Guerre del vino: sempre di più poesia e verità contro potere e denaro? Riflessioni a margine di un post di Jamie Goode

Voglio invitare tutti coloro che trovano ingenerosi o eccessivi o ingiustamente “cattivi” alcuni miei articoli o taluni interventi non certo favorevoli o teneri verso le Grandi Aziende del Vino Italiano, contro Dinastie ricche e potenti oppure potentati industriali che provano (e spesso ci riescono) a condizionare le scelte delle denominazioni dove operano e che addirittura considerano “cosa loro”, a leggere attentamente un articolo scritto da un importante wine writer britannico, Jamie Goode, autore del sito Internet Wine Anorak, columnist del newspaper The Sunday Express e collaboratore, potete leggere qui il suo curriculum professionale, di importanti testate, tra cui The World of Fine Wine.
Nella sezione blog del suo sito, Goode ha pubblicato recentemente un post dal titolo, suggestivo, di The coming wine war, la guerra del vino in arrivo.
Così come ha fatto un altro eccellente wine writer, questa volta californiano, Steve Heimoffvedete qui – vi invito a mia volta a leggere attentamente le parole di Goode.
Per facilitarvi riporto integralmente, citata doverosamente la fonte, il post di Jamie:
“There’s a clash of cultures in the world of fine wine, and before too long it could become a war.
On the one hand, we have the fine wine establishment, which is dominated by Bordeaux, but also includes the top Champagne houses, as well as a few others such as the super-Tuscans. This is wine as a luxury good or an investment vehicle. It’s where the money is.
On the other hand, we have the emerging terroiriste/natural wine movement. This is somewhat counterculture, and its development as a category threatens the status quo of fine wine. As the message of authentic wine with a sense of place – made by people driven by passion rather than profit – gains traction, it is causing a degree of discomfort in the fine wine establishment. While things are currently very rosy-looking for the top Bordeaux properties, I wouldn’t be surprised if the more enlightened proprietors are casting an anxious glance at the success of events such as the three day natural wine fair held in Borough market this May, just as the large (and currently dominant) Champagne houses have been discomfited by the critical acclaim given to grower Champagnes.
Expect to see an increasingly hostile, organized reaction towards the natural wine movement, and those journalists who support it.
There are already many people briefing against natural wines. As is so often the case, money is at the heart of this conflict.
Bordeaux enjoys a favoured role in the world of fine wine. It has a high, almost dominant profile. The prices paid for top Bordeaux have escalated over the last decade, and this has made the top Chateaux quite wealthy. They will find the natural wine movement threatening because it exposes high-end Bordeaux for what it is: on the whole, somewhat less interesting than the newly emerging terroir wines from other regions.
My prediction is that Bordeaux will seek to protect its place – and wealth – by bringing its influence to bear where it can. Already it holds leading journalists close, through quite lavish hospitality and access to rare older vintages for the privileged few.
Some journalists have spotted where the money is, and for this reason have chosen to write extensively about Bordeaux.
The top Châteaux’ sizeable advertising spend ensures that consumer wine magazines have a strong focus on the region. Perhaps these magazines will be discretely avoid giving coverage to the profoundly interesting (yet cash poor) terroiriste and natural wines, which come with zero advertising spend. When it comes to wine education, there’s the horrible possibility that major sponsors of the WSET and IMW could seek to influence what is being taught to students of wine.
I would hope that the curriculum of these wine education bodies is independent of any commercial pressure, but it may be in the future that generous sponsorship comes with implicit ‘strings’ attached.
It could reach the stage where passion-driven journalists who write at length on wines that they find more interesting (such as natural wines) are ostracised by wine publications anxious to protect their advertising revenue.

