Prosecco Doc: e se quelli del Carso dovessero stancarsi di promesse disattese e si chiamassero fuori?

Lo dicono il buon senso e l’esperienza: non prendere mai in giro le persone che vivono in campagna, perché anche se hanno le scarpe grosse il loro cervello è fino e quando perdono la pazienza possono veramente inca…volarsi, con reazioni imprevedibili e pericolose.
Queste elementari considerazioni mi sono venute in mente leggendo, sull’ottimo sito Internet LaVINIum, di un interessantissimo articolo-intervista firmato da Stefano Cergolj fatto a Sandi Skerk, Presidente del Consorzio Carso (che dal 2010 è confluito e si è fuso con il Consorzio del Collio), e viticoltore in quel di Prepotto.
Argomento del colloquio l’incavolatura dei viticoltori della splendida e difficile zona vinicola in provincia di Trieste, che si sentono presi in giro per la fantomatica vicenda Prosecco. Mi riferisco ovviamente al vino originario della Marca Trevigiana, ma anche al piccolo villaggio, Prosecco, situato sul ciglione carsico in provincia di Trieste, la cui improvvisa “scoperta” da parte di industriali del vino veneti, ministeriali, con la conseguente “rivelazione” che questo villaggio carsico fosse la terra d’origine del vitigno Prosecco, ha consentito di imbastire la grande operazione commerciale Prosecco Doc. Ovverosia di creare accanto alla denominazione storica del Prosecco (inteso come vino “spumante”), quella di Conegliano Valdobbiadene, promossa a Docg, una nuova Doc inter-regionale, riferita alla produzione di Prosecco Doc nelle altre province venete oltre a quella di Treviso e nel Friuli Venezia Giulia. Dove la produzione di Prosecco, prima di questa geniale “pensata” era praticamente inesistente e dove la presenza di vigneti di Prosecco o Glera, come ora si è deciso di chiamare l’uva, era da cercare con il binocolo.
Come si legge nell’articolo di Cergoly, questa “nuova Doc interregionale Veneto-Friuli Venezia Giulia, figlia di un accordo fra la politica e il territorio del Carso triestino che ha permesso di blindare e tutelare un marchio che altrimenti rischiava di fare la fine del Tocai Friulano.
Fu un attivissimo Luca Zaia, allora Ministro per le politiche agricole e forestali, a impegnarsi in prima persona nel progetto di salvaguardia del Prosecco. Per fermare le possibili imitazioni e impedire che altri nel mondo piantassero Prosecco e usassero il nome del vitigno per denominare il vino, si decise di sfruttare come appiglio territoriale quella zona che risulta essere la madre di questo vino, la piccola località di Prosecco”.
L’articolista purtroppo dà voce alla fanfaluca diffusa all’epoca, ovvero che “è da queste zone che il vitigno prese le strade del trevigiano, per iniziare da lì la scalata a un successo inarrestabile”. Se anche le origini del vitigno furono carsiche, ipotesi tutta da dimostrare, di carsico nella storia dello sviluppo e della fortuna del vitigno e del vino non c’è nulla, visto che il Prosecco, come siamo abituati a conoscerlo, è un vino risolutamente e indiscutibilmente targato Veneto e Treviso, da dove è partito per farsi conoscere del mondo.
Come ricorda Cergoly “Nacque da queste basi l’intuizione del ministro Zaia e dei suoi collaboratori di far diventare il Prosecco patrimonio solo del Nord Est, tutelabile a livello mondiale grazie a quest’appiglio territoriale che avrebbe permesso a tutti di piantare la Glera, ma riservato ai soli produttori del disciplinare la possibilità di chiamare il vino da loro prodotto con l’antica e famosa denominazione di Prosecco”.
Per i produttori del Carso la costituzione della nuova Doc portò a qualche sacrificio non trascurabile, primo fra tutti l’impossibilità di sviluppare il marchio della Glera, che a Trieste veniva già imbottigliata come vino autoctono e per la quale si potevano prevedere sviluppi al pari della Vitovska e del Terrano.
Il ministro Zaia e l’assessore regionale all’agricoltura Violino, riconoscendo il ruolo fondamentale del Carso per la buona riuscita dell’operazione di tutela del marchio Prosecco, s’impegnarono con un protocollo d’intesa a rispettare una serie di punti che avevano come obiettivo principale lo sviluppo e il rilancio delle attività del territorio.
La sistemazione del costone carsico; la predisposizione nella località di Prosecco di un centro per la promozione del vino e delle attività del Consorzio del Carso; un piano per il rilancio delle attività e delle produzioni agricole tipiche; la semplificazione delle norme territoriali e dei vincoli urbanistici che limitavano le potenzialità di sviluppo dell’agricoltura: questi i punti che rappresentavano il succo delle promesse fatte dal Ministero dell’Agricoltura e dalle istituzioni politiche regionali”.
Tante belle parole, tante belle promesse, ma trascorsi due anni dalla nascita, grazie al Carso, della nuova Doc Prosecco, mentre altrove si leccano le dita per il business che questa furba operazione ha creato, come risponde il Presidente del Consorzio Carso Skerk, “la realtà attuale del Carso è distante anni luce dalla situazione di sviluppo e crescita economica che si è creata in Veneto e in alcune zone del Friuli. I dati sono chiari e inequivocabili. L’accordo raggiunto ha permesso a veneti e friulani di piantare qualche migliaio d’ettari di nuove viti, mentre sul Carso non è possibile ricavare nemmeno un nuovo ettaro.
Vincoli e limitazioni che frenano la nostra attività, erano uno dei punti cardine che il Protocollo d’intesa si era ripromesso di affrontare, ma ad oggi nulla è stato fatto”.
Qualche piccola cosa è stata fatta: “la Regione ha stanziato 800.000 euro per l’ammodernamento di una strada di accesso ai fondi vitati siti nei pressi del paese di Prosecco. Questo intervento è sicuramente in linea con gli impegni assunti ma non rappresentava una priorità per le reali e immediate esigenze del territorio, poiché questa zona era già accessibile dai mezzi agricoli. Era meglio pensare di realizzarne una nuova. Non è nemmeno sicuro che il progetto venga approvato, ma a questo punto speriamo che i lavori abbiano inizio. Almeno qualcosa di realizzato ci sarebbe, anche se resterebbe comunque la classica goccia nell’oceano di cose che ci sono da fare.
A mio modesto parere, questi 800.000 euro, sarebbero stati più utili se utilizzati per recuperare e realizzare una decina di nuovi ettari vitati. Questo sì che sarebbe stato un fondamentale passo in avanti per la crescita della nostra terra”.

