Breve cronaca di un viaggio in Sicilia: il Frappato di Calì in due versioni

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È rovente l’aria in Sicilia, specie in agosto quando la temperatura facilmente supera i 40 °C e in lontananza la campagna di Vittoria, arsa dalla calura, appare disseminata di figure strane, indecifrabili, talvolta demoniache. Quando l’orizzonte appare come liquefarsi, deformato da confusi fenomeni ottici. È la Fata Morgana che in questa stagione tramuta gli oggetti comuni in qualcosa di bizzarro, distorto, che intriga i curiosi passanti.
Radi gli alberi dove trovare riparo; la pallida vegetazione ha il colore del Sole. Il vento caldo africano e le sabbie desertiche sono di casa qui. Tutt’attorno si dispiega una vastità di serre luccicanti che, come un’immensa distesa d’acqua, interrompe quel paesaggio brullo, quasi monocromatico. E i muretti a secco di pietre ben sistemate corrono lungo il ciglio della strada interrotti qua e là solo dagli accessi poderali. Casali rurali ed enormi masserie fortificate a memoria di un passato latifondista, si alternano come fossero delle oasi in una campagna silenziosa che appare quasi inabitata.
Era qui, quasi come muovendomi in una scena della nota fiction “Il commissario Montalbano”, tra l’altro girata in questi luoghi, che con la mia moto “piegavo” alla scoperta di un posto che da sempre ritenevo magico. Paesaggi immobili e silenziosi dove il tempo pare essersi fermato ad un epoca lontana; dove più ci si addentra nella profondità dei luoghi e più si avverte il fascino misterioso dell’essere soli.
Era qui che il rumore del motore interrompeva quell’atavica tranquillità. Mi fermavo di tanto in tanto ad ascoltare quel silenzio! In fondo io sono lucano e basta fare pochi chilometri nell’entroterra della mia regione per provare le stesse sensazioni. Ed è stata probabilmente la mia lucanità, diciamo così, che mi ha fatto apprezzare quella rassicurante sensazione di sentirsi a casa e vedere oltre l’apparente immobilismo che mi circondava. Mi venivano in mente le parole scritte da Leonardo Sinisgalli, il poeta ingegnere lucano: “Girano tanti lucani per il mondo, ma nessuno li vede, non sono esibizionisti. Il lucano, più di ogni altro popolo, vive bene nell’ombra.”.
La conferma di ciò è venuta poco dopo questi pensieri quando, affascinato dal paesaggio, mi addentravo sempre di più nella campagna e le strade erano ormai diventate tutte uguali! La mia dettagliata cartina stradale era a questo punto inefficace e tutt’intorno non si vedeva nessuno. Si sentiva, tuttavia, un debole colpire di martello. Sembrava un segnale lontano che si andava via via intensificando man mano che il costante rumore del motore svaniva dalle mie orecchie. Poco distante da me, ma non visibili, c’erano degli operai intenti a sistemare un muretto a secco. Facevano al caso mio e mi avvicinai!
Alla mia richiesta di informazioni, subito si organizzò una seduta di consultazioni tra gli autoctoni i quali, sospese le attività lavorative, misero in campo le più disparate opinioni, idee e indicazioni stradali migliori per me. Io e mia moglie Sara, mia compagna di viaggio e neocentaura per l’occasione, difficilmente seguivamo il dibattito ma era straordinario assistere a quel momento di assoluta e pura “sicula lucanità”!
Alla fine, dopo aver contattato telefonicamente quello che sarebbe stato il nostro accompagnatore, ci dissero di aspettare qualche minuto perché era troppo complicato spiegarci la strada e che qualcuno ci avrebbe accompagnati a destinazione. Una domanda ci venne subito in mente: “Ma dove siamo finiti?” La risposta, col senno di poi, fu quasi sconcertante: eravamo a pochi chilometri da Vittoria, nelle campagne di Acate e la strada per Pedalino era poco distante. Un tipico Ford cassonato, avvolto da una nuvola di polvere e fumo nero, ci veniva incontro e cominciando a fare segnali già a distanza ci fece capire che era il caso di accendere il motore e seguirlo. Ringraziati gli operai per la loro gentilezza, ci affrettammo a seguire il mezzo che ormai ci aveva superati e ci dava la rotta da seguire. Pochi chilometri percorsi ed ecco il bivio tra la SP3 e la SP4 per Pedalino, che era la direzione da prendere.
Il gentile accompagnatore doveva proseguire sulla SP3 pertanto ci salutò e ci fornì le ultime indicazioni per arrivare alla meta. Ma dove stavamo andando? Andavamo da un contadino speziale, come si definisce lui. Paolo Calì, titolare dell’omonima azienda agricola, è l’erede di una antica famiglia che vive a Vittoria dai primi del ‘700. Attiva nel mondo delle professioni, la famiglia Calì si distinse nel settore agricolo gestendo la proprietà distribuita tra Montecalvo e Salmè, due contrade nel comune di Vittoria.
Non conoscevo Paolo prima di quel momento; l’avevo sentito solo per telefono quando c’eravamo accordati per un incontro nella sua azienda. Gli avevo chiesto di visitare il suo vigneto, la zona di vinificazione e ovviamente assaggiare i suoi vini, possibilmente in sua compagnia. Avevo accuratamente appuntato una serie di domande che, a partire dalla coltivazione delle sue viti spaziavano fino alla pratica di vinificazione e all’imbottigliamento finale: volevo avere un quadro completo quando avrei degustato i suoi vini.
Il tono della sua risposta affermativa mi diede subito l’immagine del personaggio che ci saremmo trovati davanti, ma soprattutto dell’accoglienza che avremmo avuto. Non mi sbagliavo e i miei appunti non servirono! Parcheggiata la moto e liberatici dagli ingombranti indumenti di sicurezza, ecco sulla porta Paolo Calì e due sue collaboratrici. C’era movimento in azienda! Dal 2000, anno in cui Paolo eredita 15 ettari di terreno della proprietà di famiglia, i lavori sono in continuo svolgimento e ancora oggi (estate 2012) sono nel vivo! Dopo i saluti e le presentazioni di rito, ci chiede: “Vi va di sporcarvi le scarpe?”. Era il miglior benvenuto che avremmo potuto ricevere! In effetti, Paolo aveva ragione quando parlava di “sporcarci le scarpe”; il suo vigneto sorge su un’immensa distesa di sabbie rosse, originatesi da dune preistoriche, a circa 200 metri sul livello del mare. La conformazione granulometrica e le caratteristiche cromatiche del terreno ricordano molto la spiaggia della vicina Scoglitti, dove la trasparenza delle acque fa risaltare la sabbia rosa della battigia.

