Snobismo antifranciacortino. Giudizi negativi a priori per i vini… “industriali” prodotti

A proposito di un articolo di Andrea Scanzi
C’è un atteggiamento diffuso nel mondo del vino, o meglio della comunicazione relativa al vino, che rimbalza diffusamente da siti Internet a blog e portali vari. Un modo di fare a metà tra il superficiale ed il pressapochista, che appare obbligatorio assumere in certi ambienti se si vuole apparire à la page ed in sintonia con questo strano sentimento che parte da certi settori dell’informazione e arriva a gruppi ristretti di consumatori. Molto “impallinati” e agguerriti…
Un atteggiamento che definirei, senza mezzi termini, snobismo antifranciacortino, che porta quasi per default taluni a criticare per partito preso (o perché fa fino?) qualsiasi cosa venga da quella zona vinicola bresciana.
Una zona che evidentemente per queste persone ha il grande limite, quasi un peccato mortale, di avere solo poco più di cinquant’anni di storia produttiva e di essere diventata la zona leader, sicuramente dal punto dei vista dei numeri, ma per altri anche dell’immagine e della qualità, del metodo classico italiano.
Per queste persone e questi ambienti per il semplice fatto di rappresentare uno dei più validi e indiscussi di imprenditoria applicata con successo (ben più che a Bolgheri) al vino, per il fatto di vedere protagonisti, in molti casi, imprenditori arrivati al vino da tutt’altri settori, la Franciacorta è un fenomeno, tenetevi forte, “industriale”.
E in quanto “industriale”, anche se di aziende veramente industriali in Franciacorta non ce n’è nemmeno l’ombra (se non si discute in Trentino la Ferrari, non c’è motivo di discutere, in Franciacorta, una Guido Berlucchi che sta ancora riconvertendo la propria produzione a Franciacorta Docg) da demonizzare, da non prendere sul serio. Da criticare. A priori.
Un esempio di questa forma di singolare snobismo l’ho trovato di recente, e sono rimasto sorpreso, trattandosi di un giornalista intelligente, sul blog vinoso Il vino degli altri di Andrea Scanzi, già collaboratore de La Stampa e ora de Il Fatto quotidiano.
In un post pubblicato ad inizio luglio, che ho avuto modo di leggere solo recentemente, Scanzi tratta di Franciacorta raccontando di averne acquistato uno, a mio avviso sicuramente buono, in un’enoteca di Milano, un Franciacorta Nature di un’azienda agricola di Erbusco esemplare come Enrico Gatti.
La sua opinione sul vino non è positiva, ed é legittimo che possa essere così, ma questa mancata positività viene espressa in una forma che sembra una perfetta testimonianza di quella sorta di snobismo di cui parlavo all’inizio, laddove annota: ”L’ho bevuto con amici. Com’era? Discreto. Non puoi dire che è cattivo, non puoi dire che ti fa impazzire. Piacevole, ma anche un po’ scontato e scolastico.
Ecco: questa stessa recensione posso spenderla per la stragrande maggioranza di Franciacorta bevuti negli anni”.
Scontato e scolastico: perché mai? E perché un simile giudizio che è più che una semplice stroncatura o un parere negativo, varrebbe “per la stragrande maggioranza di Franciacorta bevuti negli anni”? Mistero.
Scanzi non ci spiega per quale motivo il vino gli sia apparso scontato, come se “scontato” fosse invece mettere in dubbio che in Franciacorta si producano vini dotati di carattere e di personalità. Vini che, chissà perché, io (come altri) riesco ad individuare senza troppe difficoltà facendone oggetto di articoli pubblicati su Lemillebolleblog.
Proseguendo nella propria analisi Scanzi mette le mani avanti e assicura “non voglio dire, come pensano molti vinoveristi, che i Franciacorta sono automaticamente “industriali” e quindi rappresentano “il male”. Generalizzazioni manichee. Ammetto però che, tolti i soliti nomi, le aziende in grado di incendiarti sono poche”.
E chiudendo il post, prima di invitare i lettori a raccontare quali Franciacorta prediligano e bevono, completa il proprio elaborato al succo di snobismo antifranciacortino facendo qualche nome dei (pochi) Franciacorta che gli garbano.
Cita un’azienda eccellente, Cavalleri, che non fa parte, per propria scelta, del Consorzio, cita una piccola azienda che garba molto anche a me, Colline della Stella, poi cita una cuvée definita “deluxe” di un’azienda a suo dire “griffata” come Uberti.
E poi, come era prevedibile, cita due aziende che godono di grandi attenzioni di tutti coloro che amano dedicarsi attivamente ai più svariati snobismi antifranciacortini. Una di Monticelli Brusati, di cui aveva già scritto qui, e un cui vino gli era piaciuto, testuali parole, “perché ha carattere, perché è ben fatto e perché ha ben poco di industriale. Anzi nulla”, e un’altra, che ha sede in Franciacorta, ma non propone i suoi vini come Franciacorta, avendo sdegnosamente rinunciato alla Docg.
Un azienda, molto piccola, un cui Brut Nature, di cui aveva scritto lo scorso gennaio qui, non gli era piaciuto e non l’aveva convinto, ma che, strano caso, decide di citare ugualmente quando scrivendo di Franciacorta si trova a proporre i pochi nomi che salva dalla bocciatura.
Possibile, mi chiedo, che per un giornalista che ha pubblicato per un importante editore due libri sul vino, che ha una solida formazione da sommelier, che è sicuramente intelligente e preparato, la Franciacorta da salvare dalla bocciatura per default secondo snobismo antifranciacortino, si riduca a questi pochi nomi?
Possibile che per il brillante biografo di Beppe Grillo le oltre 100 aziende franciacortine in attività siano a larghissima maggioranza incapaci di esprimere metodo classico “non industriali”, che possano essere presi seriamente in considerazione da un notorio amante delle “bollicine” (che non ha problemi a sdilinquirsi per metodo classico Lambrusco di Sorbara o base Ortrugo piacentini, oltre ovviamente ai più disparati “vini naturali” prodotti da vignaioli spesso molto migliori dei loro vini…) come lui?
Mi rifiuto di crederlo…

