Meditate riflessioni sul Rosso di Montalcino di un produttore storico

Stefano Cinelli Colombini, autorevole produttore in quel di Montalcino, proprietario di una delle storiche aziende produttrici di Brunello, la Fattoria dei Barbi, nonché creatore del Museo del Brunello, ha inviato una interessante lettera ai produttori di Montalcino, che in questo periodo sono convocati dalla Commissione tecnica del Consorzio per discutere (ancora?!) dell’ipotesi di cambiamento di disciplinare del Rosso di Montalcino, proponendo delle riflessioni estremamente pacate.
Avendo ricevuto, da più produttori, questa lettera, ho chiesto a Cinelli Colombini il permesso di poterla pubblicare.
Permesso accordato dal produttore ilcinese, a due condizioni, che io sottolineassi che “non le ho mandato io la lettera.
Secondo, voglio che sia chiaro che lo scopo della lettera non è quello di fare una crociata. Tutto ciò che chiedo è che prima di iniziare una inutile guerra si verifichi (con una raccolta firme, che è innocua) se questa proposta può avere i numeri per passare in assemblea a voto palese. Da quanto ne so non la vuole quasi nessuno, e un’altra proposta strabocciata in assemblea metterebbe in crisi il necessario rapporto di fiducia tra i soci ed il Consiglio. Nessuna persona di buon senso può volere questo”. Precisato questo, non posso che augurare buona lettura, invitando tutte le persone di buona volontà, che non mancano per fortuna a Montalcino, di fare tesoro delle parole del loro collega. Buona lettura

“Cari amici e colleghi produttori, sono appena stato ad una riunione organizzata dal Consorzio sull’introduzione di altre uve nel Rosso di Montalcino, e vi scrivo per farvi partecipi di una mia forte perplessità. Siamo di fronte ad un problema serio, perché una recente assemblea ha votato a larghissima maggioranza contro l’introduzione di altre uve nel Rosso di Montalcino.
Un voto dell’assemblea non si può mettere in discussione dopo pochi mesi. Con la massima pacatezza vorrei ricordate che siamo appena usciti da una tremenda spaccatura, che é avvenuta proprio perché un Consiglio si é intestardito a chiedere voti su voti su un argomento (il taglio nel Brunello) a proposito del quale l’assemblea aveva espresso un chiaro dissenso.

Il messaggio dato dai soci é evidentissimo; i Disciplinari si toccano solo se prima c’é un diffuso e chiaro consenso. Come si fa a registrare se c’é un consenso? Basta chiedere una firma ai soci che desiderano cambiare i Disciplinari. Noi eravamo quattro gatti, eppure abbiamo raccolto le firme di più di due terzi dei soci contro il taglio del Brunello in una sola settimana; sono certo che il Consorzio ha mezzi e personale per fare ben meglio di noi. Se in tanti firmeranno allora sarà giusto e corretto chiedere la verifica del voto assembleare che ha rifiutato il taglio, altrimenti fermatevi.
Chiunque viva questa comunità  sa che il taglio verrà  bocciato in assemblea, e che questo voto spaccherà  di nuovo in due i soci con inevitabili tempeste mediatiche.
Evitiamoci questa inutile contrapposizione, un nuovo conflitto tra assemblea e Consiglio genererà  solo paralisi e la paralisi non conviene a nessuno.
Non mi interessa chi ha torto e chi ha ragione, ora più che mai ci serve un Consiglio che sappia conquistare la fiducia dei soci, non uno che si prenda di punta con loro.
Oltretutto l’unico motivo plausibile in favore del taglio é caduto, perché non é più vero che le vendite del Rosso di Montalcino calano; il direttore Campatelli dice che nei primi sei mesi del 2011 sono state ritirate 500.000 fascette in più rispetto ai primi sei mesi dell’anno scorso, é un aumento fenomenale.
Prima ci poteva essere un dubbio, ma ora i numeri dimostrano che le vendite del Rosso di Montalcino dipendono dal prezzo del Brunello e non dal sangiovese; con il Brunello sfuso a 300 € ettolitro non si vendeva più Rosso, con il Brunello a 800 euro il Rosso vola a +40% nelle vendite.
Se ci pensate é logico, se una bottiglia di Brunello costa pochi Euro più del Rosso tutti comprano il Brunello. La cura per la malattia del Rosso di Montalcino sono gli alti prezzi del Brunello e non il taglio, che renderebbe il Rosso forse tecnicamente migliore ma uguale a tanti altri ottimi vini che costano molto meno; non basta mettere il marchio Ferrari su una Panda per venderla a centomila Euro, e non basta il nome Montalcino per vendere facilmente ed ad alto prezzo un vino tecnicamente perfetto, ma uguale a tanti altri che costano tre o quattro Euro.
Il vostro collega della Fattoria dei Barbi Stefano Cinelli Colombini”

