Domanda: ma il Giuseppe Martelli di oggi è lo stesso Martelli del dicembre 2008?

Domanda delle cento pistole: ma quel Giuseppe Martelli, direttore della Assoenologi e presidente del Comitato Nazionale Vini, ente organo del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali ed espressione dell’interprofessione vitivinicola, che ha competenza consultiva, propositiva ed esecutiva in materia di tutela e valorizzazione qualitativa e commerciale dei vini a DO e IGT, è lo stesso Giuseppe Martelli che nel dicembre 2008 rilasciava un’intervista a Vanni Cornero della Stampa, intervista che potete leggere qui, all’atto del suo insediamento alla testa del Comitato?
Intervista dove alla domanda “ma lei vuol fare una strage di Doc?”, quel Martelli rispondeva: “Io direi, più semplicemente, che in Italia su 357 denominazioni d’origine ce ne sono molte inutilizzate e ben sette di queste non hanno mai firmato una bottiglia. Quindi penso che sia inutile qualificare vini nati per ragioni di campanile, in cui nessuno crede, neppure i produttori che li hanno voluti. E’ assurdo tenere in piedi Doc che esistono solo sulla carta, a questo punto meglio eliminarle. Ho già presentato una proposta in merito al ministro Luca Zaia”.
Che fine hanno fatto i buoni propositi del “grande capo” della Assoenologi, teorico del sorpasso dello “spumante italiano” sullo Champagne e responsabile massimo di quel Comitato che ad ogni riunione ammette raffiche di nuove Doc e Docg?
Possiamo sapere qualcosa delle denominazioni “fantasma”, di fatto inesistenti perché non rivendicate, che sono state cancellate?
E possiamo capire in base a quale logica, se non quella, assurda, del todos caballeros, meglio, una Doc o Docg non si nega a nessuno, si continuano ad aumentare le denominazioni – le Docg sono ormai 71 come ha contabilizzato il wine blogger americano Alfonso Acevola, che riferendosi alle tre nuove Docg pugliesi sostiene che “three is three times greater than one!”, per le Doc abbiamo ormai perso il conto – si arrivano ad elargire denominazione “senza che esista una regola di merito alla quale fare oggettivamente riferimento”? Arrivando in tal modo a banalizzare e svuotare di ogni significato il sistema delle denominazioni italiane?

16 pensieri su “Domanda: ma il Giuseppe Martelli di oggi è lo stesso Martelli del dicembre 2008?

  1. Caro Ziliani,
    una DOCG non la si nega a nessuna!
    ormai solo in Trentino, con tutti pasticci che abbiamo, non riusciamo a farci una DOCG, nonostante alcune denominazioni la meriterebbero, come il Vino Santo e il Trento.

  2. E’ la corsa alla carovana prima che sia troppo tardi. Come ben sanno gli addetti ai lavori tra breve il rilascio delle DOCG sara materia europea, e quindi tutti stanno passando alla cassa italiana prima che sia troppo tardi. Ancora una volta l’Italia si deve appellare all’Europa per un minimo di serieta’.

        • Non capisco il suo commento ma lo pubblico: se poi ci spiega e ci aiuta a capire… Comunque l’inossidabile Martelli é sempre al suo posto: cambiano i ministri, ma lui, con i suoi bei capelli tinti, il rigore (quasi mortis) d’ordinanza, il suo protocollo retorico, il suo essere sempre attento alle ragioni delle GRANDI AZIENDE DEL VINO ITALIANO (ovvero gli industriali del vino) é sempre al suo posto. Ercolino sempre in piedi…

  3. A me Giuseppe Martelli 1 e 2 ricorda in peggio Mordecai Richler, l’autore dello spassoso “La versione di Barney”. Forse qualche attinenza c’é, si potrebbe parlare di “la versione di Joseph”? Lo stesso humor nero direi.

    Ci vuole molto umorismo per giustificare l’epidemia di DOCG a qualche volonteroso straniero che non si accontenta di assaggiare ed apprezzare un qualsiasi vino italiano, ma vuole conoscere il vitigno, il luogo di provenienza e la storia che c’é dietro ogni grande vino.
    Una volta che gli abbiamo raccontato vita, morte e miracoli concentrati nella bottiglia, può anche essere che la sua cultura medio-alta si interroghi riguardo al significato di quella sigla: DOCG.
    Fornita spiegazione, chiederà quante ce ne sono in Italia di queste DOCG, pensando che la fatica per pronunciare la sigla per esteso sia inversamente proporzionale alla quantità di vini che se ne possono fregiare.
    Fornito il numero aggiornato, scrollerà la testa, e sorridendo mormorerà “Italians!” con simpatia mescolata ad una leggera pietà.

    E’ proprio questo che continua a fregarci, siamo simpatici a tutti, ma pochi ci prendono sul serio. I francesi stanno sulle scatole al mondo intero, ma vengono considerati in altro modo.

