Pericolosi effetti del caldo africano a Montalcino: ci provano ancora a cabernetizzare e merlotizzare il Rosso Doc

Sorprende che nelle notizie sugli effetti del caldo torrido, de “l’africano” come l’hanno chiamato sui siti Web dedicati al meteo, non abbiano parlato di quello che il caldo sta provocando in quel di Montalcino.
Appassimento delle uve direttamente in vigna come nel 2003? Niente affatto? Vendemmia fortemente anticipata? Moderatamente. Il caldo africano ha invece fatto effetto, come mi fa notare un produttore, “su un povero vecchio pensionato e quattro gatti suoi sodali”.
E così, come si può leggere in questo avviso di convocazione, il prossimo 7 settembre i soliti noti ed i loro amici proveranno ancora a cabenettizzare/merlotizzare, loro dicono modernizzare, ma si traduce in imbastardire e tradire o santantimizzare, l’altra grande espressione del Sangiovese a Montalcino, il Rosso di Montalcino.
I produttori più ottimisti che mi hanno avvisato di questa convocazione dicono che “se mai questa cosa arrivasse al voto, e non accadrà, beccherebbero il solito 90% a 10% che rimediano da anni. Il guaio è che per entrare in consiglio il 10% gli è bastato……”.
Altri mi fanno notare – e ne parleremo con più calma nei prossimi giorni, che il Consorzio ha “fatto due ipotesi una che prevede due tipologie di Rosso e un’altra che ne prevede tre, strano non abbiano anche avuto come ipotesi anche quella di lasciare tutto come è!”.
Altri invece ci tengono a fare “rimarcare due aspetti della proposta che rischiano di passare inosservati, il primo riguarda la tappatura che potrà essere anche di silicone o a capsula stile birra Peroni, il secondo riguarda i suoli che potranno essere anche “alluvionali recenti”, un grandissimo favore immobiliare” indovinate a chi…
Sperando che il caldo torrido passi presto e finisca di cuocere i cervelli e impedire ogni ragionamento razionale sul presente e sul futuro dei vini di Montalcino, sulla loro identità, sul loro legame a doppio filo e identitario con il Sangiovese (dimenticavo che ci sarebbero anche lo storico Moscadello ed il Sant’Antimo, ma chi se li fila più di tanto?) rimando ai prossimi giorni per un esame più dettagliato delle varie proposte. Vogliamo scommettere che anche questa volta il Cavaliere presidente del Consorzio ed i suoi amici e sodali si presenteranno in assemblea per suonare e ne usciranno invece suonati e se avessero un po’ di dignità, di fronte ad una sonante sconfitta, costretti a dare le dimissioni?

73 pensieri su “Pericolosi effetti del caldo africano a Montalcino: ci provano ancora a cabernetizzare e merlotizzare il Rosso Doc

  1. Valuterei positivamente quattro mosse:

    1) Il disciplinare del Brunello per quanto riguarda la purezza del Sangiovese non si tocca, rimane 100%, ormai questo e’ stato affermato dalla stragrande maggioranza dei produttori, pertanto non credo proprio che si potra’ mai piu’ parlare di questo.

    2) Dal disciplinare DOC del Rosso di Montalcino, visto gli ottimi risultati raggiunti da questo tipo di vino che riscuote sempre piu’ consensi fra i consumatori, un Sangiovese 100% piu’ fresco ed anche piu’ economico, si dovrebbe estrarre una DOCG Rosso di Montalcino Superiore (come hanno fatto a suo tempo a Soave, con ottimi risultati per il vino principe di quel vigneto, credo che tutti lo possano riconoscere) per garantire meglio il tipo di conduzione delle vigne, nel senso sistemi di allevamento, gemmatura, potatura, densita’ eccetera eccetera e limitare i terreni soltanto a quelli efettivamente piu’ vocati, gli stessi del Brunello, per intenderci.

    3) A questo punto la DOC Rosso di Montalcino potrebbe essere mantenuta per un rosso vero, cioe’ un assemblaggio o un uvaggio, visto che in nessuna DOC italiana con la dizione “Rosso” e’ mai stata indicata una vinificazione in purezza da un solo vitigno. “Rosso” ha sempre significato per tutti che ad un vitigno principale se ne aggiungono altri. Basterebbe issare un 10 o 15% e penso che anche Rivella si accontenterebbe.

    4) Abolire quindi la Sant’Antimo per quanto riguarda i rossi. Rimanga solo per gli eventuali bianchi.

  2. Ho scritto infatti “ottimi risultati” e non clamoroso successo, nel senso di differenziazione qualitativa per quel tipo di vino, che prima invece vedeva intrappolato da una stessa DOC sia il prodotto d’autore e di eccellenza sia quello da bassofondo d’ipermercato. In bocca al lupo per il dibattito, Franco!

  3. mi sembra di ricordare che a Montalcino esistesse un tacito impegno a non convocare assemblee dei soci, a meno di caso di vita o di morte, nel corso della vendemmia. E’ così urgente e fondamentale la questione del cambio di disciplinare del Rosso per rinunciare a questo accordo tra gentiluomini?

  4. Ziliani lei é vive sulla luna o é fesso: anche se il Consiglio del Consorzio uscisse con le pive nel sacco non si dimetterà mai. Ci tengono troppo a rimanere alle leve di comando

  5. Ziliani secondo lei diventeranno atti a produrre Rosso (o Brunello) anche quei terreni “alluvionali recenti” situati nella zona denominata Pian di Rota vicino al fiume Orcia?

    • bisognerebbe chiederlo al cavalier Rivella, che mi sembra abbia qualche terreno da quelle parti. Ad ogni modo conoscendo il cavaliere escludo a priori che possa favorire una decisione che potrebbe in qualche modo avvantaggiarlo personalmente.

  6. Ora pensare che la frattura profonda che spacca i produttori verrà a galla non è più una idea balzana. Ora sarà strano se tutti quelli che per tante volte hanno affermato la loro purezza accetteranno questo annacquamento non muoveranno un dito.
    A questo proposito non si dice se si vota con voto palese o segreto. Perchè la questione non è da poco. In tutti e due i casi ci sarà il rischio di un bagno sanguinoso. Se qualcuno mi ha fatto un favore io non sarò tenuto a restituirlo con un voto se è un segreto ma se è palese e ho sempre dichiarato di essere puro e voto a favore dello sverginamento del rosso farò una figura barbina.
    E il consiglio se va in minoranza dovra dimettersi dopo un anno di lavoro inutile e tanta finezza politica. Che brutta e triste storia.

  7. Non riesco di nuovo (ancora) a capire qual è il ragionamento che porta a questa proposta. Mi sembra che vada in direzioni lunari rispetto a quello che significa ‘svecchiare’ un prodotto, oggi!

  8. 1° La regola non scritta è che non si convoca un’Assemblea su argomento importante durante la vendemmia, anche se a Febbraio si è preso l’impegno di ritornare sull’argomento. Poi ci si chiede chi ama tanto il rischio al Consorzio da spedire le buste con la convocazione l’ultimo giorno utile per rispettare il termine dei 15 giorni? Oppure si cerca di sorprendere i produttori mentre sono affacendati nel vigneto e in cantina. Notare che la data sulla convocazione è l’8 di Agosto.
    2° A Febbraio, se non vado errato, è stato chiesto di affrontare l’argomento in modo organico, elaborando una strategia. Non c’era un certo professore che se ne stava occupando? Cos’è successo, forse che non l’abbiano pagato? Oppure dopo aver ascoltato i produttori nelle varie riunioni ha deciso che non vuole far la fine di don Chisciotte contro i mulini a vento?

    La realtà è che non c’è una strategia, non c’è una visione di lungo respiro, non c’è un piano che prenda in considerazione Montalcino nel suo insieme e indichi una strada per il futuro.

