Enologi: meno arroganza per favore! A proposito del commento di un alto papavero dell’Assoenologi

Non avevo messo in preventivo, esprimendo la convinzione di essere uno sconosciuto per gli organizzatori del Concorso enologico rosati d’Italia, che per il semplice fatto di sostenere un mio legittimo punto di vista sarei stato oggetto delle critiche, più acide che risentite, di quella categoria, gli enologi, che in pratica monopolizzavano, con 32 rappresentanti contro 8, le giurie di questa prima edizione della eno-competizione riservata ai vini in rosa. Invece, come si può leggere tra i commenti al post sopra indicato, non solo gli enologi, che non avevo minimamente chiamato in causa, si sono manifestati, ma l’hanno fatto ad alto livello.
Con un intervento che più che un commento suona come una rivendicazione, arrogante niente male, dell’autosufficienza degli enologi, che pensano che ogni giudizio e valutazione sul vino debba essere effettuata esclusivamente da loro.
E così, con un tono sprezzante da “a regazzì e lassame lavorà”, non un pinco qualsiasi, bensì il Presidente dell’Assoenologi per le regioni Puglia, Calabria e Basilicata, Leonardo Palumbo, enologo (ritratto nella foto sotto) che conosco da molti anni, attivo ad esempio in una realtà di fondamentale importanza nella Puglia del Nord come le Cantine Rivera di Andria, ha postato questo commento: “Qualora un concorso enologico abdicasse il giudizio tecnico ed obiettivo degli “onnipresenti” enologi a favore di quello discrezionale, soggettivo e verboso degli “amatori” del vino, offrirebbe una valutazione poca obiettiva perché poca adesa ai parametri di pregevolezza organolettica che gli enologi colgono immediatamente.
Direi che per fortuna ci sono gli enologi che il vino lo fanno, lo conoscono e se lo bevono pure! Ai “cultori del vino” resta però lo squisito piacere di raccontarlo e promuoverne la conoscenza. D’altronde ciascuno nel proprio lavoro è maestro. Leonardo Palumbo”.
Di fronte a tanta prosopopea, con la liquidazione di giornalisti e cronisti e degustatori di vino, a semplici “amatori del vino”, ci sarebbe poco da dire.
Vedere, in pieno 2012, un enologo, e per di più titolato, dichiarare che gli enologi sarebbero gli esclusivi detentori dei “parametri di pregevolezza organolettica”, gli unici in grado di capire se un vino sia non solo tecnicamente a posto ma buono o di qualità superiore, fa pensare con preoccupazione a quale genere di mentalità antica e polverosa e autoreferenziale alberghi nei rappresentanti della categoria dei winemaker italiani.
Winemaker secondo i quali il giudizio degli “degli “amatori” del vino” sarebbe solo “discrezionale, soggettivo e verboso”.
Capisco benissimo che gli enologi preferirebbero fare tutto da loro e magari condensare la valutazione sui vini in un numeretto, in un punteggio in centesimi, come accade in quei concorsi su cui la categoria cerca di mettere la mano, senza spendere tante parole.
Ma che ci posso fare se noi giornalisti continuiamo ad avere la pessima abitudine di voler raccontare, a parole e magari verbosamente, perché un vino ci piaccia o non ci piaccia? E magari esprimere un diverso parere rispetto a quello degli enologi?
E cosa posso farci se il punto di vista dei giornalisti – “amatori di vino” continua ad essere preso in seria considerazione dai datori di lavoro degli enologi, i produttori di vino?
Una domanda a Palumbo: se il giudizio degli “amatori del vino” (tra i quali lui colloca anche i giornalisti) é accessorio e conta poco, perché mai é stato inserito nelle commissioni di degustazione del Concorso dei rosati italiani anche un giornalista? Perché mai Regione Puglia, Accademia Italiana della Vite e del Vino, Assoenologi nazionale e Unioncamere Puglia, autorizzati dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali ad organizzare il Concorso, hanno previsto che per effettuare la valutazione dei vini in gara ogni commissione venisse “composta per sorteggio da 4 enologi/enotecnici nominati dall’Associazione Enologi Enotecnici Italiani e da n. 1 giornalista o esperto del settore vitivinicolo italiano o straniero nominato dalla Regione Puglia”?
E’ una presenza, quello del giornalista o esperto di vino, pardon “amatore del vino”, che corrisponde ad una logica, perché il giudizio del giornalista integra quello puramente tecnico degli enologi, o inserire un non tecnico ogni quattro enologi rappresenta solo un “contentino” per evitare accuse, giustificatissime, di aver costruito un concorso unicamente a misura di enologo?

