Trent’anni di Pinot nero (in rosso) in Oltrepò seconda parte

Pubblico oggi la seconda parte dell’ampia e articolata riflessione sul Pinot nero, la prima è stata pubblicata ieri qui, scritta da Gianluca Ruiz De Cardenas, piccolo produttore “dilettante” (nel senso che si diletta a fare vino, con eccellenti risultati) nella sua piccola ma attrezzatissima cantina di Casteggio. Da cui escono ottimi metodo classico, dove lo Chardonnay viene a fare compagnia, armonizzandolo, al Pinot nero, e alcuni tra i più buoni Pinot nero, in rosso, ça va sans dire, che vengano oggi prodotti non solo in O.P., ma in tutta Italia.
Buona lettura e ancora un grazie sincero all’amico Gianluca Ruiz De Cardenas per aver scelto questo blog.

L’Oltrepò scopre il Pinot nero

Quanto a me, appena in produzione la vigna con innestati i cloni francesi, cominciai naturalmente a produrre con mie uve, sperimentando epoche  di vendemmia, metodi di vinificazione, tipi di legno da elevazione ecc., cosa che ancora oggi non ho finito di fare.

Venne poi una seconda vigna alla fine degli anni 80, poi una terza a metà degli anni 90. Si trattava sempre in ogni caso di piccoli vigneti con posizioni, giaciture e orientamenti diversi e questo ebbe come logica conseguenza la vinificazione individuale di ogni vigneto, che potevo  ben considerare un “cru”, nel senso correntemente attribuito in Francia.

Nacquero così il Vigna Brumano nel 1985 ed il Vigna Miraggi nel 1994 prodotti con le sole uve di questi vigneti. Di ciascuna annata conservo un certo numero di bottiglie che mi consentono di monitorarne l’evoluzione ed effettuare degustazioni verticali per comparare le caratteristiche dei diversi millesimi.

In un panorama del Pinot oggi sempre più variegato, rimango  il solo a produrre in Oltrepò vini rossi esclusivamente da questo vitigno, convinto che le sue particolarità meritino approfondimenti che la specializzazione può favorire.


Il Pinot si diffonde

La situazione attuale in OP registra ormai  molte Aziende che  producono uve Pinot nero  da rosso, sia pure con diverse modalità. Dal momento che la stessa uva viene correntemente utilizzata come migliorativo dei rossi autoctoni, nei limiti del disciplinare della DOC OP, molti lo producono con questo scopo.

Altri si dedicano invece con maggior impegno alla sua vinificazione finalizzata specificamente all’imbottigliamento in purezza, anche se normalmente gli riservano una nicchia limitata nella gamma aziendale. In alcuni casi i risultati sono di tutto rispetto e cominciano a delinearsi le zone privilegiate per la sua produzione di qualità.

Come spesso capita nel nostro Paese, è facile passare dal niente al troppo, e a questo proposito vien fatto di pensare alla barrique, prima ignorata e poi, una volta scoperta,  abusata.

Così per il Pinot nero, iniziali entusiasmi hanno dovuto ridimensionarsi quando è apparso chiaro che i costi elevati  della bassa produttività e delle molte cure richieste, riducevano le possibilità di vendita con qualche margine.

Molti produttori hanno quindi aggiunto la versione non elevata in legno e vinificata in modo più leggero, facendone un vino di costo più contenuto e sperabilmente di uso quotidiano.

Altri ancora si sono resi conto di avere, presi dall’entusiasmo,  esagerato con le vigne di pinot, il cui prodotto rimane comunque un vino di nicchia, ed hanno reinnestato le viti con vitigni più popolari.

Pinot in Italia

Nello stesso periodo il Pinot ha conosciuto una contenuta diffusione nel resto dell’Italia, in modo, bisogna dire, abbastanza disordinato. A parte una certa concentrazione in Trentino-Alto Adige, sono nate produzioni a macchia di leopardo in alcune zone dell’Italia  settentrionale, con sporadici episodi anche nel centro-sud, dove questo vitigno, che dà il meglio di se in climi freddi, non si trova certamente a suo agio.