24 pensieri su “Meditate riflessioni sul Rosso di Montalcino di un produttore storico

  1. Non c’è che dire…il dono della sintesi e dell’efficacia non manca certo al sig. Colombini.
    Francamente non vedo cos’altro si potrebbe aggiungere a una comunicazione simile.
    A titolo strettamente personale, mi sento di precisare solo una cosa: non è sempre vero che “se una bottiglia di Brunello costa pochi Euro più del Rosso tutti comprano il Brunello”. Se io compro il Rosso non è solo una questione di prezzo, perché so di comprare un vino fatto con uve leggermente diverse, con un diverso grado di maturazione, oltre che di invecchiamento, e di poterlo bere “più facilmente” proprio perché meno impegnativo.

  2. Caro Stefano,
    La sua lettera e’ accorata e spero che il suo appello a evitare spaccature trovi sostenitori e che tra produttori possiate trovare quella serenita’ necessaria a migliorare l’immagine ed il contenuto delle vostre bottiglie.
    Io non ce l’ho contro Cabernet Sauvignon, Syrah, Cinsault, Harslevelu, Ekim-kara o Sarah-Pandas per partito preso, perche’ credo che sia giusto che in ogni zona vitivinicola si dovrebbe comunque avere un piccolo vigneto sperimentale a disposizione della facolta’ di Enologia dell’Universita’ piu’ vicina, in genere presso alcune tra le piu’ grandi aziende vinicole. Ce l’ho sicuramente contro il criterio sbagliato di scegliere determinati ceppi per certi terreni ed esposizioni sull’onda di qualcosa che non ha niente di scientifico e che nel giro di pochi decenni puo’ rivelarsi un fallimento. In Toscana, anche a Montalcino, alcuni produttori hanno scelto di espiantare a suo tempo quelle viti di Sangiovese che si rivelavano troppo difficili da coltivare per ottenere grandi risultati, sostituendole con quelle piu’ governabili provenienti dal bordolese, piuttosto che cercare altri portainnesti ed altri cloni di Sangiovese Grosso in quei vivai che nel frattempo procedevano con scientificita’ e successo alla selezione clonale. E poichè in quella stolta impresa avevano profuso enormi capitali, ci sono aziende che non sanno piu’ cosa fare con quei filari “correttivi”. Io non le penalizzerei piu’ di tanto. Anzi le soccorrerei con l’intervento dell’Universita’, che potrebbe sondare e testare i terreni per giudicare se sono adatti o no a quelle varieta’, per poi decidere cosa farne.
    Viviamo infatti nel Terzo Millennio, ma spesso non ci rendiamo conto che la nostra viticoltura e la nostra enologia non possono piu’ esser lasciate in balìa delle baruffe tra schieramenti rivali.
    Come avevo gia’ scritto in questo blog in un commento del 23 agosto 2006 alle 13:46, l’enologo Piero Totis della Genagricola mi disse che quando loro avevano acquistato dei famosi vigneti già esistenti in una famosa zona DOC friulana decisero di avvalersi non degli “enologi volanti”, ma dell’Università per stabilire cosa tenere e cosa espiantare. Si sono così scientificamente sondati e testati a profondità diverse tutti i terreni della tenuta onde stabilire con l’analisi delle “carote” quali portainnesti e quali vitigni fosse meglio usare per ogni parcella. A seguito delle analisi hanno espiantato quei vitigni e quei ceppi che non risultavano i più adatti su certi terreni (e magari vi erano coltivati dal bisnonno e dal nonno, cioe’ considerati “tradizionali”) ed hanno invece lasciato su altri terreni quei ceppi che erano risultati i più adatti (anche se piantati dal padre per uno sfizio, per curiosita’ o per “seguire la moda”). Un’operazione costosa, ma necessaria per non far decidere agli stregoni, ma agli scienziati, le viti piu’ adatte per davvero a quel tipo di terroir piuttosto che ad un altro, che si ripaghera’ certamente nel tempo con una più elevata qualità dei vini. Anche in California l’Università di Davis offre questi servizi e mi risulta personalmente che sia andata perfino in Uruguay ed in Brasile per cercare ettari di terreno vergine adatti alla coltivazione della vite su commessa della Carrau Vinos Finos che voleva investire altrove, ma non certo al buio. In Brasile, che a quei tempi non era ritenuto un buon posto per produrre vino, hanno trovato invece circa 300 ettari di terre rosse che oggi produce un buon vino, una bandiera della moderna enologia brasiliana, ma ci sono voluti alcuni anni di ricerca scientifica universitaria. Mi sembra che tutte le aziende vitivinicole serie, quindi anche quelle ilcinesi, prima di decidere quali portainnesti e vitigni espiantare e quali coltivare sulla base dei sentito dire, delle mode, delle pie intenzioni o delle illusioni dovrebbero appunto far ricorso piuttosto ad un’analisi seria ed approfondita dei terreni e delle esposizioni, visto che le Università di questo Paese saranno anche tanto vituperate, ma sono ben dotate di strumentazioni e di ottimi tecnici al riguardo.
    Alle vostre riunioni dovreste incominiare a parlare non soltanto dei risultati commerciali, che comunque vi assicurano il reddito ed e’ giusto parlarne, non soltanto delle guerre d’opinione tra autoctoni ed alloctoni (chi vince oggi perdera’ magari domani, la ruota gira sempre), ma anche dei rapporti scientifici sulle vostre vigne. Pensate al futuro in modo concreto, che le parole volano mentre le carte rimangono e se le firmano fior di scienziati c’e’ anche da credergli.

