e poi ci lamentiamo se paghiamo un Tocai dei vari Toros,Gigante ,Villa Russiz etc etc 20 o 30 euro……ma per piacere…..

    • merito della forza del brand Santa Margherita se riesce a vendere negli States il proprio Pinot grigio più caro che qualsiasi altro Pinot grigio italiano… Sembra un paradosso, ma é così

  7. Caro Franco, l’idea di fare uno spumante metodo classico monovarietale Pinot Grigio abbiamo cominciato a studiarla a settembre 2007, quando le bollicine già tiravano, ma magari non tanto come adesso.
    Il mercato ne sentiva il bisogno? Non lo so, non ho mai creduto né utile né saggio seguire le mode del consumo perché i tempi del vino non lo permettono. Secondo me nel vino di qualità le mode non si seguono, se si è bravi e fortunati si intercettano.
    Ne sentivamo il bisogno noi per avere un vino con cui festeggiare il nostro cinquantesimo ed è per questo che della vendemmia 2009 abbiamo fatto il tirage di poco più di 3.000 magnum.
    L’abbiamo fatto monovarietale Pinot Grigio proprio perché o era rappresentativo della nostra identità, oppure non aveva senso.
    L’abbiamo fatto monovarietale Pinot Grigio convinti che il profilo del vino sarebbe stato originale e diverso da tutti gli altri spumanti metodo classico esistenti.
    Chi l’ha assaggiato al Vinitaly, e sono stati tanti, esperti e semplici appassionati, ha riscontrato questa originalità nel profilo sensoriale.
    Evolverà 5-6 anni come abbiamo scritto nel comunicato stampa? Ovviamente crediamo di sì in base all’esperienza dei nostri enologi ed al comportamento che ha avuto in questi 14 mesi (forse pochi, ma non si poteva spostare il Vinitaly e 1.500 magnum non hanno ancora fatto il degorgement). Lo sapremo davvero però solo tra 5 anni.
    Mi spiace che tu non abbia avuto occasione di assaggiarlo a Verona, rimedio inviandoti una bottiglia (ma se non vuoi assaggiarlo, dimmelo che me la metto in cantina io).
    Ad maiora!
    Lorenzo Biscontin
    Direttore Marketing
    Santa Margherita – Gruppo Vinicolo

    P.S. per Antonio: Santa Margherita S.p.A.possiede la quota di maggioranza di Cà del Bosco dal 1994. Sul sito Santa Margherita non viene menzionata né Cà del Bosco né nessuna delle altre cantine che appartengono al Gruppo semplicemente perché, al di là dell’azionariato comune, ogni cantina ha la sua specifica cultura ed identità e quindi ognuna ha il suo sito web.

  8. Appunto Franco, hai risposto implicitamente alla tua domanda:
    il consumatore italiano non aveva certo bisogno di questo Metodo classico Pinot Grigio, ma l’americano medio che considera il Santa Margherita il non plus ultra dei Pinot Grigio e che non batte ciglio a pagarlo il doppio di tanti altri molto più buoni, sarà contentissimo di trovare la versione Sparkling dello stesso vino…e di pagarla cara assatanata.

  9. mah, io capisco poco di spumanti. Intanto lo assaggerò, e se mi piacerà … bene. Altrimenti, continuerò con i “soliti” franciacorta a base dei consueti vitigni

  10. Mah…..

    Onestamente rispetto le opinioni di tutti, anzi, ben vengano le critiche riguardo le attività imprenditoriali di grandi gruppi vinicoli e vitivinicoli italiani, mah….

    Un dubbio mi sorge spontaneo: perchè sparare a zero su ogni novità?
    La probabile risposta potrebbe essere: Lo faccio di Mestiere!!!!