It would be a terrible shame, but it is not inconceivable that journalists may forced to choose between writing what they would like to write, and following the money.
In the past, there would be nothing that anyone could do about this. Fortunately, in the age of the internet, there are independent voices left – and they will be heard”.
Riflettete sull’attacco del pezzo, laddove l’autore sostiene che “c’é uno scontro di culture nel mondo del vino di qualità scontro che presto potrà diventare una Guerra. Da una parte abbiano l’establishment del vino di qualità, dominato da Bordeaux, ma che include le Grandi Maison de Champagne oppure pochi altri come i produttori di Super Tuscan. Per questi il vino è un bene di lusso o una fonte di investimento. Va dove ci sono i soldi”.
Dall’altra parte invece, come sottolinea, c’è “l’emergente movimento del vino naturale o di terroir. Una forma di contro cultura ed il suo sviluppo come categoria a se stante minaccia lo status quo del vino di qualità. Come messaggi di vino autentico dotato di un preciso senso di origine, prodotto da persone animate dalla passione prima che dal profitto, conquista consensi e causa una forma di sconforto nel mondo dell’establishment del vino di qualità”.
L’accusa è precisa, circostanziata, velenosa il giusto e ricorda per certi versi quel capolavoro, che vale la pena rivedersi periodicamente che è il documentario Mondovino di Johathan Nossiter.
Steve Heimoff nel suo commento al post di Jamie Goode osserva che la devozione di quest’ultimo “to “the emerging terroiriste/natural wine movement,” while romantic, is a little ideological, especially considering how difficult it is to identify who is a “terroiriste/natural” winemaker and who isn’t”, ovvero che la devozione di Goode al movimento “terroirista” è romantica a anche un po’ ideologica.
E’ però difficile non condividere quello che Goode afferma, soprattutto quando mette dalla parte dell’establishment insieme a Bordeaux i produttori di Super Tuscan…
Lo scenario che il giornalista inglese paventa è quello, tutt’altro che utopico, di un Establishment che infastidito dall’ondata di novità e di autenticità rappresentata dal movimento del vini naturali, dei vini prodotti con il cuore e con passione e non solo sull’onda di un ben calcolato e freddo wine business, arrivi a condizionare e strumentalizzare una parte della stampa. E non solo i “newbies”, gli ultimi arrivati (soprattutto quelli attivi su Internet su siti e blog), molto sensibili alle lusinghe furbe di chi strumentalmente mostra interesse e considerazione nei loro confronti per arrivare meglio a guidarne le mosse.
Questo perché da un lato getti discredito sul movimento dei vini naturali e dall’altro si schieri apertamente, per realismo o per comodo, dalla parte degli storici produttori. Delle aziende che magari, in alcuni borghi del vino, danno occupazione a tanti abitanti, come si è soliti ricordare quasi per dare loro una sorta di licenza di fare quello che vogliono…
Ma poi Goode, parlando del rapporto, evidentemente non trasparente e del tutto corretto, tra giornalismo del vino e mondo produttivo, afferma che “Some journalists have spotted where the money is, and for this reason have chosen to write extensively about Bordeaux”, ovvero che ci sarebbe una parte della stampa che fiuta dove ci sia il danaro e sceglie di scrivere diffusamente dei vini di Bordeaux ritenendo che convenga farlo.
E poi, affermazione ancora più grave, sostiene che “The top Châteaux’ sizeable advertising spend ensures that consumer wine magazines have a strong focus on the region. Perhaps these magazines will be discretely avoid giving coverage to the profoundly interesting (yet cash poor) terroiriste and natural wines, which come with zero advertising spend”, ovvero che i “top Châteaux” investendo massicciamente in pubblicità su determinate riviste dedicate al grande pubblico dei consumatori si assicurano il fatto che quelle riviste scrivano diffusamente di loro, mentre non potendo il movimento wine terroirist potendo replicare, investendo a propria volta in advertising, è facile che quelle riviste decidano di non occuparsi più di tanto della sua filosofia e dei suoi esponenti.
Gravissimo, ma ancora più triste e desolante il quadro che Goode descrive (e se conoscesse la wine scene italiana sarebbe ancora più preoccupato…) nella parte finale del suo post, laddove viene descritto uno scenario di dichiarato condizionamento e restrizione della libertà di stampa “where passion-driven journalists who write at length on wines that they find more interesting (such as natural wines) are ostracised by wine publications anxious to protect their advertising revenue” dove giornalisti che scrivono da lungo tempo di vino e guidati dalla loro passione e che avessero intenzione di scrivere dei vini naturali dovessero subire l’ostracismo di riviste ben preoccupate di difendere i proventi ricavati dalle pubblicità.