Chiudo con una segnalazione a Palumbo. Voglio suggerirgli di scorrere il regolamento del Concorso Enologico Matilde di Canossa – Terre di Lambrusco”, che all’articolo 9 presenta i criteri di formazione della Giuria. Come si legge “Ogni commissione è costituita da 5 tecnici, di cui almeno 4 operanti in Emilia, da 1 sommelier e da 1 giornalista. Il metodo di valutazione utilizzato è quello “Union Internationale des Oenologues”.
Forse sarà il caso di richiamare gli organizzatori all’ordine, perché addirittura avere in ogni commissione ogni cinque tecnici ben due “amatori del vino” come un giornalista e un sommelier rischia di rendere le valutazioni di questo concorso poco obiettive, perché “poco adese ai parametri di pregevolezza organolettica che gli enologi” soli sanno cogliere.

P.S.Mi sa che questo eventuale richiamo sarà un po’ complicato, figurando l’Associazione Enologi Enotecnici Italiani (che è riuscita a portare il numero dei tecnici presenti in ogni commissione dai tre dell’edizione 2011 ai ben cinque dell’edizione 2012) nel Comitato di controllo del Comitato organizzatore, che “ha il compito di controllare la realizzazione del Concorso”…
Che all’AEI la mano destra non sappia quello che fa la mano sinistra?

12 pensieri su “Enologi: meno arroganza per favore! A proposito del commento di un alto papavero dell’Assoenologi

  1. A prima vista mi ricorda marchionne: sputare in faccia ai clienti in quanto italiani, e poi magari attaccarli perchè sono così stupidi da non comprare più fiat.
    Comunque direi che se gli enologi vogliono “cantarsela e suonarsela” da soli possono certo farlo.
    Poi però dovrebbero farsi carico anche del “vendersela e comprarsela”, visto il disprezzo che manifestano verso altre figure professionali e verso i consumatori medesimi, che mantengono anche loro pagandosi le bottiglie.
    E poi non chiedano solidarietà quando saranno disoccupati.

  2. Da Enologo, devo dire che condivido pienamente le considerazioni di Franco, sempre più la mia categoria vive di autoreferenza e come tante altre “CUPOLE” italiane respinge, ricambio generazionale e meritocrazia…sarà un caso ma i vertici nazionali e locali sono rinnovati solo a morte dei bacucchi di sempre. Fortunatamente oltre l’AEI ci sono tanti tecnici che rispettano il lavoro di tutte le figure di collegamento tra la produzione e il consumatore che, nel bene e nel male, ci insegnano a tener conto di come si evolve il gusto e le aspettative di un pubbligo sempre più “enoicamente” colto.

  3. Caro Franco, come ho già scritto a commento del tuo post precedente, da tecnico, dico che il monopolio dei tecnici nel giudizio sui prodotti (vino o altro non cambia) è una baggianata. Segnalo questo articolo su Wine Spectator (che riprende una pubblicazione scientifica di AJEV) sul ruolo della genetica nelle capacità di un degustatore. In effetti la percezione è un fatto puramente genetico, mentre l’elaborazione cerebrale della stessa è mediata da fattori “culturali”. I fattori genetici sono indipendenti dagli studi e dalle conoscenze tecniche (tra l’altro le donne in questo senso sono ampiamente più dotate degli uomini, ma nelle commissioni dei concorsi di solito sono una minoranza, essendo anche minoranza tra gli enologi), mentre quelli culturali non sono precisamente gli stessi tra un tecnico, un consumatore o un esperto e naturalmente cambiano tra individui. Non per niente nei panel di degustazione che le cantine più avanzate utilizzano per valutare i vini propri e i concorrenti i tecnici sono sempre una minoranza. La prova del nove che il nostro metodo sia sbagliato, del resto, è che nessun concorso fatto secondo i crisimi del MIPAF e di Assoenologi porta grandi benefici ai premiati. Il mercato internazionale, tendenzialmente, di quelle medaglie se ne impipa. Anche se questo dispiace agli enologi, conta molto di più il giudizio “soggettivo e verboso” di certi “amatori”, come li chiama Palumbo.

    http://www.winespectator.com/webfeature/show/id/46685

  4. Leggendo il commento piccato dell’enologo in questione, mi viene in mente l’annosa diatriba tra politologi e politici: un conto è pensarla la politica e un conto è farla. Personalmente da sommelier, penso che il ruolo dell’enotecnico è quello di traformare il frutto della vite in un vino che raccolga l’essenza dell’uva di partenza. Se così non fosse, quando degustiamo, andremmo a utilizzare lo stesso “calibro” che l’enotecnico ha utilizzato per fare il vino “pensato”.

