Rias Baixas Albariño de Fefinanes 1583 2005 Un grande vino rovinato dal legno

Voglio aggiungere ancora qualcosa a quello che ho già scritto, cogliendo l’occasione di una mia recente partecipazione alla trasmissione Il Gastronauta di Davide Paolini, su una enologia, italiana (ma il discorso vale anche per altri Paesi) assurdamente presa da una smania di protagonismo che la porta a strafare, spesso con risultati disastrosi.
Lo spunto mi è venuto dall’ennesima grande delusione che ho avuto stappando una versione particolare di una tipologia di vini bianchi che ho più volte confessato, qui e altrove, che nel cor particolarmente mi stanno. Mi riferisco a quei grandissimi vini, insuperabili su mariscos, ovvero frutti di mare e crostacei, che fanno riferimento, nel nord della Spagna, in Galizia, alla D.O. Rias Baixas.
Bianchi sapidissimi, dalla mineralità spiccata, ricchi di nerbo, apprezzati come splendidi “summer wines” anche dal sito Internet americano Snooth, che spesso migliorano con gli anni e acquistano complessità e carattere, che sul sito Internet della D.O. iberica vengono così definiti: “los Blancos de la Denominación de Origen Rías Baixas son unos vinos secos, de aromas punzantes, florales e intensamente afrutados, con un retrogusto my fino y prolongado.
Los vinos monovarietales del tipo “Albariño” presentan un color amarillo-pajizo, brillante, con irisaciones doradas y verdes. En nariz poseen aromas florales y frutales finos y distinguidos, que impresionan agradablemente, de intensidad media y potente duración medio-larga.
En boca son frescos y suaves, con suficiente cuerpo y grado alcohólico, acidez equilibrada, armoniosos y de amplios matices. Su retrogusto es placentero, elegante y completo”.
Come si nota si parla di vini secchi, di aromi floreali e fruttati fini e ben distinti, di vini freschi e soavi con acidità equilibrata. Questo nel caso di tutte le diverse tipologie di Rias Baixas che trovano nella sorprendente variedad Albariño la loro matrice: Rias Baixas, Rias Baixas Albariño e Rias Baixas delle quattro sottozone Condado de Tea, Rosal, Val do Salnés e Ribeira do Ulla.

Le cose cambiano decisamente, nello spettro aromatico, nel nerbo e nella fragranza dei vini, nella loro incisività, nella loro spettacolare capacità di farsi bere e di esaltare le preparazioni a base di pesce, quando invece che affinati e maturati, anche lungamente, in acciaio, come accade in larghissima parte dei migliori Rias Baixas, i vini fermentano e affinano in legno, come previsto per la tipologia Rías Baixas Barrica “procedente de vinos definidos anteriormente, que en su proceso de elaboración permanece en envases de madera de roble, por un periodo mínimo de tres meses”.
In questo caso a gioire sono solo gli enologi, inutilmente interventisti e assurti al ruolo di protagonisti del vino, ed i produttori che, forse pensando ai mercati esteri (Rias Baixas è una denominazione a forte vocazione per l’export, che riguarda una crescente fetta della produzione e tocca qualcosa come 60 Paesi) scelgono di modificare sensibilmente l’identità e la nobiltà dei loro vini per conferire loro un inutile, noioso, prevedibile, stile internazionale.

