Zonazione per il Brunello? Pensarci è solo un’assurda, improponibile utopia

Lo dice anche la rivista inglese Decanter, in una news, a firma del responsabile delle news dell’edizione on line, Adam Lechmere, che pensare ad una zonazione, alla studio e alla determinazione di diverse sottozone (o menzioni geografiche aggiuntive, come le hanno chiamate, con rara fantasia, nelle Langhe), sarebbe cosa buona e giusta, auspicabile e sensata.
E che di questa innovazione, che consentirebbe di conoscere e interpretare meglio la vocazionalità del territorio, che non è uguale ovunque, negli oltre duemila ettari raggiunti dalla denominazione maggiore, trarrebbero vantaggio i consumatori di tutto il mondo, e anche i produttori. Con una comunicazione molto più efficace.
Ma pensare di fare qualcosa del genere a Montalcino, con il Brunello di Montalcino, è pura utopia, o meglio, per dirla con le parole di Decanter, “it’s politically highly unlikely”, è politicamente molto improbabile. E inverosimile e aggiungo io sgradito a larga parte dei diretti interessati. Questo anche se, come ricorda la wine writer Kerin O’Keefe in un articolo uscito sul numero di aprile, è un’evidenza solare che “i terroir varino in maniera molto significativa nei 2000 ettari della denominazione”, che cambino le altitudini, le sommatorie termiche, le temperature massime estive, le epoche e le condizioni di maturazione del Sangiovese, tra la zona classica a nord e le propaggini più a Sud che hanno ospitato larga parte degli insediamenti vitati a partire dagli anni Novanta.
E anche se molti produttori sostengono che il Sangiovese può ugualmente maturare bene in ogni contesto.
Ma ogni remota ipotesi di introdurre un’ipotetica gerarchia qualitativa mediante la definizione di “sottozone”, a causa “degli interessi commerciali esistenti a Montalcino” è destinata a fallire.
I fottutissimi, pardon, fucked, interessi, i diritti acquisiti, che vedono legittimati a produrre Brunello aziende che dispongono di terroir adatti al massimo per piantare patate oppure vitigni internazionali da destinare al massimo a Super Tuscan o Sant’Antimo, e non Sangiovese destinato a quel grande vino che è (o dovrebbe essere) il Brunello, rendono un progetto di assoluto buon senso, da introdurre e applicare in una delle più mediatiche denominazioni italiane, per qualificare e valorizzare ancora meglio quel vino inimitabile, massima espressione del Sangiovese, che è il Brunello, irrealizzabile, utopico. Improponibile.
Ma, accidenti, a Montalcino ci sarà qualcuno prima o poi che renderà conto ai responsabili di questo assurdo allargamento a dismisura della zona di produzione di questa scelta, legata esclusivamente a criteri politici e di conquista e gestione del consenso politico, e che non ha certo fatto del bene alla denominazione e, di fatto, mette sul mercato vini che non hanno e non avranno mai le caratteristiche minime per essere veramente grandi, unici, inimitabili?

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28 pensieri su “Zonazione per il Brunello? Pensarci è solo un’assurda, improponibile utopia

  1. in effetti ci fu chi sostenne che i vitigni “altri” servivano perchè in alcune zone il Sangiovese aveva alcuni limiti: una pezza peggiore del buco. Bisognerebbe fare una zonazione “non autorizzata”, come le biografie dei divi. Ma chi la finanzierebbe? Magari quelli disposti a comprare la pubblicazione, così come c’è chi paga per leggere Parker o Robinson, n’est pas?. Bisogna però mettere in conto anche i costi della scorta…

  2. Purtroppo è vero, per come è organizzato adesso il Consorzio è difficile pensare a prospettive che valorizzino i terroir ilcinesi, tant’è vero che lo studio geologico di altissimo valore c’è ed è stato realizzato a proprie spese da tre produttori (Pian dell’Orino, Salicutti e Stella di Campalto) “dissidenti”.

    Altro grave danno per una maggiore identificazione del Brunello con il suo territorio è che chi registra il nome di una vigna ne è proprietario, e se un’altra azienda possiede un’altra parcella della stessa vigna deve darle un nome diverso. Questo è ESATTAMENTE L’OPPOSTO del concetto di zonazione come me e ce l’hanno insegnato. E’ vero che a Montalcino quasi tutte le vigne sono monopolio, ma è il principio ad essere terribilmente sbagliato.