  9. Ci viene buono il Sangiovese in California, Cile, Nuova Zelanda, Cina, Australia, Sud Africa, Francia, Groenlandia, India?
    Facile la risposta sia negativa, quindi cosa si sta a perdere tempo con questi stralunamenti di cambi di DNA a fronte di una situazione così unica ed invidiabile come il Sangiovese nella in Toscana o almeno in alcune delle sue parti migliori?
    Queste uscite suonano sempre come grosse capate nel muro imperturbabili all’evidenza che forse ci sono viti strambe nelle in vigne e le si vorrebbe arruolare ufficialmente.
    Meglio procedere ad innesti che perseverare nei cavilli e nelle figure italiamente di basso lignaggio.

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  11. Bella foto, Luciano!

    Rispondo pero’ alla domanda di Giovanni, che e’ legittima, in quanto ci sarebbe da preocuparsi gia’ adesso di quanto consentirebbe l’attuale DOC Rosso di Montalcino.

    Per chi non ha voglia di andarsi a rileggere il primo comma dell’articolo 3 del disciplinare di produzione del Rosso di Montalcino DOC attualmente in vigore ((D.M. 25/11/1983 – G.U. 9/06/1984), ricordo che scrive testualmente “Le uve destinate alla produzione del vino a DOC “Rosso di Montalcino” devono essere prodotte nell’intero territorio amministrativo del comune di Montalcino in provincia di Siena” e questo significa che in teoria potrebbe essere prodotto addirittura da 21.000 ettari.

    Leggo infatti dall’analisi del “Piano Strutturale” del Comune di Montalcino del settembre 2009 che qui ci sono 5.200 abitanti, 2.500 impiegati nelle attività agricole e un territorio comunale di 24.000 ettari, dove in “complesso la distribuzione delle diverse utilizzazioni del suolo è la seguente, con la dominanza dei boschi rispetto alle superfici agricole rappresentate dai seminativi (6.200 ettari, Ndr) e dai vigneti che occupano una superficie di quasi 4500 ettari (all’anno 2005)”, oggi 3500, mentre gli oliveti si sono drasticamente ridotti a 1.300 ettari e i frutteti sono pressoché costanti a meno di 100 ettari, quindi una superficie agricola utilizzata di oltre 11.000 ettari con almeno altri 10.000 passibili di sfruttamento a spese dei boschi attuali concentrati maggiormente nella parte nord-occidentale del territorio.

    Cioe’ se qualcuno volesse investire in vigneti disboscando in parte o in toto 10.000 ettari di bosco, potrebbe anche farlo e vi produrrebbe il Rosso di Montalcino DOC. Io salvaguarderei i 3.500 ettari attuali e la loro collaudata qualita’, permettendo che Rosso di Montalcino al 100% Sangiovese di questi territori attuali venga estratto dalla DOC Rosso di Montalcino e diventi un Rosso di Montalcino Superiore DOCG con specificazione dei terreni da cui derivarlo, esattamente come per il Brunello di Montalcino DOCG. Sugli altri terreni, che si possa tagliare il Sangiovese con un 10 o 15% di altre uve non rovinerebbe la reputazione di nessuno, visto che non hanno ancora una storia enologica alle spalle ma potrebbero averne una in futuro anche grazie all’esportazione oltreoceano.

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  13. Scusate l’ignoranza. La convocazione recita :”Discussione e votazione in merito alla proposta….” Chi sono i proponenti ? o é il Consiglio motu proprio che propone ?

  14. In attesa di approfondimenti, sviluppi, messaggi concitati e quant’altro vorrei ribadire che per me il rischio maggiore, più pericoloso persino del cambiamento del disciplinare pr il Rosso di Montalcino é creare una spaccatura fra i vari produttori. Così da renderli più deboli, insicuri, timorosi del futuro. E anche farli continuare a litigare fra di loro, invece di trovare un sistema di unione che possa consolidare l’importanza dei vini di Montalcino, fatti con il Sangiovese delle colline di Montalcino.

  15. Nelle Nuvole, io sono ottimista. Vedrai che la quadra la si trova. Le donne, tutte quante, sono tutte belle. Al massimo, per qualcuna, basta spegnere l’abat-jour… e magari e’ quella piu’ capace d’amare di tutte le altre!

  16. ormai questa comica finale (se ci fossero motivi per ridere) é di pubblico dominio anche negli States, dopo che l’amico Jeremy Parzen, uno dei wine blogger più seguiti oltre Oceano, ne ha scritto qui:
    http://dobianchi.com/2011/08/26/breaking-news-rosso-di-montalcino-proposed-changes-documentation/

    http://dobianchi.files.wordpress.com/2011/08/rosso-di-montalcino-proposed-changes-large.jpg

    e poi ancora qui:
    http://vinowire.simplicissimus.it/2011/08/26/documentation-of-proposed-changes-to-rosso-di-montalcino-appellation/

    e altri ne scriveranno presto

  17. in ogni caso, se mai passasse l’imbastardimento ci si dovrà impegnare a fondo a comprare soltanto quello 100% sangiovese (i nomi degli eroi li sappiamo) sperando che anche il mercato globale ci segua. Credo che la capiranno soltanto quando avranno ancora le cantine piene di invenduto con il sopraggiungere della nuova vendemmia.

  18. Altra considerazione “ignorante”: spero il Consorzio abbia basato questa sua scelta ( per me: autolesionistica) su un a ricerca di mercato ed abbia raccolto statistiche su statistiche che
    comprovano senza ombra di dubbio che i mercati – esteri come interni – esigono un cambiamento del disciplinare. Quell’1% poi , che dovrebbe “correggere” i varii errori naturali in vivaio ed in vigneto, mi preoccupa alquanto. Non solo lascia una porta aperta al 2%, 3% 4% (chi controlla e come le percentuali!?) ma contribuisce ad una comunicazione approssimativa del nostro prodotto agricolo: La DOC che diventa DOCG, l’ olio vergine che puo´essere anche EXTRA. Mi spiego:
    nel mondo non italiano se uno é controllato, é controllato e basta. Come pure se uno/una é vergine é vergine e basta. Il concetto di “un po´vergine” o extra vergine non esiste. Nessuno dà credibilitá ad un vino che é a base sangiovese al 99%. La conseguenza é che allora non é base sangiovese. Ma nessuno si chiede mai perché in Borgogna, dove pure hanno passato alti e bassi del mercato e dove la natura “sgarra” tre quattro volte al decennio, in Borgogna dico, a nessuno salta in testa di cambiare il disciplinare per ammettere
    un 1% di merlot og gamay o altra uva che non sia il pinot noir al cento per cento ?
    Non sará il caso di dichiarare apertamente che il cambiamento serve a omologare magagne pregresse o a far passare per vino buono sangiovese anonimi provenienti da zone del comprensorio assolutamente non vocate ? Invece di curare le malattie “alla radice”, si curano i sintomi ??

    • commento su questa strana assemblea del 7 settembre di uno dei principali wine writers olandesi, Fred Nijhuis “Not neccessary, not good, not in the interest of the best producers and not good for the public. Improvement, innovation and marketing should be something else than selling your soul as well as cheap, lousy products made only to please greedy shareholders without a conscience”.

  19. Giacomo, grazie. I numeri sono interessanti, in basso, con la gamma dei prezzi. Ma nel testo c’e’ un errore. Nel disciplinare si ammette Sangiovese, senza piu’ distinzione se Grosso o Piccolo, se toscano o riminese. A tal proposito abbiamo gia’ ricevuto una delucidazione completa da Stefano Cinelli Colombini nel recente post che riguardava le sue riflessioni, visto che non si e’ piu’ voluto specificare il clone “Grosso” per una precisa scelta del Consorzio.

  20. parole sante quelle del Signor Illy,
    smettiamo di fare vini che si assomigliano tutti,
    sopratutto in zone cosi` vocate,
    territori che per storia e tradizione all`estero sono guardati con rispetto,
    piuttosto iniziamo a fare cose sostenibili con vitigni autocnoni,
    vini che si caratterizzano con le loro diversita piuttosto che essere tutti internazionalmente uguali.
    Il marketing in questo momento e` sacrosanto va fatto,
    ma deve essere un marketing mirato al territorio,
    che promuova e difenda globalmente la zona e tutte le sue imprese,
    per una volta prendiamo esempio dai cugini Francesi,
    loro non promuovono mai un solo prodotto,
    se parlano di vino ci mischiano castelli cucina alberghi turismo…

    RB

  21. Che cosa bisogna fare per fargliela capire ai capoccioni? non si può mandare a fondo montalcino per far piacere a quatro gatti. Non ne possiamo più di vedere fare a pezzi le cose migliori perchè qualcuno pensa di salvarsi così il fatturato.