52 pensieri su “Snobismo antifranciacortino. Giudizi negativi a priori per i vini… “industriali” prodotti

  1. A volte ho come l’impressione che qualcuno creda che sia stato Gesù a delimitare i confini della Champagne, della Borgogna… e sempre lo stesso, a spiegare agli uomini cosa fosse meglio piantare e come più opportuno vinificare in quelle zone. Non voglio additare Scanzi, che per altro non conosco di persona, ma è quello che molti mi trasmettono e in diverse occasioni.
    In Franciacorta ci sono diverse cantine che nascono dalla costola di di altre attività ben distanti dall’agricoltura ed è vero, ma tra queste vanno fatti dei distinguo. Un tempo c’erano i nobili e le persone più abbienti a dare il via a una certa forma territoriale, oggi i nobili sono stati soppiantati da abili imprenditori. Tra questi, alcuni capaci e lungimiranti oltre che conoscitori del mondo del vino, delle sue dinamiche e delle sue tempistiche e altri invece che si sono messi a produrre vino perché ignari di tutto e abbagliati dal miraggio del guadagno facile.
    Alcuni come Giovanni Cavalleri hanno fatto il territorio, contribuendo a incentivare la cultura enoica della zona dando una direzione ben precisa, altri hanno cercato di cavalcare l’onda e si sono dimostrati incapaci e pure dannosi per l’intero sistema.
    Queste cose però non succedono solo in Franciacorta ma in ogni territorio italiano: solo si notano meno.
    Poi c’è il discorso dell’identità che dovrebbe essere prerogativa di ogni azienda ma se manca “la cultura del fare vino” alla base, non possiamo di certo aspettarci grosse differenze…
    Comunque non c’è nulla come i fatti per smentire un pensiero che io ritengo non privo di difetti e quindi mi offro per una degustazione con diversi vini di Franciacorta (non solo quelli delle aziende da me seguite) rigorosamente alla cieca, nei pressi di Brescia e per non più di dieci persone. 😉

  2. condivido le tue osservazioni ,a volte però come dice il proverbio : fa + rumore un albero che cade che una foresta che cresce.
    ciao

  3. ha avuto un bel coraggio Ziliani a criticare quello che ha scritto Scanzi, uno dei giornalisti più coccolati da una certa intelligentsja di sinistra, collaboratore del Fatto quotidiano, amato dai circoli dei vini naturali, ecc!