Questa la mia personale convinzione da convinto fan di questa denominazione, anche se, come si può leggere sul sito Internet del Consejo Regulador, qui, nel corso di seminari sul tema “Madera y vino”, viene affermato, sebbene la “elaboración en madera de los vinos de esta denominación es anecdótica” e testimonia “un creciente interés por partes de los enólogos por este tipo de elaboraciones”, che “la elaboración con barrica aporta al vino un plus de diferenciación, sin perder la personalidad de sus variedades, tan peculiares en Rías Baixas: “para respetar el estilo, la identidad y la peculiaridad de sus vinos”.
Balle, con tutto il rispetto possibile per i miei amici galleghi, la “differenziazione” che apporta al vino l’elaborazione in legno è solo sinonimo di omologazione e standardizzazione, e fa perdere eccome la personalità del vino e non ne rispetto lo stile, la identità e la peculiarità. Credetemi, la mia non è una posizione di chiusura o di retroguardia, sono arrivato a queste conclusioni perché ho degustato un bel numero di vini, di diverse annate, bodegas e produttori, che ho potuto scoprire e apprezzare sempre più grazie al mio carissimo amico Juancho Asenjo collaboratore del sito Internet Elmundovino, e perché, con qualche presunzione, anche se non sono ancora riuscito ad andare in Galizia, credo di aver colto l’anima di questo piccolo grande vino bianco spagnolo.
Ogni volta che provo un Rias Baixas versione barrica, anche quelli proposti dalle migliori bodegas della D.O., resto dell’idea che si tratti solo di tempo ed energie perse, e che un grande Albariño sprigiona tutti i suoi tesori di freschezza, sapidità nerbo e mineralità, un carattere che a volte, soprattutto dopo qualche anno di bottiglia, ricorda persino quello del Riesling, solo quando non tocca legno.
L’ultima esperienza non esaltante, qualche sera fa, quando trovandomi solo a casa, mi sono deciso, come fanno tanti single o aspiranti tali o persone che non hanno molto dimestichezza o tempo da dedicare ai fornelli, di servirmi, restandone convinto solo parzialmente, le linguine allo scoglio della serie “Quattro salti in padella”, piatto indubbiamente edibile, ma molto lontano da quello che un amante della buona tavola come continuo ad essere si aspetta da un piatto veramente degno di questo nome.
Per accompagnare questo primo a base di pesce ho deciso di stapparmi l’annata 2005 della bottiglia di un produttore i cui vini nella loro versione normale mi avevano più volte entusiasmato, un’azienda simbolo della denominazione, le Bodegas del Palacio de Feniñanes di Cambados de Pontevedra, bodega fondata nel 1904 il cui primo Albariño risale al 1928. Per l’assaggio non  ho scelto il classico Blanco joven oppure la selezione III Año, bensì la selezione denominata Albariño de Fefinanes 1583, un Blanco fermentado en barrica, sulla cui etichetta campeggia la dizione che vorrebbe essere rassicurante secondo la quale, traduco,“Combina in perfetta armonia le virtù varietali dell’Albariño con la complessità che le apporta il legno”.
Acciperbacco signori miei, nonostante le rassicurazioni del grande produttore, di questa “complessità” apportata dal legno avrei fatto ben volentieri a meno, accontentandomi, come faccio sempre ogni volta che stappo una bottiglia di Albariño, di godermi davvero le virtù varietali di quest’uva stupenda.
Il colore, l’annata era 2005 e ho già bevuto e apprezzato fior di Rias Baixas in acciaio con cinque o più anni d’etò, era ancora meraviglioso, un paglierino oro squillante rilucente di riflessi e di vita, ma subito il naso, che avrebbe dovuto regalarmi quei confortanti aromi che come raccontavo lo scorso anno qui, sanno magicamente combinare uno spiccato carattere petroso minerale, note di cedro, mandarino, fiori d’arancio e fieno secco, e poi accenni di mandorla, erba appena tagliata, menta, accenni balsamici di grande freschezza e fragranza, di un’ampiezza che conquista, e poi tanta salinità, nel caso di questo vino, che faceva capire benissimo di essere figlio di una grande materia prima, di un preciso savoir faire enologico, aveva cambiato radicalmente rotta.
A dominare un naso fitto, caldo, maturo, dove note di rovere, liquirizia, frutta secca, ma tostata, caramella d’orzo e caramello, e solo in misura molto minore accenni floreali e agrumati, la facevano da padrone.
E uguale impressione, mentre mi ostinavo a voler comunque trovare nel vino elementi positivi tali da costituirne la nobilitate, era comunque un vino delle Bodegas del Palacio de Fefiñanes, accidenti, al gusto, con la sua bocca ricca, ampia, calda strutturata, di grande ampiezza consistenza e spalla, con note che tendevano ad asciugare leggermente, “regalo” della fermentazione e dell’affinamento (sei mesi) in legno francese e americano di primo secondo e terzo passaggio, ma senza la verticalità, lo scatto, la freschezza, la vitalità ed il nerbo salato dei grandi vini di questa denominazione. Di quei vini schietti, autentici, inimitabili dei quali mi sono perdutamente innamorato.
D’accordo, la scelta di quei “quattro salti in padella” da parte mia meritava che scontassi una punizione, ma accidenti a me, proprio dal dovermi trovare di fronte ad un vino da winemaker, da idea confusa e un po’ datata delle esigenze di certi mercati internazionali, questa penitenza enoica doveva mai essere rappresentata?