  22. E’ da scriteriati andare avanti su questa strada. Ziliani faccia qualcosa, facciamo una azione nelle enoteche. Ma dove ce l’hanno la testa, chi li consiglia dico io. Bisogna avere la testa in un sacco per non accorgersi che gli appassionati di sangiovese non capiscono perchè si continua a mortificare uno dei vitigni più straordinari che abbiamo in Italia. Fatela finita e costringete tutti a fare vini al top, altro che allargare il disciplinare, è tempo di stringerlo

  23. “altro che allargare il disciplinare, è tempo di stringerlo”.
    E’ proprio quello che si dovrebbe fare! Sono d’accordo al 100%:
    Facciamo diventare DOCG il Rosso di Montalcino, elevandolo a Superiore come si e’ fatto con Barbera del Monferrato Superiore, Dolcetto di Dogliani Superiore, Dolcetto di Ovada Superiore, Valtellina Superiore, Soave Superiore eccetera.
    Una DOCG estratta da un disciplinare DOC approfondisce sempre qualcosa, come per esempio: zone specifiche di produzione, numero minimo di ceppi per ettaro, forma di allevamento dei nuovi impianti, forma di allevamento ancora permessa agli impianti esistenti, tipo di potatura, carica di gemme per ettaro, resa massima di uva per ettaro in coltura specializzata, consenso all’eventuale irrigazione di soccorso, luogo di vinificazione e di imbottigliamento, resa massima di uva in vino, divieto di pratiche di forzatura, soglia di tenore alcoolico maggiore, norme per l’etichettatura. Esattamente quello che è stato fatto in tutte le altre DOCG estratte da una DOC precedente.
    Questa prassi è stata adottata perché è più facile ricevere tutte le autorizzazioni CEE creando una DOCG con il nome stesso della DOC e l’aggiunta della menzione “superiore”, adducendo come motivazione principale della richiesta l’assunzione di nuovi impegni e responsabilità sul fronte dei controlli della qualità e la miglior precisazione degli orientamenti tecnico-produttivi per i viticoltori e per vinificatori. Di solito si aggiungono a supporto anche altre motivazioni abbastanza importanti, per esempio:
    – aggiornamento della denominazione sulle indicazioni provenienti dalla legge 164 nel senso della Piramide della qualità;
    – rivitalizzazione della DOC nel riscrivere le regole di produzione che hanno ormai più di 15 anni e non sono più confacenti con una viticoltura che è progredita e si è rinnovata;
    – consentire in futuro una reale qualificazione di terroir individuati come porzioni di territorio che, sulla base di una storicità importante e di tante ricerche attivate dal Consorzio nel corso degli anni, hanno manifestato concretamente un “particolare pregio”, in previsione di un riordino complessivo della potenzialità produttiva qualitativa propria di ogni diversa area dei 3.500 ettari attualmente vitati in funzione delle sue specificità climatiche, orografiche e pedologiche, ma anche dell’enorme superficie agricola ancora teoricamente utilizzabile;
    – la riscoperta ed esaltazione del vitigno Sangiovese, autoctono per eccellenza, che ha segnato un ritorno alla tradizione anche nelle aspettative della clientela per un vino che è la vera e propria “spremuta” del territorio.

  24. … e lasciamo l’inferiore, una DOC svuotata del meglio che ha, a chi non ha le vigne adatte per fare un gioiello come l’attuale Rosso di Montalcino, che e’ buono, a mio parere meglio del Brunello ma io di vino non ne capisco niente, e’ economico e dunque proprio per questo i consumatori lo difendono, come aveva ben scritto “mark” nel post sulle riflessioni di Stefano della fattoria dei Barbi Colombini.

  25. Scusate l’ insistenza ma veramente vorrei una delucidazione: “Chi sono i proponenti ? o é il Consiglio motu proprio che puo´proporre ?” La domanda, scaturisce dal mio non conoscere lo
    statuto del Consorzio ma anche da una considerazione sconfortante: se é un numero rilevante e/o importante de i soci ( le due qualitá non vanno necessariamente a braccetto), beh allora c’é un desiderio di fondo di cui bisgnerebbe prendere atto (secondo me in altro modo che non quello della proposta). Se é il Consiglio motu proprio, spero che una democratica votazione non faccia passare questa proposta. Perché ? perché é una zappata su i piedi di portata storica. Ma il Consorzio l’ ha fatta una ricerca di mercato ? ha chiesto veramente cosa ne pensa il ramo vino
    di un cambiamento epocale del genere. Oramai tutti sanno l’inglese ma mi permetto di tradurre quello che ha scritto Fred Nijhuis su questa sciagurata e antistorica proposta:

    ” Non necessaria, non buona, non nell’interesse dei migliori produttori e non buona per i consumatori. Miglioramento innovazione e marketing dovrebber essere altro che non vendere
    la propria anima insieme a vini sciatti e di basso prezzo, prodotti solo per far piacere ad avidi azionisti privi di coscienza”
    Gli olandesi, si sa´é gente passionale e di focoso temperamento: perdoniamogli la seconda parte della considerazione, ma mandiamo a memoria la prima, che fotografa la proposta
    come ” Non necessaria, non buona, non nell’interesse dei migliori produttori e non buona per i consumatori.”

  26. In risposta al commento di Mario Crosta sul Sangiovese Grosso:
    Grazie veramente per la precisazione, ho letto i commenti al post di Cinelli Colombini (http://vinoalvino.org/blog/2011/07/meditate-riflessioni-sul-rosso-di-montalcino-di-un-produttore-storico.html), semplicente stupendi.
    Avevo già spulciato il disciplinare e pur non trovando la menzione ‘Sangiovese Grosso’ ero rimasto comunque nella covinzione che le aziende in Montalcino utilizzassero cloni appartenenti alla ‘famiglia’ Sangiovese Grosso. Quel che si dice prendere una bella cantonata. A questo punto però avrei una domanda da fare e qesto blog credo sia uno dei pochi posti dove possa trovare una risposta attendibile. Qual’è il peso, ovvero una approssimativa percentuale di impiego, dei cloni Sangiovese Grosso a Montalcino? La semplice maggioranza o la grande maggioranza ma con un crescente interesse per altri biotipi?

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  28. Il “sangiovese grosso”, che poi grosso non avrebbe dovuto essere perché si supponeva che avesse chicchi piccoli e grappoli piccoli e spargoli, é una bufala dell’enologia che è sparita quando è comparsa la possibilità di analisi del DNA. Quasi ogni sangiovese piantato a Montalcino tende ad avere quell’aspetto, perché si adatta al microclima assolutamente unico del nostro Comune ed alla sua particolare combinazione di suoli. Il sangiovese é uno dei vitigni che cambia di più in rapporto al clima ed al terreno, ed é questo a rendere unico e non riproducibile il Brunello. Esistono pochi biotipi di sangiovese originari di Montalcino, come la “famiglia” di cloni il cui nome inizia per BBS (Biondi Santi), ma sono poco diffusi perché di difficile reperibilità. Una decina di anni fa l’Università di Bologna ha intrapreso l’iter di omologazione di sette altri cloni antichi di sangiovese di Montalcino in collaborazione con un’altra azienda storica di Montalcino. Entro tre o quattro anni dovrebbero terminare il lungo iter fissato dalla legge, e saranno disponibili.

  29. e dunque Mario Crosta@ non sbracciamoci. Lasciamo le cose come stanno. Il Rosso è una DOC, e lasciamola tale e quale. Cioè quale deve essere sangiovese 100%. Chi l’ha detto che deve essere cambiata? mica lo ha ordinato il dottore.
    Ci sono due ottimi vini, che hanno avuto tutto il successo che volevano. Perchè cambiarli? perchè c’è la crisi e bisogna mediocrizzare tutto?

