Crescono i consumi, ma il vino negli States rimane roba da bianchi

Uno stimolante post di Steve Heimoff Forte e provocatorio post, sul suo omonimo wine blog, di uno dei più originali e stimolanti wine writer statunitensi, il californiano Steve Heimoff, una penna di lunga esperienza, che ben difficilmente scrive delle banalità.
In un post recentemente pubblicato, e che potete leggere qui, prendendo lo spunto dalla pubblicazione di recenti statistiche demografiche, che attestano, parola dell’U.S. Census Bureau, come oggi la componente asiatica, latino americana, afroamericana prevalga, nelle nascite, sulla componente bianca, con il 50,4% negli ultimi dodici mesi (nel censimento 2010 la percentuale era del 49,5%), Heimoff afferma che questo orientamento non potrà non avere “formidabili implicazioni sull’industria del vino americano”.
Questo perché, sostiene, anche se spesso non lo si dice o lo si ammette, “il vino è ancora prevalentemente una bevanda per bianchi di origine europea”. Come annota, “non vedo latino-americani o ispanici oppure asiatici o afro americani bere vino”.

E poiché l’esplosione delle minoranze in America è dovuta prevalentemente, dice, a nascite ed immigrati, due gruppi che non tendono ad essere bevitori di vino, le prospettive per l’industria del vino, a lunga scadenza, non fanno bene sperare.
A suo parere si rende necessario un cambio, un adattamento quantomeno, delle strategie di marketing, nella pubblicità destinata ai wine magazines, dove dominano bianchi, uomini e donne, eleganti, raffinati, tipica espressione W.A.S.P. di una élite colta, economicamente benestante, e tutto prevede, scrive Heimoff, “beautiful places, like movie sets, with gorgeous scenery, fancy restaurants, chichi shops, trendy bars, and designer clothes. They’re also overwhelmingly white”.

Ovvero posti magnifici che sembrano set cinematografici, con scenari fantastici, ristoranti esclusivi, bar di tendenza, boutique chic e abiti da designer o di alta moda. Perché se il futuro della popolazione americana prevede un numero sempre maggiore di asiatici, afroamericani, latino americani e non solamente di bianchi, il mondo del vino, l’industria del vino americana, dovrà presto abituarsi non solo a fare i conti con loro, ma a dialogare con loro e trovare il modo di trasformare queste che furono minoranze in affezionati consumatori.
Discorso che, mutatis mutandis, e tenendo conto anche delle implicazioni di ordine religioso, ricordando che per una larga fetta dei moltissimi extracomunitari che vivono e lavorano in Italia il consumo di vino è proibito, dovremo cominciare ad affrontare anche nel nostro Paese, a fronte di un calo dei consumi interni, da parte dei tradizionali consumatori italiani, sempre più evidente…

4 pensieri su “Crescono i consumi, ma il vino negli States rimane roba da bianchi

  1. I cambiamenti nel mondo del vino sono in sintonia con evoluzioni di comportamento più ampie (e profonde), mentre i modelli di riferimento che fanno da battistrada alle scelte di milioni di consumatori (che nelle loro fasce più evolute e colte sempre meno amano sentirsi tali) sono cambiati. Non sono più così “wasp” come cinque anni fa e sono sospinti da tre fattori.
    Uno è squisitamente culturale (“seguo comportamenti che mi piacciono o che mi ispirano fiducia o che mi sembrano più consoni al tempo che sto vivendo”); un esempio è quello del consumo di carne che è in flessione anche sospinto da un nuovo atteggiamento nei confronti degli animali (non da parte di tutti, ma da un crescente numero di persone).

    Un secondo fattore è spesso quello salutista (salute vera e propria o anche solo fitness); ancora rispetto alla carne, “ne mangio meno per via del colesterolo” (o a causa di altri fattori che la possono sconsigliare).

    Infine c’è una componente economica, che spesso chiude il cerchio e salda un ‘sentiment’ nei confronti di un prodotto, o di un genere, o di categorie di consumi, ed è la disponibilità in termini di soldi (l’aria di recessione forse invita a “bere per dimenticare”, ma induce anche a ridurre i consumi non indispensabili, o peggio).

