Uno sguardo al passato per migliorare il futuro: la Renaissance des Appellations Italia fa tappa a Bologna

Renaissance  des Appellations, Return to Terroir o volendola interpretare in italiano come Ritorno alle Origini, sono tutti appellativi che hanno alla base lo stesso significato: impostare un nuovo approccio alla terra, ai lavori agricoli, al rispetto delle risorse ambientali e alla naturale simbiosi che ci vede tutti parte di uno stesso sistema. Garante di questo equilibrio naturale è l’agricoltura biodinamica.
Ho avuto già modo di trattare questo argomento in un mio precedente articolo ma, essendo questa un tematica interessante e in continua evoluzione, lo rifaccio molto volentieri, soprattutto dopo la bella serata di degustazione organizzata dalla sezione ONAV di Bologna che ha messo sul banco d’assaggio un pool di etichette di vini biologici da agricoltura biodinamica provenienti da varie parti d’Italia.
C’è da dire che l’ONAV ha sempre mostrato grande sensibilità alle produzioni vitivinicole biodinamiche e la sezione di Bologna, in modo particolare, si è fatta spesso portavoce di questa realtà di nicchia ma che sta crescendo rapidamente, reclutando nel Bel Paese sempre più produttori che sostituiscono le fatiche di cantina con quelle in vigna.
È proprio questo il punto chiave dell’agricoltura biodinamica. Il fondamento più profondo delle viticoltura biodinamica è nell’armonia tra gli elementi della natura: una terra sana dà una vite con grappoli buoni che a sua volta non può che dare un vino buono. Sono concetti semplici, naturali direi, ma che si scontrano con quelli alla base della viticoltura “convenzionale”, essenzialmente basata sull’uso di sostanze chimiche per combattere le malattie della vite.
Ma come fare a svincolarsi dalla chimica che, imperante, domina le pratiche agricole e vitivinicole, in particolare? Ridando pieno significato ai termini: tipicità, territorialità, unicità, genuinità. Sono termini, questi, tornati oggi di gran moda, ma che sono stati “codificati”, mi si passi l’espressione, per la prima volta nella cosiddetta antroposofia, formulata da Rudolf Steiner agli inizi del secolo scorso.
Rifacendosi alle teorie di Goethe, di cui era grande studioso, il filosofo austriaco Rudolf Steiner, fonda una vera e propria dottrina che vede al centro di tutto la conoscenza dell’uomo, del mondo che lo circonda e delle reciproche interazioni tra esseri viventi e ambiente. Una cammino interiore, dunque, che concepisce l’esistenza di un mondo spirituale solo dopo un percorso di crescita. I postulati dell’antroposofia sarebbero rimasti, tuttavia, una mera dottrina filosofica se non fossero stati resi applicabili al “mondo reale” attraverso un metodo operativo.
Nel 1924 in un ciclo di lezioni agli agricoltori, Rudolf Steiner formalizza i concetti dell’antroposofia in una serie di consigli pratici con cui eseguire le pratiche agricole per preservare la fertilità e la sanità dei terreni: solo un terreno sano dà frutti sani. Nei suoi scritti ci sono indicazioni sulla preparazione del compost e sulle modalità di utilizzo; sulla concimazione e rivitalizzazione dei terreni; sugli effetti della fertilizzazione sull’apparato radicale e sullo sviluppo fogliare. Insomma una serie di linee guida che, il buon senso dell’agricoltore e le caratteristiche del luogo, possono essere seguite per ottenere un prodotto finale sano e genuino.

La moderna agricoltura biodinamica è l’interprete di questa antroposofia operativa. Basata su una concezione globale del pianeta e delle forze cosmiche, su una conoscenza di tipo olistico nella quale il pianeta Terra è sinonimo di pianeta vivente, la biodinamica rappresenta un metodo agronomico basato sull’assunto che tutto nasce dal terreno e che questo deve essere mantenuto vivo attraverso l’uso consapevole delle risorse e delle metodologie di coltivazione.
Non esiste nulla di standardizzato perché ciascun sito ha una vita propria, una dinamica specifica, il proprio terroir. Per questo ciascun prodotto è unico. La Renaissance  des Appellations è la concretizzazione di questa filosofia applicata alla viniviticoltura. Nata nel 2001 ad opera di Nicolas Joly, la Renaissance des Appellations è un’associazione di vignaioli che raggruppa 160 produttori in tutto il mondo, di cui una trentina in Italia, che aderiscono tutti ad una comune filosofia: “un’agricoltura sana, vivente e in grado di migliorare ed arricchire i suoli a cui viene applicata” genera un prodotto sano, genuino, caratterizzato da un connotato specifico e incomparabile: l’unicità.
Ciascuno dei vini prodotti secondo la “Carta di Qualità” della Renaissance  è unico e autentico perché unico e autentico è il terroir dove quelle pratiche agronomiche vengono applicate e in cui quell’uva si è sviluppata. Concetti semplici, che riportano alla mente a quello che avveniva un tempo, quando questo era l’unico verbo con cui i nostri nonni, più o meno consapevolmente, conducevano i lavori di campagna. L’uso di tecniche tramandate dalla tradizione, l’utilizzo di concimi naturali, lo studio accurato delle influenze astrali, la cura di ogni singolo prodotto poichè frutto di duro lavoro e dalla Grazia di Dio.
Ma alla base di tutto, di ogni cosa, di qualsiasi azione quotidiana, c’era qualcosa che costituiva l’essenza stessa del vivere e dell’agire quotidiano: l’attesa! Attesa che non significava inattività, ozio, inerzia ma era qualcosa di sublime, quasi mistico, che conteneva in sé la contemplazione delle forze della natura che, indipendentemente dall’azione dell’uomo, continuano a fare il loro corso.
A l’uomo sta solo seguirle, assecondarle, favorirle; far in modo che un processo naturale possa avvenire secondo i tempi scanditi dalla Natura stessa. Non è rassegnazione ma consapevolezza di far parte di un unicum armonico che si fonda sul rispetto della dualità uomo-ambiente. E tutto questo è quanto si trova vini biodinamici; lunghi tempi d’attesa per potersi esprimere, per raccontare in pienezza la loro territorialità, per manifestare la loro unicità; sono vini vivi, come la terra che li ha generati; complessi come le forze dell’universo che il contadino biodinamico di oggi, erede del sapere del passato, favorisce nel rispetto dell’armonia tra gli elementi della Creazione.

