Barolisti di La Morra guardate che la guerra è finita: deponete pure le armi!

vietcong

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Barolo sorpassati e old style dagli irriducibili guerriglieri modernisti lamorresi

Ho voluto lasciar trascorrere una settimana abbondante per vedere di lasciar decantare in me la perplessità e una certa dose di “incazzatura”, enologica, ma sempre incazzatura, che mi ha causato, durante gli assaggi delle nuove annate di Barbaresco (2010) e Barolo (2009) di Nebbiolo Prima, l’incontro con una cinquantina di Barolo 2009 proposto dai produttori di quel grande borgo del Barolo, grande soprattutto per il numero di ettari vitati, che è La Morra.
Ho pensato che fosse inutile utilizzare i toni, esacerbati, da me utilizzati mediante una serie di tweet inviati in corso di degustazione. E che fosse opportuno lasciar passare un po’ di tempo e sedimentare l’indignazione per poi tentare una valutazione più meditata. Così pensavo, ma poi mi sono accorto che anche trascorsi oltre dieci giorni dal tasting della mattina di mercoledì 15 maggio ad Alba, il giramento di scatole è rimasto tale e quale.
E riguardando i miei appunti di degustazione, finora mi sono rifiutato di associare le note dei campioni che andavano dal numero 158 al numero 212, salvo guardare solo i nomi dei produttori dei non moltissimi vini che mi hanno convinto e mi sono veramente piaciuti. Parlo del La Serra di Agostino Bosco, del Brunate di Ceretto e di quello di Vietti, del Cerequio di Michele Chiarlo, del Turne di Silvio Grasso, del La Serra di Gianni Voerzio, del Rocche dell’Annunziata di Aurelio Settimo, del Barolo La Morra di Alberto Voerzio. E qui sono costretto a fermarmi.
Molti vini mi hanno lasciato totalmente indifferente e non mi hanno fatto venire alcuna tentazione, non dico nemmeno voglia, di passare dalla fase dell’assaggio a quella della beva, e per molti altri lascio parlare le mie note di degustazione: colore concentrato legno sporco verde estrattivo vegetale estratto di legno tannino asciutto piacevolezza sotto zero; naso sporco legno vecchio estrattivo riduttivo vegetale bocca fiacca senza energia stanca bloccata da un legno in eccesso paradossale; naso pungente non pulito estrattivo legno e caffè bocca amara senza peso centrale asciutta; naso di cavolo cotto e broccolo aria di povertà triste nessuna pulizia bocca semplice banale senza sostanza e peso e finale che tende ad asciugare e finire su toni di polvere di caffè; naso sporco riduttivo estrattivo vegetale bocca anonima fiacca senza nerbo tannino asciutto e tostatura; sporco feccioso estrattivo selvatico animale brettoso bocca dolce molle stanca senza slancio già spenta su note di vaniglia e cocco; puzzolente gomma sporca estratti di verdure bocca molle spenta dolciastra senza vitalità un vino senza storia e senza vergogna.
Non importa sapere di chi fossero quei tristi “campioni” di mediocrità, quei Barolo seriali ma non seri, tutti uguali tra loro, tanto che varrebbe produrne uno solo cooperativo ed evitare imbottigliamenti con nomi diversi, quello che conta è chiedersi perché tanti produttori, a La Morra (in misura minore anche a Monforte d’Alba) continuino a produrre vini esasperati, squilibrati, privi di piacevolezza, paradossali, come se invece che nel 2013 ci trovassimo ancora nel 1990 o nel 2000. Altro che modernisti!
Questi barolisti che producono Barolo di uno stile moderno che ormai è antico, sorpassato, remoto, sconfessato dal buon senso e dal gusto della stragrande maggioranza dei consumatori, sono degli inguaribili reazionari e nostalgici di un tempo (non bello) che fu e ricordano quei soldati giapponesi fantasma, Japanese holdouts o Japanese stragglers, che finita la guerra mondiale decisero di non arrendersi e di continuare a battersi per l’Imperatore contro gli Alleati. Dimostrando sicuramente una loro fedeltà alla causa, parlo dei giapponesi ovviamente, che merita rispetto, ma anche e soprattutto un’incapacità di accettare la logica delle cose, di capire che occorre rassegnarsi, voltare pagina, usare il buon senso per andare avanti.
Questo insistere, in terroir come quelli di La Morra che non hanno le caratteristiche dei terroir di Serralunga d’Alba e di Monforte d’Alba, oppure la naturale eleganza tannica di Castiglione Falletto o la freschezza di Verduno, o il bilanciamento naturale dei migliori cru di Barolo, nel produrre Barolo estrattivi, superconcentrati, il che in un’annata strana come il 2009 significa estrarre tannini verdi e note amare, aggiungendo poi per di più il tannino del legno di quelle dannate barrique alle quali non intendono rinunciare, porta naturalmente, salvo rare eccezioni, che si verificano quando i vigneti fanno veramente la differenza e sono di grande livello, al fallimento. Ad ottenere vini dejà vu che mettono un’immensa tristezza e malinconia e quando ti trovi ad assaggiarli in serie ti massacrano letteralmente il palato.
guerriglieraVietcong

