Montalcino: coraggio produttori, ora tiratevi su le maniche per (ri)lanciare il Rosso!

Produttori di Montalcino che avete trionfato (va bene, non esageriamo, diciamo che vi siete nettamente imposti) nella votazione del 7 settembre dei soci del Consorzio del Brunello di Montalcino, respingendo la proposta di modifica del disciplinare della DOC Rosso di Montalcino, e mantenendo l’altro grande vino di Montalcino (non chiamiamolo più riduttivamente “vino di ricaduta”!) a base Sangiovese cento per cento come il fratello maggiore Brunello, mi raccomando, non sedetevi sugli allori!
Visto che, come ha sottolineato il Presidente del Consorzio Ezio Rivella “è stata una decisione molto dibattuta e sofferta che evidenzia il forte coinvolgimento dei produttori riuniti nel Consorzio e che lascia assolutamente intatti la peculiarità ed il valore di una Doc di altissimo profilo internazionale”, ricordatevi, anche se le percentuali di voto parlano chiaro, 69% di voti contrari al cambiamento, contro un solo 31% di favorevoli, che, sempre parole di Rivella, “il nuovo Consiglio comunque sta portando avanti un rilevante progetto di marketing – denominato Montalcino 2015 – per anticipare gli effetti dei cambiamenti sui mercati internazionali e proiettarci nei prossimi dieci anni”.
Avete (con un piccolo contributo fornito, disinteressatamente, da wine blog, wine writers & Master of wine) vinto, ma ora si tratta, anche per dimostrare alla minoranza che è stata sonoramente sconfitta che avevate ragione, che non c’era motivo di cambiare l’identità del Rosso, e creare, come ha dichiarato a Decanter.com uno dei membri del Consiglio di amministrazione del Consorzio del Brunello “Consorzio board member Fabrizio Bindocci said, ‘Montalcino has lost a great opportunity to have two Rossos that would have satisfied all markets”, un Rosso a doppio registro, di darvi da fare.
Di decidere veramente cosa deve essere e cosa fare da grande il Rosso di Montalcino. Dovete pensare seriamente quale identità dargli, se deve essere un vino importante, un “quasi Brunello” in stile Poggio di Sotto come l’ha voluto sinora Piero Palmucci (le intenzioni della nuova proprietà lo scopriremo vini bevendo…), in stile Gianni Brunelli, Campi di Fonterenza, Lisini, Tenuta Le Potazzine, Il Greppo Biondi Santi, Siro Pacenti, per citare solo alcuni dei Rosso esemplari che maggiormente amo, o se deve essere un vinellino senza pretese (e davvero di ricaduta e basta) come quelli che vengono svenduti a prezzi ridicoli nei tantissimi negozi di vino di Montalcino…
Non è affatto vero, l’ha ricordato con cognizione di causa Stefano Cinelli Colombini intervenendo su Intravino che ci sia un clamoroso problema commerciale del Rosso di Montalcino: “Le giacenze invendute di Rosso di Montalcino erano modestissime già l’anno scorso e sono state bruciate tutte quest’anno, tanto è vero che il prezzo del vino sfuso è aumentato enormemente”.
E questa evidenza l’ha ricordata anche il direttore del Consorzio, (Stefano Campatelli, sì, sempre lui, buono per ogni stagione, inamovibile…).
Allora, visto che almeno sino al 2012, magari in occasione del Benvenuto Brunello come hanno fatto quest’anno, gli irriducibili fautori del cambiamento non avranno la forza di rialzare la cresta e di proporre ancora l’ennesima modifica, visto che sul Rosso di Montalcino Sangiovese (di Montalcino, non della Maremma o di chissà dove) cento per cento si dovrà lavorare, ora si tratta, come chiede il presidente tuttora (e testardamente) in carica Rivella, di dare avvio, tutti insieme, ad “un rilevante progetto di marketing”.
Magari coinvolgendo esperti un po’ più esperti e convincenti di quelli che chiamavano in causa la chirurgia estetica per motivare il cambio di disciplinare, magari progettando analisi con maggiore costrutto, ambizione e respiro.
Data l’evidente stranezza data dal fatto che il Rosso, vino base della piramide di Montalcino, viene prodotto in quantitativi inferiori al Brunello, occorre studiare seriamente un programma che punti concretamente, organicamente, in maniera impegnativa e non episodica, con convinzione, con profusione di mezzi ed il contributo di tutti, a far conoscere e promuovere il Rosso di Montalcino.
Visto che il Brunello, nonostante quello che è accaduto dal marzo 2008 in poi, continua ad andar bene, a vendersi, a conquistare l’attenzione di tutto il mondo (anche se ogni tanto qualcuno a Montalcino sembra mettere apposta bastoni tra le ruote del suo cammino), ora si tratta di tirarsi su le maniche, di darsi da fare in primis per produrre sempre più validi Rosso di Montalcino e poi di proporre Montalcino, e orgogliosamente, come la patria non solo del Brunello (e dal Sant’Antimo, ahinoi…) ma anche di un secondo vino, il Rosso, avvertito come bandiera di cui essere fieri.