    Però, da addetto ai lavori, di quelli che parte ogni giorno per comunicare quello che sta dietro ad una buona bottiglia di vino, non sarebbe meglio forse, dato l’immenso potere mediatico che internet ha e che i blog esercitano GIUSTAMENTE, cercare di difendere chi lavora onestamente e cerca di portare a casa la pagnotta?? E magari altrettanto giustamente, SPARARE a zero contro quelli che imbrogliano il consumatore e la filiera spacciando prodotti “falsificati” ( basta pensare ad alcuni esempi dove il prezzo delle bottiglie è ben al di sotto della media dello sfuso)???

    Certo di una precisa e puntuale risposta, auguro a tutti un buon lavoro!

    • prendo atto della sua opinione Fabrizio, ma non “sparo a zero”, ho solo espresso le mie legittime perplessità, come commentatore di cose vinicole, sull’opportunità di produrre un metodo classico base Pinot grigio. Secondo il mio modesto punto di vista é una novità di cui non si sentiva il bisogno.

  11. io non difendo ne sparo a zero ma se vogliamo parlare di portare a casa la pagnotta…. allora il pinot grigio che S.M vende in America potrebbe benissimo costare un quarto di quello che costa e la pagnotta la porterebbero a casa lo stesso …e che pagnotta…!!!

  12. D’accordissimo, e grazie per il documento, ma quello che ho citato io è un Pinot Gris 100%, con 15 mesi sui lieviti.

  13. Egr. Ziliani, qualora le arrivasse la bottiglia di pinot e non la vorra’ assaggiare, la prego non la mandi indietro nella cantina del sig. Biscontin. La dia a me, la ricompensero’ privandomi di un sublime e solare rosso Faro della mia cantina personale. Io sono un appassionato di bollicine che bevo da oltre 40 anni ed ogni novita’ mi incuriosisce ed intriga come con le donne. Spero di non ricevere critiche pensandola diversamente.

  14. Se facciamo la lista delle cose di cui potremmo fare a meno, di cui non sentiamo il bisogno, sappiamo quando cominciamo, ma non quando finiamo.
    Metodo classico da uve pinot grigio? Perchè no?
    Lo produce Santa Margherita? Ahia.
    Sono prevenuto? quasi certamente, ma da chi “fabbrica certe cose” non riesco ad avere aspettative interessanti sulle loro novità. Figuriamoci poi se la novità è un metodo classico, il tipo di vino più “maneggiato” che si possa fare.
    Però non mi stupisce che un’azienda come santa margherita cominci a proporre 3000 magnum di questa cosa, visti gli incrementi nei consumi di vini con le bolle, cosa si crede che quelli faccian vino per hobby?
    Suvvia.

  15. Calo dei consumi interni di pinot grigio=riposiziono il prodotto conferendogli più allure. Una produzione di 3000 magnum iniziale mi consentono un tocco di esclusività del prodotto tale da suscitare curiosità ed aumentare la forbice costi fissi/ricavi. IMHO.

  16. Sì, sempre critiche perché sospingono in avanti. Perché aiutano a distinguere – in questo caso nel mare magnum del vino – tra un pensiero e l’altro, tra una linea di condotta e un’altra.

    Se le critiche vengono da qualcuno di cui si conosce la competenza, sono benvenute.
    Nel mondo delle pr del vino – pur rispettabili, ma certo non spontanee – ben vengano gli angolosi, gli spigolosi, gli ultracritici, purché sinceri e non eteroguidati.

    Ricordo, invece, che quando FZ ha parlato positivamente del Brunello di Banfi, qualcuno ha scritto un commento insinuando porcheriole di segno opposto.
    Perciò uno che critica deve essere necessariamente o “di parte” o “comprato”!

    Vuole dire che hai carisma, caro Franco, (e certo anche un gran caratteraccio!) e che ‘conti’, altrimenti nessuno farebbe un plissè alle tue prese di posizione.