    La soluzione più praticabile è ovviamente dare più voce e più potere ai piccoli produttori. Far pesare allo stesso modo chi ha due ettari di vigna e chi ne ha duecento forse non è corretto, ma anche la proporzionalità è umiliante. Istituiamo un cap, un limite massimo ai voti, per esempio, un voto ogni due ettari iscritti fino a un massimo di dieci voti per azienda, con un sistema di controllo nel caso proprietà assimilabili posseggano più di un’azienda. Così inizieremo ad alzare il volume alla voce dei piccoli vignaioli.

  3. Beh, però la questione non è così semplicemente riducibile a conflitto tra potenti interessi economici e qualità o ad una espansione incontrollata. Se diamo un’occhiata alla storia della viticoltura a Montalcino, vedremo che gli ettari vitati sono stati più o meno sempre tra i duemila e i quattromila cinquecento ettari, ovvero più di oggi che ne abbiamo tremila seicento. Che la vigna nei secoli si è spostata da est a ovest, e dalle colline terrazzate dei centri urbani (difficilmente gestibili con le lavorazioni meccaniche e, soprattutto, le norme anti infortunistiche) alla media collina. E anche che si è mossa più volte in alto e in basso, seguendo l’aumento o il calo delle temperature. Anche l’assetto delle proprietà è cambiato; oggi più dei due terzi delle vigne sono in mano a piccole e piccolissime aziende, quasi tutte con impianti in due o tre diverse zone. Solo una piccolissima percentuale ha vigne in un’unica zona. In più va considerato che la maggioranza di Montalcino è Demanio Pubblico, bosco, greto di fiume o terreni assimilati, per cui non vignabile. E che una parte a est è argilla praticamente pura, anch’essa non vignabile. È un puzzle difficilissimo da ricomporre, e non aiuta il fatto innegabile che accanto ad ogni azienda universalmente riconosciuta come ottima ce ne sono altre che non lo sono affatto. E questo come lo spiegate, se vi limitate alle zone? A mio parere, del tutto personale, la zonazione a Montalcino non ha senso perché qui la mano dell’uomo ha un peso determinante, aggravato dal monovitigno che non permette correzione degli errori. Preferisco un Brunello fatto da un produttore di cui mi fido e conosco le capacità a uno che ha più carte in regola su clima e terreno ma …..

    • Guardi Cagnetti che da molti anni al Consorzio non vige più il principio una testa, un voto. E quando il Consorzio cambiò i sistemi di attribuzione dei voti andò esattamente nel senso che lei ha proposto. Cioè una proporzionale per fasce. Mi pare che l’ipotesi di cui si discute ora a Montalcino sia quella di arrivare ad una proporzionale pura o comunque ad alzare il peso dei produttori più importanti.

  4. esiste un potenziale, e poi esiste la capacità o meno di sfruttarlo. Avere buone posizioni non garantisce di fare un grande vino, ma avere cattive posizioni garantisce di non farlo. COncordo con Fabio: il nome di vigna dovrebbe seguire lo stesso concetto di ogni denominazione, cioè radici storiche e bene collettivo, usarlo come se fosse un “brand” di un’azienda è profondamente sbagliato e ne svuota il significato. Quanto al consorzio mi pare che tutte le vicende degli ultimi anni dimostrino che il peso dei grandi produttori è, semmai, troppo importante, non troppo poco.

    • Caro signor Gily, d’accordo con lei che le cattive posizioni garatiscono di non fare un buon vino, ma esattamente dove sono queste cattive posizioni? A Montalcino oggi ci sono 309 fruitori della denominazione di cui oltre duecento imbottigliano, e se li mette su una mappa vedrà che coprono le zone vitabili dell’intero territorio con una maglia piuttosto fitta. Poi per favore faccia un esercizio molto semplice; segni con un puntino di un colore le aziende che reputa ottime, poi con un colore diverso le buone, poi con un altro le “così così” e infine le cattive. Io l’ho fatto. Vedrà che sono tutte mescolate, l’una accanto all’altra senza alcuna soluzione di continuità. E allora mi spiega come si fa in una situazione così a dire “quel poggio è buono” e “quel poggio è cattivo” quando su ogni poggio coesistono buoni e cattivi produttori? Il problema è che una realtà va valutata con le scarpe infangate, a tavolino tutto pare ovvio ma un riscontro con la realtà del terreno non sempre è coerente con la teoria. La mia soluzione del “segui il produttore” è empirica e forse banale, ma è l’unico modo realistico per trovare una strada in una situazione che ha troppe variabili per essere ridotta ad uno schema.