  3. La Fattoria dei Barbi ha collaborato con varie università in questo e nei due secoli precedenti, come molte altre aziende montalcinesi. In questo colle si e’ sempre fatta ricerca universitaria, se le capita di venire al Museo della Comunita’ di Montalcino e del Brunello mi chiami e sarò lieto di farle vedere tante ricerche. Il Brunello non e’ frutto del caso, nasce da secoli di studio e passione di tanti personaggi e tante famiglie; anche per questo e’ un patrimonio da custodire gelosamente.

  4. Al di là delle disquisizioni, il rosso di montalcino da sempre per me è “il piacere di un mini-brunello ad un prezzo abbordabile” e per quello lo compro e l’ho sempre comprato.

    Se dovesse cambiare formula per diventare un supertuscan come altri, smetterei semplicemente di comprarlo (ed ovviamente non incomincerei a comprare il più blasonato e costoso fratello maggiore).

    E non credo di essere l’unico a pensarla così.

  5. Trovo difficile aggiungere qualsiasi cosa: mi limito non solo a condividere, ma anche a ringraziare per il coraggio di esporsi.
    E’ proprio questo che in passato non abbiamo “percepito” da parte della maggior parte dei produttori: il coraggio di esporsi, di andare contro i grandi gruppi che vogliono “internazionalizzare” brunello e rosso, che vogliono semplicemente snaturarli in modo che – dopo – non siano più nè brunello nè rosso.
    Mi raccomando, resistete!
    Come proviamo a resistere noi in Piemonte…

    p.s.: come premesso anche da Mario Crosta, anche io preciso che non ho assolutamente nulla contro i vitigni internazionali, che anzi bevo ed apprezzo moltissimo, quando vinificati in determinate zone… non è una guerra a chi è più buono: è una battaglia per continuare a restare diversi.

  6. Caro Stefano,
    la ringrazio per la risposta.

    Non dubitavo affatto della collaborazione con le universita’ che ci ha ben ricordato lei. Diciamo che le ho tirato la volata… e quindi siamo certamente in buone mani!
    Volevo soltanto esser sicuro che nelle vostre riunioni incominciaste a parlare proprio di questo, oltre che dei risultati commerciali e delle guerre d’opinione tra autoctoni ed alloctoni, riportando il confronto alla scientificita’, che fa sempre bene, anzi fa certamente meglio della polemica per partito preso.
    Chissa’ che voglia anche rispondermi a quest’altra mia piccola provocazioncella alla buona: perche’ continuare a dare il nome generico di “Rosso” all’ottimo Sangiovese 100% piu’ giovane di Montalcino e non invece il suo vero nome e cognome e indirizzo, cioe’ Brunello? Basterebbe inserire nel disciplinare della DOCG che si puo’ aggiungere la dizione “giovane” (sotto la denominazione in etichetta) al vino fatto senza obbligo di invecchiamento minimo in legno. Tutto qui. E magari la dizione “riserva” a quello invecchiato piu’ di cinque anni, ma questo e’ un altro discorso. Non sarebbe tutto piu’ semplice?

    Vede, caro Stefano, quel benedetto commentatore che si e’ firmato “mark” un po’ piu’ sopra ha riassunto in sei righe tutto, ma proprio tutto, il nocciolo della questione per quanto riguarda i consumatori. Non ripeto quello che ha scritto, ma e’ stato straordinario… lo rilegga!
    Anche a me, infatti, come a molti, piace di piu’ il fratello minore, specialmente da quando ho potuto capire le sue doti eccezionali godendomi quello del 2002 di Palmucci, che era appunto un Brunello messo prima in circolazione per via dell’annata giudicata non proprio all’altezza per proseguire ancora la maturazione.
    Allora la dizione “Rosso”, generica, potreste appunto riservarla ad un vero “rosso” e cioe’ ad un uvaggio, ad un taglio, ad un blend, esattamente come avviene per tutte le altre denominazioni di “Rosso” DOC della Toscana e dell’Italia intera. Ovviamente parliamo sempre di un vino fatto partendo da uve coltivate in azienda, da vitigni ammessi alla coltivazione dalla provincia e con un minimo di Sangiovese (Grosso, mi raccomando, cercate di specificare il clone sia nella DOC che nella DOCG, che non sia cioe’ riminese…) pari al minimo che era gia’ abituale, sottinteso, nella prima DOC del Brunello del 1966.

