Vino italiano: vendere vecchie annate non fa parte della nostra mentalità?

Siamo davvero sicuri che il vino italiano di qualità si proponga al mondo con la sua immagine migliore e sfruttando tutte le opportunità per dimostrare la particolarità e la grandezza dei propri vini migliori?
Siamo certi che quando andiamo a magnificare l’unicità e la peculiarità inimitabile dei nostri terroir d’eccezione e di vitigni loro strettamente legati che non si trovano altrove (o quando vengono piantati danno risultati banali) noi italiani, e parlo dei produttori di vino in primis, utilizziamo davvero tutte le armi di cui disponiamo per tutto lo splendore enoico mostrare?
Confesso che qualche dubbio, che già da anni mi frullava in mente, soprattutto nel partecipare alle anteprime delle nuove annate dei nostri vini più rilucenti e mediatici, in più mi è venuto in questi giorni dalla lettura di alcuni commenti apparsi a corredo di una degustazione di 96 Barbaresco 2008 e riserva 2006 pubblicata sul numero di aprile della rivista britannica Decanter.
Una degustazione (su cui conto di tornare) che ha offerto molti validi spunti di riflessione al panel di partecipanti, ma che soprattutto a portato ad una considerazione che dovrebbe fare lungamente pensare. E sospettare che non stiamo certo valorizzando nel migliore dei modi i nostri vini e dando loro la possibilità di brillare.
Parlando del valore delle due annate di Barbaresco in degustazione, 2008 e 2006, descritte la prima come un’annata a medio termine, e la seconda “ancora molto giovane e con possibilità di evoluzione nei prossimi dieci, quindici anni”, saltavano fuori due rilievi precisi.
Il primo dovuto ad un Master of wine, l’annotazione che “pochi consumatori hanno la possibilità di degustare vecchie annate”, il secondo ad un decano dell’importazione e del commercio di vini italiani in UK, Sergio De Luca, direttore degli acquisti di vini italiani per oltre 25 anni presso un importatore importante come Enotria.

Secondo De Luca, che non può essere tacciato di certo di pregiudizi nei confronti dell’Italia e dei suoi vini, e che le caratteristiche del mercato del vino italiano le conosce bene, “il Piemonte è una delle grandi regioni vinicole del mondo, ma mentre noi possiamo sempre acquistare e gustare vecchi Bordeaux e Bourgogne, è impossibile degustare vecchie annate di Barbaresco e Barolo, perché non le troviamo nei negozi di vino”.
De Luca rincara la dose osservando poi che “l’Italia non possiede una storia di vendita di vecchie annate di vino, perché vendono facilmente le annate giovani. E vendere vini maturi non fa parte della loro mentalità”.
Ma ci pensate? Il Piemonte, l’Italia del vino dispone di fuoriclasse assoluti, i grandi rossi albesi Docg base Nebbiolo, che quanto a complessità aromatica, ricchezza di sfumature, capacità di tenuta ed evoluzione nel tempo, ricchezza di sapore e diversificazione del gusto, non sono secondi a nessuno e su un mercato maturo, attento, consapevole, di straordinaria cultura, lo storico mercato dei vini di Bordeaux, il primo mercato dello Champagne, una piazza fondamentale per i vini di Borgogna, andiamo a mostrarci solo con un potenziale pari al 10-20 per cento di quello che potremmo mostrare e dimostrare?
Abbiamo Barolo (e anche Barbaresco) che nelle grandi annate e nell’espressione dei più grandi cru (o devo chiamarli menzioni geografiche aggiuntive?) dopo 10, 20 anni o più di lento e paziente affinamento in cantina se sfoderati e proposti al momento giusto sono in grado enologicamente di “miracol mostrare”, di fare mirabilie, di confrontarsi senza complessi di inferiorità con Château bordolesi e domaines borgognoni e siamo così miopi, piccoli nella mentalità, da bottegai più che da capaci e sagaci venditori, che non siamo riusciti a mettere in atto un sistema di vendita che permetta al Mister Smith di turno abituato a bere i Petrus, i Margaux, i Mouton-Rotschild ed i Romanée Conti d’annata di trovare e godersi un Vigna Rionda 1982 o 1964, un Barolo di Serralunga, di Castiglione Falletto o di Monforte d’Alba, un Brunate, un Sarmassa, un Cannubi del 1971, del 1989 o anche solo del 1999?
Possibile, con l’eccezione di pochissimi vini (Barolo e Barbaresco) che si possano contare sulle dita di una mano (potrei citare i Barbaresco di Gaja ed il Monfortino di Giacomo Conterno, forse i Barolo di Bartolo Mascarello) che l’Italia del migliore vino (identica situazione, anzi peggio, Biondi Santi a parte, la si può trovare a Montalcino) non possa offrirsi al mondo con la sua immagine migliore che è anche quella di vins de garde con grande possibilità di tenuta ed evoluzione positiva e virtuosa ed esaltante negli anni?

