Per Roberto Cipresso il winemaker é ancora il salvatore della Patria. Enoica ovviamente..

A proposito della puntata del 3 dicembre del Gastronauta di Radio 24

Voglio riportare anche su Vino al vino, proprio come ho fatto con un ampio commento pubblicato, leggete qui, su quel sito Internet dell’Associazione Italiana Sommelier di cui ho curato per quattro anni le news, le mie impressioni ed una sorta di bilancio relativo alla mia partecipazione, sabato 3 dicembre, alla puntata del Gastronauta di Davide Paolini in onda su Radio 24. Puntata dedicata ad un tema controverso come la “griffe dell’enologo”.
Giudico molto istruttivo aver partecipato alla trasmissione che presentava questo tema e questi ospiti: “Corposo o vellutato, ottenuto da coltivazioni locali o d’importazione: tra tante proposte quale può essere la caratteristica che contraddistingue un vino di qualità? La griffe dell’enologo o “winemaker” o il marchio dell’azienda produttrice? Davide Paolini ci spiega quale sia il vero valore aggiunto dell’enologia.
Intervengono: Franco Ziliani, giornalista esperto di vino; Angelo Peretti, autore del blog “Bardoc.it”; Fabio Giavedoni, responsabile guida “Slow Wine” ; Nicola Zanini, enoteca ristorante “Zanini” di Bergamo; Carlo Cambi, critico e giornalista; Roberto Cipresso, enologo”.
E’ stato istruttivo ed estremamente interessante e anche un po’ divertente, perché come potete sentire qui e poi ancora qui dalla registrazione della puntata di sabato, mentre la stragrande maggioranza degli interventi, da quello di Peretti di Internet gourmet a quelli di Fabio Giavedoni e Carlo Cambi sono stati improntati a buon senso, realismo, consapevolezza che i tempi sono decisamente cambiati e quello che, forse, valeva, pragmaticamente, non che avesse un senso, dieci o quindici anni fa, oggi non ha più senso, perché è rifiutato dal consumatore, ad ascoltare l’intervento, surreale, dell’enologo, padron winemaker come ha orgogliosamente rivendicato di essere, Roberto Cipresso, ci si è sentiti come proiettati a ritroso nel tempo.
Altro che tempi nuovi, cambiamenti, svolte! Con le parole di Cipresso abbiamo capito che una parte del mondo del vino italiano, ad esempio quello di cui sono espressione winemaker ed enologi consulenti come lui, è ancora ferma alla “prima Repubblica enoica”, che non ha intenzione di cambiare, di non ripetere gli errori commessi, di adottare una nuova etica e prassi del fare vino e del pensarlo.
Cipresso ha esordito con un’affermazione che se non fosse comica sarebbe offensiva, ovvero che “vent’anni fa si facevano vini appena sufficienti”, dimostrando o di non avere memoria dell’evoluzione e della qualità, anche passata, del vino italiano (che anche negli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta, e ovviamente Ottanta, quando la “cupola” dei winemaker non aveva ancora esteso la propria minacciosa rete, esprimeva vini di assoluto livello, di indiscutibile grandezza) o di raccontare, ovviamente pro domo sua, favole.
E poi ha dimostrato come i poteri forti dell’enologia vogliano tenacemente difendere con le unghie e con i denti i propri interessi di bottega. Nel suo intervento la figura del winemaker, l’autore di vini griffe, il consulente pronto, basta pagarlo profumatamente, a fare vini per tutti, nel caso anche per una pornostar, veniva descritto, manco fosse un Mario Monti dell’enologia, come un “salvatore della patria”, una figura di garanzia, un elemento di plus valore “nella comunicazione del marketing aziendale”.
E, ancora di più, sfidando il comune senso del ridicolo e del pudore, come una sorta di “angelo custode” (parole testuali), di “psicologo” che non si limita a fare il vino, ma si prende cura del produttore, lo coccola, gli fa da trainer, da assistente. Oltre a, come ho detto io, darsi da fare per rendere i suoi vini più appealing presso alcune guide e vari cosiddetti opinion leader, con un lavoro molto più di marketing che tecnico-enologico…
Devo dire che gran parte della trasmissione, attraverso i contributi di tutti ha dimostrato, checché ne pensi Cipresso, la fine o quantomeno il tramonto un po’ malinconico del potere assoluto dell’enologo o winemaker, una figura la cui importanza noi tutti abbiamo contribuito ad enfatizzare oltre misura, contribuendo a creare quello che efficacemente in trasmissione Fabio Giavedoni ha definito “il culto della personalità degli enologi”.
Secondo Carlo Cambi il winemaker tipo, l’enologo consulente di cento cantine di regioni diverse, ha omologato i vini, ha creato tanti vini “che hanno ballato una sola estate”, ha “messo in collegamento la domanda e l’offerta”.
E ha detto questo difendendo il ruolo di enologi come Giacomo Tachis e Franco Bernabei e rivendicando il ruolo forte e sempre più importante dell’enologo aziendale, che dà uno stile al vino e opera di concerto ed in forte collaborazione con l’agronomo.
Pertanto, se ne convincano i vari Cipresso, la loro presunzione di essere i salvatori della patria, seppure solo enologica, i demiurghi del vino, mette solo malinconia, quando non fa ridere…