  5. C’è una sottovalutazione della complessità che un po’ spaventa ed un po’ fa ridere. Sarebbe come dire che gli unici che possono giudicare una gara di formula 1 sono i meccanici. Oppure una gara di sci solo i maestri di sci. Ed un concorso di bellezza solo le strafighe. In realtà come tutti i mercati anche quello del vino sta in piedi perchè qualcuno compera i prodotti, e per farlo o va per tentativi, o si fa consigliare da chi ritiene giusto. Un po’ le guide, e sempre di più dal basso, cioè da internet. Perchè, in particolare il vino, non è caratterizzato solo dall’essere quello che è, ma dall’essere anche l’unica bevanda che ha un racconto, a differenza della birra o di altre bevande. Ed il racconto, con la sua magia, lo fa chi sa raccontare: quindi meglio un giornalista, o talvolta un “letterato” che un tecnico. Un giornalista, specialmente se bravo (e su questo blog si gioca in casa), aggiunge quel calore che un tecnico, con i suoi punteggi e le sue formule chimiche non riuscirà mai a fare.
    Saluto PO

  6. forse ora sarebbe il caso di mettere una pietra sopra riguardo a questa polemica.”cui prodest”?penso proprio a nessuno ,ma soprattutto non giova al mondo del vino,anzichè fare “squadra”in questo momento così difficile facciamo di tutto per essere l’un contro l’altro armati

  7. Signor caster57, non sono affatto d’accordo con lei. La discussione è stata leale e rispettosa e non vedo che danno possa fare e a chi, penso anzi che faccia assai bene, come sempre quando si mettono in discussione i luoghi comuni, come quello che i migliori giudici dei vini siano gli enologi. Il titolo di enologo si consegue con un diploma universitario biennale. Secondo lei, e secondo il sig. Palumbo, un ragazzo di ventun anni che ha assaggiato forse 100 vini in vita sua è un giudice più obiettivo di Franco Ziliani o di Sandro Sangiorgi o di Jancis Robinson? Non siamo ridicoli. In quanto al fare squadra, è un po’ difficile farlo con chi ti guarda dall’alto in basso. Ha ragione Franco: meno arroganza e più umiltà, di grazia.

    • grazie Maurizio! E poi non capisco per un altro motivo l’intervento così stizzoso e a gamba tesa di Palumbo, con cui ho sempre avuto rapporti più che cordiali e il cui lavoro ho più volte pubblicamente detto di apprezzare. Nel mio post non volevo in alcun modo mettere in discussione il diritto dell’Associazione Enologi di organizzare concorsi le cui commissioni d’assaggio o giurie siano costituite a maggioranza da loro rappresentanti. Volevo semplicemente mostrare la mia sorpresa (diciamo così…) per non essere stato ritenuto, nonostante il mio “pedigree” da rosatista ante marcia (da ben prima dello scoppio della moda dei rosati) e la mia costante attenzione per i rosati pugliesi, degno di far parte delle giurie secondo il punto di vista degli organizzatori. Ai quali, evidentemente, sono sconosciuto…
      E cosa succede invece? Accade che il Presidente degli enologi della Puglia, Basilicata e Calabria insolentisca, trattandoli come dei dilettanti di cui si può tranquillamente fare a meno, i degustatori e giornalisti del vino, sostenendo la superiorità del giudizio puramente tecnico degli enologi.
      Se questo é il punto di vista dell’Associazione Enologi Enotecnici Italiani possiamo stare freschi…

      • Credo che Leonardo Palumbo nel suo commento si riferisse ad “abdicare” il giudizio a figure che non provengono dal mondo dell’enologia, e quindi il suo commento va inserito nel contesto della difesa della sua categoria, e gli si potrà perdonare un eccesso di veemenza. Sono sicuro che i termini della soggettività e della oggettività della valutazione organolettica possano essere distinti dalla valutazione tecnologica che a mio parere dovrebbe essere riservata solo alle figure tecniche (compresi i degustatori professionisti)
        Saluti

  8. Caro Franco sono certo che il sig. Palumbo, che conosco di fama ma non personalmente, sia un ottimo enologo e una persona degna e corretta. Il fatto è che come rappresentante di categoria si è sentito in dovere di assumere una difesa d’ufficio che appare onestamente presuntuosa e fuori luogo a chiunque non sia “fedele alla linea” autoreferenziale di assoenologi. Il loro punto di vista è, effettivamente, quello espresso da Palumbo. Legittimo, basta che non si pretenda che siamo tutti d’accordo.

  9. Pingback: La chiamano etica del vino, ma sempre di business si tratta. Una singolare iniziativa di un gruppo di winemaker di Assoenologi | Blog di Vino al Vino

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