  17. A me personalmente non interessa sapere se ne avevamo bisogno o no, di un Pinot Grigio Metodo Classico.

    Secondo me però, è giusto che un’azienda importate che ha la disponibilità economica, operi sempre su 2 fronti:
    – il primo riguarda il migliorare sempre la qualità dei prodotti tradizionali e già mondialmente apprezzati.
    – il secondo invece, deve riguardare la fase di innovazione e ricerca.

    Come in tutte le cose che ci circondano c’è una evoluzione grazie a tutti coloro che hanno il coraggio di provare. Altrimenti staremo ancora a bere gli stessi vini che bevevano nell’antica Roma (pare che li diluissero con l’acqua per renderli bevibili).

  18. E, dopo i Romani, a me viene in mente la storiella di quel frate che si inc….ava perché le bottiglie di vino gli scoppiavano… 😉

  19. Ti ricolleghi al mio discorso Paolo Boldrini? E’ giusto che, chi economicamente se lo può permettere osi sperimentare? Per non rimanere ai tempi dei Romani e al buon frate che si inc….ava. Il titolare di questo blog come si esprime in merito?

  20. Io faccio parte di quelli che il Pinot Grigio metodo classico del Cinquantesimo lo hanno assaggiato. Non é mia intenzione giudicare il vino, anche per non condizionare chi volesse assaggiarlo per davvero. Dico solo che se dovessimo eliminare tutto il “superfluo” continuando a chiederci se ce ne fosse stato davvero bisogno, non avrei iniziato certo da Santa Margherita, se non altro per la capacità di innovare riconosciuta dallo stesso Ziliani. Peraltro la tiratura mi pare più da azienda artigianale che da colosso industriale e l’occasione dell’anniversario più che legittima.

  21. @Emanuele:
    spesso per una grande azienda “migliorare sempre la qualità dei prodotti tradizionali e già mondialmente apprezzati” significa produrre e commercializzare un vino che riesca a piacere un po’ in tutto il mondo, particolarmente negli USA e nei mercati dove riesce a ottenere buone vendite e ottimi guadagni. E in questo la Santa Margherita può essere un tipico esempio.
    Mi riesce difficile pensare, però, che aziende simili possano puntare su una qualità ritenuta, qui da noi, “ottima”. Cosa invece più realizzabile da piccole o medie aziende. Lo dico senza voler far torto a nessuno, si tratta semplicemente di avere obiettivi commerciali diversi. Spesso, poi, nel vino del piccolo produttore c’è quello che io definisco il “valore aggiunto” (che non è l’IVA…): la voglia di produrre “il proprio” vino, che rappresenti anche e soprattutto l’identità del territorio e la filosofia di chi sta a capo di quella azienda.
    E, sotto questo aspetto, Franco Ziliani ci ha molto spesso proposto vini significativi e apprezzabilissimi.

  22. @Paolo Boldrini. Entriamo in un discorso troppo ampio caro Paolo. Il punto non era dibattere sull’impronta generalmente “ruffiana” che le grandi aziende danno ai loro prodotti per renderli piacevoli ad una ampia clientela, o le loro strategie aziendali. Queste cose tutti noi le sappiamo. Ma semplicemente una mia opinione, prettamente personale, su come un’azienda che se lo può economicamente permettere è giusto che operi, da una parte il consolidamento del già esistente, e dall’altra la ricerca e la novità. Capito il concetto? 🙂

    Alla domanda di Ziliani: “Noi consumatori avevamo bisogno di un Pinot grigio metodo classico? Rispondo sni 🙂 Nel senso che di vini “inutili” ce ne sono fin troppi da nord a sud, isole comprese. Uno in più o uno in meno non ci cambierà la vit. in compenso se questo Pinot grigio si rivelerà un gran prodotto da qui a 5 anni, saremo tutti ben contenti ed orgogliosi di aggiungerlo tra i grandi vini del nostro bel paese.
    Io premierei comunque il coraggio di queste aziende che osano. Aldilà di tutto il resto.
    Un saluto a tutti