11 pensieri su “Rias Baixas Albariño de Fefinanes 1583 2005 Un grande vino rovinato dal legno

  1. Caro Franco, tempo fa ero gia’ intervenuto in un tuo thread sull’Albariño per aggiungere a quelli consigliati da te anche quello di Bodegas Fillaboa, che d’estate da’ verve e freschezza.
    L’Albariño è un principe tra i bianchi (come die il comune amico Mariusz Kapczynski, secondo cui il re è il Riesling). La leggenda dice che il vitigno fu portato in Spagna e precisamente in Galizia nel XII secolo dai monaci dell’abbazia di Cluny (Borgogna), perciò per lungo tempo si credeva che fosse di origine francese e imparentato addirittura col Riesling ed il Petit Manseng. Ma gli studi ampelografici lo escludono; attualmente lo si considera un vitigno autoctono della Galizia che cresce anche nel nord del Portogallo, dove si chiama Alvarinho ed è la base del vinho verde. Lo si coltiva soprattutto nella regione vinicola Rias Baixas, dove occupa quasi 3.000 ettari vitati intorno alla città di Cambados. I terreni sono prevalentemente granitici ed il clima è abbastanza piovoso (circa 1.600 mm l’anno), freddo e ventoso. Non si direbbe proprio il clima adatto, anzi!. Eppure per l’Albariño, che ama il vento, è l’ideale.
    Nel bouquet dominano gli aromi di mela verde mela, erba fresca, pesca, agrumi, fiori bianchi. È giovane, vegeto, fresco, vispo, leggero e meravigliosamente rinfrescante. Alcuni ne fanno anche una vendemmia tardiva (vendimia serodia). Altri invece l’hanno messo anche in botte (con la scritta carballo in etichetta), ma anche Mariusz ed io restiamo dell’opinione che quest’ultima prova sia poco riuscita. Meglio se è vinificato secondo tradizione in modo secco e senza l’appesantimento del legno.
    I commenti di degustazione di questo gioiellino sono i seguenti. E’ denso, pulito, espressivo, elegante e minerale. Una bella freschezza e una vera brezza minerale. È ricco di aromi intensi: erba, fiori di campo, un prato fresco appena dopo la pioggia. È equilibrato e succoso. In bocca conferma gli aromi nel suo carattere vegetale ed esotico, piacevole e fresco. Porta soltanto buon umore. Avercene, di così! E’ un aperitivo perfetto, ma si abbina in modo fantastico ai frutti di mare, servito a 8-9°C. Durata prevista: + 4 anni dalla vendemmia
    A te e’ gia’ andata bene con l’annata 2005 bevuta dopo 6 anni. Ma ti e’ andata male appunto con quello strapazzato in legno. Come volevasi dimostrare.

