Urge svecchiare l’immagine del Barolo: lo dicono l’Accademia del Barolo ed il suo presidente

I risultati di una ricerca commissionata all’Istituto Ispo di Renato Mannheimer
Ho un’età tale e un’esperienza abbastanza lunga di osservatore delle cose del vino italiano per non stupirmi che anche ora, come periodicamente accade ogni tot anni, si alzi qualcuno in piedi e con l’aria di aver fatto una grande scoperta, mentre invece si limita a ricordarci che l’acqua è bagnata e la palla rotonda, affermi che il Barolo, il re dei vini italiani, “Deve scendere dagli scaffali alti e proporsi di più”. Insomma, deve andare incontro alla gente, “democratizzarsi”.
I seguaci di Monsieur de La Palice del momento sono i 14 produttori che hanno scelto di dare vita alla cosiddetta Accademia del Barolo ( i loro nomi: Azelia, Michele Chiarlo, Conterno-Fantino, Damilano, Poderi Luigi Einaudi, Gianni Gagliardo, Franco Martinetti, Monfalletto – Cordero di Montezemolo, Pio Cesare, Prunotto, Luciano Sandrone, Paolo Scavino, Vietti e Roberto Voerzio) che secondo il loro presidente, Gianni Gagliardo, hanno come obiettivo “quello di far comprendere al consumatore internazionale la versatilità di questo vino, in grado di superare agevolmente le diversità di abitudini alimentari”, di far conoscere nel mondo la qualità del Barolo al consumatore finale, organizzando seminari, cene con degustazione e presentazioni.
Accademici che comunicano, si fa per dire, con un sito Internet il cui più “recente” aggiornamento risale nientemeno che allo scorso 28 maggio. Che per un sito Web significa un lasso di tempo lunghissimo.
In una dichiarazione riportata da Roberto Fiori in un suo articolo pubblicato su La Stampa qualche giorno fa, l’ineffabile Gagliardo, nel corso della presentazione dei risultati di un’indagine sui consumi di Barolo, condotta con l’Istituto Ispo del professor Renato Mannheimer e realizzata intervistando 50 importanti ristoratori e altrettanti enotecari italiani – ricerca i cui risultati potete leggere in dettaglio qui – ha affermato: “Ma per scalare qualche posizione nei confronti dei francesi e degli altri rivali, non possiamo certo continuare a proporre abbinamenti con la selvaggina e i formaggi stagionati.
Occorre svecchiare l’immagine polverosa del Barolo e farlo scendere dagli scaffali alti, rendendolo un vino da bere con maggiore frequenza, senza nulla togliere al suo prestigio, alla sua storia e alla qualità”.
Basterebbe questa affermazione, ancora più sorprendente/stravagante perché espressa da un produttore di Barolo, non da un marziano sceso sulla Terra, o da un astemio, a far capire a che razza di elucubrazioni mentali ci si trovi di fronte.
Ad un’idea del Barolo, del tutta aliena dal suo blasone, da tutti quegli elementi culturali che hanno contribuito a farlo diventare un mito fondante del vino italiano, che si traduce in soldoni, è il caso di dirlo, nella volontà dichiarata di andare incontro e cavalcare i cosiddetti nuovi mercati. Le loro indicazioni ed i desiderata dei loro, danarosi, protagonisti. Sottolineato che “All’estero la situazione è migliore: il Barolo di qualità è definitivamente entrato nella ristretta cerchia dei grandi vini del mondo”.

Ciò è avvenuto grazie alla sua eleganza e longevità, ma anche alla sua relativa economicità. “Chi a Hong Kong spende 300 euro per un buon Barolo, è abituato a spenderne anche 900 per un Bordeaux – spiegano dall’Accademia” Gagliardo arriva alla inevitabile conclusione: “Il nostro compito è conquistare maggiore spazio nel mercato del lusso”.
Uno spazio ampio, se è vero che solo negli Stati Uniti il giro d’affari di chi è disposto a pagare oltre 50 dollari per una bottiglia di vino vale 3,2 miliardi di dollari. E che in Cina o in Brasile il ritmo di crescita dei wine-lowers danarosi è sorprendente”.
Con questa volontà e questa impostazione commerciale e di marketing, che sembra puntare prevalentemente sui nuovi ricchi, su quelli che hanno tanto potere d’acquisto e tanti soldi da spendere, ma spesso non sanno che cosa bevono e scelgono una bottiglia solo se è molto cara, se è considerata uno status symbol e l’atto di sceglierla conferisce un’illusione di potenza, stupisce che la premiata Accademia del Barolo abbia speso dei soldini per commissionare all’ottimo Renato Mannheimer una ricerca relativa alla percezione del Barolo non ad Hong Kong, in Russia, Cina, bensì “nei migliori ristoranti ed enoteche italiane”.
Essendo l’Italia, per gli accademici barolisti, un mercato così poco glamour dove i “wine-lowers danarosi” scarseggiano. Difatti a leggere attentamente i risultati dell’indagine ci si accorge che il consumo di Barolo in Italia nell’ultimo anno è diminuito per il 29% leggermente aumentato per il 9% e invariato per il 61%.
Le previsioni per il prossimo anno, secondo il campione di ristoranti ed enoteche interpellato, parlano per il 24% di una ulteriore diminuzione dei consumi, mentre solo un 14% prevede un aumento.
Gli effetti della crisi economica ci sono e picchiano duro e per il 69% “in un momento di crisi economica come questo i clienti non ritengono che valga la pena di spendere soldi per un vino costoso e preferiscono orientarsi verso vini più economici” e per il 61% “Il vino è uno dei primi consumi che vengono tagliati a causa della crisi”.
Sempre a parere degli interpellati diminuiscono i consumi per il 55% perché vengono preferiti vini più economici e per il 24% perché i clienti rinunciano al vino per motivi economici.
Quanto ai comportamenti del consumatore la ricerca evidenzia che al ristorante un 57% dei clienti sceglie autonomamente bottiglia Barolo, mentre in enoteca il 58% dei clienti si fa consigliare un Barolo ma il 49% sa scegliere un’etichetta specifica. Il consumatore di Barolo appare saltuario per il 56% nelle enoteche e assiduo per il 44% al ristorante.

