Prospettiva sui nuovi vini: viticultura e vinificazione

Dalla nostra inviata speciale nel Regno Unito, l’ottima Giuseppina Andreacchio, la cronaca di un convegno sul tema vini naturali e sostenibilità organizzato dal Circle of Wine Writers a Londra. Buona lettura!

Anche se sono passati alcuni mesi da quando si é tenuto, sento la necessità di riportare il contenuto di un interessante convegno organizzato dal Circle of Wine Writers di Londra. Il pannello, presieduto dal Dr Jamie Goode, ha avuto come scopo quello di far luce su aspetti della viticultura, ponendo l’accento sul significato dei termini organico, biodinamico e (viticultura) naturale. Come si interpretano oggi le parole autenticità, biodinamicità e qual’é il loro rapporto con il rispetto della terra e infine cosa vuol dire sostenibilità?

Ci sono voluti 100 anni per capire il concetto di sostenibilità hanno esordito gli opinionisti che hanno preso parte al convegno, ossia viticoltori ed enologi. Ovviamente nel considerare l’aspetto definito naturale della viticoltura, non ci si é potuti esimere dal dare giudizi sul suo esatto contrario, ossia la viticultura ‘convenzionale’, dove con questo termine oggi si intende la viticultura che utilizza elementi chimici (diserbanti) per bloccare le malattie in vigna, pertanto definita’ viticultura chimica. John Bojanowski di Clos du Gravillas ha così sintetizzato: ‘C’é una continua tendenza a ridurre il costo di cio’ che mangiamo e beviamo e l’uso degli agenti chimici nella viticultura é qualcosa che continua da 50/60 anni a questa parte, da quando i prodotti agrochimici sono stati sviluppati’.

La viticultura naturale, organica e biodinamica é una scelta che riguarda la volontà di crescere grappoli buoni, prerogativa indispensabile per ottenere vini ottimi e sono parte della lotta ai vini chiamati industriali. L’autenticità consiste nella capacità di usare bene cio’ che la natura ci fornisce. Dr Jamie Goode ha messo in evidenza, durante il dibattito, un importante punto: ‘il fatto che la viticultura sia diventata un’attivita’ mono-culturale pone dei limiti e questi possono essere superati solo attraverso le viticulture alternative.
I vigneti non-convenzionali sono ormai visti come agroecosistemi con il vitigno visto come un giocatore nel circuito più grande che raggruppa la vita microbiale e le colture da copertura. Difatti il miglioramento della vita microbiale del suolo é stata considerata come essenziale da tutti i pannellisti.

L’intervento di Tom Lubbe del Domaine Matassa in Roussillon, ha riportato l’accento sul rispetto per il suolo. ‘Nei vigneti lavorati chimicamente, con molecole sistemiche e sintetiche, il suolo é molto danneggiato’. Il peso e l’attività dei trattori aggrava il problema. Lubbe ha detto: ‘sia che uno sia biodinamco o organico quello che conta é che abbia una visione della vita del suolo.
É facile dire sono biodinamico, spargo le preparazioni e poi aro sette volte all’anno per essere sicuro che non ci crescano erbe infestanti. In realtà la terra nuda é un reato, un vero e proprio crimine. La maggior parte dell’attività del suolo avviene sui pochi centimetri del suo strato superiore. Se decidi di arare, questo rappresenta una seria decisione. Il suolo non deve essere né troppo freddo, né troppo caldo, né troppo umido né troppo secco. L’aratura non é necessaria per la salute del suolo. Questo d’altronde lo aveva già detto Howard nel lontano 1940’, concluse Lubbe. ‘E inoltre esistono varietà, come Carignan e Muscat, che non necessitano di solforosa, per esempio’.

Il dibattito si é poi inevitabilmente spostato verso il concetto di terroir legato a quello di espressione di un luogo. La parola é stata data a Julien Castagna, il simpaticissimo proprietario dell’azienda Castagna, di Victoria, Australia, il quale é partito dal significato di biodinamicità: ‘Per me la biodinamicità é un modo di coltivare che permette alla terra di esprimersi. Riesce a fare in modo di contenere la terra entro i suoi limiti, senza andare oltre e annullando cosi’ l’impronta del mondo esterno su di essa. La gente deve svegliarsi e prendere le distanze dai diserbanti. Se riesci a fare questo bene, se riesci ad essere sicuro nel manipolare il tuo terroir, il premio che si ottiene é la tanto ricercata autenticità. Certamente bisogna saper scegliere il terreno e capire quali varietà sono più adatte rispetto ad altre, idea questa molto avanzata in Europa ma che sta solo adesso prendendo piede in Australia’.