  23. Noi come azienda agricola è da due anni che produciamo un pinot grigio metodo classico rosè con un lieve macerazione sulle bucce per ottenere un colore ramato… Può sembrare strano che usiamo questo vitigno, soprattutto essendo di Oslavia ma abbiamo provato a produrlo e noi come produttori ne siamo abbastanza soddisfati… Non dobbiamo nemmeno dimenticare che il Pinot Grigio ha dato un buon contributo a lanciare il vino del Collio e dell’Italia sia nel Mondo che in Italia
    Matej Fiegl

  24. Emanuele, sulla tua domanda specifica posso risponderti di sì. Ma anche perché è fin troppo facile, per una azienda “che se lo può economicamente permettere”, giocare su 3000 bottiglie, sia pure magnum: quisquilie…
    Oltretutto, alcuni interventi su questo post sembrano dimostrare che l’idea del pinot grigio in purezza per un “metodo classico” non sia sconosciuta e tanto meno così peregrina, ma d’altra parte questo vitigno è già usato, sia pure non in purezza, per altre “bollicine”, no?
    Pura opinione personale: a me sembrerebbe mooolto più da “famolo strano” se qualcuno sperimentasse (…speriamo non l’abbiano già fatto pure questo…) un Picolit metodo classico o un Merlot in purezza vinificato in bianco e spumantizzato. Magari qui comincerei ad avere qualche dubbio in più,ma non sul pinot grigio.
    Ecco perché continuo a non capire…

  25. Anche in questo post ti prendo in parola, Franco, proviamo a ricominciare.

    @ Paolo Boldrini
    Anzitutto… viva la Roma! E poi, anche se so di non fare troppo piacere al mio amico Franco (e non parlo della nostra beneamata Inter), devo confessarti che sono piu’ d’accordo con te.
    Mettiamo un po’ d’ordine, così mi capisci meglio.
    Quando uscì sul mercato il primo Pinot Grigio Santa Margherita e’ stata una vera rivoluzione. Stimo molto questa casa che ne produce milioni di bottiglie e che dimostra una cosa: non sempre piccolo e’ meglio. Anzi, con i bianchi la tecnologia del freddo e la modernita’ delle apparecchiature di controllo la sua gran parte la fa, checche’ se ne dica.
    Nei loro panni anch’io avrei festeggiato il 50.o con qualcosa di eclatante. L’idea di un metodo classico in magnum e’ da applaudire. Lo so anch’io che il pinot grigio non e’ il non plus ultra in fatto di spumantizzazione e che da’ il meglio di se’ nella versione che ne premia il nome (quel “grigio” significa appunto non troppo bianco, ma leggermente ramato, ricordi Franco quel che ti disse Lajos Gal a proposito di quei vini ungheresi?) esattamente come ha scritto Matej. Io non ne metterei mai in nessuna cuvée da metodo classico, preferendo il pinot nero e in seconda battuta il pinot nero con chardonnay (ma sono di gusti oltrepadani, tutti miei…). Dove l’hanno messo non hanno migliorato mai le cuvée. In Oltrepo gli spumanti dove c’e’ pinot grigio non sono certo i migliori.
    Ma un monovitigno così l’avrei tentato (una volta ogni 50 anni…) anch’io.
    Sono convinto che durera’ molto piu’ di altri dopo la sboccatura. Di solito e’ meglio bere un metodo classico nei primi due anni, massimo tre, dalla sboccatura. Questo mi sa invece che migliorera’ ancora fra cinque o sei. Ne abbiamo avuta la prova a Ostrava, in repubblica Ceca, con un produttore che in mia presenza ha telefonato in Italia al suo enologo complimentandosi per un pinot grigio estremamente longevo pur non essendo un’eccellenza della sua produzione, anzi! Longevo non come il Verdicchio, che e’ il piu’ longevo di tutti i nostri bianchi, ma comunque mediamente longevo.
    Lorenzo Biscontin sbaglia ad inviarne una sola bottiglia a Franco: meglio due, una da aprire subito ed una da tenere capovolta in cantina e aprire fra 5 o 6 anni. Speriamo che ci legga.
    Un parere tecnico di Franco fra 5 o 6 anni potrebbe essere determinante per tante altre scelte che puo’ fare ancora la Santa Margherita.