Quando si indaga quale vino si scelga acquistare per celebrare occasioni particolari, emerge che Barolo batte Brunello 18 contro 8 al ristorante, ma che il Brunello stravince 22 a 4 negli acquisti in enoteca. Su 100 bottiglie di Barolo vendute al ristorante la ricerca ha verificato che il 34% vengono scelte per bere un buon vino, anche senza ricorrenze particolari, per il 31% senza nessun motivo particolare, viene scelto casualmente, per il 18% per celebrare una ricorrenza particolare (battesimi, compleanni, lauree), per l’11% per cene di lavoro, per il 6% per fare colpo durante una cena romantica.
Le vendite di Barolo in enoteca avverrebbero per il 27% per fare un regalo, per un altro 27% per bere un buon vino, ad esempio durante il pranzo domenicale, per il 20% per celebrare un’occasione speciale, per il 18% per nessun motivo particolare, ed il vino viene scelto casualmente, per l’8% per fare un investimento.
Infine in merito all’argomento “abbinamenti”, quella deprecabile cosa sulla quale secondo Gagliardo gli italiani continuano ad essere degli inguaribili zucconi, visto che “non possiamo certo continuare a proporre abbinamenti con la selvaggina e i formaggi stagionati”, le risposte alla ricerca Ispo hanno evidenziato un sostanziale (e pervicace) rispetto della tradizione: il 74% degli intervistati ha indicato l’abbinamento con le carni rosse e l’8% si è espresso a favore dei formaggi.
Il consiglio del sommelier è più frequentemente richiesto in enoteca (58%), mentre invece al ristorante la scelta è per lo più individuale (57%)”. Inoltre ciò che più influisce sulla scelta di un Barolo è l’abbinamento con i piatti (40%), poi vengono la notorietà del produttore (39%), il prezzo (38%), il suggerimento del sommelier (35%), la personale conoscenza del produttore (34%) e le Guide specializzate (28%).
E ben il 47% di coloro che scelgono in Italia di bere Barolo è straniero ed è ancora italiano il 53%. Uno zoccolo duro di appassionati che non sono disponibili a considerare il Barolo come una qualsiasi wine commodity, come un vino da modellare e adattare alle esigenze dei vecchi e nuovi mercati, e che considerano “il re dei vini ed il vino dei Re” non un vino polveroso e museale da bere semel in anno, o da regalare per fare bella figura nelle occasioni speciali, ma come un patrimonio dell’enologia e della migliore storia vitivinicola italiana, da osservare e considerare con rispetto e venerazione.
Quello stesso rispetto, per la sua unicità, la sua grandezza, posso dire la parola?, il suo mito, di cui si aspetterebbero di trovare traccia nelle dichiarazioni del presidente della autoconvocata Accademia del Barolo
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15 pensieri su “Urge svecchiare l’immagine del Barolo: lo dicono l’Accademia del Barolo ed il suo presidente

  1. Le indagini di posizionamento sono fondamentali, ma talvolta la loro interpretazione può essere rischiosa, e nel caso degli accademici barolisti, mah, qualche dubbio ce l’ho, e abbastanza serio, stando a quanto leggo.

  2. Salve Dott. Ziliani (esperto di nebbiolo e sangiovese) sono Gianni di Milano ho letto con interesse l’articolo sul Barolo.Parliamo ci chiaro il BAROLO è BAROLO solo se rimane fedele alla sua terra, quindi alla sua tipicità e a quelle caratteristiche uniche come personalità e carattere che solo in quel francobollo chiamato Langhe sa dare!Rincorrere i mercati (per fini di lucro) significa farlo diventare un altra cosa che non gli appartiene… e di conseguenze svilirlo delle Sue peculiarità .Caro Ziliani a presto.GIANNI

  3. Giusto svecchiare, io proporrei un Barolo dalle brevi macerazioni, con i concentratori, passato in barrique nuovissime…
    …ops è gia accaduto e molti hanno fatto retrofront…
    chissà come ma dei nomi dei rappresentanti dellaccademia mancano i grandi difensori della tradizione (che guardacaso hanno sempre le cantine vuote).

