Trent’anni di Pinot nero (in rosso) in Oltrepò – prima parte


Tra i personaggi più lucidi e limpidi dell’universo produttivo oltrepadano va sicuramente considerato quel Gran Signore, gentiluomo di altri tempi, che corrisponde al nome di Gianluca Ruiz De Cardenas, piccolo produttore “dilettante” (nel senso che si diletta a fare vino, con eccellenti risultati) nella sua piccola ma attrezzatissima cantina di Casteggio.
Da cui escono ottimi metodo classico, dove lo Chardonnay viene a fare compagnia, armonizzandolo, al Pinot nero , e alcuni tra i più buoni Pinot nero , in rosso, ça va sans dire, che vengano oggi prodotti non solo in O.P., ma in tutta Italia. Gianluca non si limita a produrre, con ogni cura e con assoluto amore e tenacia, vini che onorano l’Oltrepò tutto, ma, quasi una coscienza critica, ama scrivere interessanti e meditate riflessioni sulla zona, benedetta da Bacco (ma sì, peccato che non sempre i locali se ne accorgano) dove ha scelto di operare.
Spesso ho avuto l’onore ed il piacere di pubblicare, su Wine Report e poi su questo blog, suoi contributi e quasi dieci anni fa, come Gianluca ricorda, mi adoperai perché venisse pubblicato su una rivista alla quale allora collaboravo. Oggi ho la fortuna di poter pubblicare e riservare ai lettori di Vino al vino, come un bel cadeau natalizio, un bilancio di De Cardenas su trent’anni di esperienza personale con il grande vitigno borgognone, con una serie di osservazioni, come sempre acute, sulla fortuna e la diffusione (ed i problemi) del Pinot nero non solo in Oltrepò, ma in Italia.
Un discorso ampio che ho deciso di dividere in due parti. La prima pubblicata oggi, la seconda giovedì 20 dicembre. Buona lettura e un grazie sincero all’amico Gianluca Ruiz De Cardenas per aver scelto questo blog.

Le origini 

Nel giugno del 2003 scrivevo un’ articolo intitolato “Vent’ anni di Pinot nero in Oltrepò” che fu pubblicato dalla rivista AIS Lombardia. Adesso che ne sono passati  altri dieci, lo ripropongo con alcuni aggiornamenti dettati dall’ esperienza di questi ultimi anni e sfoltito da alcuni passaggi superflui.

Arrivai infatti in Oltrepò nel 79 e già nell’81 imbottigliavo il mio primo Pinot nero  (d’ora in poi sottintendo, in rosso). Non trattandosi propriamente della mia storia, ma di quella del Pinot nero, anche se le due coincidono quasi perfettamente, cercherò di ridurre al minimo i riferimenti personali.

Gli italiani scoprono il vino

All’epoca, era  in corso in Italia la scoperta del vino edonistico. Ci si stava accorgendo che il vino non è solo  l’ alimento che  compare  sulle  tavole mediterranee con il pane e l’olio, ma anche una magica bevanda che  poteva  dare sensazioni di sorprendente vastità. I primi giornalisti enologici  aprivano, con descrizioni affascinanti, orizzonti ignoti e voluttuosi.

Anch’io ero diventato, da consumatore  distratto di vino, prima consumatore attento, e poi, non dico  esperto, ma certamente discreto conoscitore.

L’inizio delle produzioni di vino in Oltrepò, prescindendo da intenti economici dal momento che facevo tutt’ altro mestiere, mi svincolava da scelte tradizionali e  presumibilmente più redditizie.

Oltrepò, serbatoio di Pinot nero

L’uva Pinot nero  era già molto diffusa in zona, ma da sempre destinata alla spumantizzazione o comunque alla vinificazione in bianco. Inizialmente orientato solo su vino rosso e poco propenso per gusto personale ai vini locali  ad alta acidità, quali Barbera e Bonarda, mi chiesi subito perché nessuno avesse pensato di vinificare il Pinot nero  in rosso, dal momento che in Borgogna, con un clima non troppo dissimile dal nostro, lo si fa da secoli producendo vini conosciuti ed apprezzati  in tutto il mondo.