  5. Sulla zonazione non saprei che dire, (anche perché non me lo ha chiesto nessuno…) peró vedo che in Borgogna e a Bordeaux la catastazione delle identitá agricole e/o delle proprietá ( dal comune in giú) ha solo portato
    benefici se non altro a livello di PR e di far parlare gli amanti del vino
    innescando appassionate degustazioni e fiumi di articoli. Anche in quelle zone, nello stesso comune coesistono produttori buoni e meno validi porta a porta. Darsi delle regole, comunicare il proprio essere, non avere paura del proprio “listino prezzi”, e´solo positivo e personalmente credo possa essere un trampolino di (ri)lancio per tutti i produttori della
    DOCG, indipendentemente dalla loro capacitá e bravura nel produrre.
    Una nota : alla base stessa dell’idea democratica di consorzio/cooperativa e simili c’é
    il concetto di : una fattoria un voto. Su questo non ci piove o perlomeno ci piove solo a Montalcino e nelle altre zone dove si attribuscono voti secondo la dimensione della fattoria: Sará magari anche piu´efficace come sistema gestionale, ma non é democrazia.

  6. Mi permetto di dare la mia modesta opinone.
    Credo che ormai la zonazione ed il concetto di terroir da parte di molti siano concepiti in modo riduttivo. Ovvero che unicamente la terra ed il clima possano determinare le caratteristiche di un vino. Spesso ci si dimentica dell’azione dell’uomo che sceglie la varietà (o il clone), la forma di allevamento, il tipo di potatura, la gestione agronomica in generale, quindi anche il fattore umano gioca un ruolo determinante (di pari importanza a clima e suolo).
    Inoltre mi piacerebbe sfatare il mito che esiste un suolo (o suoli) che permetta di ottenere grandi vini di qualità. Il suolo è si importante, ma determina solo alcune caratteristiche di un vino, sarà poi la combinazione di tutti gli altri fattori e il gusto del consumatore a determinarne la qualità o meno.
    Infine il lavoro di zonazione è uno strumento utile , non tanto per fini commerciali, ma perchè permette di suddividere il territorio in zone con determinate caratteristiche agronomiche che danno vini con specifiche caratterristiche. Il produttore queste informazioni le può usare per orientare le pratiche colturali al fine di esaltare al massimo queste specificità, così poi da ritrovarle nel vino.

  7. Commenti giustissimi, sia quello di Carlo Merolli (saluti) sulla grande valenza di immagine di una zonazione sia quello di Vittorio Merlo sull’influenza “umana” nella qualità del vino. E allora? Le classificazioni nel Bordeaux non sono altro che la storicizzazione dei prezzi spuntati tanti anni fa alle aste del vino all’ingrosso, e quello era un indicatore serio e oggettivo; il mercato non fa preferenze, se spunti un prezzo è quello. Il famoso terroir non c’entra nulla, è solo un fatto di soldi. Ora qui come si fa? Il criterio del prezzo non è accettabile, perchè ci sarà sempre il furbo che fa una selezione di poche bottiglie e poi trova (o paga) qualuno perchè gliele acquisti a prezzi folli. Se diamo per scontato che la una zonizzazione con graduatoria non può limitarsi a suolo, piovosità e tempi di insolazione ma deve estendersi anche al fattore umano (come è ovvio) allora deve essere dinamica, sempre aggiornata. Ma chi può essere il giudice? Robert Parker? Cernilli? Io? Non è fattibile. E poi la volete sapere proprio tutta? In realtà climaticamente Montalcino è piccola ed è protetta da ogni lato da monti (per cui non ha eccessi) ed è un’isola, perchè è circondata da ogni lato da fiumi che creano una barriera che rende straordinariamente uniforme il clima. E i suoli sono spaventosamente misti, data la complessa storia geologica del territorio. In realtà la fascia che va da 200 mslm a 550 è molto uniforme nella produzione e nei sapori, e questa fascia si alza andando a sud e si stringe a nord formando una mezzaluna. Questo, oviamente, nell’attuale fase climatica perchè prima era diverso e domani sarà un’altra cosa. Questa mezzaluna è la zona ideale del Brunello, che nelle annate migliori si allarga a coprire tutto il territorio mentre nelle annate pessime si stringe. Tutto il resto della differenza lo fa il lavoro dell’uomo, che è molto ma molto importante e può ribaltare del tutto questo discorso. E ora dimostratemi che sbaglio!