    • Se scorro l’elenco delle aziende che fanno parte dell’Accademia, ovvero Azelia, Michele Chiarlo, Conterno-Fantino, Damilano, Poderi Luigi Einaudi, Gianni Gagliardo, Franco Martinetti, Monfalletto – Cordero di Montezemolo, Pio Cesare, Prunotto, Luciano Sandrone, Paolo Scavino, Vietti e Roberto Voerzio) mi accorgo che con alcune di loro ho più che altro rapporti di amicizia o di antica consuetudine magari con i loro genitori.
      Nessuno dei loro Barolo mi fa, Vietti e parzialmente Roberto Voerzio a parte, letteralmente impazzire. Non sono i Barolo del mio cuore. Ed i loro produttori, i barolisti tradizionali, mai e poi mai si sarebbero costituiti in Accademia…

  4. Ma un tocco di frizzantino ? un Barolo “vivace” specie per il consumo estivo nelle localitá balneari ? magari aumentando di un niente il residuo zuccherino in modo da renderlo piú palatabile ? proprio come hanno fatto in Borgogna con i loro migliori cru……….

    • Signor Merolli, frizzantino vivace palatabile???
      Stiamo parlando di BA RO LO!
      Le chiedo scusa ma forse non ha presente, il Barolo è un nobile vino piemontese, il vitigno nebbiolo nel Barolo se vinificato correttamente e tradizionalmente esprime elenganze irraggiungibili…
      E lei me lo vuole trasformare in un frizzantino beverino, e magari facciamoli fare una fermentazione carbonica così facciamo un novello, e lo chiamiamo Barello.
      No abbia pazienza ma stiamo sfiorando il ridicolo!
      RB

  5. Accademia del barolo? Che bello! Ma, chi sono i componenti? Azelia? Scavino? Einaudi? Montezemolo? Prunotto? Questo poi, se penso alle vecchie annate dei fratelli Colla, neanche alle elementari lo farei stare, altro che accademia. Ma come si fa a snaturare un’azienda e un vino come quelli proponendo quello che adesso si trova in commercio sotto la proprietà di Antinori? Misteri misteriosi. Da studiare in accademia!

  6. A mio avviso il problema dell’immagine del Barolo è strettamente legato alla presenza sul suo territorio delle Cantine Sociali” Terre da Vino” e” Terre del Barolo” che lo propongono a prezzi infimi. Un esempio lo potete trovare in questi giorni negli Autogrill dove il vino Barolo è venduto a 11,90 euro mentre Brunello e Amarone sono offerti sempre in promozione a 19,90 euro. Il Consorzio cosa sta facendo?

    • Il consorzio non può fare niente, non si può adeguare il prezzo secondo un minimo, si chiama cartello e l’antitrust potrebbe averne a male.
      Bisogna che la gente venga acculturata al bere alto, e magari che a qualche vino venga rifiutata la patente di “barolo”.

      • La natura delle cantine sociali è quella di vinificare per poi vendere ai commercianti,non quella di imbottigliare,se non in minima parte.
        Il consorzio poi dovrebbe essere molto,più severo nel dare il contrassegno DOCG.
        Le quantità che non passano sono minime e poi ripassano nelle degustazioni successive.
        Non è possibile trovare il Barolo a prezzi simili tenuto presente poi che il turista si ferma agli autogrill e vede questo scempio.

  7. L’argomento dell’immagine del Barolo è molto interessante e andrebbe affrontato in modo scientifico con delle proposte e dei progetti. Quello che dispiace è che ogni argomento è buono per criticare altri produttori. La questione dei prezzi che ci piacerebbe ottenere e quelli che invece il mercato ci riconosce è vecchia come il mondo. Per condizionare il mercato è necessario far crescere la domanda ( cosa in questo momento molto difficile) o ridurre l’offerta; questa leva è in mano ai viticoltori del territorio che invece in pochi anni hanno aumentato la produzione da 6 a 12 milioni di bottiglie; tutto il resto è muffa!
    Sia chiaro che non mi esprimo a favore o contro l’aumento di produzione ma cito un dato oggettivo.
    Il ruolo della cooperazione invece, è quello di mantenere la filiera corta e di trasferire interamente ai viticoltori il reddito ottenuto dal mercato; credo che la cooperazione di Langa svolga egregiamente il proprio compito.
    Buon Natale a tutti.
    Piero Quadrumolo
    Terre da Vino Spa

    • Ringrazio il dottor Quadrumolo, che ben conosco da anni, per questo suo intervento.
      Anche a lui dico che bisognerà riflettere seriamente sui danni causati da un disordinato e tutt’altro che strategico aumento della produzione del mio amato Barolo…
      Anche con la sua collaborazione, se Quadrumolo vorrà scrivere qualcosa che Vino al vino sarà felice di ospitare

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