Montalcino sempre più cosmopolita e internazionale. Ma sempre più senza identità

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Le notizie che arrivano in questo periodo da Montalcino hanno lo stesso effetto, su noi appassionati del vino inimitabile (Sangiovese 100% ça va sans dire) che si produce in questo borgo ridente, di una serie di colpi, destro – sinistro, montante, uppercut sferrati da un Tyson su noi pesi piuma.

Dapprima, qui ad esempio, abbiamo appreso che tale “Alejandro Bulgheroni, importante imprenditore argentino nel settore del petrolio, ha definitivamente firmato il contratto che lo rende a tutti gli effetti proprietario di Poggio Landi, una “costola” distaccata della storica Fattoria dei Barbi, di proprietà di Stefano Cinelli Colombini”. Stima della vendita intorno ai 15 milioni di euro e un’acquisizione da parte di un imprenditore “considerato uno degli uomini più ricchi in Argentina” con già altri interessi nell’agricoltura (in Chianti Classico, con la tenuta di Dievole)”.

E agli argentini ora, notizia di ieri, sembrano rispondere da ‘O Brazil, con la news – leggete qui e qui – secondo la quale uno dei gioielli di Montalcino, Argiano, di proprietà della contessa Noemi Marone Cinzano, è stata venduta. “Sconosciuti il prezzo ufficiale (si parla di 40-50 milioni di euro) e compratore (stando ai rumors, un gruppo di investitori brasiliani)”.

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Di fronte a queste notizie, che annunciano una tendenza che potrebbe trovare nei prossimi mesi ulteriori conferme, con altre dismissioni, pardon, vendite, di gioielli del panorama ilcinese, c’è da rimanere sgomenti. Dinnanzi alle cronache di ordinaria pazzia che giungono ogni giorno dall’Italia, a soli dieci giorni circa da elezioni politiche che dovrebbero essere di svolta ed epocali, e di fronte alla crisi che si fa ogni giorno più intricata e ricca di risvolti tragici, ci si chiede: Che cosa succederà all’Italia e alla sua economia?

Giusto ieri il Sole 24Ore scriveva che solo con un cambio più favorevole al dollaro, l’Italia ce la può fare. Non sono un esperto di economia e non ho motivo di contestare questa analisi, ma resto piuttosto dell’idea che più che sperare nel cambio favorevole, dobbiamo lavorare alacremente e con feroce testardaggine, sul nostro valore aggiunto, ovvero l’Italia e i valori intangibili che si alimentano delle bellezze, di cultura e di stile di vita, per recuperare i margini che ci consentano un buon export..

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Tra questi valori intangibili ci sono anche Montalcino ed il suo Brunello. Una storia ed un percorso che vengono da lontano e rappresentano dei valori autenticamente italiani, anzi toscani e senesi. Con tutte le precauzioni del caso pensando al cosiddetto “Sistema Siena”. Ma, mi viene da chiedere, che fine potrà mai fare il cosiddetto valore aggiunto se “i mejo fichi del bigoncio” finiscono in mano a persone o gruppi culturalmente molto distanti dalla poetica (in senso tecnico) e dall’estetica e dalla filosofia esistenziale dell’Italia? Dalla sua cultura e della sua storia? Va benissimo che gli argentini, quindi i brasiliani e magari un domani non lontano i russi e perché no, i cinesi, vengano ad investire i loro soldi, magari contribuendo in qualche caso a sanare situazioni economiche un po’ traballanti, a Montalcino.

Ma mi va meno bene che a portare dané (pur consapevole che pecunia non olet) siano persone, culture, mentalità lontane anni luce da quelle che hanno portato a creare, pur con qualche contraddizione, il mito del Brunello. A determinare il suo strepitoso successo, la sua fama planetaria.