  8. @Stefano Cinelli : No, ma proprio perché non sbagli (ricambio di cuore i saluti) e perché in tre parole hai “fotografato” la situazione – proprio nel senso di “sito” di Montalcino, perché non avvalersene e trovare il modo piu´equo e condiviso per comunicarla ? Lo so: “equo” e “condiviso” possono essere ostacoli consortilmente insormontabili e poi in fondo Montalcino é un “marchio di fabbrica” che giova a tutti, un ombrello sotto cui tutti ben si riparano: perché rompere il giocattolo ?
    Beh, se questa é la spiegazione di fondo, che cosi´rimanga. Peró andiamo contro un modo di pensare fondamentale e vincente nel mondo del vino: la terra come unica qualitá oggettiva. Se a Montalcino non ci sará mai una La Tache o una Vigna Rionda, sará perché i produttori hanno avuto paura di identificarla o perché proprio non c’é ?? e quindi significa che
    l’elemento umano é quello che ha fatto e fa grande il Brunello grande
    indipendentemente dalla vigna ? E se no, perché non dichiararlo ?

  9. Caro Carlo, secondo me può darsi benissimo che a Montalcino spunti un La Tache o una Vigna Rionda. Ma sarà in un modo compatibile con l’essenza stessa di Montalcino, che é più legata al genio dell’uomo che al terreno. Questo colle é molte cose, ma é anche una continua gara per l’eccellenza tra aziende che partono da un presupposto (l’uva) che non da vantaggi enormi a nessuno. Molti possono vincere, e la coscienza di questo é uno stimolo enorme. Per cui potremo e possiamo avere un La Tache, ma la vendemmia dopo potremmo avere uno che fa di meglio. Questo é un bene o un male? Non so, peró é così che siamo fatti.

  10. Caro Franco, leggendo questi post torna sempre in evidenza quella grandissima confusione tra due discipline apparentemente similari ma nella pratica lontanissime, quasi indipendenti. La Pedologia e la Geologia. Molto spesso vedo valenti critici ed onesti ed intraprendenti vignaioli agitare carte geologiche, tra l’altro con scale eccessive, come elemento discriminante tra le zone “buone” e le zone “cattive”. E peraltro vero che i suoli derivano dai processi pedogenetici della matrice litoligica sottostante, e da questa ne sono in qualche modo influenzati, ma la conseguenza di questi processi è un qualcosa di totalmente diverso dalla matrice originale, ed proprio questa è la parte su cui cresce la vite e ne determina la qualità delle uve, e pertanto questo deve essere l’oggetto dello studio in una corretta zonazione assieme agli altri fattori del terroir, non certo le marne che si trovano a venti o più metri di profondità. Anche nel disciplinare di Montalcino si faceva menzione di “Terreni Eocenici”. Ma qui forse si voleva probabilmente escludere, a ragione, quei suoli di origine alluvionale attuale dove la coltura della vite da risultati pessimi e dove comunque qualcuno era tentato di piantare le vigne. A Montacino di queste superfici non-suolo ce ne sono molte.

    • Direi che l’ultimo passaggio del ragionamento è quello cruciale: ci sono terreni vitati a Montalcino che verrebbero sicuramente collocati al livello più basso di qualsiasi eventuale classificazione, e rischierebbero addirittura di essere giudicati non conformi al disciplinare (che contiene il requisito “terreni: geocronologicamente attribuibili ad un intervallo di tempo che va dal cretaceo al pliocene”). Questo è lo “zoccolo duro” di chi si oppone con tutte le sue forze a qualsiasi ipotesi di zonazione, e coincide in parte con chi voleva cambiare il disciplinare eliminando l’obbligo del 100% Sangiovese.
      Riguardo invece al “fattore umano” citato in alcuni interventi come incompatibile con qualsiasi genere di classificazione, non lo è affatto: è evidente che le potenzialità di un determinato cru si realizzano solo se c’è una “levatrice” all’altezza, altrimenti il risultato sarà inferiore a quello di zone non cru. In Borgogna credo che nessuno metta in dubbio questo.