Sarebbe una cosa terribile, annota, ma non sarebbe inconcepibile che i giornalisti si trovassero costretti a scegliere tra scegliere di scrivere delle cose che vorrebbero scrivere e la necessità di seguire invece le ragioni del portafoglio e del business.
In passato, annota ancora Goode, “non ci sarebbe stato nulla da fare, ma fortunatamente nell’era di Internet restano molte voci indipendenti che continueranno ad essere ascoltate”.
E di fronte a scenari del genere che ritraggono anche una stampa generalmente considerata libera ed indipendente come quella anglosassone propensa a farsi “guidare” dalle leggi del business, noi che in Italia siamo abituati da tanto tempo a vedere tanta informazione sul vino condizionata pesantemente dal peso della pubblicità delle Grandi Aziende, e ormai entrata nell’ordine di idee di non pubblicare cose che possano infastidire i padroni del vapore, gli industriali che si vergognano di farsi chiamare tali e si atteggiano a vignerons, come potremmo essere delicati nello scrivere di loro e andarci, come ci suggerisce con sussiego qualcuno, con i piedi di piombo? Sono sempre più il business, gli interessi di bottega a condizionare la libera informazione sul vino e dobbiamo essere grati a Jamie Goode di avercelo ricordato

28 pensieri su “Guerre del vino: sempre di più poesia e verità contro potere e denaro? Riflessioni a margine di un post di Jamie Goode

  1. direi che il vero pericolo per chi ama il vino sia il conformismo.
    Gli scenari del grande business sono da tempo dominati dal marketing di brand che solo le grandi (in senso economico) aziende si possono permettere, a colpi di campagne mediatiche costosissime, oppure dai bulk wines che riempiono gli scaffali dei discount e della gdo di bottiglie e cartoni a prezzi ridicoli, insostenibili per chi lavora in vigna.
    La risposta alternativa sembra essere tutta in una parola d’ordine, “naturale”, che è già diventata però preda dei furbetti, spesso delle stesse aziende di cui sopra.
    Sarò forse uno snob, ma insisto a pensare che invece il futuro di chi fa vino, e di chi ama il medesimo, continui a risiedere dove è sempre stato: nel binomio CULTURA & QUALITA’ REALE. Del resto è successo anche nell’abbigliamento, dove le “firme” costose e dai prezzi gonfiati, esagerati e non rispondenti al valore del prodotto, sono ormai riservate a un cliente fatuo, che vive di fumo e apparenze. Gli stracci, per naturali che siano, altresì non sono più di moda, in quanto tali. E tuttavia c’è tanta gente che veste con gusto, sobrietà e badando al sodo. Si chiama eleganza.

  2. Concordo in tutto e per tutto con Maurizio Fava. Aggiungendo
    però che se i vini territoriali e di qualità non escono fuori dalle tenebre,o comunque dalle stanze dei ”riti iniziatici”,vanno poco lontano.Va bene essere sulle migliori guide,piuttosto chè sulle migliori riviste.Però bisogna cominciare ad arrivare al grande pubblico,anche a costo di investire qualche soldino.Sennò continueremo a sentirci dire,noi venditori:”Buono ‘sto vino,bella’sta azienda,ma chi è,o di dov’è?”. ‘Na fatica!