Il vigneto aveva in testa un vigoroso cespuglio di rose, tradizionalmente utilizzato come indicatore del mal bianco, malattia della vite causata ad un parassita che tipicamente si sviluppa nelle zone caldo umide e che, prima della vite, attacca la rosa che è più sensibile. Procedendo tra i filari, tutti a cordone speronato e disposti in modo da avere una densità d’impianto di 5100 ceppi per ettaro allo scopo di ridurre la produzione e aumentare la qualità, Paolo ci spiegò che durante quell’estate è dovuto ricorrere all’irrigazione di soccorso. Il terreno fortemente drenante e lo stress idrico in cui sono costantemente tenuti i vigneti, combinati con le ondate di calore che hanno caratterizzato la scorsa estate, stavano mettendo in serio pericolo la produzione.
Tuttavia, sebbene alcuni grappoli più esposti risultavano visibilmente arsi dal sole, la maggior parte del Frappato era rigoglioso, consistente al morso, molto fruttato al gusto: sembrava avere già le caratteristiche per la vendemmia. Il Nero d’Avola, l’altra varietà autoctona presente nella tenuta Calì, aveva resistito meglio, probabilmente grazie ad una defogliazione contenuta: a differenza di quanto accade in zone con scarsa insolazione, le foglie qui devono offrire protezione dal clima torrido e afoso e dai venti caldi che spirano dalle vicine coste africane.