  30. Ringrazio ‘Un viticoltore montalcinese’ per il puntuale chiarimento e mi scuso con il resto dei frequentatori del blog per la divagazione.

  31. Giovannella, non sono certo io che chiedo di cambiarli, sia ben chiaro. Per me quello che c’e’ scritto sull’etichetta oltre al nome del produttore non ha importanza alcuna. Bevo il vino, mica l’etichetta! E me lo scelgo fra quelli del produttore di fiducia, quando devo aprire il borsellino, facendo sempre il rapporto tra qualita’ e prezzo. Cioe’ per me conta l’autore, il brand, la firma. Non me ne puo’ fregare di meno delle denominazioni italiane, tanto meno toscane, molte delle quali hanno perso completamente qualsiasi qualifica, tanto che concedono ad un Chianti classico DOCG vero di esser venduto sullo scaffale accanto ad una ciofeca che ha la stessa denominazione e costa poco piu’ dell’acqua minerale, dieci o venti volte di meno. Il cambiamento e’ richiesto da un Presidente di Consorzio. Qualcuno l’avra’ pure votato, o no? Chi? Io? Abito in Polonia e non lavoro nel campo del vino. Io bevo, mi piace bere, mi piace esprimere l’opinione, ma la decisione spetta alla maggioranza dei produttori che si riuniranno il 7 settembre. Qualunque sia, per me che compro il vino, ma ne conosco i migliori autori, non cambia proprio nulla. Cambia, come sempre, per quei poveri clienti stranieri che hanno fiducia nella legislazione vitivinicola italiana e nelle denominazioni descritte sui libri che comprano, che sono tutte belle, bellissime (spero che Franco adesso capisca il mio interventino piu’ su, relativo alle abat-jour da spegnere…).

  32. Mi occupo da anni di vendite di vino all’estero anche se ora sono in Italia. Sono sicuro che molti di quelli che leggono sanno che in tanti Paesi cosiddetti “emergenti” il gusto del Sangiovese acido, tannico, per nulla morbido, non appartiene al palato dei consumatori. E’ vero che sarebbe importante educarli ma secondo me, anche considerando il momento in cui viviamo, per vendere è importante incontrare il loro gusto, e, perché no, arrivare anche a tagliare il Sangiovese con altri vitigni. E con altri vitigni non intendo necessariamente Cabernet o Merlot, ma anche Canaiolo o altri vitigni autoctoni toscani. Inoltre molte persone, e molti giovani, non hanno il palato abituato ad un vino prodotto con il 100% di Sangiovese perché spesso sono abituati ai vinellini serviti nei wine bar. Questo potrebbe essere un modo per avvicinare moltissimi ai vini di Montalcino.
    Non conosco al 100% le proposte di modifica, ma mi pare di capire che il taglio non diventerebbe comunque obbligatorio e quindi si potrebbe tranquillamente continuare a produrre Rosso di Montalcino con Sangiovese al 100% o addirittura differenziare il prodotto in base al mercato verso cui si rivolge.
    Un’ultima riflessione vorrei farla sulla questione delle “chiusure alternative”. Paesi come la Nuova Zelanda o l’Australia, da anni utilizzano i tappi a vite (non quelli a corona tipo birra, per intendersi) per chiudere vini anche di pregio e di prezzo elevato senza scandalizzare i consumatori dei mercati in cui questi vini vengono venduti. Inoltre, chi bazzica mercati come quello del Canada o dei paesi scandinavi, molto sensibili dal punto di vista ambientale, sa benissimo che i vari monopoli richiedono sempre di più vini imbottigliati in bottiglie leggere (diventate obbligatorie in Canada) e tappati con tappi a vite; senza parlare del mercato delle compagnie aeree… Vogliamo che i produttori montalcinesi vogliano precludersi questi mercati pur di restare al caro vecchio romantico sughero monopezzo?

  33. @Michele Rossi:
    mi sembra che abbia messo parecchia carne al fuoco in poche righe, ma andiamo con ordine.
    1 – “…molti giovani, non hanno il palato abituato ad un vino prodotto con il 100% di Sangiovese perché spesso sono abituati ai vinellini serviti nei wine bar”. Equivale a dire che, se non capisco e non voglio capire di matematica e fisica, allora il maestro sarà obbligato a parlarmi della Juve e dell’Inter…ma stiamo scherzando?!? Appunto, ci sono tanti vinellini nei wine bar che piacciono a qualcuno…vogliamo togliergli quella fetta di mercato?
    2 – “…differenziare il prodotto in base al mercato verso cui si rivolge”. In pratica, se vorremo vendere il Rosso di Montalcino in Cina dovremo aggiungervi degli aromi di “lichees” o di “bambù”? In Nuova Zelanda sicuramente apprezzerebbero lo stesso Rosso, ma con sfumature di cioccolata o di confettura rossa? Ma se è così, allora la stessa cosa si potrebbe provare anche con il Barolo (perdonami Franco… :-) ) o con l’Aglianico…
    3 – “…vini imbottigliati in bottiglie leggere”. Anche se qui andiamo OT, questo potrebbe essere un punto condivisibile, almeno per quanto riguarda il peso delle bottiglie. E’ un argomento di cui si parla già da tempo, e personalmente sarei d’accordo, un po’ meno sull’uso indiscriminato di tappature alternative, specie per i vini di maggior pregio. Se si attua una seria politica di sostenibilità ambientale, anche per il sughero, non vedo motivi validi per eliminarlo del tutto.

  34. Ma l’esclusività di un prodotto, da quando in qua deve calare le braghe davanti a un consumatore affluente, e per piacergli anziché stupirlo e calarsi dall’alto, deve diventare come lui e mettersi al suo livello?

    La Ferrari modifica i suoi modelli per piacere ai clienti nuovi e un po’ rozzi?

    Il whiskey si dewiskeizza per avvicinarsi ai gusti orientali?
    Occhio che quando la bouillabaisse modifica i suoi ingredienti diventa una zuppa di pesce e costa la metà, perché vale la metà.

    Siamo noi che dobbiamo farci scoprire, imparando, e faticando nel farlo, a farci conoscere e spiegando perché siamo così; oppure dobbiamo diventare meno italiani, meno toscani, meno piemontesi, meno siciliani, e un po’ più cinesi o indiani o vattelapesca per piacere a cinesi indiani eccetera?

    Ma quando si assaggiano i ravioli cinesi forse vorremmo che fossero uguali a quelli maremmani?

    E quando annuso una fragranza orientale ci cerco qualcosa di nostrano o qualcosa di diverso, finalmente diverso?

    E quando si propone un brunello o barolo vogliamo debrunellizzarlo o debarolizzarlo un pochino perché così spaventa di meno i gusti alloctoni?
    Vogliamo mettere il tetto a pagoda sugli chateaux? ma lasciamolo fare ai cinesi!

    Ma la diversità e la sua scoperta non fanno forse parte dei piaceri della vita?

    Ma in un mondo sempre più uguale ogni giorno di più non è più desiderabile un prodotto d’élite che si mantiene elitario, rispetto a un ex-prodotto d’élite che ha sbracato per diventare ‘un po’ meno diverso’, così piace di più?

    Certo la Cocacola ha modificato i suoi gusti, assecondando quelli dei paesi in cui veniva diffusa: ma la Cocacola è un prodotto di massa.
    O vogliamo considerare il Rosso, cioè il Brunello dopodomani, un prodotto di massa?

    Vogliamo parlare di marketing o di barzellette per utili idioti?

    Caro Michele@ beviamoci un Glen(n) Grant con il professore di m. e andiamo a sentire una bella lezione di m.!

