WineWebNews 25 settembre 2012 Irrigazione di soccorso per il Brunello?

Dall’Italia

Irrigazione di soccorso per il Brunello di Montalcino?
Interessante notizia appresa dalla lettura di un post dell’ottimo blog Do bianchi di cui è animatore il wine writer, grandissimo appassionato dell’Italia e dei suoi vini, Jeremy Parzen. Il Consorzio del Brunello di Montalcino ed i suoi responsabili si stanno adoperando per consentire quanto è attualmente vietato dal disciplinare di produzione del celebre vino base Sangiovese, ovvero il ricorso, in anni torridi come questo, alla “irrigazione di soccorso”.
Questo mediante una precisa richiesta fatta al Ministero delle Politiche Agricole e alla Comunità Europea. Con questa richiesta non si vogliono certo “gonfiare” le rese, ma aiutare a fare qualità e a consentire alle vigne, messe a dura prova dalla siccità, di resistere. Vedremo come andrà a finire.
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Lagrein uva icona dell’Alto Adige
Da un altro importante wine writer statunitense, di origine trentina, Gregory Dal Piaz, arriva, sul sito Internet Snooth, un ampio articolo a quella che viene testualmente definita “the iconic red grape of Italy’s Alto Adige region”, ovvero l’uva rossa simbolo dell’Alto Adige, il Lagrein. I vini che se ne ottengono vengono definiti per certi versi “simili al Syrah”, anche se più fruttati in gioventù.
Vini che nelle loro migliori espressioni sono dotati di un medio corpo, buona freschezza, aromi intensi, con accenni di spezie, un tocco minerale “e spesso pronunciate note di cioccolato”. L’articolo è corredato da ampie note di degustazione di una ricca serie di vini degustati.
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Produzione mondiale di “spumanti”: l’Italia in prima linea ma a prezzi bassi
Sul blog eno-statistico I numeri del vino dell’analista finanziario Marco Baccaglio un post fa riferimento ad una analisi di France Agrimer sul mercato mondiale degli spumanti, in termini di quote sulla produzione delle varie nazioni e di peso sul “trade” cioè sulle esportazioni mondiali di spumante.
Lo studio, come annota Baccaglio, “mette in luce il crescente ruolo dell’Italia in questo mercato negli ultimi anni, guidato però dai volumi e non dai prezzi, che dopo una positiva parentesi nel 2007-08 sono tornati pesantemente sotto pressione.
Cominciamo col dire che il mercato mondiale 2010 è stimato a 2.5 miliardi di bottiglie equivalenti (18.5 milioni di ettolitri), che rappresentano il 7% della produzione mondiale di vino e, a differenza di quest’ultima, con una tendenza in crescita (+9% annuo negli ultimi 5 anni).
La Francia ha il primato con il 26% della produzione totale di vini spumanti a 640 milioni di bottiglie. In Francia gli spumanti sono il 10% della produzione totale e la Champagne fornisce il 50% di tutti gli spumanti. L’Italia è il secondo produttore, con 380 milioni di bottiglie, un quarto circa delle quali nel segmento del Prosecco. La Germania è il terzo produttore mondiale a 2.9m/hl.
Dopo questi tre leader vengono Russia (che è un grande mercato interno e quindi ha una produzione locale), Cile (tipicamente un esportatore) e soltanto al sesto posto troviamo la Spagna”. In termini produttivi, “gli spumanti sono cresciuti di quasi il 40% in 10 anni, con i due produttori storici Italia e Francia in crescita del 20-25%, la Germania del 50%, la Russia a triplicare e la Spagna quasi a raddoppiare. se prendete il prezzo di esportazione dell’Italia e dite che quel numero è “100”, e riparametrate tutti i prezzi impliciti nelle quote di mercato, vi ritrovate con una amara verità: l’Italia ha decisamente perso terreno in termini di prezzo-mix in proporzione alla Francia, comportandosi come la Spagna”.
E qualcuno riesce anche a fare del trionfalismo su una politica del genere…
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Amarone della Valpolicella 2008 secondo The Independent Wine Review
Vasta serie di dettagliate note di degustazione dedicate ai vini della Valpolicella, Amarone e non solo, sul sito Internet britannico Independent Wine Review. Di scena i vini di aziende come Cà Rugate, Allegrini, Cantina di Negrar, Masi.
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Teroldego by Snooth
Ancora Gregory Dal Piaz ed il sito Internet statunitense Snooth, con un articolo dedicato al principale vino rosso da vitigno autoctono del Trentino, il Teroldego Rotaliano, di cui viene sottolineato che viene prodotto quasi esclusivamente in Trentino, nella Piana Rotaliana a nord di Trento, anche se qualche altro vino viene ormai prodotto in Veneto (in Valpolicella ad esempio).
Dal Piaz ci dice che alcuni esperimenti di produzione di vini a base Teroldego sono stati fatti con buon successo in Sud America e in California. Secondo il wine writer il Teroldego ha conosciuto in tempi recenti una rivoluzione, da quando la forma di allevamento è passata dalla pergola al guyot ed i vini hanno acquisito, dice, “uno stile più concentrato”. Certo che con un disciplinare di produzione che continua a prevedere 170 quintali per ettaro, i miracoli non li può fare nessuno.. L’articolo e’ corredato da una serie di note di degustazione dei Teroldego più interessanti degustati.
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Quanti errori nelle carte dei vini italiane!
Giusta e appuntita osservazione di Angelo Peretti, sul suo sito Internet Gourmet, sulle carte dei vini italiane, che spesso sono un “tesoro” di sorprese, tante sono le incongruenze e gli errori di cui sono costellate. Come scrive Peretti, “Se le vie del Signore sono infinite, non meno innumerevoli sono le fantasiose scritture delle carte dei vini nei ristoranti. Mi domando come facciano: se ne leggono di tutti i colori, credetemi. E sì che basterebbe trascrivere quello che c’è scritto sull’etichetta, pari pari. Invece no: non c’è niente da fare, certi ristoratori, quando compilano le loro carte dei vini, scatenano la loro fantasia, talvolta con effetti umoristici. Ed è di questo genere la carta che ho visto qualche giorno fa in un posto di cui non dico il nome per opera di carità.
Lista dei bianchi. Primo vino: Soave Anselmi San Vincenzo. Che c’è di strano? Che Anselmi è anni et annorum che non etichetta più come Soave, avendo deciso d’uscire della doc. E invece continuano a segnarlo come Soave: ben ti sta, Roberto…
Terzo vino: e qui viene il bello, e trattenere la risata è stato proprio, ma proprio difficile: Soave Pero Pan Classico. Non Pieropan, no: Pero Pan”. Ovvero la creatività al potere! Leggete qui