  3. Sottoscrivo in toto quanto puntualizza Maurizio Fava. Inoltre, aggiungendo che attiene all’etica di chi scrive scegliere di chi occuparsi e di come occuparsene. D’altro canto, le problematiche ben espresse dal giornalista inglese sono sempre esistite e sempre esisteranno. Così come le persone e i professionisti onesti, competenti, appassionati, curiosi, in costante tensione e propensione verso fatti e personaggi stimolanti. O no?

  4. Mi associo al commento di maurizio fava@, qui sopra, che inoltre usa un sostantivo di cui a lungo ho sentito la mancanza nel mondo del vino – “eleganza” – qualcosa che non vuole (più) dire lusso, e che sempre di più vuole dire autenticità, semplicità.
    Sono osservazioni che vengono sistematicamente ignorate da chi avrebbe tutto l’interesse a seguire gli ‘andamenti del mercato’.
    I vini di cui parla Goode sono la conseguenza (markettisticamente parlando) e il frutto di movimenti, sentimenti e culture che sono in piena crescita. Non si tratta ‘solo’ di vino, ma è una vera e propria rivoluzione culturale, in marcia da anni e di cui ha dato conto Giampaolo Fabris, con inarrivabile tempestività, da alcuni anni, appunto.
    Giampaolo non c’è più, ma le stesse riflessioni – che ritrovo nei suoi libri e in testi di altri ricercatori, anche giovani – sono ascoltate da tutti quelli che hanno a che fare con il mercato.
    Su un altro blog, si è commentato variamente – in questi giorni – l’affermazione di Lamberto Frescobaldi (“sono un contadino”). Ebbene, sull’onda di quello che scrive Goode, e che Ziliani ha perfettamente (e non da oggi) colto, mi sento di dire che quell’affermazione di Lamberto Frescobaldi potrebbe scaturire dall’aver capito che il vento sta cambiando direzione.

  5. D’accordo con Goode e con Ziliani. Vedo solo il rischio di cadere nel “contadinismo”: non pensiamo che uno perché è un contadino necessariamente metta la passione davanti al profitto, al contrario dell’industriale. Purtroppo non è sempre così. Cambiano i mezzi disponibili, non necessariamente la mentalità e l’ambizione. Basta vedere quanti viticoltori di fronte ai primi successi hanno fatto il passo più lungo della gamba per diventare sempre più grandi, per comprarsi la Mercedes o per diventare industriali. In realtà sono molto pochi quelli che sanno gestire il senso del limite.

  6. Vorrei spuntare una lancia in senso opposto. Chi ha perlomeno sessant’anni si ricordera’ senz’altro che una quarantina di anni fa era molto dura parlare di vini “bianchi”, perche’ di veramente bianchi, trasparenti, profumati, cristallini e dissetanti ce n’erano pochi; in gran parte erano gialli, un po’ torbidi e ossidati, con profumi strani, forse molto “contadini” ma certamente non affascinanti. C’e’ voluta la tecnologia del freddo, c’e’ voluta la prima DOC alla Vernaccia di San Giminiano, ci sono volute le grandi aziende come la Santa Margherita, la Rivera, la Zonin, la Cavit, la Duca di Salaparuta (ed altre che, non si offendano, non posso nominare tutte) per produrre un’inversione di tendenza e costringere anche le cantine sociali prima e le piccole ad adeguarsi ed a produrre qualitativamente ed igienicamente meglio. Oggi i “bianchi” sono davvero una gran meraviglia, c’e’ una scelta vastissima di grandi vini e anche di vini buoni a prezzi ragionevoli che una volta non c’era proprio.
    A quell’epoca ricordo che molti miei amici andavano a prendersi il vino con la damigiana sull’imperiale (sul portabagli) dal “contadino”, ma non tutti poi potevano vantarsi di poterne bere in quantita’ senza avere problemi renali anche gravi dopo. Certi “contadini” erano splendidi davvero, pecato che non ce n’e’ quasi piu’. Ma certi erano buoni, bevibili, pero’ non salubri. Insomma, mi sembra che Maurizio Gily come sempre abbia centrato il bersaglio e l’invito alla prudenza nel giudicare troppo male le grandi aziende e troppo bene quelle famigliari sia comunque da sottoscrivere.
    I due mondi sono oggi sempre piu’ separati. C’e’ quello dei vip, dei concorsi, delle luci della ribalta, dei premi, delle guide, delle riviste patinate, degli enologi griffati e poi c’e’ quello delle vecchie mani callose che zappano a mano un ettaro o due da tre a cinque volte l’anno chissa’ ancora per quanto, ma ha ragionissima Maurizio Fava nel fare il paragone con il gusto nell’abbigliamento e nel proporre il binomio Cultura & Qualita’ reale.