Altro che “Barolo delle larghe intese” come proclamava, con una lettura molto ottimistica e non perfettamente consapevole della realtà del Barolo, Luciano Ferraro in un recente articolo sul suo blog Di Vini del Corriere della Sera!
Altro che “fine del muro contro muro tra Barolo classico e nuovo Barolo” come avrebbero “capito i giovani vignaioli lontani dagli anni segnati da echi di lotta di classe. Anni, quelli, di vini e proclami”. Contrariamente a quello che dice Ferraro, ovvero che “ora la divisione tra tradizionali e moderni del Barolo ha lasciato il posto a un’era di larghe intese” e come sostiene nell’articolo il guru dei modernisti, Elio Altare, quello che vent’anni fa sosteneva che si potesse produrre Barolo con vinificazioni “sveltina” di cinque giorni o poco più e tanto ricorso al legno francese, “il conflitto tra noi tradizionali e i super moderni” è tutt’altro che attenuato e non è assolutamente vero che “la vecchia diatriba fra tradizione e modernità appartiene al passato”. Balle di Fra’ Luca.
Basta aver assaggiato, come ho fatto io insieme a tanti altri colleghi soprattutto stranieri (chiedere a Juancho Asenjo, Kerin O’Keefe, Eckhard Supp, Wojciech Bońkowski, Gigi Brozzoni, Tom Hyland, autore della bellissima foto in finale di post, per citarne solo alcuni) che hanno totalmente condiviso le mie perplessità sui Barolo lamorresi, un quantitativo molto considerevole di Barolo delle due sensibilità, delle due filosofie ed estetiche, per accorgersi.
E non è un problema solo di oggi, perché basta assaggiare, come ci è capitato durante gli incontri conviviali che abbiamo avuto nelle serate di Nebbiolo Prima, alcuni vini degli anni precedenti proposti in bottiglia normale o magnum dai produttori per vedere come i vini dei tradizionalisti evolvessero splendidamente ed invitassero a farsi bere, mentre gli altri erano già kaputt o prossimi al capolinea. E quantomeno del tutto privi di equilibrio e piacevolezza.

L’ho detto chiaramente in un articolo che inaugura uno spazio Barolo, Barbaresco e Brunello di Montalcino (e altri vini seri) sul portale Il Cucchiaio d’argento che già ospita una mia rubrica di vini rosati: quali sono le connotazioni che caratterizzano un Barolo degno di questo nome? Potenza, muscolarità, ampia struttura, colore concentrato, pienezza ed estrazione al gusto? Niente affatto, errore!
Il vero Barolo è piuttosto una sintesi, ben calibrata, ma naturale, non programmata a tavolino, di finezza, eleganza, armonia, dove è il tannino di quest’uva magica chiamata Nebbiolo a funzionare da colonna portante ed elemento strutturale. Ma dove entrano in gioco a dare tridimensionalità e complessità ai vini altri elementi naturali come acidità, ricchezza di sapore data dalla composizione geologica dei terreni su cui insistono i vigneti, infinita variazione di sfumature aromatiche, tutti fattori che sono lontani anni luce da quel processo di costruzione del gusto che ha reso possibile la creazione di tanti fenomeni da “dottor Mabuse enologici”.
Questo il mio punto di vista, poi se a voi piace ancora, nel 2013, beccarvi “vini del falegname” e aromi di tonnellerie, prego accomodatevi, a La Morra troverete di che divertirvi. Ma poi non stupitevi se qualcuno vi dirà che i vostri gusti sono un po’ viziosi e perversi…

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19 pensieri su “Barolisti di La Morra guardate che la guerra è finita: deponete pure le armi!