    Lei si ricordera’ senz’altro quei tempi. Poco più di cento ettari vitati, quasi la meta’ a coltivazione promiscua. Uno dei vostri giornali locali scriveva allora che Montalcino era “un luogo bello ma dimenticato ed economicamente depresso.” Secondo un altro, la gente invidiava “Poggibonsi ricca di imprese moderne” e sognava di vedere “meno palazzi e torri e più ciminiere”. I mezzadri se ne andavano piuttosto a poggibonsi. Il poco vino che c’era era consumato soprattutto in famiglia o venduto sfuso. all’uso familiare o alla vendita in damigiane. Il Brunello non era il Barolo; non c’erano case vinicole o commercianti. Non ‘era neanche il Consorzio, nato nel 1967 in seguito appunto alla DOC che fece arrivare imprenditori e capitali per esempio fin da Milano (mi vengono in mente Altesino, Caparzo, Case Basse).
    Quel disciplinare aveva in pratica codificato le caratteristiche del Brunello di Tancredi Biondi-Santi, prodotto in altura, con tannini ruvidi ed acidita’ elevata, tanto astringente che bisognava ammansirlo con un lungo invecchiamento in botte. E quella DOC, comunque, non specificava Sangiovese in purezza al 100%, perche’ il vostro territorio e’ talmente grande (piu’ dell’isola d’Elba!) che ha una marea di altitudini, terroirs, microclima e qualcuno ci metteva una percentuale modesta di altre uve. Non era proibito. Lo e’ diventato dopo. Sono convinto anch’io come la master of wine, l’enologa Rosemary George, che oggi il Sangiovese (Grosso, mi raccomando ancora, specificatelo!) sia talmente ben selezionato che finalmente non ha bisogno di altre uve e quindi vada difesso in purezza, ma dalla DOCG e che non se ne parli piu’. Non ha piu’ senso percio’ chiamarlo “Rosso”, come ho scritto sopra, non ha nemmeno senso quell’assurdita’ della DOC Sant’Antimo che potreste mandare nel dimenticatoio.
    Insomma, avreste due denominazioni e non tre. Una DOCG che tuteli piu’ fortemente il Brunello in purezza ed una DOC che riguardi il Rosso a base Sangiovese, da un minimo di un X% fino al 100%. Secondo me si farebbe maggior chiarezza, si accontenterebbero tutte le parti oggi in conflitto, si eviterebbero spaccature e finalmente ci si potrebbe dedicare con maggior attenzione a fare asfaltare le strade, a creare strutture turistiche di livello internazionale, insomma a fare del vostro vino l’ambasciatore del territorio come si deve.

  7. Sig. Crosta,
    le rispondo per precisare una cosa:
    lei ha scritto “…con un minimo di Sangiovese (Grosso, mi raccomando, cercate di specificare il clone sia nella DOC che nella DOCG, che non sia cioe’ riminese…)”.
    Con questo suo “non cioè riminese” spero che lei non voglia intendere per forza Romagnolo perchè ricordo che lessi un articolo con un’intervista ad un produttore di Montalcino (ho cercato il giornale contenente l’articolo, ma non riesco più a trovarlo e di conseguenza non posso farle il nome di tale produttore che a memoria non ricordo) dove diceva di essere fortunato perchè negli anni ’70, quando rinnovò i suoi vigneti, di barbatelle di Sangiovese riprodotte dai vivaisti toscani non ne erano più disponibili vista l’altissima richiesta di quel periodo anche in altre zone come il Chianti Classico e così fu costretto ad andarle ad acquistare in Romagna (!).
    Per la cronaca allora in Romagna erano disponibili come omologati solo in pratica 2 dei cloni attualmente più coltivati in Italia e cioè l’R24 e l’SG 12T che sono stati selezionati allora in vigneti a Predappio, nota ai più per altri motivi.
    Bene, questo produttore si dichiarò veramente fortunato di avere piantato cloni Romagnoli per l’elevata qualità del vino ottunuto da essi.
    Inoltre…..
    Giulio Salvioni del quale lei sicuramente conoscerà i prodotti, qualche tempo fa ha dichiarato di aver piantato un nuovo vigneto di Sangiovese usando il Sangiovese 19T che è un biotipo (non clone) Romagnolo sempre del predappiese….e i risultati sono visibili a tutti 😀
    Faccia un po’ lei….