  7. sono pienamente d’accordo, tanto da aver cacciato dall’azienda un giornalista qualche tempo fà, proprio per queste ragioni. dovreste scrivere all’infinito di tutte queste cose. buon lavoro ff

  8. Ho letto tre volte il post di Wine Anorak – da tradursi con tenerezza come Wine Eskimo?
    Il giovane ed entusiasta Jamie Goodie segnala al lato i suoi “even older” blog fino al 2001, é da considerarsi quindi un veterano del blog, ma per quanto riguarda il vino in generale mi sembra un tantino acerbo.

    Non mi sento quindi di condividere la sua analisi che trovo superficiale e ristretta.

    Se vogliamo parlare del potere e dei soldi nel mondo globale del vino altro che Bordeaux, Champagne e, figuriamoci, quella manciata di Super Tuscan che ancora sopravvivono!
    I pesi massimi si chiamano Constellation, Pernod Ricard, Diageo, ecc e i quattrini li fanno con gli spirits non con i vini.

    Se vogliamo parlare di potere mediatico certo che società di grandi possibilità economica, come alcune dello Champagne e qualcuna in meno nel Bordeaux, più altre numerose nel Nuovo Mondo, si pagano più visibilità con pagine pubblicitarie e redazionali di wine writers amici.

    Ma che il movimento di espansione dei vini “bio” svolga una funzione terroristico/destabilizzante e per questo si cerchi di farlo tacere mi sembra una grossolana approssimazione.

    Alle grandi aziende “industriali” la micro avanzata di questi vini gli fa proprio un baffo.

    Per motivi diversi mi sento vicina sia a Mario Crosta che a Corrado Dottori. Al primo, oltre che per l’età, perché ha una visione più “storica” e distaccata del nostro passato recente e al secondo perché non approfitta della sua posizione di portabandiera di vino naturale di altissima qualità per proclami esagerati, ma tiene i piedi ben piantati nella vigna.

    Infine, riguardo ai giornalisti prezzolati dai cattivoni industrialoni che ignorano o sparlano dei vini “bio”. Per questo genere di persone, per me una minoranza nella loro categoria, non c’é certo bisogno del movimento verso i vini naturali per diventare corruttibili.

  9. Mi associo al commento di corrado dottori@: quali schieramenti?
    Mi sembra che siano due mondi che non hanno ragione alcuna per ‘guerreggiare’; i numeri sono talmente diversi. Sarebbe come mettere in relazione l’immenso (e potente) mondo dei McDonald’s e affini con i ristorantini sparpagliati nel mondo, in cui uno va ad assaggiare ‘quel piatto speciale’! Assurdo.

  10. Sig Ziliani,
    sono spiacente di farglielo notare ma lei non è molto in linea in base a quello che ha scritto su altri suoi articoli precedenti.