      • Guardi che si sbaglia, in Francia le classificazioni sono stabili come la Rocca di Gibilterra e non cambiano quando cambia la proprietà o l’enologo. Seguono il terreno, e questo è quanto. Quanto poi alla coincidenza tra chi si oppone alla zonazione e chi vuole il taglio nel sangiovese, sbaglia di nuovo; se conoscesse i produttori di Montalcino si accorgerebbe che non é affatto vero. In realtà a volere la zonazione sono i biologici e biodinamici, mentre la larga maggioranza di noi “indigeni” piccoli e grandi è indifferente o contraria. Le grandi aziende per quanto ne so sono indifferenti. Come sempre la realtà sul campo, tra le zolle, é molto meno omologabile in una divisione manichea tra buoni e cattivi o tra grandi e piccoli. E quando io dico “segui il produttore di cui ti fidi” per avere una classificazione delle aziende, e non seguire il luogo, non faccio certo un favore ai pro taglio!

  11. PS guardi che io ho le vigne tutte su terreni che su ogni mappatura presentata finora sarebbero al top, sia dal punto di vista del suolo che da quello del clima o dell’altitudine. Venga quando vuole a controllare. E sono contrario al taglio, come ho dimostrato con mille battaglie. E come me tantissimi che sono nelle stesse esatte condizioni. Allora, come la mettiamo caro signor anonimo gp? Guardi che una mappatura non é di per sé garanzia di qualità, come non lo sono i grappoli o i centesimi delle guide, sono tutte stronzate; l’unica garanzia possibile é l’onesto e duro lavoro di gente seria che si fa un mazzo tanto ogni giorno. Il resto é fuffa.

    • Mi sembra di aver detto “coincide in parte”, non “coincide perfettamente”.

      Anche sul fatto che i confini dei cru non dipendano dalla proprietà (in realtà in Borgogna, ma non a Bordeaux, dove infatti come lei ricordava i cru hanno un’origine più commerciale) e da quello che qui è stato chiamato il “fattore umano”, è esattamente quello che dicevo.

  12. “Guardi che una mappatura non é di per sé garanzia di qualità, come non lo sono i grappoli o i centesimi delle guide, sono tutte stronzate; l’unica garanzia possibile é l’onesto e duro lavoro di gente seria che si fa un mazzo tanto ogni giorno. Il resto é fuffa”
    …perchè siamo in Italia!!la zonazione ANDAVA FATTA DOPO I FATTI NOTI DEL 2003.
    …gradirei che certi termini tra persone civili non venissero utilizzati…o siamo nelle peggior vie di Caracas?

    • Se lei si è offeso per il termine stronzate me ne scuso, comunque non mi pare che sia un termine da peggiori vie di Caracas. Però, con la massima urbanità, non capisco la sua affermazione. A cosa sarebbe servita una zonizzazione dopo i fatti del 2003? Lì il problema non era tra Sangiovesi da zone più vocate o meno, era un problema di aggiunta di altri vini e la zonizzazione non avrebbe certo risolto il problema. La mia libera opinione sul tema della zonizzazione, che ritengo legittima come lo è la sua, è che in una parcella di territorio piccola, iperfrazionata dal punto di vista geologico e climaticamente piuttosto uniforme come Montalcino sia poco o nulla utile. La sua opinione è diversa, non le chiedo di cambiarla ma solo di argomentarla citando gli esempi di vigneti e aziende che per lei sono su terreni indatti. Perchè un assunto deve calarsi nella realtà per provarsi corretto, tutto qui. Secondo la mia esperienza, discutibile ma purtroppo piuttosto lunga, a Montalcino mettere in bilanciamento ideale per la qualità un vigneto è un lavoro difficilissimo ma vitale, che può ridurre moltissimo (e anche quasi azzerare) i deficit di terreno e esposizione. Lei può non crederlo, è legittimo, ma quello che mi ha fatto arrabbiare e rispondere in modo che lei ritiene duro è la sua allusione alla quasi coincidenza tra favorevoli al taglio e contrari alla zonazione. Per chi come me si è battuto fino in fondo per il sangiovese puro questo accostamento, sia pure ipotetico, è un insulto grave e per questo me la sono presa. Lei, che si è tanto dimostrato sensibile alle parole da non usare tra persone civili, non dovrebbe avere difficoltà a capirmi.