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19 pensieri su “Per Roberto Cipresso il winemaker é ancora il salvatore della Patria. Enoica ovviamente..

  1. Davvero triste il commento del vanesio Cipresso. Forse il detto (vero) che il vino si fa in vigna non vale più…
    Credo che Cambi abbia però ragione quando dice che gli enologi hanno colmato il gap tra domanda e offerta, perchè hanno cercato e cercano ancora di FARE vini ad immagine e somiglianza del consumatore, tutti uguali. Ormai spesso la differenza delle annate è una chimera

  2. Credo che ci si debba render conto che, se una star – più o meno porno – o un business man, o un manager di una partecipata, o un politico, o un cantante, o una soubrette, o un attore, o un banchiere, o un sciur che ha riportato in patria un tot scudato, eccetera; se uno di costoro vuole togliersi l’uzzolo di ‘fare il vino’, credo che l’enologo sia obbligatorio.
    Ma anche l’agronomo e tutte le altre figure che spesso rientrano in un ‘faidate’ di un produttore con la vocazione (e la passione e la voglia d’imparare), o di qualcuno che con ‘la vigna’ ci campa.

    Ciò detto, credo fermamente che l’enologo dovrebbe essere un po’ come il consulente di comunicazione: se è molto bravo, non deve apparire e deve fare gli interessi del cliente (che è un po’ come un paziente).

    Però anche tra quelli della comunicazione ci sono uomini (e donne) che appaiono più dei loro ‘assistiti’: mi viene in mente Borgogni – Finmeccanica (senza retropensieri).
    Insomma, il vino ha molte accezioni: c’è anche il vino – evento, oltre all”evento divino’.

  3. Mi rendo conto che, da quello che ho scritto, sembrerebbe che l’enologo io lo immagini solo come consulente di “personaggi”; non, non è proprio così, penso che sia un consulente “al servizio” dell’idea del proprio cliente. Forse sta proprio in questo punto la differenza tra enologo e enologo…

  4. Mi sono aperto l’altra sera un barolo Prunotto Riserva 1964. Non sarà stato un Monfortino, ma sai che soddisfazione berselo ancora integro (quasi, via). Alla faccia dei vini che venti anni fa… Cipresso.
    Vai Ziliani, giù duro con lor signori

    • alla faccia dei winemaker arroganti e presuntuosi che sproloquiano di vini di vent’anni fa appena sufficienti… Voglio sentirlo tra vent’anni un vino dei vari cipressini che razza di roba sarà mai..

  5. mi sa che il Cipresso si è infilato in un ginepraio….cmq personalmente credo che se il terroir è REALMENTE vocato predomina su tutto il resto sempre..enologo compreso.

  6. Per non parlare del Biondi Santi 1955…
    Forse è una deformazione della professione, ma ricordo anche Cotarella che disse:
    “Considerarmi un mago del vino mi sembra un momento molto riduttivo del mio rapporto con questo prodotto. È molto di più. ”
    Intendiamoci, nessuno vuole sminuire i suoi grandi meriti, ma un pizzico di umiltà certe volte non guasta.