Ecco le mie impressioni di degustazione su alcuni dei vini disponibili sulla tovaglia ONAV del mese di novembre.

Vigneto San Vino – Pignoletto Frizzante sui Lieviti IGT
Vitigno: Pignoletto 97%, Albana 3% Annata: 2011

Non filtrato, non illimpidito, non chiarificato, la dicitura riportata in etichetta, “sui Lieviti”, è una chiara indicazione sul vino che ci si prepara a degustare. Colore giallo limone con marcati riflessi verdolini, questo Pignoletto frizzante dei Colli Bolognesi si presenta alla vista torbido con bollicine di media dimensione.
La rifermentazione in bottiglia su lieviti autoctoni sostenuti degli zuccheri di una Albana da vendemmia tardiva e ulteriore appassimento naturale, qualifica la particolarità di questo vino bio. Non occorre agitare il bicchiere perché marcate note agrumate raggiungano il naso: agrumi, frutti tropicali e sentori di fiori di montagna contraddistinguono un bouquet franco e buona complessità.
È evidente una vena di acida che anticipa quello che sarà il suo ingresso in bocca. Intenso e fresco il primo sorso, carico di aromi spiccatamente agrumati: pompelmo, limone e cedro in evidenza. Salivazione accentuata, con bollicine in evoluzione che ampliano questi aromi e li fissano ad un palato non ancora pronto. Al secondo sorso, emergono note minerali che rendono più complesso lo spettro di sapori di questo vino. Retrogusto non molto lungo dominato da intensi aromi agrumati, che rappresentano la caratteristica prima di questo vino.

Fattoria di Bacchereto – Carmignano DOCG
Vitigno: Sangiovese 75%, Canaiolo 15%, Cabernet S. 10% Annata: 2009

Si presenta con un colore rosso scuro, unghia aranciata e corpo notevole. L’intensità e la complessità dei profumi inondano un naso ancora impreparato: frutta rossa non eccessivamente matura, un floreale appena appassito e marcati sentori balsamici si distinguono nettamente. Evidente, ma molto delicato, lo speziato dell’affinamento in legno.
Al naso risalta la sua struttura acida che lascia intuire come sarà la prima boccata. Bocca piena e franca con una tavolozza di aromi che vanno dalle note fruttate di ribes nero e marasca a quelle speziate della vaniglia. Acidità marcata e tannino robusto che si armonizzano in un’astrigenza vigorosa che suggerisce abbinamenti con brasati e arrosti.
È un vino che si arricchisce di ulteriore complessità nel corso della degustazione con eleganti note muschiate e di sottobosco. Il finale è lungo, persistente e gradevolmente speziato.

Cascina degli Ulivi – Ètoile du Raisin
Vitigno: Barbera 85%, Dolcetto 10%, Ancellotta 5% Annata: 2007

Rubino scuro, quasi inchiostro, con riflessi granata. Corpo vigoroso e tonalità di colore molto intense che tingono il bicchiere dopo pochi secondi. È un Barbera particolare che rispecchia molto le caratteristiche del suolo calcareo-ferroso in cui l’uva si è sviluppata e del lungo affinamento sulle fecce fini.
È un vino non filtrato e la sua prolungata permanenza, primo anno in botte di rovere e poi in tonneaux per i successivi 3 anni, sono testimoniati da un lieve deposito al fondo. Aromi di tabacco, liquirizia, cacao e note di catrame spadroneggiano su un fruttato delicato ma ancora troppo timido. Dopo qualche minuto e un po’ di ossigenazione, sentori di frutta in piena maturazione si armonizzano con note caramellate. Imponente la struttura struttura alcolica.
Una spiccata vena acida e un tannino decisamente tonico bilanciano la corposità di questo vino a dare una bocca piena, asciutta, avvolgente e ben equilibrata col naso. Elegante e gradevole la fusione di sentori di frutta matura, fiori appassiti e aromi vanigliati che si combinano a riferimenti balsamici per segnare un finale in evoluzione e di lunga durata.

Sante Laviola

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