    • commento molto “intelligente” da parte di una persona che dimostra di non sapere leggere. O di non essere in grado di capire quel che scrivo…

      • ha ragione… forse diceva che non avrebbe più aggiornato il sito o l’avrebbe fatto meno di prima. Ogni anno la stessa canzone

        • e lei non l’ascolti quella… “canzone”… Ci sono tanti altri “cantanti” in giro per blog e siti del vino… si accomodi pure…

  4. Caro Ziliani, credo che il vero soggetto su cui interrogarsi sia lo snobismo (in questo caso diretto contro la Franciacorta) che sembra affliggere molti di coloro che si occupano di vino sui media, con buona speranza di visibilità. Ho scritto recentemente, ricordando Veronelli, della libertà di pensiero e di schemi e della grande tolleranza che ancora oggi emerge dagli scritti del grande enogastronomo. E’ un’eredità morale che NON è stata raccolta dai suoi discepoli, sempre preoccupati di apparire più duri e puri del maestro e non di stabilire un rapporto equilibrato con la realtà del mondo. Si trata, purtroppo, di un atteggiamento molto diffuso. Il proliferare dei blog ha esaltato e amplificato questa tendenza elitaria e snob, che è, in ultima analisi, un modo per essere protagonisti, di qualunque bottiglia o piatto si parli. Al di là della miseria di alcuni personalismi gratuiti, leggo in questo, allargando lo sguardo sul piano nazionale, il solito italico vizio di strafare e fuggire in avanti: non abbiamo ancora finito di compattare una squadra attorno a criteri condivisi e su obbiettivi comuni per un territorio (la Franciacorta per esempio) e subito qualcuno fugge in avanti invocando qualcosa di diverso “che esca dallo scontato e scolastico”, altri reclamando una maggiore attenzione al “naturale e biologico” e altri ancora abbracciando persino cause estreme come “l’autoctono”.
    Fare squadra non è facile, certo, per le menti individualiste e creative del nostro mondo, ma è una necessità imprescindibile per il nostro Paese del vino. Altrove in Europa (non solo in Francia!) ci si raccoglie attorno ad identità (di un vino, di una regione, di un modo di essere) consolidate spesso nei secoli. Noi, nazione dal 1861, di queste “identità” ne abbiamo poche e allora non ci resta che mettere assieme le forze e proporci come sodalizio (per territorio, disciplinare, tradizione) al fine di affermarne di nuove e credibili. Questa è, a mio avviso, la priorità da portare avanti nel mondo del vino, mantenendo e rispettando come valore aggiunto la biodiversità (che può significare anche “naturali”, “autoctoni”, “diversi” e “outsiders”), ma non contrapponendola come una sorta di fronda ai Consorzi, alle Docg, alle Associazioni e, in genere, a tutto ciò che mira, comunque, a costruire un’immagine univoca e positiva delle singole realtà vinicole italiane.

  5. La Franciacorta rappresenta uno straordinario esempio di investimento ben riuscito (e per questo si presta all’invidia di altre realtà!). Si è individuata un’area agricola non massacrata dal cemento, si è scelto opportunamente di puntare su un prodotto come il metodo classico che si presta moltissimo all’innovazione tecnologica, si è investito in maniera straordinaria sulle risorse umane, sulla tecnologia a supporto della vinificazione e sulla comunicazione. L’assenza di una storia enologica ha rappresentato paradossalmente un vantaggio in quanto non si è dovuto mediare con un pregresso ma si è preso come modello la migliore zona vinicola del pianeta (champagne).

    Detto questo, è corretto altresì rilevare che da un punto di vista pedoclimatico (soprattutto in termini di temperature medie) la Franciacorta presenta una scarsa vocazione alla produzione di qualsivoglia uva di qualità, tantomeno uve bianche.

    Comunque, complimenti a quegli imprenditori che ci hanno creduto e investito e continuano a remunerare ottimamente il loro capitale

    • Andrea, può documentare la sua sorprendente affermazione secondo la quale ” da un punto di vista pedoclimatico (soprattutto in termini di temperature medie) la Franciacorta presenta una scarsa vocazione alla produzione di qualsivoglia uva di qualità, tantomeno uve bianche”?
      A me sembra una sparata priva di fondamento. Se così fosse sarebbe letteralmente impossibile, cosa che non mi sembra corrispondente al vero, produrre qualsivoglia vino o metodo classico di qualità..