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Perché sono certo che questi stessi argentini, brasiliani, russi, cinesi – (eh sì, mi sembra di vivere una situazione kafkiana dove “la Cina è vicina” come nel film di Bellocchio, ma come avrebbe detto Mussolini, peraltro riferendosi al Giappone, ci troviamo di fronte ad un “pericolo giallo”) che oggi investono o ipoteticamente investirebbero a Montalcino un domani non ci metterebbero un attimo a disinvestire una volta considerata conclusa la fase speculativa della loro operazione finanziaria. O non appena si accorgessero che non sempre wine è sinonimo di business.

Pertanto andiamoci cauti nel salutare con gioia questi successivi sbarchi nella terra del Brunello di investitori provenienti da ogni parte del globo. Perché questi arrivi non danno speranze e non fanno certo pensare che così facendo si sia imboccata la strada giusta per invertire la tendenza e darsi da Fare, per Fermare il declino

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Attenzione!: non dimenticate di leggere anche Lemillebolleblog
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una cosa é certa, da qui al prossimo 24-25 febbraio: occorre Fare per fermare il declino!

30 pensieri su “Montalcino sempre più cosmopolita e internazionale. Ma sempre più senza identità

  1. Condivido anch’io. Mi metto nei panni di chi vende e penso che il denaro – chi ha detto che mette in evidenza il nostro lato peggiore? – è qualcosa a cui è troppo difficile resistere, ma ricordo anche mia nonna che mi ammoniva “ciò che è venduto non c’è più”.
    Credo dunque che sia molto, ma davvero molto positivo che ci siano occhi puntati su “le perle di Montalcino” (e che sia naturale che aziende o loro parti passino di mano), spero però che il sistema di governo del nostro paese e il sistema bancario, e la tassazione, e il costo dei dipendenti, e la burocrazia, e gli infiniti dazi che un imprenditore oggi deve pagare per lavorare, cambino evolvendo positivamente. Spero che si capisca infine che i quattro gatti che lavorano (siano imprenditori o dipendenti) anche nell’agricoltura, non possono continuare a reggere le tasse per pagare sei livelli di governo (Eu, Nazionale, regionale, provinciale, comunale, e comunità montane).
    Perché un conto è se qualche azienda (pur di grande prestigio) passa di mano, altro è se passa di mano e viene diluita l’identità a cui fanno capo il paese e le sue produzioni.

  2. …e se invece di tali commenti gratuiti non si potesse pensare che investitori come quelli “rumoreggiati” oltre che comprare un prestigioso marchio, e soprattutto un’azienda, non abbiano – come trasmessami – la concreta voglia di rinnovare quella tradizione del prodotto Montalcino che, con vitigni non autoctoni, è stata imbarbarita e banalizzata da produzioni di più facile mercato ?
    Meditate gente e mediti anche il Dr. Ziliani di cui seguo da “novello ilcinese” con grande interesse gli articoli.

    • Ringrazio il dottor Gabelli, general manager di Argiano, per il suo commento e per l’attenzione riservata da “novello ilcinese” a quanto scrivo. Troppo gentile.
      Spero tanto che la sua lettura ottimistica dell’avvento di nuovi investitori e nel suo caso di nuovi proprietari venuti da lontano, da altri mondi, altre culture, altre sensibilità, abbia ragione. Io, e altri che sono intervenuti con commenti tutt’altro che “gratuiti” (o meglio gratuiti lo sono, nel senso che non li ho foraggiati per farli..) la pensiamo diversamente ma siamo disponibili, qualora le cose andassero come lui invita a fare, a prenderne atto con favore.
      Quanto ai “pasticci” con “vitigni non autoctoni”, non parliamone dottor Gabelli, perché se ricordo bene anche Argiano si é trovata costretta a declassare, conservo in bottiglia una bottiglia di 2003 IGT Toscana, partite di vino originariamente destinate a Brunello…
      Quanto al futuro, sperem in ben, come diciamo a Milano. Intanto rallegriamoci, finché é possibile, ascoltando questa deliziosa canzoncina di Bruno Lauzi:
      http://www.youtube.com/watch?v=NfAh7_bkJW0
      Che avesse capacità divinatorie il grande cantautore genovese?