Io, nel mio piccolo, cercherò di dare un contributo scrivendo più spesso di quanto ho fatto di Rosso di Montalcino, di proporre all’attenzione dei lettori di questo blog e dei giornali cui collaboro i migliori Rosso.
E poi chiederò subito alle organizzazioni con cui ho il piacere di collaborare, A.I.S. e Onav, di permettermi di organizzare delle serate di degustazione, in giro per l’Italia, dedicate non più al Brunello, ma al Rosso.
Il 22 novembre di sette anni fa, nel 2004, ideai e coordinai a Milano, in collaborazione con A.I.S. Milano e con il Consorzio del Brunello di Montalcino (sembra impossibile ma è vero) un banco d’assaggio di Rosso di Montalcino che ebbe un clamoroso successo. Mi piacerebbe tanto ripetere l’esperienza e mi metterò subito alla ricerca di produttori di Rosso di Montalcino di buona volontà che vogliano condividere il progetto.
Così, una volta di più, dimostrerò anche agli ilcinesi più scettici e/o prevenuti come abbia a cuore i loro vini base Sangiovese. Quando sono buoni, sinceri e “parlano” del loro terroir d’origine…

P.S.
Nel dicembre 2004 commentavo così su WineReport l’andamento del banco d’assaggio del Rosso di Montalcino svoltosi a Milano…

14 pensieri su “Montalcino: coraggio produttori, ora tiratevi su le maniche per (ri)lanciare il Rosso!

  1. Caro Franco, concordo sulla necessità di “rilanciare” il second vin locale, ma finchè non si risolverà il problema del sant’antimo (insolubile?) e di tutte le centinaia di ha ad internazionali staremo solo posticipando un’altro assalto alla diligenza; che poi passi per una ventilata modifica allo statuto o per l’ennesima votazione (dal 90 i no sono passati al 70…)non cambia la sostanza. A Montalcino il problema non è il sangiovese, sono gli internazioanli che non si fila nessuno. Logica di mercato direbbe: investimnetio sabgliato, c…i loro, ma qui non funziona così, perchè i rapporti sono intrecciati, ci si scambiano partite di vino alla bisogna etc etc.

  2. Buongiorno Franco.

    E’ molto corretto il tuo invito; ed è un invito con una sua complessità.
    E’ giusto – finalmente – occuparsi di un lancio del RdM che non può avvenire sulla base di ricerche approssimative. L’esperienza (mi) insegna che partire da una ricerca approfondita sui valori di un prodotto, condividere e presentare (la presentazione delle ricerche non è una fase secondaria) tale ricerca al mercato ‘ristretto’ (quello in cui si annidano anche gli opinion leader) sarebbe (è) un punto di partenza ideale.
    Creare un “road show” per il RdM – non necessariamente da tradurre alla lettera, ma forse anche – è necessario e importante.