  11. Li ho definiti due mondi, infatti, proprio perche’ sono totalmente diversi e sempre piu’ nettamente separati da concezioni del mondo diverse (weltanshauung, in tedesco), non da dimensioni diverse. A livello mondiale, perche’ il fenomeno non c’e’ soltanto in Italia, ci sono delle grandi aziende che sono passate al biologio seriamente (o che lo sono sempre state per via delle piu’ favorevoli condizioni pedoclimatiche), come ci sono delle piccole e medie aziende che di “contadino” non hanno mai avuto proprio un bel niente. Bisogna dire che in tutto il comparto alimentazione c’è sia una diffusione di prodotti industriali predominante sia una distribuzione di nicchia di prodotti “bio”, sempre piu’ in crescita ma certamente non in certo “in guerra”. E’ sperabile che si vada verso prodotti sempre piu’ naturali, ma che siano anche igienicamente sani e salubri, cosa che in passato, quando erano naturalissimi, non era certo assicurata automaticamente. Penso che l’informazione abbia il dovere di non radicalizzare ne’ estremizzare un bel nulla, ma di riportare i fatti come sono, con buonsenso e lungimiranza. Per esempio, mi e’ piaciuto l’approccio al problema proposto da Filippo Ferrari nel suo blog, dove espressamente titola “Tornare ad un’agricoltura priva di certe innovazioni sarebbe un errore ma fare agricoltura in modo meccanicistico e senza certe attenzioni, ad oggi è controproducente”.

  12. Le faccio presente che il termine “incoerenza” lo sta aggiungendo lei Sig. Ziliani.Io, mi sono limitato a scrivere “non in linea”, che a mio modesto parere hanno due pesi differenti, in quanto se lei fosse un “incoerente” non starei a leggere il suo blog.
    Lei gestisce, scrive, e ne risponde del suo blog. Penso, col dovuto rispetto che le porto, che non spetta a me elencarle una serie di suoi articoli NONO IN LINEA con quanto afferma Goode e Heimoff.

  13. Si vada a rileggere i suoi articoli in cui lei consigliava vivamente hai suoi lettore di acquistare vini da GDO in promozione presso una nota catena di supermercati. Le sembra in linea con quanto afferma in questo suo articolo?

    • io ho proposto di acquistare il Dolcetto di una piccola cantina cooperativa delle Langhe, che lavora con lo spirito della piccola azienda, non ho invitato ad acquistare i vini degli industriali del vino…

  14. Se una “piccola” cooperativa è in grado di distribuire vini tramite GDO in gran parte dell’Italia forse cosi piccola non lo è. Ma il punto non è la grandezza della cooperativa in questione, ma il messaggio che lei invia ai suoi lettori? Se difende il bio, terroir e tradizione difficilmente può andare in simbiosi con GDO e macromercati.Lei queste cose le dovrebbe sapere molto meglio di me.
    Inoltre lei ogni tanto sostiene le idee di presidenti di consorzi che a loro volta sono titolari di grosse aziende, anche in questo caso non mi è ben chiara la sua linea. Se la sua linea si attiene semplicemente all’operato del consorzio appoggio pienamente le sue opinioni. Ma lei lo sa meglio di me che se un presidente è anche titolare di un azienda potrebbe considerarsi un conflitto di interessi.

  15. Mi pare che ci sia un equivoco.

    Tra il dare conto che i vini bio e dintorni (o i vini che nascono da produttori che vogliono mettere l’accento sulla loro ricerca della naturalità) sono un fenomeno emergente (ancorché piccolo, come osserva qualcuno, anche in questi commenti) e l’apprezzamento per vini che provengono da metodi colturali più praticati o da cantine che fanno numeri più grandi, non mi pare ci sia contraddizione. Purché ognuno sventoli la propria bandiera e non pretenda di essere quello che non è.

    Soprattutto poi se ogni vino ha qualcosa di vero da dire e l’etichetta corrisponde alla realtà dei contenuti; lo scrivo senza intenzioni polemiche, ma solo per quello che significano le parole.
    Invece vorrei sottolineare un preciso merito dei produttori ‘bio’o ‘naturali’, che è senz’altro quello di aver provocato – con le loro scelte e discussioni – una grande attenzione per l’uso delle sostanze più ‘pesanti’ nella vigna.