    Mi consolo pensando che nel mio raggio d’azione, passato il confine, sono assai scarsi quelli che considerano un punto in più la dotazione della DOCG ad una tipologia di vini.
    E’ però una magra consolazione.

    ps Alfonso Cevola sarà anche americano di nascita e passaporto, ma ha cuore e sangue italiano. Alfonso, a big hug to you and the other guy in Texas that keeps our pride high.

  4. Grazie Franco,
    quello che hai detto lo sottoscrivo integralmente, punteggiatura compresa! ci tengo solo a farti presente che quì non si tratta solo del presidente del Comitato Vini ma, di tutte le persone che ne fanno parte e che, sono parte attiva del nostro mondo. Tutti loro portano sulle spalle questa grave responsabilità o sarebbe meglio dire irresponsabilità, produttori, enologi ed altri membri che non hanno la scusante di dire che non sapevano. Prima di loro non è che le cose andassero meglio ma, almeno avevano il pudore di dire no a chi non era fortemente e politicamente raccomandato. Ricordo di un presidente al quale mi rivolsi per chiedere un suo intervento contro una DOC assurda e mi rispose: ” di cosa si scandalizza caro signore, lo sa che esiste un DOC Malagodi?” Non so se questa DOC esiste davvero o meno ma, il messaggio era chiaro, agli interessi di un politico non possiamo dire di no, diversamente addio carica!!!!
    Dove andremo a finire di questo passo? Siamo già alla fase successiva, siamo al tutti contro tutti e questo è il peggio che potesse accadere.

  5. per non parlare poi delle modifiche ai disciplinari per utilizzare vitigni “migliorativi”!
    ha ragione nn, “ITALIANS”!
    in ogni caso credo che come più volte ha detto su queste pagine il sig. Ziliani i primi a doverci in….are dovremmo essere noi produttori, noi che vediamo svilire il nostro lavoro da persone che hanno come unico interesse il loro interesse.
    nn nel suo commento dice che all’estero poca importa che un vino sai docg, doc, igt o tavola, l’importante è che sia buono e fatto bene, che abbia una storia, corpo e anima, possibile che in Italia la gente non la pensi ancora così.
    perchè i vini da tavola, sebbene a volte più rappresentativi del territorio di tanti doc o docg, non possono partecipare ai concorsi, perchè il ministero non modifica una norma che è assurda e solo italiana?
    perchè se produco vini da tavola non posso attingere ai contributi statali?
    perchè le graduatorie non vengono fatte sull’effettiva capacità dell’azienda di realizzare un progetto e sull’effettiva validità del progetto stesso piuttosto che sullo sterile conteggio di punteggi il più delle volte “truccati”?

  6. Caro Franco,
    spero che Martelli ci legga e che possa rispondere, visto anche l’altro thread che lo riguarda su “Le mille bolle blog” e la simpatia che il personaggio a volte sa riscuotere (vedi la sua foto in versione… pesce d’Aprile al Vinitaly dell’anno scorso, qui: http://www.enotime.it/zoom/default.aspx?id=4044).
    Vorrei spezzare anche una lancia per lui, se me lo consenti. Capisco che si vogliano approvare in fretta tanti disciplinari DOCG prima che intervenga l’Europa a stabilire le DOPG nelle quali dovranno trasformarsi, ma forse sarebbe piu’ corretto fare la voe grossa sui grossolani errori contenuti in molte definizioni di vitigno in essi contenute. Ho fatto un salto sulla sedia, infatti, leggendo quanto ha scritto Wojciech Bosak nel blog di Winnica Milosz http://winnicamilosza.com.pl/blog/?p=1339#comments in un suo commento del 10 giugno, che ti traduco velocemente.

    “Una maggiore precisione nella definizione dei vitigni e’ stata introdotta soltanto negli ultimi 2-3 decenni. In questa materia regnava prima un disordine abbastanza grande (in particolarmente con i nomi locali e i sinonimi) e i vivai sbagliavano facilmente. Sbagliavano anche gli ampelografi per un motivo molto semplice: nessuno aveva a portata di mano del materiale comparativo sicuro. Soltanto adesso, diciamo da alcuni anni, da quando si e’ cominciato a pubblicare in internet un’immensita’ di banche dati con delle buone fotografie dei vitigni e nei casi dubbi ci si può appellare ai test genetici, si e’ riusciti ad introdurre un po’ d’ordine, del resto relativo. Ma si valuta che è stato assegnato un nome erroneo forse perfino al 20 percento delle viti coltivate in Europa (sic!). Risulta, per esempio, che quasi tutte le piantine di Cabernet Franc del nord Italia (qualche migliaio di ettari) piantate anche negli anni ottanta sono in realtà Carmenère e che la maggioranza del Sauvignon Blanc coltivato nell’Europa centro-orientale è invece Sauvignonasse (alias Tocai Friulano). Le più vecchie viti di Chardonnay in Borgogna sono per meta’ Pinot Blanc (in Austria ancora soltanto 15 anni fa ufficialmente non si distinguevano nemmeno questi due vitigni e nelle documentazioni erano citate comunemente con il nome Morillon).”