E’ quindi molto difficile delineare delle tipologie caratteristiche delle varie zone italiane, con l’ unica eccezione di Oltrepò e Trentino-AA.  Mentre  per quest’ultimo  lascio ad altri il compito di interpretarne  i segni distintivi, mi limiterò a tentare una sintesi dei caratteri che a mio avviso contraddistinguono i  Pinot  di questa zona, come si sono sviluppati negli ultimi 30 anni.

Mentre quando si parla, poniamo, di Cabernet o Merlot, nessuno si sente obbligato a riferirsi al Bordolese, data la grande diffusione di questi vitigni al di fuori della terra d’origine, per il Pinot  è giocoforza  tirare in ballo la Borgogna, ineludibile e quanto mai ardua pietra di paragone per  ogni altro vino che nasca da questo vitigno.

Trent’anni sono pochi per costruire fondate esperienze sia dei diversi territori, che dei metodi di vinificazione con essi correlati, ma forse una fisionomia generale sta emergendo per il Pinot dell’Oltrepò.

Questa dice che le strutture in genere non mancano (anzi a volte sono eccessive), ma il fronte sul quale bisogna ancora battersi è quello dell’armonia e dell’eleganza. Ciò che sorprende è la serbevolezza delle migliori annate che  conservano una tonalità di colore ed un corpo che, questi si, non hanno niente da invidiare a molti vini di  Borgogna, che però ovviamente hanno  altre frecce al loro arco.

Quello che posso auspicare è che un numero sempre maggiore di Aziende oltrepadane non si limiti a produrre Pinot come un’ altro vini qualsiasi, solo per completare  la gamma con un prodotto di prestigio, ma gli dedichi le assidue cure che sole possono dare risultati di vertice a uno dei pochi vitigni nobili che l’OP ha avuto la fortuna di ospitare.

Gianluca Ruiz de Cardenas

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5 pensieri su “Trent’anni di Pinot nero (in rosso) in Oltrepò seconda parte

  1. Gran Signore davvero Ruiz De Cardenas. Con questo cognome che ricorda l’inquisizione spagnola, produce con passione ottimi Pinot neri.
    L’ho conosciuto nella sua azienda qualche anno fa, ed ho apprezzato molto i suoi vini. Ospitale e competente resta purtroppo una perla rara nel panorama oltrepadano. Se solo ci fossero tre o quattro seri ed appassionati produttori come lui il pinot nero in oltrepo avrebbe certamente miglior fortuna.
    Il suo articolo mi ha fatto venir voglia di reincontrarlo.
    Luciano Ramella

  2. come non essere d’accordo con Luciano R.,Uomo che con ogni probabilità è
    fuori dal nostro tempo, sì perchè crede in quello che fà, pur considerandosi
    artigiano e (dilettante) con più che ottimi risultati,sempre pronto a mettersi in
    discussione, il dilettante diversamente dal professionista, non si considera o
    si sente un arrivato, sempre attento, non al il traguardo del perfetto, ma del
    perfettibile. In Oltrepò questo vitigno dovrebbe e potrebbe essere la punta di
    diamante del territorio, pur riconoscendo l’Oltrepò un terroir molto variegato.
    Bastarebbe fare squadra, ma non guasterebbe un pizzico in più di serietà.

    P.s. veramente un Gran Signore G. Ruiz De Cardenas.

  3. Per serio, in questo contesto, bisogna riferirsi a quello che dice Gianluca Ruiz De Cardenas nell’ultimo capoverso del suo articolo: un produttore cioè che “non si limiti a produrre Pinot come un’ altro vino qualsiasi, solo per completare la gamma con un prodotto di prestigio, ma gli dedichi le assidue cure che sole possono dare risultati di vertice”.
    In questo senso anche ottimi produttori oltrepadani (cito Andrea Picchioni) si impegnano su vini di diversi vitigni. A mio parere ha perfettamente ragione Gianluca quanto afferma che solo assidue (oserei dire esclusive) cure ed anni ed anni di maniacale impegno possono far sperare di poter realizzare un Pinot nero paragonabile ai cugini borgognoni.

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