Sulla famosa cabina di regia per il vino italiano. Riflessioni di Lorenzo Biscontin

8 risposte

  1. Silvana Biasutti
    13 novembre 2012

    Buongiorno Franco. Spero che questo post segni la ripresa del tuo blog. La discussione continua, perché senza dibattito c’è solo arretratezza. E questo è un momento in cui tutti dobbiamo remare per andare avanti. Più di prima, magari (anzi senza magari) con più lucidità e meno dispersioni.
    Bentornato.

  2. Lino c.
    13 novembre 2012

    non posso che associarmi al pensiero sempre incisivo ed illuminato,
    espresso sopra dalla sig. Silvana, bentornato, buona navigazione Franco.

  3. Gianpaolo
    13 novembre 2012

    E quasi comica l’incredulita’ dei commentatori esteri sul fatto che il vino italiano performi cosi bene (relativamente al resto) in assenza di questa cabina di regia, o come dicono loro di “generic body of promotion” del vino italiano.
    Da una parte, come italiano, viene da pensare al paradosso napoletano, un po cliche’ un po’ verita’, secondo il quale il traffico funziona meglio senza semafori (fatto peraltro poi oggetto di serissimi studi esteri che sembrerebbero confermarlo), e dall’altra, ancora, alla ormai accertata incapacita nostrale di condurre qualunque attivita’ collettiva in modo organizzato.
    Sono cose che si imparano da piccini, noi proprio non ce l’abbiamo nel sangue, ma io credo che occorrerebbe investire molto in questa crescita culturale, come una straordinaria area di miglioramento a costi tutto sommato ragionevoli. Uno di quei casi in cul la marginalita’ produttiva dell’investimento e’ altissima.
    Quindi giuste parole, speriamo che poi segua qualche fatto.
    E speriamo che si superi anche la tentazione di trasformare ogni idea giusta in poltroncine per le persone sbagliate, altra abitudine dei nostri lidi.

  4. Stefano Cinelli Colombini
    16 novembre 2012

    Intervento interessante, ma certo anche la risposta dell’amico Paglia fa pensare perchè è esatta. Ricordo quando sono stato per le prime volte all’estero con mio nonno a vendere il vino negli anni ’70, eravamo un branco di aziende minuscole, poco preparate, poco dotate per le lingue e molto provinciali. Con il tempo la situazione non è migliorata, eppure abbiamo conquistato tutto lo spazio sui mercati che abbiamo. Ricordo tanti discorsi negli scorsi decenni, tutti ci hanno sempre detto che il numero delle aziende doveva inevitabilmente calare e la dimensione crescere altrimenti saremmo morti, invece è accaduto il contrario e siamo cresciuti. Vai a capire perchè. L’analisi di Biscontin è correttissima, ma il mercato è proprio buffo e pare proprio fregarsene della logica!

  5. Carlo
    16 novembre 2012

    Forse una spiegazione c’é, al fatto che il mercato sia “buffo”: é il rapporto di forza. Per il produttore A che produce X-mila bottiglie di un vino a forte identá agricola, bastano spesso pochi importatori ben distribuiti nei varii mercati. Per il produttore B che supera la soglia di Y-mila bottiglie, le problematiche sono di tutto altro carattere e le necessitá di sistema ben maggiori. X ed Y sono difficili da quantificare, ma rimane chiaro che
    uno dei punti forti del nostro vino sta proprio nella massima parcellizzazione dell’offerta. Non c’é dubbio che questo sia anche un punto debole ma la situazione agricola e storica é quella che é, e non vedo modi o programmi per cambiarla.

    • Silvana Biasutti
      17 novembre 2012

      Quindi – mi associo al tuo commento! – bisognerà semmai cercare di rafforzarne gli aspetti positivi. possibilmente senza cedere ad aspetti ‘tattici’….

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