Qual’é il ruolo delle certificazioni? Sono importanti per il consumatore? Varie le considerazioni riguardo a questo quesito. A parte il fatto che esse costano, molti produttori sostengono di attuare pratiche biodinamiche, senza essere certificati e altri che si definiscono ‘quasi organici’, continuando pero’ ad usare diserbanti sintetici e fertilizzando le vigne. Ma questo non significa quindi che sono organici o biodinamici. Questi due termini hanno un significato immediato per il consumatore: e questo é un aspetto determinante in un mondo dove la comunicazione deve essere immediata ed efficace.

Ryan Carter, enologo australiano, ha cosi’ sottolineato: ‘Essere organici e biodinamici é un impegno importante. Ci sono molte regole da rispettare e fogli da riempire per il vigneron. Le regole sono ben precise e sono fatte per essere rispettate. Quante volte un vino viene rifiutato perché non considerato idoneo. La Francia ha una politica molto rigorosa a tal riguardo. La biodinamicità é ormai una realtà. Per questo motivo i termini organico e biodinamico assumono un’importanza enorme oggi: essi sono la parolina magica per dare un messaggio ben preciso e sintetico al consumatore.

Castagna, per esempio, che é stato uno dei primi in Australia a mettere in atto la sua filosofia biodinamica solo da poco ha deciso di richiedere la certificazione. ‘É stato necessario farlo considerando il punto di vista del consumatore, per dargli la certezza legale che noi produciamo vini legati al luogo di produzione (ndr, wines of place).
Fare vini biodinamici non é facile. C’é molto lavoro da fare, il più importante é quello di ascoltare la terra, capire quello che vuole dirti e darle il tuo contributo per metterlo in atto. A volte dopo un estenuante lavoro, ore ed ore per togliere gli animaletti nocivi con le mie mani, produco solo 400 casse di vino in un anno. Ma questo é un rischio che mi piace correre…’. Esiste già in Australia un’associazione di produttori biodinamici chiamata Renaissance. Sono 180 produttori che si incontrano per discutere i loro punti di vista su questa che é una vera e propria filosofia.

Ritornando alla certificazione Lubbe dice: ‘É vero che costa. Sono circa € 400.00 all’anno da pagare ma ne vale la pena’. Il logo dei vini organici AB é un marchio importante per il consumatore che si sente in un certo senso sicuro di cio’ che acquista e contraddistingue coloro che si professano biodinamici da coloro che lo sono davvero. Ma esso da solo non basta. Bisogna educare il consumatore a capire cosa differenzia un vino organico e biodinamico da uno diciamo ‘chimico’, per lanciare una provocazione.

Non sappiamo cosa succederà in futuro sebbene in Inghilterra si stia già registrando un forte incremento della vendita dei vini organici e biodinamici e in Francia, Joseph Drouhin si é da poco registrato organico mentre in Italia molti famosi produttori si muovono già da anni in tale direzione. Ma al consumatore interessa davvero sapere se un vino sia organico, biodinamico o chimico? Il suo giudizio dipende da questo? E voi produttori italiani come reagite a cotanto interesse verso le pratiche organiche/biodinamiche mostrato dai competitors di altri Paesi?

Giuseppina Andreacchio

4 pensieri su “Prospettiva sui nuovi vini: viticultura e vinificazione

  1. La signora Andreacchio che scrive questo reportage, Ziliani che lo propone sul suo blog; ancor prima The Circle of Wine Writers che organizza un incontro sul tema di cui sopra: siamo su un altro pianeta, rispetto allo scetticismo da cui veniamo, sull’argomento del rapporto degli uomini con il suolo e con la terra.
    Penso alla distrazione (quasi) generale rispetto a questi temi e a quelli che li contornano – ambiente, consumi, paesaggio, turismo, mercato/i -.
    Non si può che essere speranzosi per questi sguardi sempre più attenti, sempre più puntuali.
    Purtroppo però, in Italia (e qui a Montalcino, dove vivo in questo periodo) si potevano fare passi notevoli molto “prima” che in altri luoghi – soprattutto prima che questi stimoli ci venissero dal mercato, e da altri paesi – con una riflessione attenta.
    Il mondo del vino italiano, in questo momento mondialmente particolare, avrebbe bisogno del coraggio per scegliere un grandioso salto di qualità (che non deve però rimanere, all’uso italiano, una mera dichiarazione) nella direzione che tanti fattori ci indicano.
    Abbiamo tutto, per farlo. Ricordo che l’agricoltura è diventata una parte significativa del pil; il nostro territorio ha un format che premia le specificità e le tipicità; la nostra storia è ricca di spunti affascinanti; la tradizione ci aiuta.
    Occorrono coraggio e visione.

  2. Mi spiace di dover fare il bastian contrario, ma negli interventi riportati nel testo ci sono delle affermazioni che che, sia da ununto di vista della scienza agronomica che da quello della semplice logica, non stanno né in cielo né in terra.

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