      • Signor Franco, senza offesa non è un mistero per nessuno che in Franciacorta per avere un minimo di acidità naturale dalle uve coltivate si debba ricorrere a vendemmie che definire anticipate è un eufemismo. Da un lato si mantiene quel minimo sindacale di freschezza e dall’altro ovviamente si perde in termini di maturità fenolica dell’uva (riducendo in modo artificiale e forzoso il ciclo vegetativo naturale). La natura non fa salti e non permette scorciatoie e il messaggio che ci da è che i vitigni piantati non sono adatti per il clima di quei luoghi.
        Dopo di che, ribadisco tanto di cappello a chi ha saputo creare dal nulla una realtà che, tranne per la questione sucitata, rappresenta un modello indiscutibile da seguire.

        • e meno male che “i vitigni piantati non sono adatti per il clima di quei luoghi”… Se, sempre seguendo il suo ragionamento, lo fossero, che razza di metodo classico si produrrebbero?

          • vabbè signor Franco, siamo su due lunghezze d’onda differenti. Io affronto la questione a monte e lei a valle. Entrambi abbiamo le nostre ragioni. Au revoir

  6. mi aspettavo molti più commenti a questa tua presa di posizione apertamente filo-Franciacorta.
    Sono sorpreso che, almeno finora, nessuno ti abbia dato del servo degli industriali… :)

  7. Tralascio il discorso sulla Franciacorta industriale, per fare una considerazione sulla qualità dei prodotti, premesso che non ho assaggiato tutte le 100 cantine della zona, ma una discreta campionatura e mediamente ho trovato vini corretti , tecnicamente ben fatti, ma poche eccellenze sia come cantine che singole bottiglie. In particolare trovo che i base ( perdonatemi il termine) non siano particolarmente performanti
    Da una zona che punta all ‘ eccellenza e ad essere il fiore all’occhiello del metodo classico italiano è giusto pretendere di più. Lancio una provocazione che va oltre alla Franciacorta e si allarga a tutte le zone in cui si produce metodo classico, ritengo che rispetto alle grandi DOCG barolo/brunello/ amarone ci sia tanta differenza di qualità assoluta, chiedo a voi:
    È un problema di terroir , ovvero non abbiamo terroir particolarmente vocati per eccellere? O è ancora poca la tecnica di spumantizzazione che in Italia abbiamo?
    Scusate per eventuali errori sto scrivendo da smartphone.
    Michele Malavasi

  8. chiedo scusa ma non capisco: qualcuno giudica un prodotto sulla base di chi ne ha finanziato la produzione??? se è un’industria allora è il male assoluto??? macchinari ed impianti moderni che possono consentire di mantenere inalterate le caratteristiche di un prodotto che da una vigna arriva in una cantina sono il male assoluto??? Franco sostiene addirittura che ci dovrebbe essere la zonizzazione all’interno della Franciacorta cogliendone le diversità in termini di prodotto finito e qualcuno ci vuol far credere che realizziamo prodotti industriali?? La tecnica ci aiuta (e spero lo farà sempre di più) affinché l’uomo non rovini ciò che ogni terreno, ogni zona, ogni vitigno ci regala. Non commento la frase “scarsa vocazione alla produzione di qualsivoglia uva di qualità… complimenti agli imprenditori… continuano a remunerare il capitale” se non che questo Sig. Andrea mi incarna perfettamente questo snobismo antifranciacortino.
    Matteo Vezzoli

  9. Mi sento di sostenere le opinioni di Andrea espresse più sopra.
    Ricordo ancora la vendemmia ad inizio agosto nel 2003. Per carità, annata rovente, ma inizio agosto mi pare un po prestino.

    Arcari c’è ancora posto per la degustazione che hai proposto?

  10. Ziliani, scusi, ma non potrebbe essere che chi ha opinioni allineate a quelle di Scanzi non lo faccia per snobismo, ma semplicemente perchè le sensazioni al palato lo portano a sostenere certi giudizi? Perchè ci deve esser sempre una “posa”, un preconcetto quando non si è allineati alle sue idee?

    • legittimo e doveroso avere idee diverse dalle mie. Meno comprensibile, questo era lo spirito del post, dedicarsi aprioristicamente a snobismi nei confronti della Franciacorta. Dice bene Matteo: “qualcuno giudica un prodotto sulla base di chi ne ha finanziato la produzione?”