  8. Il problema della storia e’ che e’ una brutta bestia, e le fonti “universalmente note” non sempre la dicono tutta. Il Brunello ne e’ un esempio. Il primo Disciplinare, che primo non e’ perché ce ne e’ stato almeno un altro in precedenza, non fotografo’ il Brunello Biondi Santi ma piuttosto la lite feroce tra l’ispettore agrario (e poi presidente del Consorzio) Ciatti da un lato e Tancredi Biondi Santi e mio nonno Giovanni Colombini dall’altro. Al “nostro” Brunello in purezza volle contrappporre un “Brunello del Consorzio” diverso e fatto da tanti produttori con una unica etichetta. L’esperimento falli’. Il Brunello in purezza, invecchiato quattro o cinque anni in botte, e’ testimoniato a Montalcino da fine settecento, con una dozzina di famiglie di produttori. Che hanno continuato a produrlo fino alla terribile crisi degli anni sessanta, ma questa e’ un’altra storia e a Montalcino ce n’e sono così tante che potrei continuare ad annoiarvi per giorni, per cui la chiudo qui. Il punto vero al centro di tutta questa storia del Rosso di Montalcino e’ che ci sono pochissimi luoghi al mondo che hanno una vocazione particolare per qualcosa, e Montalcino e’ uno di essi. A Trequanda viene uno straordinario olio di Correggiolo, in qualche colle del Piemonte uno straordinario Nebbiolo, a Montalcino il sangiovese e’ unico. Con questo non dico che qui il suolo non possa produrre patate, cetrioli o merlot, dico solo che il nostro sangiovese e’ eccezionale. E allora perché voler per forza produrre qui qualcosa che si può fare altrettanto bene e a costi inferiori dovunque? E’ come voler mettere in scena l’Otello con lui bianco e Desdemona nera, si può fare ma che senso ha? E poi questa grande richiesta di super Tuscan esiste? Li abbiamo tutti in listino, qualche anno fa si vendevano ma adesso no. Vogliamo trasformare il nostro Rosso di Montalcino in qualcosa che e’ chiaramente passato di moda? Meno male che nessun produttore di Montalcino (salvo quattro gatti) vuole cambiare, contrariamente a quanto può sembrare fuori di qui noi brunellisti magari parliamo poco, pero’ abbiamo la testa ben salda sulle spalle. Come abbiamo dimostrato respingendo il taglio nel Brunello tante volte e con maggioranze bulgare. Come si suol dire carta canta, le voci dicano pure quel che vogliono ma quel che conta sono i voti.

  9. A proposito dei biotipi e cloni del Sangiovese, l’Accademia dei Georgofili ha fatto all’inizio ed a metà del XIX° secolo due sperimentazioni di impianto di biotipi di Sangiovese di varie provenienze in varie località del Chianti e a Montalcino, sempre con questi risultati; a Montalcino ogni Sangiovese dava un tipico Brunello, ed in Chianti dava un tipico Chianti. Lo stesso esperimento è stato replicato negli anni trenta del XX° secolo dall’Ispettorato Agrario, con gli stessi risultati. Anche il Progetto Chianti 2000 ha certificato che il Sangiovese, a differenza dei vitigni “internazionali” e nello stesso modo di molti autoctoni italiani, subisce moltissimo l’influenza del territorio e delle quantità e molto meno quella del clone o del biotipo. E con territorio non intendo macrozone, ma parlo di piccole aree che solo nel caso di Montalcino (che a quanto pare è il territorio ideale per il Sangiovese) raggiungono l’estensione di un Comune. La nostra esperienza aziendale, lunga alcuni secoli, è del tutto coerente con questo. Per questo alcuni decenni fa il Consorzio cancellò il concetto stesso del cosiddetto “Sangiovese Grosso detto Brunello” dai Disciplinari e dalle tabelle nazionali dei vitigni, perchè non è mai stato vero che ci vuole un clone particolare per fare il Brunello. E anche perchè se il Brunello si fosse identificato con un clone allora chiunque avesse piantato quel clone in Australia o in Cile avrebbe avuto diritto a fregiarsi del nome. Così come accade con l’Aglianico.

  10. Caro Stefano,
    le sono molto grato di avere risposto ancora e spero che non prenda le parole che ho scritto come se fossero una polemica. Ripeto a lei quanto gia’ sanno tutti e cioe’ che il vino che amo e’ il Barbaresco, per il mio modesto palato non c’e’ nessun altro vino al mondo che gli possa bagnare il naso (Franco direbbe il Barolo, ma se e’ per questo anche a Milano, oltre all’Inter, c’e’ anche un’altra squadra he non ricordo mai come si chiama…) pertanto intervengo nel vostro dibattito soltanto per curiosita’ e magari sperando che possa servire a dare una mano a dipanare la matassa.