    Il MERCATO è CONVERSAZIONE. Non anche: soprattutto: lo sappiamo da anni e va sempre di più in quella direzione. Il RdM è un prodotto che può essere un ponte perfetto tra una terra e una serie di pubblici (di target diversi); un ponte tra l’idea evoluta di vino e il BdM; un ponte verso il concetto di terroir per tanti consumatori che ne sentono parlare e ne orecchiano in modo ‘spannometrico’.

    Il pubblico, il mercato, non apprendono da soli; bisogna dialogare in modo un po’ più evoluto e colto. E quando scrivo ‘colto’, ancora una volta non penso ai libri letti, alle lingue in cui si è capaci di parlare, ma penso proprio a un modo un po’ più consapevole di parlare di un prodotto, distaccandosi finalmente dai problemi che pressano in modo contingente, penso ad una consapevolezza reale di qualità e di potenziali, penso alla necessità di avere un po’ di ‘formazione vera’ (non dei soliti formatori che lo sono per via dell’etichetta che gli è stata appiccicata addosso) che muova un’evoluzione delle azioni promozionali.
    Penso alla necessità di conoscere i propri consumatori e di dialogare con pubblici diversi, … eccetera.
    Inoltre penso che è (senza modi congiuntivi) necessaria un’azione che faccia conoscere i vini (TUTTI) di Montalcino e Montalcino stessa, in modo da predisporre una ‘piattaforma’ di rilancio diversa, ricordando (non solo a me stessa) che il primo requisito di una comunicazione efficace (subito dopo l’ascolto) è la continuità. Oggi in un mondo così ballerino ancora di più.

  3. I sangiovesi in purezza di Montalcino sono due, uno da bersi giovane ed uno a lungo affinamento. Sono due “pezzi unici” non confrontabili con nulla al mondo, perché solo Montalcino è capace di raggiungere l’eccellenza nel sangiovese in purezza. E secoli di esperienza, di costanza nell’alta qualità e di prestigio sono qui a dimostrarlo.
    Pochi e chiari principi, che dobbiamo condividere tutti per far partire il rilancio.

  4. @egr.Sig.Colombini…

    mah..io penso che anche nel chianti”classico”…il sangiovese riesca…ogni tanto…ma solo ogni tanto a dare qualche vino passabile”non confrontabile,ovviamente con il rosso o brunello”….tipo quel vinellino che e’ il pergole torte…..
    attenzione a santificare troppo un territorio che seppur vocatissimo “in alcune zone”…non e non sara’ mai la panacea del sangiovese….in tutto il chianti classico sono piantati a vigneto 7000 ettari, nel solo comune di montalcino 2000 direi che non c’e’ proporzione e di ciofeghe ne vengono fatte sia in chianti che a montalcino…

  5. Caro signor Braganti, nel Chianti Classico si fanno eccellenti sangiovese e sono fiero di essere anche chiantigiano, perchè la mia famiglia viene da Uopini e avevamo anche Topina. Qualche secolo fa. Quanto ai numeri, noi di sangiovese ne abbiamo più o meno duemilaottocento ettari più settecento di altro, siamo piccoli ma non così tanto. E quanto alle ciofeche è una bella gara, e di certo io ho fatto molti vini inferiori alle pergole torte. La differenza tra Montalcino ed il Chianti Classico non sta nella differente qualità dei vertici, ambedue straordinari, quanto piuttosto nella scelta di “filosofia”; noi, con certe oscillazioni, abbiamo puntato verso una tipicità ed unicità piuttosto spinta. Non conosco abbastanza il Chianti Classico per capire dove ha puntato.