  2. Posso farti una piccola aggiunta, Franco?
    Il legno conferisce al vino un tannino diverso da quello della buccia dell’uva. Quello che si usa nelle botti richiede un grado di tostatura che puo’ essere debole, misurato, forte. Quello piu’ moderato puo’ essere utile specialmente per la maturazione dei bianchi “potenti” come quelli dei vitigni chardonnay e pinot gris d’Alsazia. In Francia il Cabernet sauvignon invece richiede botti di medio grado di tostatura e lo Syrah richiede un grado di tostatura elevato. Possono cedere al vino (con le aldeidi) note di vaniglia, ma le barriques più economiche edono però anche altre sostanze aromatiche, che penetrano nel vino e spesso possono offuscare il suo bouquet primario di aromi dell’uva, ma anche quello secondario. Per esempio le combinazioni di furano arricchiscono la composizione sensoriale dell’aroma di mandorle tostate, le combinazioni di lattosio danno al vino note di cocco, alcune combinazioni fenoliche profumano di chiodi di garofano (euganolo), però molte di loro possono dare al vino un odore di asfalto (o-cresolo), di farmacia (m-cresolo) e anche di letame (4-etilfenolo).
    Non tutti i vini (bianchi e rossi) si adattano volentieri alla tecnologia della barrique. Solo i vini potenti, estrattivi, non molto aromatici e che possiedono un adeguato tenore alcoolico sanno “resistere” all’attacco dell’ambiente della barrique. Si deve rimarcare che questo è un attacco di sostanze estranee e non caratteristiche del vino. Sono sostanze fenoliche, aldeidi aromatiche della lignina e anche derivate dal furano. Non tutti i vini sono capaci di difendersi da esse.
    Perciò anche i vini leggeri, come Albariño, Riesling renano, Sylvaner, Veltliner o Riesling Italico non sono adatti alla tecnologia della barrique, perche’ i vini bianchi nella barrique fermentano e maturano lo stesso. Questa tecnologia è destinata principalmente a certi vini rossi, anche se questi in barrique non fermentano, ma stagionano e maturano soltanto.
    Oltre alle barriques, occorre dire che in genere la tostatura dell’interno di tutte le botti è un’operazione abbastanza aggressiva. Fiammeggiare il legno ha un evidente influsso sulla concentrazione e la composizione dell’estratto del vino che ci va in maturazione. Se il vino stagiona in una botte non tostata, la sua qualità chiaramente non cresce. In questa botte non avverrebbe il processo di estrazione delle sostanze aromatiche dei fenoli del legno. Il vino in una botte non tostata diventerebbe come sempre “duro” o piu’ precisamente “povero” e disarmonico nel gusto.
    La tostatura della botte provoca la scomposizione termica di cellulosa, semicellulosa e lignina e la concentrazione delle aldeidi aromatiche cresce fino a tre volte.
    In un vino maturato in botte e correttamente prodotto le note estranee del legno non devono soffocare il bouquet primario degli aromi dell’uva. Per esempio il Sauvignon barricato deve profumare di pesca o di salvia, nello Chardonnay deve rimanere l’acacia. L’aroma ed il gusto di legno non possono dominare. Come risulta da tutto questo, l’applicazione della tecnologia del legno è un’arma a doppio taglio, soprattutto nel caso dei bianchi e in particolare per vitigni che non sono adatti, come l’Albarino.