    Lei ha aggiunto una notizia di notevole interesse storico (a me che ho studiato proprio Storia Contemporanea a Torino con Quazza, Bobbio, Castronovo, Salvadori, Collotti-Pischel la sua chicca sembra tanto oro colato in un mare d’argento…), affermando che il primo Disciplinare non era il primo, perche’ ce n’era stato almeno un altro in precedenza. Di grande valore anche la sua confidenza della lite feroce (non si saranno mica scazzottati, eh?, perche’ una volta sì che c’erano dei veri Signori…) tra l’ispettore agrario (e poi presidente del Consorzio) Ciatti da un lato e Tancredi Biondi Santi e suo nonno Giovanni Colombini dall’altro in cui al vostro Brunello in purezza si volle contrapporre un “Brunello del Consorzio” diverso. Vale davvero la pena di leggerla, caro Stefano, purche’ continui ancora a darci questi aneddoti che fanno tanta piu’ umana e simpatica la vostra storia.

    Ma siamo sempre lì: si parla di Brunello, cioe’ di Sangiovese (grosso, forte) 100% che anche per me e’ indiscutibile, sia per storia che per selezione clonale e per cambiamento climatico. Va difeso com’e’, non si tocchi il disciplinare!

    Io ho posto un punto di domanda soltanto sul Rosso, come Gigi Brozzoni qui (http://vinoalvino.org/blog/2011/04/gigi-brozzoni-seminario-veronelli-sul-cambio-di-disciplinare-del-rosso-di-montalcino.html ), ma vi legga anche le posizioni di alcuni commentatori altamente qualificati, come Nelle Nuvole) e come Franco Biondi-Santi qui http://www.doctorwine.it/ilracconto/franco-biondi-santi-il-vino-tradizionale.
    Perche’ in tutta la Toscana, in tutta l’Italia, nel senso completo della parola “tutta”, qualsiasi DOC che lei voglia consultare definisce sempre, all’articolo 2, il Rosso come un uvaggio, un taglio, un blend e invece l’unica che precisa che va fatto con le stesse, identiche uve del vitigno Brunello, cioe’ 100%, cioe’ in purezza da un vitigno, e’ solo la vostra? Tra l’altro, anche la parola stessa Rosso e’ talmente generica che mi sembra rimpicciolire il valore stesso del vitigno Brunello. Che senso aveva fare una DOC apposta per fare con il Brunello un vino piu’ giovane e con una resa maggiore? Bastava aggiungere anche una tipologia “giovane” nella DOCG relativa e sarebbe stato piu’ semplice
    Invece no. Nel 1984 avete creato una DOC a se’ stante, la DOC Rosso di Montalcino. Ma perche’? Per comprenderci il secondo vino che si produceva gia’ a Montalcino, quello dove ci si metteva tutto cio’ che non si riteneva degno di usare per il Brunello, una cosiddetta DOC di ricaduta del Brunello, un piccolo Brunello dai tempi di vinificazione piu’ veloci e dai minori costi. Dati i risultati che ha avuto, come ha ben letto dal commento di “mark”, vogliate mettere questo tipo di vino sotto una maggiore tutela dandogli a pieno titolo il suo vero nome e cognome e indirizzo, cioe’ Brunello! Inseritelo nel disciplinare della DOCG aggiungendo anche la tipologia e la dizione “giovane” (sotto la denominazione in etichetta) e alla via così.

    Allora potrete eliminare quell’assurdita’ del Sant’Antimo che non lo vuole nessuno perche’ non porta nella denominazione la parola magica “Montalcino” e potrete riservare la dizione “Rosso” generica ad un vero “rosso” e cioe’ ad un uvaggio, ad un taglio, ad un blend, esattamente come avviene dappertutto. Con maggior chiarezza per i consumatori e con la fine delle baruffe.

    In bocca al lupo.

  11. Caro Stefano, avendo letto soltanto adesso l’interessante nota di Succi e la sua spiegazione della scelta di togliere il tipo di clone detto “grosso” dalla definizione di Sangiovese della DOCG, non potevo rispondere prima: se e’ scientificamente provato, giu’ il cappello davanti alla scienza! Avete fatto, in questo caso, bene. Ne terro’ debitamente conto nelle mie prossime ricerche e discussioni con vivaisti ed enologi.