    • CHE IMMENSA GIOIA Mario ritrovarti a commentare, e che commenti, su Vino al Vino! Ti mando un forte abbraccio e sono certo che tutti i lettori di questo blog si rallegreranno, insieme a me, per il tuo ritorno

  26. E comunque invito i lettori ed i commentatori di questo blog a frequentare anche attivamente http://www.lemillebolleblog.it/ che e’ uno sforzo fatto da Franco per una tipologia che e’ in pieno sviluppo e lascia sempre le cantine vuote, in controtendenza con le altre, molte delle quali stanno invece riempiendo le cantine di tutto il mondo di invenduti.

  27. La gioia non è solo di Franco – caro Mario! – non ti montare la testa, però siamo proprio felici di rileggerti!!!
    Io le MBB lo leggo; però sono più incline ad assaggiare. Di vino so poco, di bolle niente, però le frequento molto.

  28. Cara Silvana, se le frequenti molto allora le devi raccontare anche tu. Non c’e’ bisogno di saperne, di vino. C’e’ invece bisogno di raccontarlo con sincerita’. Specialmente le bollicine, che per gran parte degli enoappassionati sono un po’ un mistero ed in effetti se ne discute poco, troppo poco. Eppure la domanda e’ sempre, dico sempre, in aumento. Pensa che ci sono Paesi dove rappresentano un quarto del consumo di vino, mentre qui siamo ancora all’eta’ della pietra e li trattiamo come vini da occasione speciale. Poi pero’ andiamo a spendere cifre della madonna per i rossi strapodiati dalle guide, i vini da culto. Siccome bisogna solleticare gli enoappassionati a riscoprire il piacere di bere, aprendo un po’ di piu’ gli occhi sui vini rifermentati in bottiglia o in autoclave, c’e’ bisogno anche dei tuoi racconti, perche’ tu scrivi sincero e la gente lo vede, lo legge e ti segue…

  29. Questa mattina ho letto una grande notizia…: è tornato Mario Crosta!!! 🙂
    Finalmente le nostre “preghiere” sono state esaudite…bentornato!!!
    Sono doppiamente felice, caro Mario, per il ritorno di un commentatore attento e equilibrato, ma anche per il ritorno di un “simpatizzante” (non tifoso, lo so…) romanista, oltre che uno sportivo, nel senso che…ci siamo capiti.
    Grazie per la tua sempre gradita presenza, e a presto!

  30. Caro Mario.
    Sono d’accordo: le bollicine non sono “per le occasioni”, sono…le bollicine.
    Io sarei più una sciampagnista, anche se ho assaggiato moltissimo anche italiano.
    Gli Champagne – ma di certo anche certi italiani con i controfiocchi, di cui spesso leggo su lemillebolleblog – hanno una caratteristica: ti tirano su, ti danno uno sfrizzolìo che in certi momenti aiuta. A me piacciono molto per accompagnare l’acciughina o l’aringa (con rondella di cipolla); sono binomi con effetto terapeutico garantito.
    Quanto a scrivere, mmh; io so di mercato, di “uso di mondo”; distinguo certi ciarlatani da quelli che lavorano seriamente; quelli che “agitano l’immagine (con dentro frange, pizzi, fiocchi, blasoni) da quelli che producono lavorando più concretamente. Distinguo vigne che puzzano da quelle che sanno di buono, e così via…
    Poi ci sono i vini che mi piacciono e quelli che trovo indigesti, nel senso che mi rimangono pesanti.
    Certo anche tra gli Champagne ci sono bufale e tesori, ma mi fermo qui.
    Invece, leggendo tra gli interventi di questo post, mi sono incuriosita e mi è venuta voglia di assaggiarlo, questo pinot grigio con bollicina.
    Conoscendo le mie reazioni posso immaginare che – ancora una volta – la “conversazione” crea interesse. E’ una regola aurea, sempre confermata dai fatti.
    Perché bisogna anche saper parlare ai tanti che si avvicinano al vino con attenzione curiosa, ma senza sapere un gran che.