  6. appunto…mi vuole dire che in ben duemilaottocento ettari a sangiovese(che “dovrebbe”essere uno dei vitigni piu’ difficili da coltivare,con altitudini,esposizioni,terreni,ben precisi) e viene tutto bene…ovunque.??..andiamo…..a montalcino avete strapiantato sangiovese anche dove non venivano le zucche…come del resto nel chianti, ma il chianti conta ben 9 comuni al suo interno montalcino…??….invece di difendere e basta,la zona riconoscetene anche i limiti dove sono…come del resto sono in chianti e in buona parte della toscana….
    e poi vogliamo parlare delle stelle che ogni anno date all’annata….a questa quante ne date..??…da voi scommetto che le piante sono tutte belle e rigogliose…

  7. Sa, Montalcino non è proprio piccolo, e solo un Comune ma se ricordo bene è tra i cinque più grandi d’Italia. Ed ha un microclima davvero molto particolare; a sud è coperto dal Monte Amiata e a nord ovest dalla Montagnola Senese, a est ha le crete che hanno un’escursione termica estiva pazzesca e tutto intorno ha fiumi che la sera creano correnti fresche. In un certo senso è un’isola, è circondato dall’acqua. C’è pochissima umidità, nebbie solo in zone molto piccole (non vitate) e piovosità scarsissima; è molto frequente trovare la pioggia a Buonconvento, e notare che non arriva a Montalcino. La sera d’agosto normalmente qui ci si mette il maglione, e le zucche o il granturco non le ho mai viste salvo che nelle piane a nord est, dove però non c’è vigna. Anche il Chianti Classico ha zone climaticamente ideali, io una contrapposizione non l’ho mai vista e non la vedo; sono due grandi realtà diverse nella loro unicità. I limiti ci sono, per carità, non tutto è ottimo e neppure buono. Ma vorrei vedere il lavoro dei produttori per qualche anno in più per capire in che casi è errore umano e in che casi è la zona. Una zonazione non è una cosa semplice da fare, anche perchè ogni errore può portare a clamorose ingiustizie. Quanto alle stelle dell’annata, non credo che dal mosto o poco più si possa giudicare cosa sarà un Brunello finito dopo quattro anni. Io ero rimasto a cinque stelle, ora sono diventate sette?

  8. Grazie signor Boldrini, avevo presa per buona senza controllare un dato fornito da un amico. Mi correggo con piacere. Gli altri dati sul clima e su come è fatto il nostro Comune sono esatti, quelli li ho controllati.

  9. Intervengo sull’argomento con ritardo perche’ ero in viaggio. E’ stato scritto che 31% dei produttori ha votato a favore? Parlando con un produttore ho appreso che e’ un dato non corretto, infatti mi riferisce che ad ogni produttore non corrisponde un solo voto ma piu’ voti calcolati secondo certi parametri un po comlicati da spiegare in poche righe ma che permettono alle grosse aziende di disporre singolarmente di numerosi voti , qualcuno fino a 65. Pertanto, sembrerebbe, che coloro che hanno votato a favore si contino in un palmo di mano.
    Mi piacerebbe avere conferma di cio’

    • leggo in un commento pubblicato a margine di questo articolo di Wine Surf
      http://www.winesurf.it/index.php?file=onenews&form_id_notizia=1183
      che l’autore, sempre più schierato dalla parte delle Grandi Aziende di Montalcino, é arrivato a mettere in dubbio la competenza dei wine writer internazionali che hanno preso posizione, su questo blog, contro il cambio di disciplinare del Rosso di Montalcino, affermando: “Devo dire che sono abbastanza stupito nel leggere molti commentatori specialmente esteri che sembrano fare a gara nel decantare oggi le qualità del Rosso di Montalcino fatto con le sole uve sangiovese.
      Francamente non so cosa scrivessero sul medesimo argomento 15 anni fa o prima – e in molti casi credo sia pure lecito dubitare sulla effettiva consuetudine con questo vino – comunque non può che far piacere vederne riconosciuta la “grandezza” seppur tardivamente”.
      Se l’autore di queste riflessioni si sente contento di fare così, continui pure. E’ sorprendente piuttosto come A.G. faccia finta di non capire (ma secondo me lo capisce benissimo) che la strenua difesa del Rosso a base Sangiovese 100% aveva soprattutto un significato: difendere il legame Rosso = Sangiovese per difendere il Brunello, perché era chiaro a tutti, e quindi anche ad A.G. che oggi si cercava di cambiare l’identità del Rosso per poi puntare, quanto prima, a cambiare l’identità del Brunello. E così i suoi cari amici sono rimasti con le pive nel sacco…