  11. Caro Ziliani, leggo regolarmente sia il suo (i suoi) blog che il blog di Scanzi. Inutile dire che sono anche un grande appassionato dei vini Franciacorta (Uberti e Cavalleri le mie aziende “del cuore”).
    Potrei schierarmi dalla parte di Ziliani, che critica a ragione l’eccessivo snobismo di Scanzi. Ma sbaglia a preoccuparsi perché dovrebbe conoscere lo stile “soggettivo” (o “snob”) di Scanzi (da Scanzi stesso rimarcato più volte). Quindi i suoi articoli andrebbero presi al netto delle sue “parzialità” (in senso buono).
    Potrei schierarmi dalla parte di Scanzi, che col suo articolo voleva scatenare un dibattito sul valore delle aziende franciacortine (e a quanto pare ci è riuscito), ma che le frasi “scontato e scolastico” e “le aziende in grado di incendiarti sono poche” se le poteva evitare. Frasi così vanno bene in una degustazione casalingo-natalizia con parenti che bevono champagne solo col panettone. Se è vero che poche sono le aziende “in grado di incendiarti”, la mia domanda a Scanzi è: quante sono in proporzione le aziende “in grado di incendiare” in Champagne? O in Barolo? O in Borgogna?
    A Ziliani invece chiedo: quali sono le migliori realtà franciacortine? Quelle dei “grandi numeri” o le piccole realtà “familiari”?
    Alla fine mi sa che mi schiererò dalla parte della Franciacorta (e continuerò a leggere entrambi).

  12. signor Matteo (Matteo), non credo di essere snob nè di vivere di preconcetti. Ho argomentato le mie convinzioni in maniera dettagliata riferendomi a fatti concreti (clima, acidità uve, maturità fenolica) e, per ora, nessuno li ha smentiti. In Franciacorta, a mio avviso, la tecnica supera di gran lunga quello “che il terreno e il vitigno ci regala”. Ma non è un delitto, vista la qualità buona del prodotto finito e l’accoglienza del mercato. Anzi, denota una capacità di adattamento a tutto tondo che altri produttori in altri territori, molto più vocati del vostro, dimostrano di non avere.

    • Andrea, poiché lei afferma con sicurezza che “da un punto di vista pedoclimatico (soprattutto in termini di temperature medie) la Franciacorta presenta una scarsa vocazione alla produzione di qualsivoglia uva di qualità, tantomeno uve bianche”, mi spiega come fa poi a riconoscere “la qualità buona del prodotto finito” e come spiega il successo che i Franciacorta stanno ottenendo? Tutti stupidi i consumatori che accettano di bere vini mediocri prodotti con uve mediocri? Suvvia!…

  13. avendo assaggiato alcuni franciacorta, dai blasonati ai meno, voglio fare alcune osservazioni :
    inanzitutti il franciacorta ora si beve,perchè è di moda, buon marketing da piu’ di dieci anni ,;
    tolte le riserve illustri di alcune case qualità media ;
    conoscenza del prodotto spumante consumatore italiano scarsissima…
    devo fare i complimenti ai post perchè nesuno ha comparato il franciacorta con lo champagne….
    saluti
    Gianni z

    • non penso che la Franciacorta sia di moda e che il suo successo sia dovuto a questo aspetto modaiolo tutto da dimostrare…

  14. Signor Franco, ritorniamo al punto di partenza. Io parlo di viticoltura che in Franciacorta è di qualità (per sesti d’impianto, metodi di coltivazione) ma non produce uve di qualità perchè, per specificità del territorio (temperature elevate, scarsa o assente escursione termica etc), non è possibile produrle.
    Se non fosse come dico io perchè mai c’è l’esigenza di vendemmiare le uve con largo anticipo rispetto al ciclo vegetativo naturale? Non si penserà mica che questo approccio accanto a qualche vantaggio (un po’ di acidità) non comprometta pesantemente l’apporto fenolico??
    LA NATURA PRESENTA SEMPRE IL CONTO.
    Questo è un dato di fatto che qualsiasi agronomo alle prime armi potrebbe confermare e spero che anche lei da grande conoscitore dei territori ne convenga.
    .

    • domanda banale: ma come si fanno a produrre vini di qualità – e sulla qualità di qualche Franciacorta mi pare lei sia d’accordo – se non si dispone di uve di qualità? Mistero…

      • signor Franco, non sono a conoscenza di cosa avvenga nella fase di trasformazione delle uve. Sicuramente l’evoluzione tecnologica aiuta ma non ho altri elementi e non ho nemmeno cattivi pensieri. Io ho sempre grande fiducia nell’onestà dei produttori.