  12. Gentile signor Crosta, da storico dilettante invidio la sua formazione accademica, io purtroppo ho solo potuto offrire agli storici del territorio una tribuna con il Gazzettino e Storie del Brunello che purtroppo la crisi ha ucciso. Però nelle mie ricerche e nel Museo ho sempre applicato un metodo scientifico, verificando fonti ed informazioni. A riguardo della nascita del Consorzio feci un numero speciale del Gazzettino, raccogliendo le memorie dei partecipanti ancora vivi e tutti i documenti. Dati i tempi la contesa era anche politica, non dimentichiamo che noi eravamo i padroni… Da qui il progetto di etichetta e prezzo uguali per tutti (calmierato, ovviamente) che tutti i Consorziati avrebbero dovuto applicare. Quando sentì queste cose Tancredi sbattè la porta, mio nonno provò a ragionare e infatti figura tra i fondatori, ma poi fu costretto anche lui ad andarsene. Da lì partono trenta anni di stupida ed inutile incomprensione tra noi ultimi vecchi produttori superstiti ed il Consorzio, che da un certo punto di vista è stato un tentativo di divorzio tra un vino e la sua storia. Grazie al cielo poi il buon senso ha prevalso. Al momento della nascita del Consorzio la Fattoria dei Barbi produceva ben più di metà del Brunello esistente, come accadeva dagli anni venti e come sarebbe stato fino al 1980, potete capire l’assurdità di escluderla. Il Rosso di Montalcino fu probabilmente battezzato con un nome non del tutto felice, forse sarebbe stato meglio Montalcino e basta, ma ormai è divenuto una piccola tradizione; è opportuno cambiarlo? Non so, credo di no. Non direi poi che il nome Rosso sia sinonimo di taglio, può darsi ma non l’ho mai sentito dire da nessuno. Comunque il suo scopo il Rosso di Montalcino l’ha svolto egregiamente per decenni, fino quando degli apprendisti stregoni hanno rotto il balocco imponendo il passaggio di 550 ettari di S.Antimo Sangiovede a Rosso; fino ad allora l’eccesso di produzione (sempre esistito) del Brunello veniva smaltito come Rosso, che portava meno utili ma aveva meno costi e si incassava tre anni prima. Il meccanismo era questo; con il Rosso si pagavano le spese, poi quello che restava era Brunello e se non si vendeva subito pazienza, tanto le spese di produzione erano già coperte e si poteva aspettare! Questo meccanismo geniale ha fatto salire i prezzi ininterrottamente per decenni. Poi sono arrivati i furboni, che hanno aggiunto i famosi 550 ettari grazie ai quali il Rosso è divenuto autosufficiente, e non drena più il Brunello. Da lì inizia tutta un’altra storia, che per fortuna è finita bene ma finiamola qua per non esagerare con lo spazio. Quanto poi a mettere al Rosso il nome Brunello, sia pure con la specificazione “giovane”, personalmente direi che in questo modo rischierei di trarre in inganno il consumatore che non legge quasi mai le scritte in piccolo e quando acquista un Brunello si aspetta un prodotto ben diverso. E inoltre avremmo due Brunelli sul mercato contemporaneamente con prezzi e annate completamente diversi, sarebbe davvero difficile spiegarlo ai nostri clienti. Sull’eliminazione del S.Antimo sono d’accordo con lei, è una DOC artificiale che non ha alcun legame con storia e territorio e che non ha funzionato, per cui è inutile tenerla in vita; basta e avanza l’IGT Toscana che ha un bel nome noto ovunque e permette ogni uvaggio.

  13. Caro Stefano,
    in Spagna il consumatore non ha nessuna difficolta’ con la specificazione “joven”, oppure “crianza”, oppure “reserva”, oppure “reserva especial”, che definiscono quattro diversi gradi di maturazione (senza legno, un minimo in legno, un paio d’anni in legno, oltre tre anni in legno, per fare un esempio). Sul mercato gli spagnoli trovano non due, ma quattro vini! Perche’ in Italia dovremmo sentirci invece tratti in inganno? Il consumatore legge solo il nome quando non se ne intende proprio, ma legge perfino quello che c’e’ scritto fra le righe, con la lente d’ingrandimento, quando vuole essere bene informato. Va educato con la semplicita’ dell’etichetta che precisi anche l’invecchiamento. Così puo’ abbinare un Brunello “joven” anche al brustico di lago (il pesce abbrustolito delle sagre paesane…) ma non lo fara’ mai con un Brunello o un Brunello riserva.
    Si puo’ eliminare la DOC artificiale (tocca i fanti ma lascia stare i santi, diceva mio nonno: perche’ avete toccato Sant’Antimo con quel vino azzeccagarbugli?) soltanto se al Rosso si da’ il significato di Rosso, che e’ sinonimo di taglio dovunque, mi creda, anche se non l’ha mai sentito dire da nessuno a Montalcino. Ma solo a Montalcino. I testi di tutte le DOC “Rosso” li trova sul Web, provi a ricontrollare.