  13. Per quanto mi hanno detto, a Montalcino le aziende non cercano più voti per “comandare” o fare chissà cosa.
    Le aziende, giustamente, vogliono avere un peso proporzionale a quanto spendono di quota associativa.
    Se la legge lo permettesse, qualcuno ha fatto l’ipotesi di tornare al sistema “una testa un voto” a patto che la quota associativa sia la stessa per tutte le aziende.

    • Michele Rossi: a Montalcino le hanno anche forse detto che i bambini li portano le cicogne o nascono sotto i cavoli?

    • Michele il “peso” serve per avere più potere, ed il potere serve per far valere la propria volontà. In una qualsiasi società di capitale o di persone vale questo principio e nessuno se ne scandalizza più di tanto. Inutile fare gli ipocriti.

      • Si ma a mio parere sembra giusto che il peso abbia una proporzionalità reale.
        Altrettanto giusta sarebbe l’opzione di una testa un voto e di una quota suddivisa equamente. Ma tutti vorrebbero comandare molto e spendere poco. Troppo facile così

        • Non credete che sarebbe più interessate, e molto meno conflittuale, concentrarci sullo spendere meglio e molto meno tutti? Anche dando un voto esattamente proporzionale alla bottiglie prodotte (ogni 100 Ql di uva) non cambierebbe nulla, facendo un calcolo sui dati esistenti le 25 aziende che hanno votato SI al taglio sul Rosso di Montalcino passerebbero dai 210 voti su 840 a 1400 su 4800, e cosa cambia? Invece del 25% dei voti avrebbero il 29%, e allora? Ma la vogliamo smettere di litigare, con qualuqnue sistema di voto c’è una larghissima maggioranza che vuole il sangiovese e la coerenza con la nostra storia e tradizione, e questa linea oltretutto sta portando a risultati validissimi dal punto di vista commerciale. Concentriamoci tutti sullo spingere avanti questa linea di successo, e chi non era d’accordo si contenti di guadagnare di più pur avendo perso ai voti. Il che, di questi tempi, non mi pare affatto un cattivo risultato.

          • Ma chi parla del cambio di disciplinare? Mi sembra che alcune aziende per continuare a suscitare interesse, continuino a tirare fuori la questione chiusa del cambio di disciplinare.
            Qui si sta parlando semplicemente di sistema di votazione, a prescindere dalle decisioni che verranno votate.
            @Ziliani, quando non sa cosa dire tira sempre fuori queste risposte senza senso…

  14. Scusi signor Rossi, io non sono Ziliani e mi ero riferito al cambio del Disciplinare solo per citare l’esempio di come il cambio del sistema di voto non avrebbe influito su una decisione importante. E’ tutto tranne che una risposta senza senso. Vedo che invece lei sceglie di buttarla in polemica invece di rispondere sul merito, ovvero sul fatto se sia meglio puntare su una radicale riforma del modo di spendere i soldi che tutti mettiamo nel Consorzio invece che su un cambio del sistema di voto che non cambia gli equilibri (per cui è inutile per chi lo propone) e, oltretutto, non passerà mai in assemblea? Non è più sensato battersi per spendere meno tutti, anche considerando che dopo la crisi tutte le nostre aziende si sono adattate a spendere molto meno senza ridurre l’operatività? Perchè il Consorzio non deve poter fare lo stesso?

    • Sig. Cinelli, mi riferivo alla risposta della cicogna di Ziliani.
      Per quanto riguarda spese inferiori da parte dei consorziati, non vedo cosa potreste proporre per ridurre la vostra quota consortile.

      • Semplice e ovvio, fare tutto ció che qualunque azienda sana (ma non il Consorzio) ha fatto per sopravvivere a questi anni di crisi; mantenere e/o aumentare il volume di lavoro tagliando drasticamente spese e personale. E con tagliare intendo da un terzo a metà delle spese. Non si puó fare? Da quello che ho visto nell’anno in cui ero presidente del collegio sindacale, direi proprio che é possibile. Basta eliminare le spese fatte senza confronti di preventivi, gli inutili professori e tutti i simili sprechi.

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