  7. Andrea@: l’umiltà e l’eleganza sono merce molto rara in questi giorni di sgomitamenti.
    Il mondo del vino non fa eccezioni; a volte penso che sia anche ciò che ci circonda a ‘ridurci’ così.

  8. Stare bassi con umiltà non è uno sport molto popolare…. è la smania di protagonismo che alla fine produce solo guai o ferite.
    Stando bassi non si arriverà molto lontano, ma almeno nel dover cascare ci si fa sempre meno male che volare dai piani alti.
    Vale per il vino, ma anche per altre situazioni.
    Non voglio e non pretendo dare lezioni a nessuno, parlo solo per me e per esperienza diretta e passata.

  9. Con la massima stima ed affetto per l’amico Cipresso, né l’enologia né le vigne sono nate vent’anni fa. Un tale che ho studiato al Liceo diceva (traduco liberamente il suo pensiero) che se siamo alti è solo perché siamo in piedi sulle spalle dei giganti che ci hanno preceduto ed hanno tracciato la strada, e senza di loro saremmo nani. E quel tale lí non era proprio l’ultimo arrivato. Non consiglio all’amico Cipresso di moderare il suo entusiasmo, senza entusiasmo non si va da nessuna parte, ma certo ripensare a Marsilio Ficino prima di fare certe uscite un gran male non potrebbe fargli.

  10. Ops, l’aforisma “siamo nani sulle spalle di giganti” l’ho letto in un’opera di Marsilio Ficino, ma è di Bernardo di Chartres. Per un tapperonzolo come me resta comunque valida, così come resta un buon consiglio da dare.

  11. Mi sa’ che sia il programma che questo thread sono un puro e semplice trappolone per dargli addosso al “povero” Cipresso.
    Ho sentito casualmente tutto il programma, e Roberto ha detto tutte cose giuste e sacrosante. Possono piacere o no.Ma ha detto quello che doveva ed è giusto dire. Le mode e le richieste sul vino cambiano,e l’enologo deve comunque creare vini,assieme al vigneron,che alla fine siano recepiti e venduti.E non deve necessariamente piacere solo a me o a Voi,sia ben chiaro.Perchè alla fine puoi anche fare vini SOLOTERROIR e basta, ma se non li vendi o vendi poco,SALTI.
    Cipresso è una persona molto intelligente, e col tempo è cambiato pure Lui, ha cambiato gusti (come pure Noi li abbiamo cambiati),ha imparato ad essere piu’ rispettoso del territorio,sono quasi sparite del tutto le barriques nelle sue collaborazioni.
    Non capisco poi questi periodici attacchi solo a Cipresso, come se fosse la causa di tutti i mali……..magari fosse cosi’,ma non è cosi’………

    • Arnaldo, qui di “trappoloni”, come li definisce lei, non v’é traccia alcuna. Il winemaker Cipresso ha partecipato, come me, alla puntata del Gastronauta del 3 dicembre, ha espresso le sue idee, che lei trova giuste e io ridicole, e in questo post ho raccontato perché le consideri tali e perché ritengo che l’epoca del winemaker salvatore della patria enoica sia, fortunatamente,superata. Piaccia o non piaccia al suo “eroe”…

  12. Se non erro,caro Franco,ci diamo del tu.Trappolone l’ho definito se non altro perchè periodicamente c’è il post di turno su Cipresso,perchè sembra che ogni cosa faccia il nostro sia da condannare.Non è un mio eroe,sia ben chiaro,lo conosco,lo stimo,ma nulla piu’.Cipresso, da persona intelligente che è, ha capito pure Lui certe cose,ma il suo lavoro continua a farlo,bene,diventando pure un vero “comunicatore” del vino in vari modi……..
    L’ho sentita la puntata,ed avete espresso tutti,anche tu, delle idee precise anche se da diversi punti di vista.
    Non sono comunque convinto che quell’epoca che dici sia superata del tutto. Il mercato/mondo è piu’ ampio e disposto a recepire di tutto e di piu’, e non necessariamente solo le cose che piacciono a te e a me (entrambi amiamo lo stile classico, e certi vitigni………)