    Spesso capita di incocciare in una serie di articoli e magari qualche libro che anticipano o rivelano – e facendolo moltiplicano e sottolineano ulteriormente – queste mutazioni di sguardo.

    Purtroppo il mondo del vino (in generale e sto facendo d’ogni erba un fascio) è molto lontano da questo genere di osservazioni che, invece, sono alla base dello sviluppo e dell’affermazione di prodotti e, all’interno delle categorie singole, delle loro tipologie e delle innovazioni.

  2. Non mi trovo completamente d’accordo con quanto scritto da Steve Heimoff, ovvero relativamente a certe sue conclusioni. La middle class americana è da tempo composta anche da famiglie di colore, guarda caso uno dei loro esponenti è attualmente il Presidente. La società statunitense è sempre stata molto fluttuante in termini razziali. Il comun denominatore è la ricerca del benessere consumistico che coinvolge tutti. Il consumo di vino di qualità è oggi molto più diffuso come simbolo di crescita sociale di quello che era anche solo vent’anni fa, quando la predominanza bianca nella ruling class era più forte. Non mi fascerei tanto la testa riguardo al calo dei futuri consumi di vino a causa della mancata predominanza bianca, mi preoccuperei di più della malinformazione relativa ai vini italiani o della non-informazione. Le strategie di marketing giuste e mirate tutt’ora latitano, bianche, gialle o nere che siano (cit. Alberto Sordi).

  3. America ed Europa non sono comparabili quanto al consumo di vino. In america il vino è fenomeno sostanzialmente “importato”, dunque di nicchia e collegato ad un certo status sociale, in Europa è viceversa un fenomeno culturale che è esteso a tutte le fasce della popolazione, ma strettamente collegato alla tradizione autoctona.

    Questo significa che mentre in America è “normale” che chiunque sia giunto ad un certo status sociale possa consumare vino (qualunque sia la sua provenienza etnica) qui in Europa – e specie in Italia – bere vino significa anche fare in parte propria la cultura del paese in cui ci si è trasferiti, dunque assume un significato più pregnante.

    Per questo il marketing – sostanzialmente “bianco” – del vino in America non credo sia disincentivante nei confronti degli altri americani: in quel caso il binomio “bianco – vino” rappresenta il binomio “status sociale – vino”. Dunque il messaggio – al di là delle consuete paranoie politically correct che ossessionano gli stati uniti e che danno da scrivere, e da mangiare, a migliaia di persone – “passa comunque” al suo target, qualcunque sia l’etnia. Ed è per questo che credo che le agenzie pubblicitarie americane continueranno su questa strada.

    In europa invece la questione è diversa, dato che il binomio “bianco – vino” è decodificato dallo straniero come binomio “cultura europea – vino”, dunque può generare qualche ostilità di ptincipio in chi non desidera contaminarsi con la cultura del luogo in cui è immigrato.

    Per questo credo che il vino – in Europa (e soprattutto in Italia) – resterà principalmente “cosa da europei” (a prescindere dunque dal ceto) mentre in America probabilmente il vino diverrà, o resterà, “cosa da ricchi” (a prescindere dunque dall’etnia).

    Quanto al salutismo, beh … chiunque sostenga che bere un bicchiere di vino al giorno faccia più male che bene, magari avrà pure ragione, ma il punto è che io baratto volentieri un paio di anni di vecchiaia in meno per qualche decina di anni di vita allietati dal piacere di un bicchiere di buon vino. Sinceramente, la prospettiva di campare cent’anni ad acqua naturale e germogli di soia somiglia troppo al mio concetto di inferno per potermi allettare.

    • Per ora – e meno male!- mi pare si sostenga che il consumo (moderato) di vino sia positivo. Se fa bene allo spirito, di certo giova anche alla salute del corpo!
      Sarebbero tanti gli elementi potenziali per affermare il vino, e non solo come simbolo di affermazione sociale, anche per affermarlo come ‘dono della terra’…

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