  3. Lo immaginavo, caro Franco. Percio’ ti prego di credermi: il primo commento e’ frutto di un sunto di un articolo del comune amico “kapka” su Enotime di un paio di anni fa ed il secondo e’ un sunto di un’intervista di una decina di anni fa rilasciata dal prof. Fedor Malik che insegna Enologia all’Universita’ di Bratislava (la Slovacchia e’ un paese vinicolo di antica tradizione) e fa da giudice in molti concorsi internazionali. Questo per dirti che non siamo in pochi a sostenere le stesse tesi e che all’Est troverai molti che la pensano in questo modo. Sia fra i Paesi emergenti come consumo di vino, sia fra i Paesi che erano gia’ produttori di vino ma soffocavano sotto il tallone della vodka.
    La “moda” del succo di legno e della citazione della parola magica in etichetta e’ nata dalla voglia dei soliti megalomani del marketing di imitare i Francesi, che da secoli sanno usare le loro barriques, stravolgendo le proprie pratiche enologiche con risultati tutt’altro che buoni, credendo che i consumatori siano deficienti e se le bevano tutte, ma proprio tutte, con la scusa del nome altisonante francese. Ecco perche’ i signorotti “devono” mettere in barrique tutto (anche la moglie, la suocera e il cane), così come devono estirpare i vitigni autoctoni per mettere a dimora quelli dal nome altisonante francese, tanto a lorsignori interessa di piu’ il guadagno immediato che la qualita’.
    Spiace constatare che “lo devono fare” perche’ oltreoceano ed oltremanica (nei mercati occidentali che fin qui hanno tirato) se non c’e’ quel succo di legno e non c’e’ quel vitigno e’ difficile che un buon vino conquisti nuovi clienti, o almeno e’ con quelle parole che tentano sempre di giustificare queste scelte assolutamente controproducenti. Invece adesso che sui mercati si affaccia l’Est, sia quello europeo che quello asiatico, dove si guarda di piu’ alla sostanza che alla decorazione, puoi gia’ vedere che i commenti come il tuo cominciano ad essere piu’ apprezzati e qualche produttore che aveva preso quella china storta se ne sta pentendo e tornera’ a fare vini come si deve.
    Dobbiamo farci aiutare percio’ dai degustatori orientali, dai giornalisti orientali, dai sommeliers orientali a riportare ordine in questa americanata dei legni e delle mode. Anche le gomme delle macchine adesso sono tutte “antipaticamente” ma convenientemente nere (perche’ sono piu’ resistenti). Se continuavamo a dare retta agli americani, avremmo ancora le gomme con i fianchi bianchi, che durano meno della meta’ ma e’ tutto un altro po’ po’ di vedere…
    Penso che ci si riuscira’. Sara’ lunga, ma alla fine berremo tutti meglio.

  4. Juan Gil de Araujo González de Careaga Marqués de Figueroa, proprietario del Palacio de Fefinañes mi ha fatto il grande onore di inviarmi questo commento: “Muchas gracias, Franco, por su comentario sobre nuestro vino, aunque no sea muy favorable en este caso. El 1583 es un albariño distinto, sin duda, pero que personalmente me parece una experiencia interesante. Tal vez debería haber abierto una botella de una añada más reciente, ya que un 2005, si no está conservado en condiciones ideales, puede haber evolucionado hasta perder gran parte de su virtud. En cualquier caso, repito, le agradezco sus comentarios, y espero tengamos la oportunidad de tomar una copa juntos, de este y de los otros vinos por usted mencionados. Juancho Asenjo podría abvisarme si viene Vd. por España, sea a Galicia o a Madrid. Reciba un cordial saludo, Juan Gil de Araujo”. Spero davvero di potergli presto stringere la mano e fare una visita alla sua storica Bodega http://www.fefinanes.com/