    • il magnum di Pinot grigio metodo classico é in cantina: alla prima occasione utile (per un magnum servono almeno tre persone, oppure anche solo due che “ci danno dentro” se il vino é di loro gradimento) lo assaggerò e ne riferirò su Lemillebolleblog

  31. E’ un piacere notare l’interesse che continua ad esserci sul pinot grigio.
    Spero, e credo, di fare cosa gradita segnalando il link dove trovare le presentazioni dei relatori del convegno su questo varietale che abbiamo organizzato allo scorso Vinitaly: http://www.santamargherita.com/it/50_pinot_grigio
    Stiamo lavorando per mettere on line anche il video della degustazione dei 7 pinot grigio da tutto il mondo condotta da Gravina e Lanati.

  32. L’interesse verso il Pinot Grigio c’e’ e ci sara’ sempre nel modo giusto proprio perche’ non ha piu’ a che fare con la moda. Le mode sono caduche, ma il buon bere no. E quando si comincia a bere dei buoni vini a prezzi accessibili sia in trattoria che a casa, ecco che una grande casa come la Santa Margherita gioca un ruolo essenziale.
    Ammiro molto quello che state facendo e non da ieri, ma da quarant’anni. Vede, fare della qualita’ su volumi tipo 20.000 bottiglie non e’ tanto complicato. I grandi chateaux francesi la fanno allo stesso livello (non diciamo meglio, accontentiamoci pure di dire che e’ lo stesso livello) ma su volumi da 200.000 a 500.000 bottiglie ed e’ in questo che ci battono ancora. Ma farla su 2 milioni di bottiglie per mantenere prezzi popolari, quello sì che e’ un vero servizio. Non bevono soltanto i ricchi. Hanno diritto a bere bene anche i meno agiati, almeno il sabato e la domenica, e pure i poveri devono poter gioire con qualcosa che magari non e’ il top, il non plus ultra, ma e’ pur sempre un onesto, buono, piacevole vino.
    Il pinot grigio Santa Margherita tranquillo che si festeggia con questa magnum metodo classico e’ ottimo in questo senso e si abbina benissimo anche con la cucina cosiddetta povera, a base di pane e affettati, di pizze e panzerotti, di pastasciutte, di pesciolini senza la pretesa di nobilta’, di carni bianche in gelatina, insomma non c’e’ bisogno dell’orata o dell’aragosta ed e’ un buon bere.
    E’ vero che negli USA, sfruttando ancora la moda, il suo prezzo e’ elevatissimo, ma se si riesce a vendere a quel prezzo perche’ non guadagnarci? Dobbiamo sempre perderci oppure guadagnarci poco? No. Anzi, i soldi in piu’ in valuta pregiata possono concorrere a degli investimenti sia produttivi che promozionali, trasferendo gli alti guadagni di qualche partita in bassi prezzi di lancio di altre su mercati nuovi.
    Io sono contento di festeggiare con voi, che avete tra l’altro anche un sito molto, ma molto fatto bene, didattico, serio, esemplare.

  33. Salve io ho alcune bottiglie di quell’epoca di pinot grigio 1979 e pino nero 1978 santa margherita

    Devo dire che sono ancora ottime….ne restano due di bianco e una di nero aimè 🙁

    Non riesco però a trovare nessuna informazione neppure dalla casa produttrice

    voi sapete aiutarmi?

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