  35. @Franco Ziliani
    Peccato che ad un commento argomentato e con dei punti, condivisibili o meno, ma a mio parere ragionati, si risponda con una banalità del genere.
    @Paolo Boldrini
    Grazie per la sua risposta e capisco di aver messo molto argomenti sul tavolo, ma reputavo giusto scriverne. In risposta ai suoi punti:
    1. Non voglio togliere fette di mercato a nessuno, ma se i produttori di Montalcino riescono a trovare nuovi sbocchi per vendere più bottiglie, è la legge della concorrenza, e dove si può provare (e riuscire) ad entrare perché non provarci? Questo sarebbe un canale dove poter veicolare moltissime bottiglie senza arrecare danni all’immagine che altri tipi di canali di vendita provocherebbero (e che già provocano);
    2. Si può differenziare il prodotto pur rimanendo entro certi limiti. Le faccio un esempio. Ero con un grande importatore cinese presso un produttore di Rosso di Montalcino. Dopo la degustazione questo cliente decise di non acquistare il prodotto perché troppo tannico e acido per il gusto dei suoi clienti (era un vino invecchiato 12 mesi in legno e quasi un anno in bottiglia) per acquistare invece un Chianti Classico con lo stesso prezzo ma tagliato al 15% con altri vitigni.
    3. D’accordissimo con le politiche di sostenibilità ambientale sul sughero, ma allora parliamo della freschezza che i vini mantengono se tappati con tappo a vite vs. tappo di sughero. http://www.winespectator.com/video/content/id/17706 qui c’è un video interessante a questo riguardo. E’ vero che WS non è la bibbia, ma ci sono anche molti studi e pubblicazioni tecniche a questo proposito. Inoltre, come ho già detto ma è utile ribadirlo, sono moltissimi i mercati che, ad oggi, chiedono obbligatoriamente la chiusura “a vite”.

    • Michele, le banalità a mio avviso le propone lei con i suoi interventi e le ha proposte qualche professorone incaricato (ben retribuito ovviamente) dal Consorzio di proporre le pezze d’appoggio dettate dal marketing per giustificare questo assurdo, incongruo cambio di disciplinare.”r
      E’ fondamentale inoltre sapere se il voto avverrà in maniera segreta, o palese. Io sono per il voto segreto perché tutti possano liberamente esprimere le proprie convinzioni senza magari dover “rispondere” a qualcuno che magari ti ha fatto un piacere, ti ha acquistato (a basso prezzo) del vino che veniva svenduto perché c’erano difficoltà commerciali a venderlo, é amico degli amici, di banche o potentati vari… Voto segreto, anche se poi voglio vedere, nel caso di voto palese, determinati produttori che votassero per il cambio come giustificherebbero il loro voltafaccia dettato dal fatto che “tengono famiglia”…

  36. @Michele Rossi, mi sembra ci sia un poco di confusione riguardo al Rosso di Montalcino. Sono d’accordo che un vino invecchiato 12 mesi in legno possa risultare troppo chiuso e tannico per un palato che richiede freschezza e bevibilità. Ma non é tagliando il Sangiovese con un altro vitigno che si raggiunge questo risultato, se poi l’invecchiamento é lo stesso.
    Le caratteristiche di giovinezza del Sangiovese puro possono benissimo esprimersi al meglio in un Rosso di Montalcino, basta non sovraccaricarlo di legno.
    Uno dei problemi principali di questa denominazione é l’identità, ci sono tuttora stili diversi (e anche prezzi diversi)che spiazzano il consumatore. La soluzione, ripeto, non é di utilizzare un blend con un altro vitigno, ma di evidenziare quanto più possibile le caratteristiche “giovani” del vino, differenziandolo dal fratello “adulto”.

    La soluzione del taglio non c’entra nulla con una conversione stilistica al mercato, é solo una scappatoia per trovare un ritorno economico alla spesa di aver piantato tanti vigneti alternativi in una zona che non ne aveva certo bisogno.

  37. Mi associo a Franco Ziliani per quanto argomentato da giovannella@.
    @Michele Rossi: mi dispiace, ma per quanto detto alla riga precedente non posso condividere i suoi punti di vista. Secondo lei, quale differenziazione si avrebbe allora tra un Chianti con il 15% di altri vitigni e un Rosso di Montalcino con il 15% di altri vitigni? Forse il nome, e solo quello. Possibile che dobbiamo entrare per forza nel meccanismo, assolutamente negativo e suicida, della globalizzazione ad ogni costo? Se e quando i cinesi avranno affinato il loro gusto, sono sicuro che ci sarà spazio anche per i vini che oggi non piacciono.
    Quanto alla “freschezza che i vini mantengono se tappati con tappo a vite”, mi viene da pensare che allora anche a Bordeaux non hanno capito proprio un…bel niente…! Si immagina uno Chateau Margaux con tappo a vite? Forse, fra una cinquantina d’anni…chissà

  38. Pingback: Seeing Rosso: the economic and social impact of changing Rosso di Montalcino | vinissima

  39. @Giovannella
    Intanto secondo me è bene precisare che la Ferrari di Montalcino è il Brunello, non il rosso. Mi risulta, e mi corregga se sbaglio, che questo vino a suo tempo venne creato come “valvola di sfogo”.
    Avvicinarsi ai nuovi mercati con un vino più facile da capire non aiuterebbe a portare ancora di più il brand Montalcino nel mondo per poi incuriosire il consumatore su un vino come il Brunello di Montalcino (prodotto in questo caso con il 100% di Sangiovese)? Inoltre il Canaiolo e il Colorino ad esempio sono vitigni autoctoni toscani che assolutamente non “alloctonizzerebbero” il Rosso.
    Tanti sono i brand che fanno delle modifiche ai loro prodotti tradizionali (o che li creano ex-novo) per incontrare e soddisfare i nuovi segmenti di mercato. Lei parla della Coca Cola ed il loro ragionamento non è sbagliato: modificare leggermente il gusto senza snaturarlo oppure creare alcuni prodotti solo per determinati mercati. Ed infatti è l’azienda leader nel mercato delle bibite. N.B. non voglio fare paragoni vino/bibite, è solo per fare un esempio.
    Oggigiorno se si vuole vendere è importante differenziarsi e trovare nuove strategie, perché molti sono i Paesi concorrenti pronti a prendere il nostro posto in tanti mercati e che non si fanno tanti problemi a fare modifiche, anche sostanziali. Rimanere inchiodati alle proprie posizioni senza guardarsi intorno è ad oggi impensabile. Venerdì scorso ero a pranzo con un giovane direttore vendite di uno dei più importanti players del mercato del vino in Germania il quale mi diceva dei problemi che affronta con i compratori della vecchia scuola riguardo i tappi a vite e addirittura sui codici a barre nelle etichette. Problemi che sono inesistenti quando si ha a che fare con buyers giovani o più aperti mentalmente, che si rendono conto di come gira il mondo oggi.
    Alla fine, tutte le aziende, grandi o piccole che siano, per andare avanti devono fare investimenti, pagare i dipendenti, pagare i mutui e per fare tutto ciò occorre fatturare e vendere.

    @Nelle Nuvole
    Grazie per la sua nota. Secondo la mia esperienza, però, il palato cinese non cerca freschezza, bensì morbidezza e dolcezza nei vini che assaggia. Queste non possono essere presenti in un Rosso di Montalcino 100% Sangiovese, anche non invecchiato in legno, con un’acidità, per me e per molti piacevolissima, ma che a loro disturba. D’accordo con lei nell’evitare vini sovraccarichi di legno, ma anche ridurlo semplicemente non porta di certo a morbidezza e a dolcezza.