        Lei però non ha risposto alle mie domande. Ma non fa nulla..è come se mi avesse già risposto.

  15. Caro Franco, questo tuo post mi induce una riflessione che prescinde un po’ dallo specifico caso della Franciacorta (di cui bevo vini – alcuni mi piacciono molto – ma su cui non ho l’indispensabile conoscenza specifica per discettare in modo competente).

    No, il pensiero che mi induce il post è un altro e ha a che fare con la retorica dei giudizi e con la velocità a cui un certo modo di fare impresa (anche, ma non solo, nel mondo del vino) adegua, in apparenza più che per scelta per acritico modo pecoreccio di pensare, le proprie strategie e i propri prodotti.

    Salta all’occhio che, anche un po’ sull’onda delle ormai annose vicissitudini brunellesche e sulle conseguenti riflessioni, i vini che hanno scommesso sul legame al territorio hanno – stanno avendo – più attenzione, rispetto ad altri più (diciamo così, un po’ impropriamente) acquisiti.

    Era inevitabile e prevedibile, in un contesto mondiale iperomologato/omologante, che una specie di ‘contro-pensiero’ spiccasse come qualcosa di originale.

    Quindi, il legame con il territorio – basta che sia, come dicono in maremma! – è divenuto il refrain del ‘marketing de noatri (anche quando c’entra come i cavoli a merenda) che è quello più praticato nel mondo del vino.

    Per l’olio avevano già provveduto – da quindici anni a questa parte – grandi marchi nazionali (che poi son divenuti multinazionali) – ad appropriarsi del legame con la terra, mimandolo efficacemente ad usum “consumatoris”, in suggestivi spot pubblicitari.

    Ora anche il vino “spende” la terra in modo più o meno vero, trasparente e reale, per piazzare un’etichetta nella zucca del potenziale cliente. Peccato!

    Peccato per quei vini (impropriamente chiamati) “industriali” cioè provenienti da grandi aziende che fanno viticoltura da numeri medio-grandi e che lavorano bene (talvolta molto bene), offrendo un ottimo prodotto che ha spesso il merito di porre all’attenzione dei consumatori (massì, chiamiamoli ancora così, per intenderci) un genere, o una docg, o anche una terra particolare.

    Peccato doppio, perché tra le aziende grandi ce ne sono di ‘intelligenti’ e di altre che fingono e succhiano la ruota ai claims che vanno per la maggiore (il legame col territorio è tra questi, ma anche il “no” al diserbo e persino la scelta del bio).

    Peccato anche per i tanti ‘piccoli’ (anche tra loro c’è però chi fa finta!) che più agevolmente riescono a mettere in pratica le pratiche (scusa il bisticcio) che più interessano al consumatore, grazie al fatto che nella terra ci mettono il naso quotidianamente.

    Per concludere, mi domando: perché mai demonizzare un buon prodotto che esce in numeri grandi, quando è buono ed è ciò che dice di essere e non finge di essere qualcos’altro!?

    E’ una domanda che ha più di una risposta e tu sei uno che potrebbe dare vita a un bell’incontro su questo tema.

  16. Mi perdoni Andrea se mi intrometto in una Sua risposta a Ziliani.
    Ribadisco il concetto senza per questo voler apparire ossessionato dallo stesso :
    dire “… l’evoluzione tecnologica aiuta….” è ancora una volta espressione di quello snobismo che giudica chi finanzia e non il prodotto che c’è in bottiglia!! se per vere determinate acidità avrò bisogno di vendemmiare alcuni vigneti in anticipo e se lascerò maturarne più a lungo altri sarò giudicato solo dal prodotto che sarò in grado di mettere in bottiglia e non certamente se avrò fatto una settimana in meno sulla spiaggia di Riccione rispetto ad altri produttori

    • risposta impeccabile Matteo, mi fronte a certi…snobismi antifranciacortini,che voi “industriali” non riuscite a capire, cascano le braccia…

  17. mi scusi sig. Matteo, che la tecnica aiuta (e spero lo facccia sempre di più) lo sostiene lei nel suo precedente intervento. Del resto non mi pare sia un mistero per nessuno che produrre metodo classico abbia un impatto tecnologico piuttosto elevato.
    Io ho comunque grande rispetto per il suo lavoro e per i risultati che avete ottenuto e che continuate ad ottenere. BRAVI.
    Tuttavia, ribadisco che non sono uno snob ma mi baso sui fatti e rilevo quanto il luogo Franciacorta sia, per i motivi più volte citati (e non smentibili), inadatta a produrre uve di qualità.
    Cari Franciacortini anche a voi, con la vostra indiscutibile capacità imprenditoriale e gli enormi successi raccolti in così poco tempo, risulta ancora difficile piegare la natura e i suoi cicli.

