Nuove denominazioni in arrivo dal Comitato nazionale vini: tranquilli, anche Calosso e Pontelatone avranno la loro Doc…

Cari lettori che siete rimasti scioccati per l’ultima infornata di Doc e Docg, molto spesso di sorprendente inutilità, checché ne dica l’ingessato notaio presidente di questo ente, decise dal Comitato nazionale per la tutela e valorizzazione delle denominazioni d’origine, tenetevi forte. Altre sorprendenti e immaginifiche denominazioni sono in arrivo.
Come anticipa il Gambero rosso “tre bicchieri” del 15 luglio – leggete qui – “Cinque nuove Doc attendono il via libera del Comitato nazionale vini del Mipaaf, nella riunione di martedì e mercoledì prossimi”, 19 e 20 luglio.
Sono “la piemontese Doc Calosso, la campana Casavecchia di Pontelatone, la toscana Terre di Pisa e le pugliesi Terre d’Otranto e Negroamaro di Terre d’Otranto. Il Comitato discuterà alcune importanti modifiche a disciplinari di produzione della Docg Asti, della Doc Colli Tortonesi e della Doc Campi Flegrei. Tra i disciplinari in fase di modifica (15 in totale) anche la Doc Bardolino e la Docg Bardolino superiore”.
Discorso a parte sulle nuove Doc pugliesi, dopo la Doc Tavoliere Nero di Troia, riferita ad un’area che comprende 16 comuni, parte dalla zona del Nord Barese, con Barletta, e scende fino a Troia, passando per l’alto e il basso tavoliere e il subappennino dauno, ed il cui ambito di produzione ricade in alcuni Comuni della Provincia di Foggia e della Provincia di Barletta Andria Trani, toccherà ora alla discussa Doc Terre d’Otranto, di cui parlerò presto, il Comitato ratificherà con rigore notarile nuove denominazioni assolutamente stravaganti.
Avete notizie di cosa sia e a cosa si riferisca la nascente Doc campana Casavecchia di Pontelatone?
Il “boss” dell’informazione vinicola campana, Luciano Pignataro, c’informa, qui, che “Pontelatone, nell’entroterra di Caserta” si trova “nella stessa area in cui è stato attribuito l’origine di questo vitigno dimenticato”, ovvero il Casavecchia (leggete qui e poi ancora qui).
Giustissimo valorizzare questa varietà, ma serviva davvero una Doc con nome di vitigno e di località, come se esistesse il rischio che questa varietà di uva venisse esportata chissà dove?
E l’utilità e l’urgenza della Doc Calosso, riferita ad un vino prodotto “con uve “Gamba Rossa” meglio conosciute con il nome “Gamba di Pernice”, un vitigno autoctono presente da secoli in piccole quantità in vigne di tre comuni, Calosso, Castagnole Lanze e Costigliole” in provincia di Asti, con un disciplinare che prevedibilmente dovrebbe prevedere “quattro tipologie: la doc “Calosso” con gradazione minima di 11,5, “Calosso Passarà”, da uve passite e gradazione minima di 14 e due tipologie di spumante, una rossa e una rosata”, volete spiegarmi, visto che si tratta per ora di soli cinque ettari di vigneto, in che cosa consista?
Forse serve solo a consentire a politici, amministratori e burocrati vari, di fare dichiarazioni come quelle del presidente provinciale Coldiretti convinto “che la nuova Doc Calosso possa incontrare il favore dei consumatori ed essere quindi un’ottima occasione per il rilancio dell’economia locale”, o quelle del Sindaco di Calosso, secondo il quale con ”la nuova doc che porta il nome del nostro paese si aprono definitivamente nuove prospettive per la valorizzazione di tutte le peculiarità di Calosso” ?
L’amico Maurizio Gily ha annotato che “a Calosso c’è una vecchia questione che loro volevano il dolcetto d’alba invece c’hanno quello d’asti… soluzione: facciamo una nuova DOC”, ma può essere questo un motivo valido, a metà 2011, per creare l’ennesima, inutile, inconcludente, sconosciuta denominazione?
E, orgoglio campanilistico del Sindaco di Calosso a parte, a chi giova una deriva delle denominazioni d’origine del genere?

22 pensieri su “Nuove denominazioni in arrivo dal Comitato nazionale vini: tranquilli, anche Calosso e Pontelatone avranno la loro Doc…

  1. La provincia di Varese non ha neanche una DOC e penso proprio che non la vorra’ mai, appunto per non disturbare questa ratificazione notarile di nuove denominazioni assolutamente stravaganti, frutto molto probabilmente delle solite questue elettorali di campanile che contraddistinguono la politichetta italiota anche nel settore del vino. Avanti, che c’e’ ancora posto!

  2. Su Calosso e il Dolcetto d’Alba temo di aver detto una sciocchezza, forse mi sono confuso con un’altra situazione simile. A mia discolpa posso dire che confondersi è sempre meno difficile.