    @Paolo Boldrini
    Sulla tappatura le faccio un esempio simile a quello che ho fatto a Giovannella. Lei parla di Chateau Margaux. Il Rosso di Montalcino non è lo Chateau Margaux di Montalcino. Il Brunello a mio avviso dovrà rimanere tappato con il tappo di sughero. Ma parliamo ad esempio del Pinot Noir Felton Road Block 5 della Nuova Zelanda, un grande vino, venduto negli USA tra i 65 e gli 80 dollari, un prezzo molto maggiore del prezzo medio del Rosso di Montalcino, ed è tappato con il tappo a vite. Anche lo Chablis di Domaine Laroche che parla sul video che ho linkato: non mi sembra che i produttori di Chablis siano gli ultimi arrivati…

    @Franco Ziliani
    Lei mi dice che esprimo banalità con i miei interventi e ne prendo atto. Ma sappia che sono dettate da qualche anno di presenza sul mercato con la borsa dei campioni da degustare al seguito, a vendere vini di varie zone di produzione, in vari Paesi…

    • @ Michele Rossi. Prendo atto della sua esperienza di venditore, ma a volte l’esperienza non basta purtroppo per esprimere idee che si possano considerare valide e prendere seriamente in considerazione…
      Lei sostiene che “se si vuole vendere è importante differenziarsi e trovare nuove strategie”, per me per i vini di Montalcino é invece fondamentale mantenere un’identità precisa. E se il Sant’Antimo non si vende, amen, ce ne faremo una ragione. Basta non “santantimizzare” il Rosso di Montalcino e magari, chissà, anche messer Brunello…

  40. Gentil Michele Rossi@: ma il Rosso non è la cocacola dei vini. semmai la cocacola dei vini può essere il lambrusco, o comunque un vino che non esprime l’esclusività di un terroir. Anche il giovane professore di cui ho letto le lettere su un altro blog si esprime come lei, parlando di cambiamento in termini di ringiovanimento. per altre merci più di massa sarei d’accordo, ma per uno champagne no.
    A me sembra che questo cambiamento sia un po’ incomprensibile, soprattutto per come viene espresso, e per la palese fretta che dimostrano, per la pressione che viene fatta.
    Ci fosse una strategia a monte, bella pulita, chiara e comprensibile si potrebbe discutere in modo più interessante, invece così mi pare che si richiami l’attenzione del mercato in modo esclusivamente negativo. Bisognerebbe che i nostri amici si dotassero di un buon advisor di comunicazione e lo ascoltassero. chissà se ce l’hanno o se ne sentono la necessità. secondo me non ce l’hanno.

  41. Inoltre Michele Rossi@: la ferrari è montalcino, il brunello è la F40 cioè il modello più iconico, pensato per la pista ma voluto dai più ‘esigenti’, anche cinesi per andarci in giro. chi ha venduto ferrari, come uno che conosco molto bene, sa che mai e poi mai un aspirante ferrarista la vorrebbe annacquata. ha mai fatto un viaggio su una ferrari? roba da rovinarsi il lato b e dintorni. ma nessuno si sogna di ammorbidire la ferrari per renderla più appetibile.
    in questo caso parlo di una ferrari qualsiasi, perché su una F40 mi ci sono solo seduta un paio di volte.
    certo, la cocacola è un’altra cosa, più duttile e più accessibile, ma i nostri compagni non hanno in mano la cocacola, hanno in mano una ferrarina e non tutti sono in grado di guidarla.

  42. @Franco Ziliani
    Abbiamo due opinioni diverse. Io sono per, dove possibile e utile, differenziarsi allo scopo di migliorarsi ed essere più efficienti, produttivi, redditizi. E la differenziazione non deve mai andare a discapito della qualità.
    L’identità precisa non si perde, anzi il brand “Montalcino” acquisterebbe visibilità.
    Lei però mi deve spiegare perché ribatte continuamente sulle modifiche al disciplinare del Brunello: chi l’ha detto e dove sta scritto? Leggendo le varie comunicazioni del Consorzio del Brunello che Lei ha riportato, non leggo Brunello ma solo Rosso di Montalcino.
    @Giovannella
    Ma se ho precisato che non voglio paragonare il vino alla Coca Cola. Forse non mi sono spiegato bene…. E il Rosso di Montalcino non è neanche uno Champagne, né uno Chateau Margaux, né un Brunello, ma un vino creato ad hoc come valvola di sfogo per il fratello maggiore. Un vino che ha avuto successo ma che non ha mai avuto troppe pretese di arrivare alle grandezze del Brunello di Montalcino.
    Nel suo secondo post paragona il Brunello alla F40 e giustamente dice che nessuno vorrebbe, come il Brunello, annacquarla o ammorbidirne le sensazioni quando la si guida. Ma Le ribadisco, chi ha parlato di Brunello? Io no, forse mi sono spiegato male.

    In generale mi sembra che si voglia far pensare a chi legge e non conosce la questione al 100% che le proposte di modifica arriveranno sicuramente anche per il Brunello.

  43. (Rischio un OT per seguire la logica di alcuni post di cui sopra)
    Dato che a molti giovani abbienti (e quindi ottimi acquirenti potenziali) piace fare la doccia con lo champagne (http://t.co/AbGUPG4), io proporrei ai vari produttori di bollicine italiane di integrare un diffusore “a doccia” nella la bocca della bottiglia. E se proprio si volessero sbaragliare i concorrenti di mercato transalpini, proporrei di integrare un supporto per fontane luminose nella gabbietta (http://youtu.be/xjERg5gtbic). Allora sì che
    Lasciate perdere le etichette placcate in oro o il dosaggio generoso: ci ha già pensato qualcun’altro.

  44. @Giovannella: ..azz! cartellino rosso! Il Lambrusco non é da paragonare alla cocacola! Il Lambrusco é un vino di pari importanza e serietá di qualsiasi altro DOC italiano e con tradizioni
    di diffusione commerciale e di imbottigliamento ben piu´antiche per esempio del Rosso di Montalcino. Per non parlare poi della rilevanza commerciale. In ogni caso ne´produttori ne´Consorzii varii del Lambrusco si sognerebbero mai di usare altre uve che non le uve lambrusco dei disciplinari relativi alle diverse zone DOC. Lo si potrebbe fare tranquillo, con una percentuale di cabernet , di syrah o di primitivo ed invece si continua a produrre tale e quale da circa centocinquant’anni. Perché ? perché il Lambrusco o ti piace cosi´o ti bevi un altro vino. I Francesi non ce l’hanno, ed i Cileni nemmeno. Non piace ai cinesi ? Peggio per loro. Fine della storia e te, Giovanné : nun t’azzardá! ….

    Comunque a parte la puntualizzazione sul Lambrusco e la carica frontale alla povera Giovannella che sicuramente non aveva nessunissima intenzione di offendere nessuno, Michele Rossi qualche ragione ce la ha . Lo capisco: sta in trincea, se la deve vedere con i compratori
    che vogliono questo gusto, quella rotonditá, il tappo in un modo, la bottiglia in un altro, il cartone da sei, il codice a barre no, la retroetichetta si……Il suo credo e´: vendere obbedire combattere, e magari ce ne fossero di venditori di vino italiano bravi, come credo lo sia, in giro per il mondo. Che male c’é ? no, non a stravolgere, ma a modificare un po´ un vino se questo significa venderne di piu´. Non é questo lo scopo di ogni produzione ?

    Le ragioni di Michele sono giuste, ma scelgono la soluzione opposta a quella da scegliere:
    il Rosso, se fatto bene é giá un gran bel vino di suo. E non é né acido, né fuori prezzo. La soluzione non é dargli l’aiutino, il ritocco merlottiano o altro: la soluzione dura ma che prima o poi andrá affrontata e´- ahinoi – farlo meglio e farne di meno. Su “I numeri del vino” dell’ottimo
    “Bacca”ho letto recentemente che nel mondo ogni anno si producono un milione di ettolitri in piu´di quanti non se ne consumino. Allora: invece di tenerci cari come tesori i vini unici al mondo, farli meglio e renderli appetibili che facciamo ? nel nome di una malintesa “richiesta
    di mercato” li rendiamo copiabili, uguali a quelli che giá esistono in ogni parte del mondo ?
    ci accodiamo al milione senza personalitá ed invenduto ? pensiamo veramente di conquistare mercati con accomodamenti e compromessi presentando vini che potranno essere copiati e prodotti, vai a vedere proprio in Cina, ad un decimo del costo ?

    Il Rosso é cosi´come é e chi lo fa bene lo vende bene. Apri la porta ad altre uve, perdi di identitá, perdi il tuo marchio di fabbrica, la ragione sociale, diventi come tanti altri e quindi meno appetibile. Perdi soldi. A Michele: il mondo piu´si globalizza, piú aumenta la ricerca edonistica del non globalizzato, del particolare, dell’irrepetibile. In Italia ci sono centomila vini, un’offerta insuperata di particolaritá, di cose uniche. Questo devi presentare al cinese di turno per fargli venire l’acquolina in gola. Da quando in quá é il cliente a decidere quello che vuole comprare ?