Possibile che ai produttori di Barolo, di Barbaresco, e di Brunello, ma direi anche quelli di Taurasi e di Aglianico del Vulture, (i vari Super Tuscan, anche quelli più noti di Bolgheri e dintorni li lascio fuori, appartenendo ad una categoria decisamente inferiore) sia sufficiente “liberarsi”, anno dopo anno, dell’ultima annata commercializzabile, la più recente? Quella che consente ai loro vini di mostrarsi solo come promesse dei grandi vini che saranno, senza pensare che ci sia un mondo, piccolo, ma reale, di grandi appassionati, di conoscitori, che le grandi annate di Barolo vorrebbero gustarle non solo acquistandole decenni prima e tenendosele gelosamente custodite nelle loro cantine, ma vorrebbero trovarle, al prezzo conseguente, nei listini di aziende ed importatori?
Listini, quelli delle aziende, dove non figurano, perché di vecchie annate, nelle cantine di produzione, non c’è traccia…
Non è stato, e non é questo, un clamoroso errore commerciale, un imperdonabile peccato di miopia?

12 pensieri su “Vino italiano: vendere vecchie annate non fa parte della nostra mentalità?

  1. Buongiorno Franco, mi pungi sul vivo con questo tuo bel post, che condivido pienamente, e mi permetto un piccolo intervento.
    Il mio lavoro è proprio quello di Wine Merchant specializzato nelle migliori annate di grandi vini italiani. I miei clienti sono principalmente importatori, in tutto il mondo, che hanno spesso difficoltà a reperire vecchie annate (ma neppure troppo vecchie) dei vini italiani più ricercati. Purtroppo in Italia per ragioni storiche che sappiamo non si è mai sviluppata un’attività simile a quella dei ‘negociants’ francesi, io sono uno dei pochissimi. E’ un vero peccato che spesso i grandi produttori, piemontesi e toscani in primis, non possano esibire la qualità dei propri vini delle annate migliori, per molti di essi non esiste neppure l’abitudine di mettere bottiglie da parte, non dico per la vendita ma almeno per tasting futuri.
    In molti mercati, quello americano su tutti, le migliori annate di Barolo,Brunello & co sono molto ricercate ed il mercato è disposto a spendere anche cifre molto elevate per questi vini, ma troppo spesso l’interesse dei produttori è svuotare la cantina delle annate recenti, sottovalutando la leva di marketing che rappresenta dimostrare l’evoluzione negli anni dei loro vini.
    A tal proposito segnalo una bellissima verticale dei Barolo di Barolo di Cordero di Montezemolo e Rivetto che si terrà presso l’azienda Monfalletto durante ‘Nebbiolo Prima’ di quest’anno.

  2. Caro Franco non è che non abbiamo annate vecchie in casa di Barolo e Barbaresco

    Nel nostro assortimento abbiamo Barolo, Barbaresco, Brunello Amarone dagli anni 80 in poi.
    Tante altre enoteche hanno profondità di annate non scherziamo.

    Ė vero che il consumatore medio chiede sempre le ultime annate se non il barolo del 2011, alcune volte accetta il consiglio di bere annate pronte altre no. Noi mandiamo spesso ad addetti ai lavori in tutto il mondo liste di annate vecchie, le richieste si riducono a Bruno Giacosa, Giacomo Conterno , Soldera, Bartolo Mascarello e gli altri non vengono presi in considerazione.