    Per essere esauriente fino in fondo, ecco che le propongo di pensare anche a questa proposta, poi faccia comunque quello in cui giustamente crede perche’ non sono certo io a dirle di fare diversamente. E’ il suo (ottimo) vino, il frutto di generazioni intere, decine di migliaia di uomini e donne che hanno faticato per avere prestigio e reddito, come potrei (poverino me!) mettermi a fare il vigile e dirvi che strada prendere? Se non lo sapete voi…

    Eccole il testo e molte grazie per la sua chiarezza. Da consumatore, mi sento davvero in buone mani, mi creda!

    A) Annullamento del disciplinare della DOC Sant’Antimo (D.M. 18/1/1996 – G.U. n.26 del 1/2/1996)

    B) Modifica del disciplinare del Brunello di Montalcino (D.M. 19/05/1998 – G.U. 10/06/1998), come segue:

    Art. 1
    1.1. La denominazione di origine controllata e garantita «Brunello di Montalcino» è riservata ai vini rossi che rispondono alle condizioni ed ai requisiti stabiliti dal presente disciplinare di produzione, per le seguenti tipologie:
    – «Brunello di Montalcino»;
    – «Brunello di Montalcino» giovane;
    – «Brunello di Montalcino» e «Brunello di Montalcino» riserva, con una delle «menzioni geografiche aggiuntive» riportate all’ultimo comma del successivo art. 7 alle quali può essere aggiunta la menzione dell’indicazione toponomastica aggiuntiva che faccia riferimento alle “vigne” alle condizioni stabilite dall’art. 3.
    1.2. Le delimitazioni delle «menzioni geografiche aggiuntive» sono definite tramite l’allegato in calce al presente disciplinare di produzione.

    Art. 7. (inserire in questo articolo un ultimo comma, come segue)
    La denominazione di origine controllata e garantita dei vini «Brunello di Montalcino» e
    «Brunello di Montalcino» riserva può essere seguita da una delle seguenti «menzioni geografiche aggiuntive», amministrativamente definite nell’allegato al presente disciplinare di produzione:
    …(omissis, elencare quelle stabilite dalla commissione consortile)…
    Le suddette menzioni geografiche aggiuntive, possono essere accompagnate dalla menzione dell’indicazione toponomastica aggiuntiva che faccia riferimento alle “vigne” alle condizioni stabilite dall’art. 3.
    Detta menzione dovrà essere indicata soltanto se unita ad una delle menzioni geografiche aggiuntive di cui sopra.

    C) Modifica del disciplinare del Rosso di Montalcino DOC (D.M. 25/11/1983 – G.U. 9/06/1984), come segue:

    Art. 2.
    “Il vino a denominazione di origine controllata “Rosso di Montalcino” deve essere ottenuto dalle uve provenienti dai vigneti composti nell’ambito aziendale dal vitigno Sangiovese (denominato Brunello a Montalcino); possono concorrere i vitigni raccomandati e/o autorizzati per la provincia di Siena ciascuno fino a un massimo del 5% e congiuntamente fino ad un massimo del 15%”.

  14. Pingback: A voice of reason in Montalcino? A top producer addresses the absurdity… « Do Bianchi

  15. questo blog ha realizzato un piccolo “miracolo”: fare dialogare due che si stanno oggettivamente poco simpatici come Stefano Cinelli Colombini e Ziliani. Niente male no?

  16. Il vero piccolo “miracolo” di questo blog è che l’unico luogo rimasto, anche se virtuale, dove si può discutere dei problemi di Montalcino e dei suoi vini, in maniera aperta, sincera e comunque estremamente corretta.

  17. Giancarlo, guardi che i miracoli sono due. Franco legge le mie proposte e lascia rispondere Stefano, “senza prendermi a roncolate”, visto che in un punto siamo in disaccordo, lo so. Alla faccia di tutti quelli che lo offendono come “talebano”, “archeologo dell’enologia” o “un certo Ziliani”, il nostro anfitrione ama molto il dibattito, il dialogo, il confronto, anche su posizioni contrarie, purche’ civile, argomentato, fruttuoso per chi sa leggere e puo’ farsi un’opinione personale. L’ho incontrato una volta sola nella mia vita, a Scanzorosciate, ma sono 10 anni che ci scriviamo e mi onora della sua amicizia, pur non risparmiandomi le sue critiche quando ci vogliono. Fra amici si fa così. Il consenso incondizionato e’ il vero pericolo dell’amicizia. La sincerita’ ne e’ il miglior viatico. Mi fa dunque molto piacere anche la sintetica, ma azzeccatissima, conferma di carlo.

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