    PS

    Senza intenzione di offendere nessuno ma é da tanto tempo che non mi capitava di leggere proposte di variazione ad unl disciplinare che riunissero in poche righe un pari tasso di ignoranza, miopicitá e masochismo. Amen.

  45. Michele Rossi, mi scusi, ma quando dice “Io sono per, dove possibile e utile, differenziarsi allo scopo di migliorarsi ed essere più efficienti, produttivi, redditizi. E la differenziazione non deve mai andare a discapito della qualità.” si contraddice: il rosso di montalcino esclusivamente 100% sangiovese è gia differente da tanti chianti che hanno un tot% di vitigni diversi dal sangiovese, anche canaiolo e colorino e sicuramente è differente da vini che oltre al sangio hanno anche merlot e cabernet. Poi mi si deve spiegare che tipo di efficienza può portare l’aggiunta di altri vitigni (peggiorativi).

    Mi scusi ancora, ma se l’importatore cinese voleva un vino morbido e “ruffiano” e lei l’ha portato a Montalcino, allora lei sarà anche un grande venditore, ma di spazzole. Il prodotto che cercava il suo importatore cinese probabilmente era un supertuscan o forse bisognava portarlo direttamente dal cav. Rivella, esperto in vini ruf-ruf.

    Sinceramente risulta difficile capire quali vantaggi si possano avere a massificare un prodotto che ha una peculiarità che soltanto a Montalcino si trova e che il mondo ci invidia. E per fare cosa? Concorrenza ai vini australiani, cileni sudafricani da 3 €?

    Ma perchè non diamo in gestione il marketing delle nostre doc e docg prestigiose ai francesi, da quel punto di vista quelli di stupidate non ne fanno di certo.

    Saluti.

  46. @Carlo Merolli: bravo!
    Anche se a Giovannella al massimo si potrebbe dare un cartellino giallo e non rosso (giallo e rosso…che abbinamento perfetto…! :-) ), perché sono sicuro che non era quella la sua intenzione di accostare il Lambrusco alla…Cosa-Cosa.
    Personalmente trovo il Lambrusco, in qualunque variante di vitigno, insuperabile in abbinamento a certi piatti…

  47. Un cartellino giallorosso andrebbe bene per te, Paolo Boldrini alias er mejo de li tifosi de sta grande Roma. Giovannella intendeva il lambrusco generico, quello cioe’ che si spaccia per lambrusco, con la l minuscola. Non certo i 6 (bene sei) Lambruschi tutelati dal Consorzio, che sono molto diversi tra loro anche perche’ ricavati da tagli diversi tra vitigni autoctoni emiliani, mantovani, romagnoli. A me piacciono in modo particolare il Reggiano secco, con certe pietanze ed il Sorbara secco con altre. Ma ce n’e’ una gamma notevole, secco, amabile, anche metodo classico, rosato e bianco e gli esperti del luogo li abbinano meravigliosamente alle autentiche leccornie locali.

  48. Eccomi qua a rispondere, gentile signor Merolli@ (e signor Boldrini) delle parole che hanno offeso. Mi spiace, non intendevo picchiare sul lambrusco, me ne guardo bene. per non farla lunga mi limito a sottoscrivere quanto lei dichiara, parola per parola. Mai considerato il lambrusco alla stregua della cocacola, semmai direi che è un vino che ha un’immagine più ‘alla mano’, più allegra e anche molto tipica, se vogliamo dargli una posizione precisa.
    è il nostro Michele glen(n) grant che ha un’idea datata del vino, come di un libro che va scritto con le parole che al lettore piace leggere, non come una storia che deve sorprendere ogni volta il lettore. anche se è il rosso e non il brunello. finché qualcuno ne scriverà come di una risulta, vorrà dire che non c’è il ‘sentiment’ giusto per farlo diventare un grande vino. finché qualcuno dirà sì buono però non è mica il brunello, saremo sempre punto e a capo.
    guardi per esempio le due sorelle inglesi. kate ha sposato il futuro re d’inghilterra. ma della sorella minore nessuno dice: ‘eh sua sorella ha sposato il futuro re’. tutti dicono; ‘eh che gran lato b c’ha la pippa!’
    ecco, secondo me il rosso deve essere pensato come la PIPPA rispetto alla KATE destinata a diventare regina. l’altra sarà regina, ma il rosso c’ha un gran lato b!!!
    Che non è la fiaba di cenerentola, badi bene.

  49. @Carlo Merolli
    Grazie per il bravo, faccio quello che posso da tanti anni e per fortuna continuo a lavorare e non è cosa da poco.
    Riguardo a quello che lei mi dice, il problema del Rosso è la quantità e la varietà dei prezzi sul mercato. Ma il maggiore problema è il prezzo. “Ho troppo Rosso di Montalcino in cantina? Lo vendo ad un prezzo ridicolo ad una catena GDO in Germania o faccio una promozione 1+1 nel mercato USA”. Così facendo si butta sul mercato una quantità di vino a prezzi irrisori e creo un effetto domino distruttivo. Forse anche i puri del 100% Sangiovese quando vedono il pericolo mancate vendite, le brache se le tirano giù con politiche di prezzi molto pericolose. E in genere non sono i grandi produttori con forze vendite che funzionano a farlo….
    @Il Chiaro
    L’aggiunta di altri vitigni in questo caso porta, come già spiegato prima, ad una maggiore facilità di comprensione del vino Sangiovese ed una più facile vendita in mercati che al 100% Sangiovese non sono affatto abituati.
    Ho portato il cinese a Montalcino perché mi aveva chiesto specificamente un vino di Montalcino ad una determinata fascia di prezzo.
    Infine, lei parla di prezzi di vini australiani e cileni a 3 Euro. Ma i Rosso di Montalcino sugli scaffali della GDO anche di piccoli produttori, a quale prezzo pensa vengano venduti, a 25 Euro?
    @Giovannella
    Forse avrò un’idea datata del vino, ma lei è sul mercato tutti i giorni e sa il prezzo medio a cui il rosso viene venduto perché altrimenti non esce dalle cantine? Lo scopo delle aziende è vendere e a prezzi surreali il Rosso di Montalcino non uscirebbe dalle cantine. Magari riuscire a vendere il Rosso di Montalcino a 15/20 Euro. Mi spieghi lei come si fa. Forse la mia visione è un po’ datata ma la sua forse è un po’ naïf…

  50. @ Michele. L’arte (la scienza?) del marketing può riuscire a rendere plausibile, logica e coerente ogni azione che si voglia intraprendere, ma… ho la sensazione che le strategie da lei suggerite a supporto della proposta di modifica del disciplinare del Rosso di Montalcino ad altro non servano che a posticipare la morte di un malato terminale…
    Provi ad immaginare lo scenario che si potrebbe presentare sul mercato tra qualche anno nel caso in cui davvero tale proposta fossi oggi accolta: forse le aziende avranno (modestamente) rimpinguato le loro casse ma con manovre di così scarso respiro la prospettiva è quella di ritrovarsi a rincorrere perennemente un mercato che  puntualmente ripropone problematiche sempre uguali che ci si può solo illudere di risolvere con i soliti compromessi. Veramente è così ingenuo da  credere che col suo progetto il problema del Rosso di Montalcino verrà definitivamente risolto? La sua cura, signor Michele, è il palliativo che il mercato, forte dell’influenza che esercita sul consumatore, subdolamente induce ad adottare indicandolo come una strada da intraprendere veloce e indolore, ma sono scelte dall’effimera portata quelle che lei vorrebbe spingere ad adottare! Accetti di buon grado che occorrono tempi lunghi per far maturare un gusto anche spigoloso, sicuramente meno ruffiano di altri e che solo la coesione e la condivisione da parte di tutti (produttori, consorzi, associazioni, comunicatori del vino) di intenti e strategie lungimiranti atte a salvaguardare  la natura, la veracità del Rosso di Montalcino, sia il mezzo per salvare le penne e non cadere nel “frullatore omogeneizzatore” di un mercato massificante. Non vedo alternative all’andar fieri del nostro figlio unico non sempre all’altezza delle situazioni…
     