    Sempre più produttori, anche decisamente grandi (industriali), per esempio, abbandonano il diserbo chimico, c’è più attenzione agli anti muffa, c’è in generale più riguardo per la terra. Se penso a solo dieci anni fa, c’è un salto qualitativo quasi generale che va anche a vantaggio della salute degli uomini e donne che lavorano nelle vigne e nei campi, nonché a vantaggio dei consumatori.

    E tutto ciò avviene grazie a chi – magari preso per i fondelli, perché troppo convinto nell’esprimere le proprie opinioni – ha aperto una discussione che discende da prese di coscienza e da riflessioni più avanzate, che comportano spesso costi economici e morali derisi o addirittura denigrati, perché prescindono dal puro business.
    Una scelta considerata inammissibile, quasi da scemi, in tempi in cui si dà valore esclusivamente al (in questo caso, vile) denaro.
    Una scelta che – guarda caso, invece – spesso premia chi la fa, anche in termini di gradimento da parte del mercato. Un fenomeno certamente marginale, tutt’ora, ma che non è passato inosservato ai (grandi) produttori più attenti, sempre alla ricerca di ‘claim’ che possano aggiungere valori interessanti alla ‘conversazione sui loro prodotti’.

    Non si tratta di numeri, ma di tendenze, che troppi, tra coloro che devono portare a casa fatturato, non sono abituati ad osservare o a tenere in conto.
    Per ciò che riguarda il giornalismo – anche nel caso del settore vinicolo, come in altri – ci può essere (c’è!) qualcuno sensibile al “regalone”, come tra gli editori c’è un’innegabile attenzione nei confronti degli utenti pubblicitari.

    Si spera che siano fenomeni non totalizzanti. Se invece fossero fenomeni che marginalizzano (sulla stampa) i vini al centro di questo post, tanto meglio: il mercato (numeri piccolissimi, nel caso de cuius) è un’altra cosa e avviene altrimenti.

  16. cacciato perchè non aveva mai scritto un pezzo senza prendere un euro influenzando di molto le sue parole, mentre credo che un giornalista debba saper e poter scegliere su chi o cosa spendere le sue parole….giusto per cultura e piacere di divulgare

  17. Voci attendibili di professionisti della filiera vitivinicola riferiscono che i negoçiants di Bordeaux riescono faticosamente a disfarsi dei tanti milioni di ettolitri che qui si producono solo alle seguenti condizioni: 1) per ogni bottiglia di grand cru acquistata é obbligatorio acquistare X bottiglie di vini di minor prestigio; 2) per agevolare la conclusione dell’affare i suddetti grands crus sussidiano indirettamente i produttori minori facendo bassi margini (sono gli attori che stanno più a valle nella filiera – importatori, grossisti e dettaglianti – a fare il prezzo a cui il consumatore finale acquista la bottiglia).
    Se tutto ciò è vero ed è indicativo d’un trend, per lo meno qui nel bordolese dove la sovrapproduzione è diventata cronica in molte appellations (in alcuni milieux se ne parla ormai nei termini della “problematique de la place de Bordeaux”), il movimento terroiriste sta già dando e darà sempre più fastidio ai potentati del vino locali e globali.
    Dire che il vento stia cambiando a favore di vini più tipici e genuini forse è prematuro (vale comunque la pena accennare al fatto che Chateau Latour dal 2008 continua ad aumentare il numero di ettari coltivati in biodinamia, che rimangono comunque pochi sul totale: tentativo scaltro d’addomesticare il fenomeno o schietto cambio di rotta?). Tuttavia, i risvolti della guerra che si profila potrebbero essere molto più imprevedibili di quello che le forze finanziarie in gioco lascerebbero credere a priori.

