Il Moscato furoreggia negli States, ma perché venderlo tramite un selezionatore di vini varietali e non direttamente?

Domanda ingenua: ma perché mai se il Moscato, in tutte le forme possibili e immaginabili, sta avendo un successo incredibile e senza precedenti negli States, portando le grandi aziende a rifornirsi di uve Moscato in ogni dove visto che è “the hottest wine on the US market”, dalle vendite triplicate in meno di tre anni, ci sono produttori italiani che non riescono a trovare uno sbocco diretto sul mercato americano? Mercato dove il 9 maggio si celebrerà il primo National Moscato Day
E preferiscono, come si desume da questo post del wine writer e wine blogger W. Blake Gray, ad essere semplici fornitori di materia prima ad un abile wine maker selezionatore, che poi commercializza il vino con un proprio marchio, che provare a proporre, con ben altre difficoltà, ma anche con altre soddisfazioni, anche economiche, direttamente il proprio vino? Perché va bene riconoscere le capacità di questo selezionatore di Moscato d’Asti, tale Cameron Hughes, un American négociant, qui il suo sito Internet, che produce, importa e distribuisce vini con ben cinque marchi: The Lot Series, The Flying Winemaker, Hughes Wellman, Frunza, and Zin Your Face con una società, Cameron Hughes Wine, fondata con la moglie a San Francisco dieci anni fa.
Ma per i due produttori dell’astigiano che, come commenta a margine del post di Blake Gray, gli producono il vino, non è più interessante, appassionante, intrigante, vendono direttamente il loro Moscato negli States piuttosto che ricorrere ad una persona che vende indifferentemente Cabernet Sauvignon californiano o cileno, Malbec argentino, Ribera del Duero e Rioja spagnoli, Syrah del Languedoc, Côtes du Rhône e Savigny-les-Beaune, Pinot noir cileno, californiano o della Borgogna, Chardonnay, Pinot nero e Riesling californiano?

Il discorso vale ovviamente anche per il fornitore del Barolo Badarina 2007 fornito a Hughes che non capisce che inserito com’è una linea di vini puramente varietali il proprio vino perde ogni valenza e carattere territoriale per essere semplicemente, come il Moscato d’Asti, un completamento di gamma.

2 pensieri su “Il Moscato furoreggia negli States, ma perché venderlo tramite un selezionatore di vini varietali e non direttamente?

  1. discorso complicato, Franco. I produttori spesso non vendono il vino come vogliono, ma come possono. Con le “private label” il manico del coltello ce l’ha chi detiene il brand, che sia una catena di supermercati o un selezionatore di prestigio il concetto non cambia. Può pagare nel breve, difficilmente paga nel lungo il produttore. Il Moscato ha successo ma eviterei di rincorrere questa moda piantando moscato ovunque, cercherei di non ripetere gli errori del Prosecco e dare più valore (e a volte anche più qualità) al prodotto che c’è invece di farne dell’altro di qualità inferiore per “coprire gli spazi di mercato”. Ma tanto so che sono “vox clamans in deserto”, la storia non insegna mai nulla.

  2. Non facile in discorso di esportare negli Stati Uniti Franco… noi abbiamo un’enoteca online http://www.sangishop.com e per molti ordini pervenuti USA abbiamo avuto non pochi problemi in dogana perchè chi acquistava non aveva l’autorizzazione ad importare alcolici dalle’estero…
    Comunque complimenti per il blog, ottimo davvero e con articolo molto interessanti.
    Saluti

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