     
     
     
     

  51. @Mario Crosta: ti ringrazio dell’apprezzamento, Mario, ma forse in questo momento non è il caso di approfondire discorsi vari sulla “Maggica”, che tanto Maggica non sembra proprio, quest’anno… :-(
    Stavo ovviamente scherzando, riferendomi alle frasi di Giovannella, che ho ben compreso non aveva la minima intenzione di mettere sullo stesso piano il Lambrusco (in qualsiasi declinazione) e…altro.
    @Michele Rossi: per fortuna anche all’estero non tutti mirano all’omologazione dei gusti, come riportato da Ziliani negli ultimi due post:

    http://vinoalvino.org/blog/2011/08/anche-in-italiano-l%e2%80%99appello-di-nicolas-belfrage-contro-la-standardizzazione-del-rosso-di-montalcino-doc.html

    http://vinoalvino.org/blog/2011/08/nicolas-belfrage-master-of-wine-prende-posizione-contro-il-cambio-di-disciplinare-del-rosso-di-montalcino.html

    Anche se non frequento così assiduamente lo scaffale dei vini della GDO, quando mi capita di dare una sbirciatina quasi mai vado via senza aver preso almeno una bottiglia (a proposito di Lambrusco & C., una delle ultime è stata una piacevole bottiglia di Gutturnio frizzante). Ma non ricordo di aver mai acquistato un Rosso o tantomeno un Brunello di Montalcino, anche se i prezzi potevano essere appetibili. Il motivo? Di quelli che ho trovato nella GDO, nessuno riportava la dicitura “prodotto e imbottigliato da…” o “imbottigliato nelle proprie cantine da…”, erano cioè tutti vini imbottigliati da terzi, senza sapere da dove provenivano le uve (certo, sicuramente dal Comune di Montalcino…ma da chi?).
    Mi è capitato invece di trovare, ad esempio, il Barbaresco di Gaja a prezzi oltre i 100 euro.
    Nessuno, credo, vuole credere o far credere che negli ultimi anni il mercato del vino non stia attraversando momenti difficili. Anche in questo blog se ne è parlato più volte.
    Ma non credo nemmeno che la cura da molti proposta sia migliore del male…

  52. @Michele: non voglio occupare ancora spazio su questo argomento e credimi, rispetto chi é, come te, al terminale della catena di produzione e nel posto piu´difficile, specie in questi momenti.
    Peró l’argomento “il problema del Rosso è la quantità e la varietà dei prezzi sul mercato”
    non regge. Lo stesso accade per i Bordeaux, per i Rioja, per i Bourgogne, per lo Champagne.
    Trovi tutto ed a tutti i prezzi. Ma non trovi produttori di quelle denominazione che vogliano risolvere problemi di fatturato cambiando i loro disciplinari. Nello Champagne e nella Valpolicella hanno scelto, a torto o a ragione di immettere meno vino sul mercato e di diminuire
    la quantitá delle uve destinate all’Amarone. E´una via anche quella e purtroppo non ho soluzioni
    al problema ( se di problema si tratta: questo ancora non ce lo ha detto nessuno, né per chi si tratta di problema.) So solo che “l’aiutino” proposto, va ad incidere direttamente e a sminuire il patrimonio di unicitá e di identitá agricola di un vino che non esiste in nessuna altra parte del mondo. Finora.
    Passo e chiudo.

  53. @ Michele: io parlo di € 3 sullo scaffale. Tu hai mai visto un rosso di montalcino a 3 euro sullo scaffale?
    Ma che senso ha voler uniformare un prodotto unico a vini che economicamente sono più competitivi del nostro? Dove sta la logica di una proposta del genere?
    Il mercato cinese chiede un gusto morbido, facile e ruffiano? Bene, gli si dia un bel merlot e tanti saluti. Come si può pensare di voler un sangiovese al gusto di cabernet o di merlot?
    Io proprio non riesco a capire come un venditore possa ragionare così.

  54. Il chiaro e’ pure il saggio. Come si fa a voler vendere per forza una Mercedes a chi vuole una Lancia? Cos’e’ questa storia che si devono truccare le Mercedes per farle assomigliare alle Lancia? Vero che un commerciante non si arrende davanti a nulla, pero’ se si ragionasse tutti da commercianti ci sarebbero in circolazione o soltanto Mercedes o soltanto Lancia. Incomincerei davvero a bere le acque oligominerali e minerali, piuttosto che bere sempre lo stesso tipo di vino. Almeno quelle sono certamente diferentissime fra loro, tanto che hanno pure il certificato d’analisi in etichetta con tutti i componenti. In vino veritas e il chiaro, cioe’ il saggio, fa bene a ricordarcelo sempre. Birichini quelli che pur di vendere se ne dimenticano, come se il vino fosse una merce qualsiasi.

  55. @Carlo Merolli
    Grazie per il tuo commento e capisco il tuo punto di vista. In altre denominazioni hanno trovato altre soluzioni. Ma purtroppo a Montalcino altre soluzioni non si possono trovare e purtroppo non si può aspettare perché il vino diventi più morbido e piaccia a tanti clienti. Ma voglio ricordare e secondo me è importante, che il disciplinare non obbligherebbe i produttori al taglio. Darebbe solo una possibilità, a mio avviso utile, per aumentare lo spettro di consumatori del Rosso di Montalcino.
    @Il Chiaro
    I prodotti a 3 Euro sullo scaffale sono venduti all’ingrosso a 1 euro o anche meno e a quel punto non ci arriveremo mai.
    Il problema è che se al cinese non si trova il modo di vendere Rosso di Montalcino, le cantine saranno piene di vino che non si riuscirà a vendere. La mia visione sarà puramente commerciale ma oggi, vedendo come va il mondo, non si può continuare a fare le vergini con il prodotto di nicchia, puro, ecc. Gli altri Paesi ci sorpasseranno. Iniziamo a ragionare in modo moderno, senza dimenticarci di tradizioni e territorio, ma attualizzandole, e vedrete che non ci batterà nessuno. Purtroppo spesso i piccoli produttori puristi sono proprio quelli che poi non vendono tutto e vanno a bussare ai commercianti per svendere il loro prodotto con un’etichetta privata dove il loro nome non figura. A mio avviso è più conveniente vendere un Rosso di Montalcino diversificato, a prezzi diversificati e competitivi anche a seconda del mercato ma sui canali tradizionali, che non trovare etichette private di Rosso e di Brunello di Montalcino alla GDO tedesca a prezzi ridicoli.
    Infine, voglio informarmi presso qualche produttore qual’è l’incidenza del Rosso di Montalcino sul loro fatturato per capire bene quanto questo vino influisce nelle loro politiche commerciali e nei loro utili.

  56. ma davvero se il mercato cinese non accetterà il rosso di montalcino così come è rimarrà invenduto? E come facevano dieci anni fa quando in Cina non vendeva (quasi) nessuno? Ma quante bottiglie fanno di rosso di Montalcino?

    Michele io sono un venditore come te, non giro il mondo, ma batto una ricca provincia del nord Italia: ti assicuro che se si facesse capire alla gente che il vino non deve essere buono (la coca cola è buona, non il Vino), ma fedele al proprio territorio i problemi sarebbero pressochè finiti. Se invece si continua a inseguire un competitor sul proprio campo allora saremo sempre perdenti. Abbiamo la fortuna di avere una serie di Terroir che non sono replicabili altrove e vogliamo sprecare questo vantaggio: follia.
    Io a un cliente che non capisce questo, ma che continua a voler solo morbidezza, il vino non lo venderei finchè non avrà imparato: sarà lui che mi pregherà di venderglielo tra qualche anno a qualsiasi prezzo. Intanto può bere vini cileni e sudafricani o meglio ancora la coca cola.

  57. Pingback: A Montalcino ci stanno provando, di nuovo | enoiche illusioni

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