    Saluti
    Antonella

    • E’ si vero che vini come il barolo non temono gli anni in cantina, ma o le bottiglie escono dalle cantine produttrici o si va sempre incontro a grosse delusioni.
      Ho partecipato a diverse verticali di barolo e barbaresco, a orizzontali degli stessi con 15/20/25 anni sulle spalle e purtroppo sono maggiori le delusioni delle soddisfazioni. Spesso si bevono vini che oltre al sapore del brodo non vanno.
      I monfortini, le etichette rosse di Giacosa, i Mascarello, i vecchi Prunotto e i Gaja son davvero tra i pochi vini che se ben conservati possono dare ancora qualcosa. Ma bisogna esser certi della provenienza altrimenti son soldi spesi a rischio quasi certo.

  3. Purtroppo é vero, non c’é mercato per le vecchie annate. Peró c’era; fino al 1995 almeno un dieci per cento del nostro fatturato (in volume era ovviamente molto meno) era rappresentato da Brunelli di vecchie annate. Poi, dopo decenni di vendite, in due o tre anni quel mercato è sparito. Non so perché. Continuiamo a fare degustazioni di vecchie annate con enorme apprezzamento dei partecipanti perché quei vini sono ottimi e costano poco rispetto ai pari tipi francesi, ma nessuno li compra. Non capisco, e mi limito a registrare che questo é accaduto nello stesso periodo a tutti i vini classici italiani.

  4. Gli Amici di Terroir Amarone hanno recentemente organizzato una serata dedicata agli Amaroni della Valpolicella 2001.
    E stato veramente difficile recuperare le bottiglie, e tante sono arrivate solo per l’amicizia e la stima dei produttori verso gli organizzatori: praticamente tutte provenivano dalla riserva privata dei produttori stessi.
    Unica ecezzione la Casa Vinicola Bertani , che è l’unica in Valpolicella e una delle pochissime in Italia a conservare un buon numero di botttiglie di vecchie annate per la vendita al pubblico.
    Ormai credo che tante verticali storiche siano più alla portata di avveduti ristoratori ed enotecari che le cantine stesse….
    http://www.terroiramarone.net/2012/03/20/amarone-della-valpolicella-2001-la-degustazione/

    Max Perbellini

  5. Un raro esempio, nato proprio con tale scopo, e` la Banca del vino di Slow food dove e’ presente un patrimonio enologico inestimabile.
    Recentemente, approfittando degli sgravi fiscali di cui gode Livigno, ho acquistato una bottiglia di Brunello di Montalcino 2004 Biondi Santi Tenuta Il greppo a 60€ allo scopo di dimenticarmela in cantina per un decennio…e` l’unico modo per poter godere di grandi vini senza spendere follie!

  6. Ottimo. Io aggiungo anche qualche Chianti Classico. sopratutto quella manciata di piccoli produttori che usano il sangiovese senza ammorbidenti, produce vini pronti solo dopo 10 anni, ma che il mercato recepisce male perchè considerati vecchi.
    Io qui voglio solo sottolineare un aspetto: spesso sono gli stessi giornalisti che pretendono di degustare e giudicare solo i vini ultimi imbottigliati. Molti si adeguano proponendo vini più pronti, sacrificando l’unicità, per consentire giudizi favorevoli. Diciamo la verità: chi è in grado di giudicare un vino in prospettiva?

  7. C’è un circolo vizioso; esistono molti vecchie annate degli vini famosi francesi a comprare, per la ragione che essi non rappresentano solo vini, ma anche gli veicoli d’investimento. Se esistesse un tale mercato per Barolo e Brunello, con un gran publico chi comprano e vendono le vecchie annate, quindi potremmo loro trovare piu negli wine merchants. Poi gli appasionati di vino richiederebbe gli consigli degli ‘esperti’ e quindi piu degustazione delle stile Decanter si concentrerà sul vecchie vini e non le annate giovane.

  8. Pingback: Annate vecchie: la mentalità di Langa.

  9. Pingback: Old vintages: the Langa mentality

  10. io vendo elle vecchie etichette di vini di tutta italia a prezzi che nn superano
    i 50 euro,proprio perché possono esserci big nn perfette….quindi barolo 67-69-71-74-78-82 osoldera 75 ecc hanno diversi estimatori

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