      • leggo anche in questo articolo dell’amico wine writer americano Tom Hyland
        http://thylandviews.blogspot.com/2011/09/rosso-by-any-other-name.html
        le seguenti affermazioni sul Brunello “from Lamberto Frescobaldi, who produces a Rosso and Brunello under the Castelgiocondo label. I asked him if he thought Brunello might become a more approachable and forward wine over the next few years. Here is his reply:
        “I don’t think Brunello will ever become more forward or approachable. I do however think that wine lovers are becoming more knowledgable and open to appreciate a wine as difficult as Brunello.”
        Bene, prendiamo atto con piacere che anche i Marchesi Frescobaldi pensano che il Brunello debba restare un vino “difficile” e che non vada modificato in qualche modo

  10. Ho postato anch’io un commento dal buon Carlo Macchi.
    “Non soltanto qui, ma anche da altre parti, si parla spesso di “rovesciamento della piramide della qualità” nel caso del Rosso e del Brunello. Oppure della cosiddetta DOC di ricaduta. Già agli inizi degli anni ’80 ho polemizzato con chi considerava il Rosso di Montalcino la pattumiera delle uve non adatte a far Brunello o la ruota di scorta dei Brunelli da declassare. Non c’erano i blog, ma queste idee bislacche già c’erano. Esattamente come nel caso del Nebbiolo d’Alba. Il Rosso è un Sangiovese fresco e rinfrescante, quello di certi produttori a me piace di più del Brunello, si abbina meglio ai pasti normali e costa pure di meno. E’ un’altra cosa. Non è una serie B. La cosiddetta anomalia delle vendite, dove il Brunello prevale, è dovuta semplicemente all’eccezionalità del terroir di Montalcino, che dà uve Sangiovese irripetibili altrove (qui diventa “grosso”) e dunque maggiormente destinabili all’invecchiamento in legno. Il mercato richiede più Brunello che Rosso, si riescono a vendere anche dei vini che di Brunello hanno soltanto la patente (ma chi gliel’ha data?). Ma a me e ad altri consumatori le spremute di legno non piacciono, le barriques per il Sangiovese ancora meno (mentre sono adatte per altri vitigni) e non mangio selvaggina tutti i santi giorni. Il Brunello col pane appena sfornato ed il salame mantovano morbido non va proprio giù. E c’è chi mangia pane e salame tutte le mattine in una pausa di lavoro. Poi, purtroppo, il disciplinare DOC non lo difende bene, ci sono anche parecchie bibite annacquate con il nome di Rosso, anche qui a Montalcino si producono le utilitarie e non solo le Ferrari, ma proprio per questo motivo io sostengo ancora la nascita di una DOCG Rosso di Montalcino Superiore estratta dalla DOC attuale, sull’esempio di altre che già sono nate nel nostro Paese”.
    Spero che si ricordi delle prime polemiche, erano state evidenziate anche da Pino Khail e Giacinto Furlan su Civilta’ del Bere e da Vincenzo Buonassisi e Alberto Zaccone su Vini & Liquori. Intervenne anche Gino Veronelli. Sinceramente, se ad un certo punto si è ammesso un anno in meno di legno per il Brunello, una ragione ci sarà pur stata, no? Ci sono dei Sangiovesi che vogliono meno legno di quello che si usava tradizionalmente una volta, in un’era che era piu’ fresca dell’attuale

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