E’ il finale a definire la qualità di un vino!
Acute osservazioni di Fabio Rizzari sul blog Vino su un elemento fondamentale che fa la differenza nei grandi vini e che costituisce una sorta di invisibile filo rosso che collega vini di tipologie del tutto diverse come bianchi o rossi.
Annota Rizzari: “Cosa può accomunare un grande Nebbiolo del nord Piemonte a un potente Brunello di Montalcino? Un sottile Pinot Bianco altoatesino a un sapidissimo Fiano d’Avellino? Un grasso Moscato Passito di Pantelleria a una snella
Malvasia di Bosa? Semplice: il finale. In un’epoca dove molti fanno confusione tra leggerezza e inconsistenza, e specularmente tra ricchezza estrattiva e pesantezza, un elemento è decisivo: come e con quanta persistenza chiude un vino dopo averlo bevuto. Con le moderne tecniche enologiche, infatti, si può scimmiottare in tutto e per tutto il vino di grande qualità. Tranne che nel finale.
Come si poteva e si può agevolmente irrobustire lo chassis di un rosso – salassi, osmosi inversa, etc – oggi se ne può snellire il corpo, attenuarne la forza alcolica, scarnificarne l’intelaiatura tannica. Ma nessuno, al momento, è capace di dare lunghezza e profondità al finale di un vino. Indipercui, se si vuole capire la qualità reale di un vino, occorre concentrarsi su questo aspetto”. Plaudo a questa osservazione e sottoscrivo. Leggete qui

Dall’estero

Alternative allo Champagne in UK
Ampio ed interessante articolo del sommelier canadese Jonathan Wilson sul sito Internet statunitense Palate Press, sulle alternative, che si evidenziano sempre più in tempi di crisi economica, allo Champagne in quel Regno Unito che resta comunque saldamente il primo mercato estero del metodo classico francese.
Wilson evidenzia che è sicuramente il fattore prezzo, con “alternative” totalmente diverse da ogni punto di vista, come Cava e Prosecco, a portare un buon numero di persone ad abbandonare per un po’ lo Champagne e stappare “bollicine” più risparmiose, ma, osservazione molto interessante, è anche una certa tendenza a quello che definisce il “Buying Local”, all’acquisto di prodotti locali, che sta portando un buon numero di appassionati britannici a puntare sugli emergenti English Sparkling wines. Leggete qui