        • Roberto, non si può dire che fosse “taroccato”, ma qualcosa non andava bene e l’azienda – come si può leggere qui – si trovò costretta a declassare ad IGT delle partite di vino che doveva originariamente essere commercializzato come Brunello

      • La lettura di queste acquisizioni “deve” essere positiva, caro Franco. Del resto a Montalcino è sempre “arrivato” qualcuno. Dopo i milanesi – forse gli antesignani?(beninteso dei decenni recenti) – gli americani e gli svizzeri, eccetera (ci sarebbe da fare un lungo elenco).
        Ma forse ci sono anche risvolti critici, che non riguardano (in questa fase) le intenzioni, le scuole di pensiero di chi ha visto in questa terra una grande opportunità.
        Semmai viene da riflettere su quanto ha influenzato questa economia l’affaire MPS e prima ancora l’andazzo strabico di un paese (l’Italia) che pare fare di tutto per rendere difficile (e costoso) lavorare. Anche in questo mondo del vino, così affascinante.

  3. Il Vino è fatto della materia di cui sono fatti i sogni. Se c’è qualcuno disposto a investire milioni di euro in un sogno, allora, forse, è bene vendere. Basta farlo prima del risveglio, momento in cui il compratore capisce che l’agricoltura è una faccenda maledettamente reale!

  4. Come si permette il Sig. Gabelli di affermare che a Montalcino la tradizione è stata imbarbarita da vitigni non autoctoni? Con quale cognizione di causa? Si rende forse conto di parlare per una comunità tutta? Mi auguro che da ora in poi le sue parole vengano pesate. Cordiali Saluti

    G.Lorenzini

    • Caro Lorenzini, posso chiederle una cosa? Dove ha vissuto negli ultimi quattro anni? Ha mai sentito parlare di Brunellopoli? Le hanno mai detto che a Montalcino ci sono stati dei.. “furbetti del vigneto e della cantina” che per puro sbaglio, non per dolo, non sia mai, hanno confuso il Merlot ed il Cabernet o altro, chissà, con Messer Sangiovese? Suvvia, non mi dica che crede ancora che i bambini nascono sotto i cavoli o che li portano le cicogne!
      P.S.
      Colgo l’occasione per invitare quei “simpatici” membri del Cda del Consorzio che l’hanno detto in riunione recentemente a venirmi a dire di persona, in faccia, che il Consorzio non mi dovrebbe invitare a Benvenuto Brunello perché sono “un nemico” di Montalcino e del Brunello.
      Se sono uomini veri e con le palle e non dei coniglietti, perché non mi spiegano di persona, con tanto di argomentazioni, perché sarei un nemico?
      Io sono disponibilissimo ad un dialogo, ad ascoltare le loro ragioni.
      Ma scommettiamo che non avranno il fegato di palesarsi e di accettare un confronto, anche pubblico, con la mia persona? :)

  5. Soldera non è nato a Montalcino, eppure la sua appartenenza al fronte per il sangiovese in purezza è indubbia. La difesa delle tradizioni del nostro territorio e della purezza del sangiovese è stata una battaglia di ideali, non uno scontro “etnico” né di piccoli contro grandi; entrambi gli schieramenti sono stati ampiamente trasversali, ci sono state persone nate qui che sostenevano il taglio e grandi industrie che hanno firmato per il Brunello così come è stato sempre fatto. Per cui non vedo nulla di male nell’arrivo di investitori da fuori, sempre che rispettino ed amino la nostra terra. È, da Loacker a Illy passando per Soldera o Marone Cinzano, sono in tanti che hanno fatto questa scelta; nell’asilo (pubblico) dove va mio figlio Giovanni metà dei bimbi viene da ogni parte del mondo, ma crescono tutti da montalcinesi. Per me questa è una grande speranza per il futuro.

    • Stefano, ma una cosa é che arrivino nel vostro bellissimo borgo milanesi, piemontesi, triestini. persino altoatesini. E’ altro conto é che arrivino, non da visitatori o turisti, ma da nuovi “padroni”, argentini, brasiliani o, gli dei ce ne scampino, cinesi. Che sono culturalmente parlando, cosa totalmente diversa, anzi lontanissima, dagli americani, svizzeri, tedeschi, (inglesi?) che sono già arrivati e si sono sostanzialmente inseriti e armonizzati a Montalcino…
      E poi, perdonami, non sono ilcinese e toscano e sono un vecchio reazionario lombardo destrorso… Io non riesco a nutrire le stesse tue speranze per questo borgo di Montalcino, per questa Italia, del melting pot, con gli asili con bimbi (innocenti poverini) che sono arrivati “da ogni parte del mondo”.
      Ridatemi la Toscana dai Malaparte, dei “maledetti toscani”, dello Strapaese, dei guelfi e dei ghibellini, non questa che sembra tanto uno spot di Benetton…

      • Chiamando rigorosamente fuori Stefano C. da questo mio pensierino, ti faccio osservare, Franco, che Malaparte è ai più sconosciuto, o solamente orecchiato, come tutto il grandissimo bagaglio culturale della Toscana a cui alludi, inghiottito (e risputato) dai pescecani (anche toscani), che anziché una dote, lo ritengono un peso che ostacola il business. Ignorando che un po’ più di vista lunga, di questi tempi, consentirebbe pensieri più strategici e redditizi.

        • cara Silvana, lo ripeto e a chiare lettere: più Malaparte, più Papini, più Soffici, più Prezzolini (anche se era nato a Perugia), più Luzi, più Bilenchi. Più Toscana, perdio!, e meno coca cola, cabernet, merlot, Mussari, e fattori omologanti (e sputtanatori dell’anima toscana e ilcinese) vari!

  6. Malaparte di nome faceva Kurt e di cognome Slataper. Caro Franco, io che in Inghilterra voterei Tory non dimentico che il loro più grande (dopo Churchill) primo ministro recente si chiamava Disraeli; dovunque fosse nato e qualunque fosse la sua religione e razza d’origine, era anglicano e inglesissimo. E tanto basta. Io sono durissimo nel difendere la mia cultura, ma se uno l’abbraccia io lo accolgo.

    • Stefano le citazioni vanno bene quando sono giuste. Malaparte non si chiamava Slataper (quello era un altro grande personaggio del Novecento, Scipio Slataper) bensì Kurt Erich Suckert ed era nato a Prato. Da madre italiana (la milanese Edda Perelli) e dal tintore sassone Erwin Suckert. E’ tutto da dimostrare che argentini, brasiliani e magari, gli Dei non vogliano, CINESI!!!!!, vogliano abbracciare e fare loro la cultura toscana e italiana. Io credo proprio di no. Temo che per loro sia solo BUSINESS. E questo mi fa paura

  7. Signor Gabelli, non so quanto novello ilcinese sia, lo è da abbastanza tempo per poter giudicare con tanta superficialità e soprattutto generalizzazione la realtà che l’ha accolta o, anzi meglio, che lei stesso promuove?
    Bisogna sempre essere critici (e costruttivi, magari!) anche verso chi ci dà il pane, detto volgarmente, ma il suo intervento, agli occhi di chi, come me, sente parlare di lei per la prima volta, appare velato da una certa tracotanza.
    Riguardo agli imbarbarimenti di cui parlava, io starei attenta ai barbari d’oltreoceano.
    L’Italia è un gioiellino perché caratteristica e costruita su dettagli irripetibili, unici, tipici proprio perché godono di quel quid in più dato dalla tradizione, che si tramanda di padre in figlio e che solo se viene capita e apprezzata può non essere contaminata.
    Inoltre, signor Ziliani, tutto il mondo è a conoscenza di quello scandalo, le persone che gravitano nell’ambiente ne hanno pagato lo scotto abbondantemente, finendo in un vortice che ha coinvolto molti innocenti; tutto il mondo può parlarne come vuole quando si trova davanti a un bicchiere di Brunello, ma su un blog serio e specializzato certe affermazioni dovrebbero essere ponderate, questo è quello che credo.
    Spero che lei non apprezzi le critiche alla nostra realtà solo perché tali, anche se vengono da chi parla senza consapevolezza, affrontando argomenti delicati con la leggerezza delle chiacchiere da bar.

    .

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    • Gentile Caterina, posso invitarla, con simpatia, ad utilizzare quel tono da maestrina con la penna rossa con altri e non con me?
      Quello scandalo non l’ho creato io e non l’ha creato la stampa, é dovuto alla dabbenaggine/ingordigia/arroganza di pochi, e gli altri sono stati coinvolti dall’ondata di discredito loro malgrado.
      Poiché questo, come lei dice, é “un blog serio e specializzato”, citato dal New York Times, da un sacco di wine blog internazionali, da Kerin O’Keefe nel suo bel libro sul Brunello, qui si parla con piena consapevolezza di quello che si scrive, e senza alcuna superficialità o volontà se non quello di fare corretta informazione. Libera, senza padrini e senza padroni e senza referenti occulti. Siano banche, partiti,confraternite, o che altro.
      La ” leggerezza delle chiacchiere da bar” é totalmente estranea a questo blog e le ciarle da Bar Sport le lascio ad altri. Ci siamo intesi gentile “amica”?

  8. Franco,
    le tue preoccupazioni mi sembra più che fondate, è evidente che oggi Brasile e Argentina (che sono in continuo sviluppo) mirino ad acquisire settori importanti e strategici per fare business.
    Questo però non significa necessariamente che lo faranno male, di esempi positivi ne abbiamo avuti da altri Paesi che hanno già acquistato non solo aziende vinicole.
    Quello che però fa male, almeno a me, è quest’Italia che si spezzetta sempre di più, che perde pezzi qua e là, a volte senza fare neanche rumore.
    La crisi, le difficoltà a reggere questi anni maledetti, certamente spingono a cedere il passo vantaggiosamente, piuttosto che rischiare di trovarsi prima o poi sul lastrico, però fa male, anche perché riprendersi ciò che si è venduto, in un futuro più positivo, è comunque un’impresa ardua e onerosa che ben pochi si potranno permettere.

    • Caro Roberto, con l’ultima frase chiudi il cerchio di un pensiero che striscia dentro (ho scoperto) non solo alla sottoscritta.
      Questi “arrivi” sono lusinghieri e di certo portatori di movimento, anche di idee, non solo soldi! Tuttavia quello che tu sintetizzi così bene – e vale per tutto il paese – è sotto i nostri occhi.
      L’Italia, governata da economisti e dai profeti della finanza, si sta smagliando pian piano. Ci sono alcuni “leoni” che tengono botta, ma molte imprese non trovano significativamente vantaggioso lavorare duro in questo momento di incertezze e scarsa remunerazione del sacrificio. (Carlo qui sopra ha espresso chiaramente il senso del vino e dell’agricoltura….)

  9. Un uomo d’affari cinese, intimo di miei amici di Pechino, l’anno scorso ha comprato una tenuta in Piemonte senza sapere dove fosse esattamente, per investimento e per caso. Avevo chiesto che tipologia di vino producessero e mi hanno risposto che producevano vino rosso. Credo che ancora oggi, non sia mai andato a visitare il possedimento.

  10. Hai ragione, quando si cita lo si dovrebbe fare bene, ma il correttore ortografico mi ha fregato. Malaparte, Prezzolini e tutta quella gente la conosco, non fossaltro perché hanno tutti frequentato casa mia. Papini mi ha insegnato a leggere, era il migliore amico di mio nonno. Ed è proprio da loro, di cui ricordo liti anche su come si tagliano le pere, che ho imparato che una cultura deve essere forte perché se lo è non ha motivo di temere i nuovi venuti; perché li assorbe. Noi abbiamo più volte dimostrato di avere un grande senso della nostra storia, che è il nostro futuro. E di essere disposti a batterci. Per questo non ho paura di argentini, brasiliani o cinesi.