banner_mandragolaFrappato e Nero d’Avola, due vitigni autoctoni di questa zona; due esemplari antichissimi di uva da sempre vinificata; gli unici due vigneti impiantati in azienda e che costituiscono la base per tutti i vini prodotti. La robustezza e la muscolosità del Nero d’Avola, le vin mèdicine come usavano chiamarlo i francesi, combinate con la gentilezza e la delicatezza del Frappato si fondono in un blend unico che si esalta nel Manene Cerasuolo di Vittoria DOCG (Nero d’Avola 60%; Frappato 40%).
Dal colore rosso ciliegia con sfumature melagrana, il Manene colpisce lo sguardo per la corposità e la limpidezza delle tonaltà di colore. Al naso è franco e si distinguono bene i profumi fruttati dal Frappato con una evidente vena alcolica. La bocca è piena e la spiccata nota acida ne esalta la freschezza. Una delicata ma evidente tannicità si amalgama con un frutto non troppo maturo che spazia dalla ciliegia, ai frutti di bosco all’uva appena raccolta. È corposo e col finale lungo. Il nostro tour si conclude in cantina: solo acciaio, moderna tecnologia e vecchi ricordi che rievocano la tradizione vinicola di famiglia.
Abbiamo degustato due vini: DOC Mandragola 2010 e IGT Sicilia Osa! 2011. Due espressioni diverse del Frappato che esprimono inalterate le peculiarità del vitigno: l’eleganza del corpo e la finezza dei profumi. “Questo non è un vino tranquillo” recita un’etichetta sobria, essenziale, incisiva ed elegante. È un messaggio charo a chi si avvicina a questo vino. È Osa!; è l’invito ad osare, ad azzardare l’assaggio. Rosè da uve Frappato, si distingue immediatamente per il colore vivace, brillante, mi verrebbe da dire squillante! Le gradazioni cromatiche, marcatamente di tonalità cerasuolo vivo, presentano sfumature che mi ricordano molto il Rosso Antico, “il principe degli aperitivi naturali” come recitava il Carosello negli anni ‘70. Il tenore alcolico si evidenzia subito alle prime rotazioni del bicchiere, bagnato da un discesa lenta di glicerolo. Al naso è un’esplosione di fragranze: primeggiano ciliegia, fragola, lampone; note tropicali e di petalo di rosa fresca definiscono lo spettro aromatico secondario. Il profumo è franco e pulito. In bocca non delude: acidità, alcol e leggero tannino sono ben equilibrati con aromi fruttati tipici del vitigno ed esaltati da quel terreno sabbioso! Un vena salmastra si nota in second’ordine. Il finale è di buona durata e caratterizzato da una leggera nota amarognola impregnata di aromi fruttati.
Da un Frappato “in bianco” ad un Frappato macerato 10 giorni! È Mandragola. Rievocando il significato simbolico più profondo di pianta magica e afrodisiaca, questo vino si propone con le tonalità di colore della ciliegia matura con riflessi tendenti al porpora. Buono il corpo e l’alcolicità, espresse da lacrime fitte e lente. Al naso i profumi sono intensi e si amplificano alle prime ossigenazioni: evidenti sono la fragola e la ciliegia; note di prugna si uniscono ad un floreale di petalo di rosa passita. In bocca è subito presente la nota acida e sapida armonizzata con una buona alcolicità che diffonde in tutta la cavità orale un frutto polposo e ben maturo. Lievi riferimenti vinosi ricordano l’acino d’uva. Il finale è di media durata e il tannino morbido ed elegante lascia un palato pronto per un secondo bicchiere.

Si conclude qui la nostra terza ed ultima giornata nel comprensorio vinicolo del Cerasuolo di Vittoria, di cui solo una parte ho raccontato. Dopo oltre 1000 chilometri percorsi che, dalla costa jonica lucana, ci hanno portati alle falde dei Monti Iblei, attraversando paesaggi unici e incontrando il calore più autentico dell’accoglienza siciliana, ci prepariamo a risalire la costa orientale. La terra nera dell’Etna ci aspetta. I vigneti più alti d’Europa ci aspettano. Ma questa è un’altra storia; questi sono altri vini: minerali e affumicati che ricordano l’Etna, ‘a Muntagna. Un ambiente estremo, duro, difficile da risalire, arduo da coltivare; un ambiente che sa essere minaccioso e docile; fertile e aspro; benevolo e distruttivo. Un’immensità che domina incontrastata, mostrando fiera il suo pennacchio ad indicare che è sempre lì, viva e ricordando che la fertilità di quella terra, la generosità di quelle viti sono dovute proprio al suo potere distruttivo che, come accadde nell’universo primordiale, è portatore di vita nuova che da secoli in questa zona e nell’animo dei siciliani si rinnova costantemente.

Sante Laviola

Az. Agricola Paolo Calì
Cantina: C.da Salmè S.P. Vittoria-Pedalino km 2- 97019, Vittoria (RG)
Web: http://www.vinicali.it
e-mail: info@vinicali.it
Tel./Fax 0932 510082 / Cell. 333 7276215

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Attenzione!: non dimenticate di leggere anche Lemillebolleblog
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una cosa mi pare certa, da qui al prossimo 24-25 febbraio: occorre Fare per fermare il declino!

6 pensieri su “Breve cronaca di un viaggio in Sicilia: il Frappato di Calì in due versioni

  1. J’ai visité cette maison il ya 4 ou 5 ans, j’ai adoré. Et j’ai encore dans mon nez les odeurs des oranges et des clémentines du jardin…
    Pour nous, qui habitons dans le Nord, c’est un tel dépaysement! J’aimerais bien retrouver cette saveur en achetant leurs vins ici.

    • Grazie Hervé,
      mi ricordo molto bene della tua visita, questa è l’occasione per invitarTi nuovamente.
      Adesso posso farti assaporare le arance rosse Tarocco e mandarine , ovviamente vorrei farti degustare i miei nuovi vini che ormai oltre ad aver cambiato immagine grafica sono cfesciuti molto anche grazie alla collaborazione dell’enologo Donato Lanati.
      Ti aspetto intanto un abbraccio
      Paolo

  2. Une belle histoire sur la route des vins qui m’a fait revivre des moments passés, je pouvais imaginer les paysages, les couleurs, et surtout sentir la chaleur des journées esitve siciliennes malgré le froid de l’hiver écossais!

        • alla fine sono il solo in questo giro che non ha visitato la cantina e non conosce i vini di Calì…
          Prenda nota che voglio assaggiare il suo rosato, per scriverne, magari, nella mia rubrica su Il Cucchiaio d’argento

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