    • Andrea, le argomentazioni che ci propone tendono a generalizzare una situazione che in Franciacorta è molto più articolata, e questo vale sia per quanto riguarda gli aspetti storico-produttivi (si veda quanto scritto da Giovanni Arcari), sia quelli agronomici e pedoclimatici : se conosce minimamente il territorio franciacortino dovrebbe rendersene conto, anche senza consultare la zonazione del 1996. La maturità tecnologica, ovvero quella idonea a produrre il Franciacorta, viene raggiunta indicativamente a metà Agosto e la qualità e la sanità delle uve ha, mediamente, un livello qualitativo e di sanità delle uve molto elevato; in altre aree ben più rinomate , leggasi Champagne, i problemi della viticultura sono molto più evidenti, e al di là delle rese e degli scempi ambientali causati dall’aver utilizzato Rifiuti Solidi Urbani come concime, spesso non si riesce a raggiungere una maturità tecnologica ottimale e si è costretti a raccogliere a livelli di acidità molto elevati con uve non sempre perfette , ma la capacità dei cugini francesi è proverbiale, sia nell’arte della Cuveè , sia nell’ arte del dosaggio, sia nel fare marketing; ovviamente anche qui non si può generalizzare. Un ultima cosa Andrea, mi dica quale enorme importanza può avere l’apporto fenolico, nei termini da lei descritti, in un vino base per metodo classico. Grazie.

  18. A me del vino piace “tutta” la bottiglia : la metà tecnica, e anche l’altra metà emotiva. Se vi basta bere un vino “fatto bene” ci sono copie dei bordolesi da tutto il mondo (magari anche a minor prezzo). Anche dalla Cina ormai. Le bollicine mi piacciono poco, perché mi disturbano lo stomaco, e, in più, non riesco a non pensare che buona parte del costo elevato è la lavorazione in bottiglia. Guarda caso ogni imprenditore sa che è più difficile trovare margini nei prodotti poveri.
    Mi diverte di più, trovare nel bicchiere tipicità cultura, storia : le eroiche vendemmie delle vigne della Valtellina, il sentore di incenso del moscato di Scanzo (vino della messa di cinquecento anni fa), la colorata simpatia dei riflessi del chiaretto di Moniga. Senza andare troppo lontano.
    Anche un quadro che sembra banale, cambia aspetto se scopri è stato dipinto con i piedi perchè il pittore non ha le braccia.
    Se non vi interessa questa metà della bottiglia, io non vi do etichette. Se invece voi dovete etichettare per forza, come se fossi una bottiglia anche io, datemi pure dello snob (cosa centra lo snob ?) ma, peccato per voi, sarò sempre antifranciacortino.
    In alto i calici

    • Daniele, non é una forma di “snobismo antifranciacortino” la sua, quando chiude il suo commento, peraltro intelligente e condivisibile (tranne che per l’entusiasmo per il Moscato di Scanzo…) dichiarandosi, manco fosse un titolo di merito, come un fiore all’occhiello, “sempre anti-franciacortino”?
      E perché mai esserlo, per quali motivi? Per quali “colpe” di questa zona vinicola lombarda?

      • …con tutta l’esperienza che ha Lei , non comprendo il commento sul Moscato di Scanzo (una delle docg più piccole del paese) , forse non ha mai assaggiato nulla di produttori validi ?

          • …sicuramente ha provato delle vecchie annate Biava (sicuramente non il 2003,prod limitata). …nemmeno ‘quello del farmacista’ … sicuramente li ha provati tutti vah.