    Non sarebbe meglio impegnarsi su questa strada per fare estrema chiarezza, piuttosto che distribuire disciplinari come si fa con i volantini?

    • ehi Mario,cosa sei, un mago?
      Hai evocato Martelli e incredibilmente il gran capo dell’Assoenologi e del Comitato vini Doc ha risposto. Mi ha inviato una lunga replica, che non pubblicherò come commento, ma come intervento (con mia risposta) lunedì…
      E poi dicono che i blog non sono una cosa seria e che non li legge nessuno… 🙂

  7. Bah,cosa vuoi che ti dica, Franco. Forse Dopo aver letto che l’ho trovato simpatico e citato la sua foto col nasone rosso si sara’ reso conto che sui tuoi blog non si tira al bersaglio contro le persone, ma si criticano, il che e’ tutt’altra cosa. Possono anche essere brave e simpatiche, amiche sincere, ma quando una critica ci vuole tu la fai senza guardare in faccia a nessuno, come hai fatto a suo tempo anche con me. E’ il bello della sincerita’. Scrivere quel che si pensa, contando sull’intelligenza della persona chiamata in causa e sperando che risponda com’e’ giusto che sia. Non tutti sono in grado di capirti, amico mio. Spero tanto che Martelli ti abbia capito, perche’ di lavoro ne avrebbe davvero tanto da fare e se riuscisse a farne anche solo la meta’ potrebbe davvero dare dei punti a tanti predecessori. Sono curioso e aspetto buono buono lunedì…

  8. Prole sante quelle di Mario, solo che per fare quello che dici servono soldi (e quelli si trovano), competenza (anche quella si trova, ma diventa già più difficile), sincerità e trasparenza (e qui ritorna l’ITALIANS di cui sopra).
    Sono convinto come te che quella da te proposta si al a via del futuro, bisogna lavorare sui vitigni che sono, insieme all’eterogeneità dei suoli il vero valore aggiunto del nostro paese, e poi zonazione ma quella vera.

  9. No, caro Enrico, non servono soldi, ma una solida collaborazione tra le persone competenti in materia e le autorita’ enologiche. Se lei sapesse quanti sono gia’ impegnati in quest’opera, da Lanati a Scienza per non parlare di alcune medie aziende su tutto il territorio nazionale, con le rispettive universita’ locali e con mezzi gia’ esistenti e programmati! Martelli lo sa bene ed e’ per questo che attendo di leggere cio’ che ha scritto a Franco, sperando che affronti appunto il tema. Lei che e’ un viticoltore di montagna ha diritto di sapere che cosa si muova anche in favore della vostra eroica attivita’, che va valorizzata maggiormente (e qui sì che si devono trovare strumenti anche nuovi di sostegno). Buona attesa…

  10. Caro Mario,
    non posso non essere d’accordo, purtroppo però ci si trova in situazioni in cui a volte i formalismi hanno la meglio sulla ragione pratica.
    Io per deformazione professionale sono un pratico, so cosa è meglio per me e per la mia azienda, mi ci sono voluti 10 anni per capirlo e ho avuto la fortuna di poterlo capire.
    Allo stesso modo lo hanno capito altri, sempre con sforzi propri.
    Mi chiedo perchè, anche di fronte alle evidenze, di fronte ai risultati, di fronte alla disponibilità di condividere le esperienze conscio del fatto che da soli non si va da nessuna parte ma che debba essere il territorio il vero protagonista, ci si ostini a barricarsi dietro ai disciplinari o alle tesi sostenute da presunti tecnici che di quel territorio poco o nulla sanno se non la dislocazione geografica.
    Tutti sappiamo che il sapere è vasto, ognuno ha le sue competenze, serve oltre che la volontà di collaborare anche l’umiltà di saper ascoltare chi magari non è laureato ma ha le mani callose e la schiena dolorante e conosce un territorio, bisogna partire dalla base, da noi e noi dobbiamo farci sentire anche e soprattutto sui blog.
    Se è vero come credo che la corsa alle docg sia un espediente per anticipare la competenza europea allora vuol dire che proprio non ci siamo.
    E’ necessario fare informazione e formazione del consumatore, far capire che docg non è sempre e necessariamente sinonimo di qualità e che tavola non è sempre e necessariamente sinonimo di bassa qualità.
    E’ necessario far capire che la volontà, la storia e la vocazionalità di un territorio e di chi lo lavora vanno oltre le carte e che produrre vini da tavola è la vera anticamera per la redazione di un disciplinare che sia il più rispettoso possibile delle tradizioni, della storia, della vocazionalità e dei vitigni di un territorio.
    ps: la ringrazio per la definizione di eroica attività, la mia è una viticoltura con oggettive difficoltà ma rimane sempre viticoltura come le altre e al pari delle altre chiede rispetto e considerazione per quello che può e sa esprimere.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *