Ma quanto sono costati ai parmigiani i vini delle Tenute Costa? Risponde, con arresti, la Procura di Parma

AndreaLucaCosta

Leggendo questa mattina sul Corriere della Sera, qui e sulla Gazzetta di Parma, qui le cronache relative all’arresto, poi tramutato in arresti domiciliari, dell’ex “sindaco di Parma Pietro Vignali (Pdl). L’imprenditore ed ex primo cittadino è tra i quattro destinatari di altrettanti provvedimenti di custodia cautelare per peculato e corruzione disposti dalla Procura della città emiliana.
Gli altri arrestati sono Luigi Giuseppe Villani, vice presidente di Iren, Andrea Costa, ex presidente del cda e consigliere delegato di Stt Holding e Alfa Spa, Angelo Buzzi, editore, consigliere e presidente del cdA della società Iren Emilia”, mi sono fatto alcune domande. Leggendo della “’operazione della Guardia di Finanza denominata «Public Money», che ha portato al sequestro di 3,5 milioni di euro: 1,9 milioni a Vignali, 1,3 a Costa, circa 100mila a Villani, 160mila a Buzzi”, indagini nel corso delle quali “i finanzieri hanno appurato che gli indagati hanno tenuto costantemente, nel corso di più anni, «una condotta fraudolenta finalizzata ad accumulare ingenti ricchezze da destinare ad usi strettamente privati, mi sono detto: ma lo sanno i cittadini di Parma che i loro soldi sono serviti a produrre anche dei vini di livello qualitativo molto discutibile, prodotti, ad esempio nelle Langhe, da un enologo consulente che il Nebbiolo non sapeva nemmeno come fosse fatto?
Vini che, parola dello stesso winemaker co’ baffi, dovevano emulare (ma de che?) quelli di Roberto Voerzio? Lo scopriranno dalle inchieste (un po’ ad orologeria, con arresti proprio in piena campagna elettorale, quando magari erano stati chiesti mesi fa…) i parmigiani, che uno degli arrestati/inviati agli arresti domiciliari, Andrea Costa, come si legge ”avrebbe usato soldi di Stt anche per consulenze sulla vinificazione della propria vigna”, una di quelle delle Tenute Costa dove Andrea e Luca Costa, padre e figlio, “Ingegneri di formazione, imprenditori d’istinto”, nel 2008 crearono Tenute Costa, “un progetto che ha l’obiettivo di unire sotto il proprio nome vigne e vini dei migliori territori enologici italiani, nelle Langhe e in Maremma per cominciare”.
Notizie su questa singolare avventura, che poi ha portato anche a produrre uno Champagne, le potete leggere sul sito Internet aziendale, e poi qui, dove apprendiamo che “ interpretare il territorio. È questa la filosofia di produzione di Andrea e Luca Costa. Un’interpretazione tutta in rosso e sempre ispirata all’autenticità e alla qualità. Nelle Langhe, dove si trova DueCorti l’etichetta che esprime immediatamente lo spirito dei vigneti è il Dolcetto DOC, mentre al Barolo DOCG, frutto di uve Nebbiolo accuratamente selezionate, spetta lo scettro della cantina. In Maremma, a TerrediFiori, è il Morellino di Scansano il più giovane ambasciatore della famiglia Costa, mentre l’alfiere dell’impresa è l’IGT Maremma Toscana Acanto, cuvée di Sangiovese e Cabernet Sauvignon.
In entrambe le Tenute il punto di partenza resta la vigna che è curata giorno per giorno. L’obiettivo è ottenere pochi grappoli per ceppo, ma di altissima qualità”.
Un progetto presentato con parole altisonanti tipo “una squadra selezionata con cura di vignaioli, agronomi, cantinieri, l’enologo Carlo Ferrini e poi architetti, ingegneri, esperti di comunicazione, agenti e sommeliers lavorano per lo sviluppo del progetto Tenute Costa. Le professionalità sono molteplici e tutte indispensabili. Nulla può sostituire il tatto, il gusto, lo sguardo e qualche volta il sesto senso di chi lavora con passione”. Bum!!!
Ricordo di aver assaggiato anni fa il Dolcetto ed il Barolo, in etichetta stava scritto così, della tenuta Due Corti posta “proprio nel comune di Monforte d’Alba e più precisamente nella località Castelletto” e di aver trovato, lo dissi anche al giovane Luca Costa, vini inutili, inespressivi, banali, senza identità, standardizzati. Come possono essere dei vini di Langa affidati alle mani abituate a maneggiare Merlot soprattutto, ovunque si trovasse, del baffuto Carlo Ferrini, uno degli enologi del cuore di personaggi che ora scoprono l’impegno politico e si sono candidati con il professor Monti.
E oggi scopriamo che non solo erano i soliti vini stupidi, standardizzati, guidaioli, di cui agli amanti del vino vero non può fregare di meno, ma erano vini resi possibili da disinvoltissime operazioni finanziarie, rese possibili da “una condotta fraudolenta finalizzata ad accumulare ingenti ricchezze da destinare ad usi strettamente privati“, dove “la cosa pubblica è stata usata per interessi privati”.
Public money il nome dell’inchiesta, la solita storia di spudoratissima, cialtronesca italica faccia di tolla, da casta strafottente, applicata anche al vino. Possiamo dirlo che schifo? E diciamolo!

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una cosa mi pare certa, da qui al prossimo 24-25 febbraio: occorre Fermare il declino!


8 pensieri su “Ma quanto sono costati ai parmigiani i vini delle Tenute Costa? Risponde, con arresti, la Procura di Parma

  1. Sblinda la supercazzola come se fosse antani direbbe ‘i conte Mascetti.
    Che tradotto potrebbe voler dire che soldi, baffi, stampa e propaganda, cantina nuova e certo galattica producono un gran vino di antani celebrato e riverito.

  2. Caro Franco, di questa storia, l’aspetto che mi colpisce significativamente è quello relativo alla politica, così infiltrata nel mondo del vino (sì, lo so, non è mica una novità, ma un conto è un caso, un altro conto è percepire che è un costume); e mi pare che vi sia una pecie di reciprocità tra questo e il fatto che “avere una vigna” (magari in Toscana, ma anche in Piemonte) oggi sia così ‘cool’, da diventare ‘obbligatorio’, per giornalisti, politici, artisti, imprenditori. Mi vengono in mente – tra i tantissimi – Lerner, D’Alema, Bertinotti (qui accanto a dove sto scrivendo), Depardieu, Albano, …
    Quanto conta la “moda” del vino (della vigna) nel creare commistioni (con la politica, i partiti e gli interessi incrociati) che possono degenerare in reati, nel nostro paese degradato a etica zero?
    Mi guardo intorno e mi accorgo che il meraviglioso mondo del vino è anche un sito in cui girano interessi molto variegati – il soldo prima di tutto – e penso che, guardando nel bicchiere, vi si possano leggere tutte le storture di questa stagione italiana, nessuna esclusa, ahimé.
    Com’era diverso, trent’anni fa, quando la campagna era considerata un luogo da abbandonare e la terra veniva associata alla fatica…; ora la terra viene associata alla possibilità di spemerla industrialmente e finanziariamente. Moralismo? Abbene sì.

  3. Addendum a chiarimento:
    “il soldo prima di tutto”: senza un’economia sostenibile è impensabile produrre; ciò che lascia perplessi è “il soldo a qualsiasi costo”, magari anche a costo di deroghe pesanti e significative da regole, legge, etica.

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