  5. Rispetto e curiosita’ reciproci. Questo e’ importante. Quando si beve e si critica un vino e’ fondamentale. Ti sara’ facile fargli capire che non e’ questione di annata ne’ di cantinetta. La buonanima di Zenato qualche anno fa, dopo una visita, volle darmi una bottiglia di un Lugana passato un po’ in barrique, che aveva grande successo negli USA. Ma lo pregai di cambiarmelo con un Lugana normale, che costava molto di meno ma che mi piaceva molto di piu’. Lui sorrise. Anche lui preferiva il normale. La moglie mi spiego’ che dopo quella loro scelta di barricare una parte della produzione di Lugana ne vendevano molto, ma molto di piu’ negli USA. Ecco, bisognerebbe educare i consumatori americani a bere meglio. Ma poiche’ de gustibus non est disputandum, non possiamo mica obbligarli a bere meglio. Se vogliono bere peggio e sborsare di piu’, che facciano pure. Con quello che mangiano, anzi che ingurgitano laggiu’ forse ci vuole proprio del succo di legno per digerire. Mettono il ketchup anche sulla torta della nonna…
    Ma quando vengono a Sorrento, a Marechiaro, a Capri, a Porto Cervo, a Forte dei Marmi e vogliono mangiare la spigola, la piovra, i frutti di mare bevendoci sopra un buon vino bianco, ecco che si accorgono subito che quello dal succo di legno cui erano abituati non va bene e pretendono loro stessi il cambio con i prodotti freschi, vispi, che non passano in falegnameria.
    Dobbiamo insistere con il vino abbinato alle pietanze della dieta mediterranea e faremo una meritoria opera di educazione e di sanita’. Il vino e’ re in tavola e la tavola dev’essere buona. Così faremo un buon servizio non solo all’enologia, ma anche alla cucina ed ai prodotti agricoli della nostra terra, che sono legati indissolubilmente. Secondo me dovremmo cominiare a parlare di alimentazione in senso completo e di vino in questo ambito, altrimenti sarebbe soltanto una bevanda alcoolica, una fra le tante, da trincare fino alla ciucca.

  6. Ben ti sta’! E ricordati la lezione la prossima volta che sarai tentato di cenare ancora con “quattro salti in padella” e vini pinocchio.

  7. Mi piacerebbe condividere le noti degustative di questo Albariño.

    ALBARIÑO – MAR DE FRADES – RÍAS BAIXAS – DENOMINACIÓN DE ORIGEN – VAL DO SALNÉS – ELABORADO Y EMBOTELLADO POR MAR DE FRADES S.L. – FINCA VALIÑAS – MEIS – GALICIA – ESPAÑA – R.E. 4431 – RO 12,5% 2009
    http://www.mardefrades.es

    VISUAL: intense straw yellow with a medium body.
    NARIZ: pear, litchi, almond, vegetal notes, citrus fruits, whitethorn and lacquer.
    BOCA: the citrus fruits, at the end of the nose, is also confirmed at the mouth; a good mineral note and a generous salivation are balanced by a softness which gives you the sensation of melting butter. The intense aromatic persistence is about 3-4 seconds.
    MARIDAJE: aperitif
    OPINIÓN PERSONAL: simple wine but coherent in its manner of capturing the taste buds.

  8. Caro Guglielmo, io non l’ho ancora degustato, ma l’annata 2010 l’hanno degustata alcuni miei amici polacchi e lo hanno commentato nel loro forum in questa pagina http://www.nasze-wina.pl/auth/wine/9239/ la cui traduzione italiana puoi trovare in quest’altra:
    http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=pl&u=http://www.nasze-wina.pl/auth/wine/9239/&ei=fSglTrmvGIjvsgaT5JXQCQ&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CB4Q7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Dhttp://www.nasze-wina.pl/auth/wine/9239/%26hl%3Dit%26biw%3D1280%26bih%3D718%26prmd%3Divns
    Il prezzo e’ in PLN (zloty polacchi) e corrisponde a circa 12 Euro.

  9. Caro Franco, come ti ho scritto nel primo commento, anche dall’altra parte del confine, cioe’ in Portogallo, si fa questo vino dalla stessa uva. C’e’ un interessantissimo, ma vorrei dire stupendo, Alvarinho Contacto 2010 di Anselmo Mendes a soli 15 Euro in vendita ai grandi magazzini Leclerc di Varsavia. Se lo trovate in Italia non fatevelo scappare!!!

  10. Pingback: Rias Baixas Albariño de Fefiñanes 2006 Bodegas del Palacio de Fefiñanes | Blog di Vino al Vino

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