    • O Stefano bella forza che non c’hai paura degli argentini! Con tutti i dollari che ti hanno dato ci mancherebbe solo che tu avessi paura di loro..,.
      Tappeti rossi per loro

      • Ilcinese non cominci a fare dello spirito di patata sugli acquirenti argentini che si sono aggiudicati una costola della Fattoria dei Barbi. Magari Stefano ha trovato in loro non solo dinero, ma interlocutori in perfetta sintonia con le sue visioni sul vino

      • Caro ilcinese è facile fare ironia, è molto più difficile tenere in piedi un’azienda lottando con le unghie e con i denti per anni senza svendere i propri principi. E io l’ho fatto. Tante volte mi hanno offerto più di cento milioni per la Fattoria dei Barbi, avrei potuto assicurare una vita serena ad alcune generazioni della mia famiglia senza nessun problema. Ho scelto di vendere un pezzetto ad un signore argentino che ha un progetto di alto livello rispettoso del territorio, e di salvare così il lavoro di tutta la gente che sta con me e di proseguire il lascito di tante generazioni. Sono rimasto a combattere le battaglie in cui credo nonostante le banche, lo Stato, Equitalia e compagnia cantante. Facile fare ironia, ma se io avessi mollato e me ne fossi andato ai Caraibi non credo che gli ilcinesi veri avrebbero avuto molto di che rallegrarsi.

        • Per quelli come me che vivendo all’estero osservano da lontano l’Italia ed i fatti italiani, Voi agricoltori che ancora resistete,siete degli eroi.
          p.s.
          con piacere ho appreso dei Suoi contatti con Malaparte, Papini, Prezzolini e un po La invidio. Siccome nella biblioteca di casa c’erano, li ho letti quasi tutti.
          Di Malaparte, era ancora in vita, leggevo una rubrica ”Battibecco”su un settimanale. In questi scrittori non ho trovato eccelse qualita’ letterarie, ma nei miei anni verdi ne avevo ammirazione, sopratutto per Prezzolini col suo non conformismo e razionalita’.

  11. Ma perché mai avercela con i cinesi?! Nel non lontano 2005 una delegazione senese è addirittura partita per quel paese, per andare ad insegnare ai cinesi a impiantare vigne (io ero rimasta un po’ perplessa da questa operazione, ma tant’è).
    Ora magari loro verranno qui a insegnarci una coltivazione più vantaggiosa del riso: ti immagini Montalcino con le colline terrazzate e gli ilcinesi (autoctoni e immigrati, inclusi gli snobbissimi milanesi) col cappello a pagoda che … no scusate divagavo … e poi Vercelli scatenerebbe una guerra santa…
    Ma insomma, secondo me, nei confronti dei cinesi c’è un pregiudizio troppo pesante. Da loro c’è cultura e corruzione, avidità e senso estetico, creatività e business. Almeno quanto in Italia.

    • datemi pure del razzista, amen, ma io dei cinesi non mi fido. A pelle non mi sono mai piaciuti, non mi piacciono, non mi piaceranno mai. Speriamo che lo stesso pensiero venga condiviso anche a Montalcino… Va bene che gli abitanti sono… il-cinesi, però, suvvia… !

      • Generalizzare e’ sempre antipatico e mi dispiace che se ne esca con queste sparate. Spesso neanche a me piacciono i cinesi e cioe’ quando devo incontrarli per definire accordi commerciali. Ma non mi hanno mai fregato (mentre i napoletani ci sono riusciti ed ancora soffro). Se si ha la fortuna di incontrare cinesi per bene, e’ un vero piacere relazionarsi ed una rara opportunita’ per conoscere un mondo veramente diverso.

        • ha ragione Roberto, ma a pelle ho sempre provato una certa quale diffidenza. E poi, piaccia o non piaccia al sottoscritto, la Cina é vicina, é già arrivata da noi, ha invaso le nostre città (non solo il quartiere di Porta Ticinese a Milano o Prato), é perché stracciarsi le vesti se arriverà, o é già arrivata?, a Montalcino?

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