Tappi di sughero o tappi alternativi? Un dibattito sempre aperto
Come si legge in un articolo di Rachel Tepper pubblicato sulla sezione wine del sito Internet americano Huffington Post continua senza sosta negli Stati Uniti il dibattito se i tappi tradizionali di sughero oppure i vari tappi alternativi siano in grado di assicurare una migliore qualità finale dei vini.
Ad esempio un gruppo di ricercatori dell’Università di Davis in California stanno conducendo un test su vari tipi di chiusure di qualcosa come 600 bottiglie di Sauvignon, i cui risultati non si conosceranno sino all’estate del 2013, quando verranno completate le analisi chimiche sui cambiamenti, di colore, gusto, aroma, livello di ossidazione, raggiunte dai diversi vini.
Ad ogni modo, i tappi alternativi, soprattutto screw caps, stanno guadagnando popolarità e consensi tra i consumatori. Questo accade anche nel Regno Unito dove, come scriveva pochi giorni fa il Guardian a firma di Rebecca Smithers, gli snob del vino britannici stanno perdendo il loro atteggiamento sospettoso nei confronti dei tappi a vite e dei tappi alternativi e come rivela una recente ricerca il 39% dei bevitori di vino ora dichiarano di apprezzare il vino proposto anche in contenitori alternativi alla bottiglia, mentre il 26% lo giudica di livello inferiore.
Solo un 17% dichiara di non credere nella qualità dei vini proposti con screw cap. Per questo, come dice sul suo blog il wine writer californiano Steve Heimoff, “le persone stanno imparando a giudicare i vini dal contenuto o dal loro carattere non dal tipo di packaging.
Lo so che il tappo tradizionale è romantico ed il suono che fa il tappo quando il cavatappi lo estrae dalla bottiglia fa parte del fascino”. Ma non per questo i tappi a vite meritano non attenzione e rispetto.
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Perché le scrittrici bevono vino?
Leak Odze Epstein, co-fondatrice del blog Drinking diaries racconta in un post pubblicato sulla sezione wine del sito Internet americano Huffington Post le motivazioni per cui un gruppo di scrittrici e personalità femminili attive nel mondo della comunicazione bevono, vino e alcolici. Le motivazioni date sono le più disparate e vanno dal “perché è rilassante”, al “è un fattore di socialità”, perché “bere è un grande equalizzatore che annulla differenze sociali, culturali, di religioni”, al “perché aiuta a vedere il mondo con occhi diversi” o “perché ci aiuta a superare i momenti” di panico.
Motivazioni tutte valide indiscutibilmente, ma mi sarebbe piaciuto leggere anche “perché il vino mi piace ed è una bevanda che regala emozioni che nessun’altra è in grado di dare”….
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Freschezza e acidità nei vini
Ampio, circostanziato e approfondito articolo a firma del wine writer americano W. Blake Gray, sul sito Internet Palate Press, dedicato ad un aspetto di fondamentale importanza nella valutazione e l’apprezzamento di ogni vino, soprattutto bianco, la freschezza e l’acidità.
Come annota l’autore, “Acidity is scary. Acidity melts your teeth, burns your stomach, gets thrown into the faces of adulterers in Pakistan. It’s not something you enjoy on your porch on a hot day; it’s the fast, painful way to get rid of a wart”.
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Governo giù le mani dalle classificazioni dei vini: che sia il mercato a decidere!
Sul suo sempre interessante blog il wine writer californiano Steve Heimoff esprime tutta la propria lontananza da un sistema di pensiero che porterebbe, anche negli Stati Uniti, a classificare le aziende in base allo stesso tipo di classificazione in uso storicamente a Bordeaux. E sostiene che le autorità in materia di vino non possono decidere se un terroir, pardon, un suolo dove sono situati i vigneti, sia migliore, più vocato di un altro.
A suo avviso “la Francia è un Paese meraviglioso, ma per certi versi è prigioniero delle proprie tradizioni e i tradizionali sistemi di classificazione bordolesi sono un anacronismo”. Secondo Heimoff “l’ultima cosa di cui ogni moderno Paese produttore ha bisogno è una burocrazia governativa che definisce vincitori e sconfitti. Lasciate che sia il mercato a farlo”.
Un punto di vista molto pragmatico e liberista che ha delle ragioni, anche se non credo che in quest’ottica del tutto liberista debba essere solo l’aspetto commerciale a dettare legge.
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Arrivederci alla prossima uscita e buona lettura!
Franco Ziliani

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N.B.

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