Skerk annota ancora, con amarezza “Sono passati quasi due anni e nulla è cambiato. Anzi, per assurdo, la situazione si è ulteriormente complicata. Nelle sedi opportune si sarebbero potute trovare, con un po’ di buona volontà, delle soluzioni a costo zero che avrebbero portato notevoli benefici a tutto il territorio. A oggi non è stato fatto quasi nulla.
Noi abbiamo fatto ampiamente la nostra parte. Grazie alla piena disponibilità del Consorzio di Tutela dei vini del Carso e di tutte le altre organizzazioni, è stata possibile la creazione della nuova Doc Prosecco. Anche il ritiro del ricorso presentato al TAR del Lazio seguiva la direzione della massima disponibilità e fiducia nelle promesse fatte dalla politica.
Ma gli impegni sottoscritti dalla Regione Friuli Venezia Giulia e dal Ministero delle Politiche Agricole sono rimasti, fino ad ora, quasi del tutto inevasi. Più che di pentimento, possiamo parla di grande delusione”.
Si sentono presi in giro nel Carso, usati, e anche se sottolineano che “Non eravamo e non siamo contrari alla Doc Interregionale del Prosecco. Felici che abbia portato sviluppo nel Veneto e in alcune zone del Friuli. Rilancio dell’economia e nuovi posti di lavoro sono argomenti che vanno sostenuti e tutelati. Ma visto che questo è stato possibile anche grazie al nostro contributo, è giusto che le promesse fatte al momento di stipulare il protocollo d’intensa vadano rispettate”, e dicono chiaramente che “Non vogliamo godere a fondo perduto dei successi del Prosecco. Vogliamo solo poter lavorare nel nostro territorio, promuovendo i nostri prodotti e la nostra cultura”.
Contemporaneamente ricordando intelligentemente “che è interesse di tutti che ci sia qualche ettaro di vigneto in più nel Carso, e qualche coltivazione, seppur piccola e quasi simbolica di Prosecco. Questo è importante per garantire una tutela incondizionata del marchio da parte della Comunità Europea”.
In definitiva si dicono “decisi a far valere le nostre ragioni. Cercheremo in ogni modo di far sì che gli accordi vengano rispettati, altrimenti potremo arrivare alla decisione estrema di rinunciare a far parte della Doc Prosecco, che potrebbe fermarsi a Monfalcone e non interessare più il territorio carsico. Per noi non cambierebbe nulla, giacché questa operazione non ci ha portato nessun beneficio e nessuna possibilità di sviluppo”.
Per ora sono solo parole e annunci, garbati e fermi, di una non disponibilità a farsi prendere ulteriormente in giro. Ma potrebbero diventare presto, perché i contadini ed i viticoltori avranno le scarpe grosse, ma sono persone che fanno sul serio, un qualcosa di grave.
Come faranno difatti i geniali ideatori dell’operazione a tenere in piedi una Doc Prosecco fondata sulla località carsica come nome della denominazione e origine del vitigno Prosecco alias Glera se, come dice Skerk, il Carso potrebbe “rinunciare a far parte della Doc Prosecco, che potrebbe fermarsi a Monfalcone e non interessare più il territorio carsico”? Vuoi vedere che questa Doc inter-regionale rischia di vedere i suoi presupposti impietosamente crollare e addirittura di andare a monte? E se malauguratamente dovesse accadere una cosa del genere chi sarebbe a pagare?

3 pensieri su “Prosecco Doc: e se quelli del Carso dovessero stancarsi di promesse disattese e si chiamassero fuori?

  1. Sicuramente so chi sarebbe a gioire!!
    Tanti piccoli, ottimi produttori di Valdobbiadene, proprietari di vigneti e uve, che potranno continuare a fregiarsi della DOCG!

  2. Ti ringrazio Franco per aver preso spunto dal mio articolo e aver dato voce autorevole a una questione che ha fatto molto incavolare il Carso.. La cosa importante da rimarcare è che i carsolini non hanno nulla contro la nuova Doc Prosecco, Ma non accettano di essere presi per i fondelli da una politica che promette e poi si rimangia tutto.
    Il Carso spera solo di avere qualche risorsa in più per far crescere il territorio e le sue splendide varietà autoctone.
    Grazie e buon lavoro

  3. Anche io pensavo che……ed invece in una poesia in lingua furlana del Conte Ermes di Colloredo ho trovato:
    “la Friul il Prossech cu puarte vant” ed eravamo nel 1774 ad Udine
    con tanto di licenza de’ Superiori……

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