  3. Propongo la Doc Giro d’Italia, sponsorizzata dalla “rosa nazionale” e comprendente tutto il territorio peninsulare, compresi Campione d’Italia (che potrebbe meritare la DOCG) e Livigno (non si sa mai che riesca a crescere una vitis vinifera pure lì).

  4. @ Marco De Tomasi
    guarda che ci sarebbe anche “Ispra”…
    A parte gli scherzi, me ne son sempre stato tranquillo, non ho mai rotto gli zebedei a nessuno, mi sono sempre fidato delle autorita’ enologiche e pertanto non ho mai perorato la causa di una DOC della provincia “azzurra” (Cusio-Ossola-Verbano) nonostante i buoni vini che ho sempre bevuto lassu’ (vedi http://www.winereport.com/winenews/scheda.asp?IDCategoria=11&IDNews=1030) ne’ quelli di una DOC Montevecchia in provincia di Lecco, dove salivo in bicicletta da entrambe le parti e solo per il suo vino, perche’ a guardare la salita dal basso c’era da girare la bicicletta e desistere…
    Penso tra l’altro che ognuno abbia dei buoni motivi per perorare altre DOC e DOCG, ma adesso mi sa che c’e’ davvero la fila e ci si deve aspettare un migliaio (perlomeno) di DOC e un centinaio (perlomeno) di DOCG arrangiate in qualche maniera, buttate la’ tanto per ottenere un pezzo di carta, il che mi sembra che squalifichi le nostre istituzioni e dunque i nostri prodotti.
    E’ come il certificato ISO 9000 che invece di essere la base di partenza per una vera qualita’ aziendale e’ diventato il punto di arrivo per accedere ai concorsi di fornitura alle aziende pubbliche di prodotti o servizi. Sono pohe le aziende he fanno del sistema qualita’ una pratica vera, affidabile, fruttuosa, soddisfacente per l’imoresa e per la clientela.
    A molti ormai interessa una DOC o una DOCG soltanto per usarla come una chiave d’accesso a nuovi mercati e non certo per migliorare la realta’ produttiva. Una visione mercantile che giustifica quella frase di Gily “confondersi è sempre meno difficile”. Bel futuro che ci stanno appioppando…

  5. basta Franco basta.

    Oggi sono stato a Vicenza con il responsabile acquisti di un importante ristorante di Praga.

    L’ho portato ad acquistare annate 50/60/70 di Barolo, Barbaresco, Brunello e altri.

    E mi ha chiesto: ma con le “appelation” cosa state combinando in Italia? Io che sono appassionato e spendo circa 50 giorni all’anno in Italia, non riesco a seguire quello che sta succedendo.

    • a fermarsi dovrebbe essere questa rovinosa e perniciosa categoria di freddi burocrati del vino, che sta letteralmente facendo strame del sistema delle denominazioni d’origine italiane. Guarda caso proprio quello qui puntano i “signori” delle Grande Industria del Vino Italiano…

  6. Purtroppo non c’è limite all’indecenza ed ogni membro del Comitato Vini, si deve sentire INDECENTE!!!!!!!!
    State svendendo il futuro nazionale per i tre (non trenta) denari del compenso che prendete per occupare quelle sedie in un modo davvero poco degno!!!!

  7. Ma i produttori che dicono?
    Avere una doc o peggio una docg aumenta notevolmente i costi e la burocrazia in azienda, non ditemi che si fanno infinocchiare dal miraggio che se c’è la doc o la docg si vende meglio e di più!
    mi piacerebbe sentire un pò le loro voci visto che “solitamente” è dalla base che parte la richiesta

  8. @ Enrico e Carolina. Sono d’accordo con Carolina, e sono sempre più scoraggiato nel certificare vini doc ma, sono anche orgoglioso delle mie radici e del Gambellara.

    Grande dilemma.

    Concordo comunque con Enrico sul fatto che ai bevitori non interessa più tanto la denominazione. Gli appassionati vanno alla ricerca dell’azienda e del cru di quella.

    La doc risulta importantissima quando vai ad acquistare vini di vecchie annate e qui si salva sopprattutto Brunello, Barolo e Barbaresco, qualche Sfursat e Amarone.

  9. Da consumatore non ho MAI comprato un vino perche’ DOC o DOCG: vedo queste come regole per produrre – “procedure” – piuttosto che come garanzia di qualita’. Per farvi capire: la barbera VIDUR di enrico togni e’ classificata “vino da tavola” come il tavernello. questo dice tutto…

  10. @Enrico: non e’ un fatto di gentilezza, e’ solo essere un po’ onesti. Io sono un ammiratore del tuo lavoro e passi che sono di parte nel giudicare i tuoi vini (non essendo giornalista, osperto o guidaiolo ogni parere che do e’ ovviamente ed orgogliosamente di parte). Ma il problema esiste: quando avremo coperto tutta la penisola di DOC e DOCG, cosa restera’?
    Poi, se vogliamo dirla tutta, non riusciamo a copiare dai cugini francesi la loro classificazione anche solo tra premier e grand cru. L’hanno fatto pure i tedeschi con i loro GG in mosella

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