  18. Aggiungo a quello che riporta Nico Bonizzoni@: a Montalcino c’è una crescita di new entries nel biologico – tra i piccoli produttori – ma c’è anche un’azienda grande in riconversione – Col d’Orcia – e non importa poi così tanto la motivazione che anima queste scelte: tra l’essersi accorti che il bio ‘tira di più’ o il pensiero che ‘è ora di inventarsi qualcosa di innovativo per aggiungere valore al prodotto’ e l’idea che ‘è tempo di trattare meglio la terra (e i consumatori, aggiungo io)’, apparentemente c’è un vallo profondo.

    In realtà poi i risultati della scelta si assomiglieranno, anche se di solito chi sceglie la strada della ‘naturalezza’ per vocazione anima la sua scelta con una passione che ‘si sente’ in modo pervasivo.

    Il fatto è che queste scelte appartengono tutte a un clima notevolmente cambiato, in generale; il biologico o biodinamico sono la punta emergente di macro cambiamenti di atteggiamento dei consumatori (e dei cittadini), un po’ in tutto il mondo, che non riguardano solo il vino ma addirittura l’abbigliamento, ovviamente l’alimentazione, la cura della persona e della casa, l’atteggiamento verso la diversità, nei confronti degli animali e del mondo vegetale; insomma proprio tutto un mondo che sta cambiando modo di pensare, aiutato e sospinto dalla crisi che ha lasciato meno soldi a molti, e a tutti sta suggerendo di vivere in modo diverso. Non muoverà gran che, forse, ma intanto crescono i numeri e gli imprenditori (grandi) che guardano più avanti (Avignonesi ha messo a biodinamica tutti i suoi cento ettari vitati). Saranno scelte ininfluenti, secondo alcuni, io invece credo che siamo a una svolta.
    (Poi è vero che in Cina c’è un crescente numero di soggetti che affluisco al lusso; ma la velocità con cui i cinesi stanno bruciando le tappe di un percorso che in occidente ha richiesto mezzo secolo, fa pensare che i loro comportamenti attuali evolveranno rapidamente)

  19. Silvana, lei ha una lente d’ingrandimento davvero utilissima per vedere “dentro” le cose che avvengono. Complimenti! E spero che abbia anche una sfera di cristallo. Grazie a lei, ora vedo rosa anch’io.

  20. Caro Mario, se avessi una sfera di cristallo avrei previsto quello che sta accadendo in questi istanti nei “salotti” (porcili?) della finanza…
    Però – Mario carissimo – leggo le ricerche di mercato, quelle vere su cui si basano le imprese per le scelte strategiche. Se sono fatte bene rivelano con anni d’anticipo tendenze che magari noi percepiamo, ma di cui la più parte delle volte non ci rendiamo conto.
    Per ciò che riguarda i vini naturali, mi è sempre parso che fosse, più che una tendenza, una stradella piccina, battuta da pochi, con un certo fideismo (vedi agricoltori del Vermont e dintorni), invece mi sto rendendo conto che le implicazioni sono altre, ben più ampie e profonde.

    Mi fa piacere legger(ti?) su questo blog. Con stima. S:B:

  21. Biasuttik, a me fa sempre un gran piacere leggerti dovunque, anche quando non ti commento perche’ sei così chiara che non c’e’ bisogno di appendici…

  22. Hai proprio ragione, Franco, fino al punto esclamativo. Abbiamo davvero un gran bisogno di leggerla, abbiamo un gran bisogno di leggere il pensiero delle donne del vino per cambiarlo, questo mondaccio cane! Senza di lei, senza di loro, vedremmo soltanto nero, ci comporteremmo come i tifosi sugli spalti, non come i veri signori tipo l’Alpino, l’Avvocato, il nostro indimenticabile Peppino che ci vede da lassu’, ci legge e sorride…

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