  19. Io condivido il pensiero di Andrea. L’idea di un metodo classico in Franciacorta nasce più dalla volontà di un imprenditore appassionato di Champagne che per una vocazione territoriale. Trovo anch’io pochi slanci emozionali nel confronti del Franciacorta in generale, fatti salvi alcuni produttori di Monticelli Brusati. Non è questione di snobbismo ma ho sempre la sensazione che mi manchi qualcosa quando assaggio un Franciacorta. Raramente ho piena soddisfazione. Ora, non voglio fare il democristiano di turno, ma poropbabilmente ho avuto sfortuna io con i Franciacorta che ho degustato. Altra cosa noto spesso uno snobbismo invece da parte Franciacortina. La questione di non definirlo uno spumante, non mi è mai andata giù.

    • Gianpaolo perché mai i produttori di Franciacorta, disponendo di una denominazione che definisce sia il territorio che il prodotto dovrebbero mai definire i loro metodo classico, i Franciacorta Docg come “spumanti”?
      Perché ricorrere ad una definizione vaga, confusa, che non comunica niente di preciso, che mette insieme nello stesso contenitore Charmat e metodo classico, prodotti con lunga permanenza sui lieviti e tempi e costi di lavorazione e prodotti, questi sì industriali, a poco costo, commercializzati già pochi mesi dopo la vendemmia?
      Questo non é snobismo, ma chiarezza, onestà nei confronti del consumatore

      • Si ma anche lo champagne è uno spumante nessuno si è mai preoccupato di non definirlo tale. Inteneo dire che il Franciacorta è uno spumante per definizione. La presa di posizione della Franciacorta in questo senso sembra quasi a definire riduttivo il termine spumante. In questo senso trovo snobbistico l’atteggiamento Franciacortino.

        • Gianpaolo, non ricordo nessun produttore di Champagne che definisse vin mousseux o pétillant o efférvescent il proprio vino. Basta il nome Champagne e basta per definirlo. In Franciacorta vogliono applicare lo stesso meccanismo di identificazione zona-prodotto. E “spumante” é pertanto superfluo…

          • Questo non sembra snob ? Quando saranno le giornate franciacortine organizzato dal consorzio? Quest’anno tornerò alla ricerca di qualcosa di emozionante mi piacerebbe rivedere la mia posizione non tanto sulla questione spumante o no ma sulla qualità generale dei Franciacorta … vabbè.

  20. Mi spiego meglio. Anch’io sarei dell’opinione che il Prosecco superiore di Valdobbiadene Docg si chiamasse Il Valdobbiadene ma sempre spumante rimane.

  21. Anche io gradirei che il discorso vertesse più sulla qualità dei vini che non sulle questioni accessorie (spumante si – spumante no). Quantomeno perché di Franciacorta mi piacerebbe saperne di più.

  22. (ANSA) – ROMA, 7 AGO – Al via domani la vendemmia in Italia, con la raccolta del primo grappolo d’uva della produzione Made in Italy 2012, nell’azienda Lenza di Coccaglio, nel bresciano in Franciacorta. Lo segnala la Coldiretti. L’ondata di caldo condizionera’ i tempi di raccolta che avverra’ soltanto di mattina, dalle 7 fino a mezzogiorno. Questo, spiega Coldiretti, per evitare che i grappoli di uve Chardonnay subiscano lo stress delle alte temperature, preservando al massimo le loro caratteristiche organolettiche.(ANSA).

  23. signor Franco, questa notizia dimostra che la mia tesi oltre ad essere corretta (si anticipa in modo surreale la vendemmia in situazioni climatiche disastrose per salvare quel poco di salvabile che c’è) non presenta alcun pregiudizio o snobismo verso la Franciacorta.
    Infatti, in Franciacorta c’è un’ottima viticoltura (per sesti d’impianto, per gestione del vigneto), un’ottima enologia (con il supporto corretto che la tecnologia moderna offre). Quello che manca è il territorio.
    Franciacorta è un luogo climaticamente inadatto a produrre uve di qualità.
    Diversamente ci sarebbe armonia tra territorio e vitigno e la vendemmia si farebbe quando il ciclo vegetativo ha completato il suo corso e la natura ha dato tutto il suo contributo.
    Questa tesi, che qualunque agronomo può confermare, non ha nulla a che vedere con pregiudizi o snobismi in quanto nessuno disconosce che il prodotto Franciacorta sia un buon prodotto. Ma l’eccellenza, a cui si aspira, è un’altra cosa. C’è bisogno di un territorio vocato che qui non c’è.

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