Vinificare diversamente un’uva che aveva già ampiamente dimostrato, di adattarsi egregiamente al territorio, mi parve una buona idea. In realtà, quasi subito cominciai a percepire, e non ho ancora finito, che la cosa era molto più complicata di quanto pensassi, ma ormai il dado era tratto.

Prime difficoltà

Tornando a me, non avevo ancora finito di piantare pinot nella vigna acquistata, dopo i necessari tempi tecnici, che già arrivava la prima doccia fredda: il Prof.  Attilio Scienza, che in quegli anni con i suoi collaboratori cominciava a frequentare sempre più spesso l’ OP, rivelava che i cloni diffusi in zona, dei quali nessuno fino ad allora si era curato, non erano adatti alla vinificazione in rosso, che richiede grappolo piccolo, bassa produttività e buccia molto colorata.
Tutte caratteristiche sviluppate con selezioni clonali in Borgogna, appositamente per la produzione di vini rossi di qualità, ma che in OP erano sconosciute.

Che fare? Spiantare una vigna di due anni e cominciare da capo? Impensabile, e dopo aver scartato altre opzioni, mi orientai verso il reinnesto delle viti con legno di cloni francesi procuratomi dallo stesso Professore.

Correva l’anno 1982 allorché iniziai i reinnesti ed un eventuale attento lettore potrebbe cogliermi in fallo  notando  che i tempi non tornano: com’ è possibile imbottigliare un vino nell’81 quando nell’82 la vigna ha solo due anni, ed oltretutto è in corso di reinnesto?

Il fatto è che l’ urgenza di sperimentare questo azzardato percorso enologico, non mi consentiva  di subire la tirannia delle  cadenze  viticole, quindi non restava che procurarmi le uve all’esterno per utilizzare in qualche modo l’ inevitabile attesa.

Così feci, e iniziai quindi, appunto nell’81, a produrre Pinot  Nero, da subito con una barrique francese, generando doppia sorpresa (per il pinot in rosso e per la barrique) tra i produttori locali.

Quando i tempi sono maturi, diversi avvenimenti convergono allo stesso risultato, quindi nel breve volgere di pochi anni altri produttori iniziarono a produrre PN.

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2 pensieri su “Trent’anni di Pinot nero (in rosso) in Oltrepò – prima parte

  1. Il Pinot Nero rappresenta la sfida a se stesso per un Viticultore prima ed un Enologo in successione. I risutati se ben calibrati, trasmettono questa delicata lotta da circense sulla fune, a tutti coloro che biccherieggiando lo degustano. Leggo con piacere questo articolo che mi riconduce alla ricerca qualitativa perpetua, di chi vive il vino.

    Per quanto mi riguarda in Südtirol abbiamo una lunga tradizione di “Blauburgunder”, come di consueto lo chiamiamo in Austriaco (poiché i tedeschi lo definiscono Spätburgunder). Già alla fine del 800 l’Arciduca Johann von Habsburg d’Austria, volle innovare la tradizione viticola Tirolese che comprendeva oltre all’odierno Alto Adige anche il vero Sud-tirolo cioè il Trentino. Causa anche della fillossera, Johann d’Austria cercò di trovare le migliori soluzioni ad una delle più vocate produzioni vitienologiche dell’Impero, proiettate verso un futuro difficile. Portò con sè i migliori agronomi di Klosterneuburg e San Michele e sperimentò con successo a Merano i primi cloni di Pinot Nero, Chardonnay, Pinot Bianco (Weissburgunder) e Pinot Grigio (Ruländer).
    Questa innovatore osò anche le prime spumantizzazioni con tali vitigni con discreti successi.

    La storia volle che si affermasse la vinificazione in rosso del Pinot Nero, pardon Blauburgunder, mentre le bollicine sono ancora molto marginali. I fratelli Trentini invece hanno dimostrato quanto le bollicine dolomitiche possano farsi valere (ma non conoscere… ma questa è un altra storia).

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