    • Arnaldo mi faccia capire dove sono “periodicamente” i miei “post di turno” su Cipresso… Quanto agli enologi, io distinguerei nettamente tra i Bernabei, e aggiungerei i Lanati, i Garofano, ecc. e gli altri due enologi che cita lei…

  13. AQggiungo una cosetta che poi è un pochettino importante.
    Ricordiamoci che i produttori sono ormai al 60% industriali/finanziarie/societa’terze prestate al mondodelvino (in questo settore solo per bussiness) e il resto (e forse meno) puri vignerons.
    Aggiungiamo che molto probabilmente i primi descritti fanno numeri (fatturati)vendono nel mercato globale,hanno reti vendita solide e continue e godono di credito bancario.
    I secondi vedono continuamente aumentare le difficolta’a tutti i livelli,salvo qualche rara eccezzione per denominazione (e non tutte),faticano a piazzare il prodotto in tutte le annate,hanno reti vendita che funzionano a fasi alterne,insomma mille difficolta’.
    A noi ci piacciono i secondi ? Certo, è assodato. Ma chi fa il mercato sono i primi, e a quelli i Cipresso, i Bernabei,i Cotarella,fanno ancora comodo eccome.

  14. UNo lo ricordo bene e riguarda quello della collaborazione che Cipresso con una pornostar americana, altri ne ho visti in seguito anche se non li memorizzati perchè non sono dell’ufficio stampa di Cipresso o il suo segretario.Forse qualcos’altro sui libri che ha scritto, ma dico forse…..
    In ogni caso, se mi sbagliassi,è lo stesso. Non riesco a fare grosse classificazioni tra i vari enologi, ne’ una superclassifica show. Sono tutti professionisti al servizio del settore,ci possono piacere oppure no’,ma fanno il loro lavoro.

    • certo che fanno il loro lavoro. Ma é come alcuni di loro, Cipresso ad esempio, fanno e concepiscono il proprio lavoro, il proprio ruolo da protagonista e non da servitore del vino e dell’azienda di cui é consulente e da cui é profumatamente pagato, che non mi piace. E penso di avere il diritto di dirlo.

  15. Punire l’ambizione di un uomo ed ergersi a Savonarola dei costumi enoici Le si confà, non vi è dubbio. Spesso le Sue bacchettate meritano un plauso e le Sue battaglie danno voce all’opinione di molti che tacciono. Roberto è un uomo giustamente ambizioso, che si è costruito con tenacia e passione un credito presso molti appassionati per lo stile dei suoi vini e per il suo contagioso entusiasmo. Essendo “uomo di pancia” ha sicuramente commesso dei passi falsi e non tutti i suoi vini sono memorabili. Ciò non toglie che chi assolda un enologo lo fa per mancanza di competenze interne e per abbreviare il percorso conoscitivo che porta alla produzione di un vino di qualità. Il grande vino di cui tutti ci riempiamo la bocca è spesso frutto di fattori non totalmente controllabili e sicuramente di terroirs superiori, questo lo sanno tutti quelli che mettono le mani nel vino e lo sa anche Roberto. Ma quelli che gli viene chiesto, a lui come agli altri enologi citati, è prima di tutto la messa a punto di un prodotto e la messa a dimora di un metodo che il proprietario, se dotato di passione e capacità, saprà affinare e personalizzare fino al punto di renderlo indipendente dallo stile del winemakers. Forse è giusto dire che il lavoro di costoro è a scadenza e andrebbe limitato nel tempo, ma accanirsi contro chi ha comunque permesso la produzione di qualche bottiglia decente in più mi sembra tendenzioso e modaiolo tanto quanto l’incensare i produttori tutto artigianato che ci stanno propinando sbobbe macerate e ossidate nonché fintamente naturali. Un monumento ai winemaker non lo farei mai, Roberto lo sa e non ho mai mancato di dirglielo, tuttavia per quattro o cinque grandi vini che si facevano un tempo e che vale la pena di ricordare con orgoglio, abbiamo sopportato Brunelli puzzolenti, Baroli acidi e Tocai che non vedevano una seconda estate . Oggi questi vini sono molti meno, la qualità generale, forse appiattita, se n’è comunque giovata e almeno un po’ il merito è anche dei vituperati winemakers.

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