  1. Ma davvero siamo a questo punto?! Quanto scrivi inquieta, non solo per il vino e il luogo che recensisci, ma per l’atteggiamento mentale e l’incomprensione dei tempi e delle nuove stagioni. Possibile che ci siano così tanti uomini (e, forse, donne), prima ancora che produttori, che non ascoltano i loro interlocutori (cioè quelli che fino a poco tempo fa venivano sbrigativamente definiti clienti o consumatori?). Possibile che, oltre ai gusti che si evolvono, non si capisca che la crisona non si limita a limare e strozzare i consumi della gente, ma costringe tutti a pensare e riflettere? (Be’ quasi tutti, pare).
    Se le “larghe intese” sono intese come le “larghe intese” del governo governante (si fa per dire), allora a me mancano le virgolette ma ad altri manca l’acquisizione dei cambiamenti avvenuti (alcuni drammatici, altri magari più positivi).

  2. Sono d’ accordissimo con il suo approccio che è, molto più semplificato essendo un consumatore finale dai gusti evoluti e nulla più, anche il mio quando entro in un’ enoteca per acquistare del vino. Le chiedo però: ma come risponde il mercato a questi signori amanti della modernità ? Ricevessero dei feedback negativi (leggasi meno soldi) probabilmente comincerebbero a ripensare su quel che fanno …..

  3. A noi italiani ci frega la modestia che non abbiamo.
    Ci riesce sputtanare le eccellenze vengono da sole per via di un territorio vocato stando semplicemente attenti ai particolari e alle impercettibili sensazioni capiscono le persone hanno il polso della vigna e la modestia di starci e capire.
    Troppi Fonzie e scienziati peccano di egocentrismo gironzolano nel mondo del vino a fare danno.

  4. Che dire? Tristezza infinita! Tempo fa Voerzio mi disse: “per fare vino cattivo in Langa ci vuole molto impegno. È difficile farlo perchè basta eseguire le normali regole della vinificazione senza interventi particolari per ottenere cose superlative.”
    Quello che mi chiedo è: ma questi produttori non assaggiano mai i propri vini in comparata con aziende tipo Giacomo Cnterno, Schiavenza, Mascarello (giuseppe, che Bartolo non è più la stessa cosa da anni ormai), Cavallotto, Giovanni Canonica, Fenocchio…..?
    E se lo fanno davvero non sentono la differenza?
    Ziliani, ma anche Marcarini era off limits?

    • infatto, questo e uno dei problemi in Langhe. Tanti produttori non bevono vino o solo per degustazione. Conosco produttori che non sentono quando il loro vino e rovinato del legno nuovo. Questo fenonomeno si vede anche nei ristoranti e bar, spesso ristoratori o sommelier non si fregano niento del patrimonio eccezionale che potrei essere il Barolo.

  5. Mi chiedo come sono stati i vini Oddero.
    Mi sono sempre piaciuti ma ho sentito pareri discordanti sull’ultima annata.
    Qualcuno li ha provati quest’anno?

  6. Franco …. Sei formidabile !
    È sempre un gran spasso leggere i tuoi articoli !
    Che dire degli esempi e delle foto , sorrido da solo .
    Per conto mio il 2009 è comunque un annata che marca molto , per sua natura stili diversi .
    Io ho trovato punte bellissime ed abissi profondi .

    • Grazie Luca, ed é sempre per me un’immensa consolazione trovare Barolo di La Morra che sono innanzitutto grandi Barolo come i vostri.
      Cari saluti da Varsavia

  7. Anche alla presentazione dell’annata 2009 di Serralunga ho trovati diversi Barolo non proprio ineccepibili ed a parte alcune luminose eccezioni penso che anche l’annata ci abbia messo del suo… ammetto di non essere un sommelier, ma da appassionato enofilo con una discreta esperienza molti vini non mi hanno soddisfatto.
    A proposito di Monforte d’Alba, una citazione per Silvano Bolmida, petit vigneron con idee molto chiare, l’esatto opposto delle “vinificazioni sveltina”.

  8. Recentemente ho bevuto un Barolo di Accomasso che avevo trovato molto serio, riservato e senza ammicchi, privo di qualsiasi piacioneria. Ha avuto modo di assaggiarlo? Anche il Barolo di Marengo mi era sembrato elegante ed equilibrato…
    La saluto cordialmente sperando in una sua risposta

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  10. Buona sera Franco, non sono qui a difendere le barriques e nemmeno a soffiare sul fuoco della disputa “legno grande” vs. “legno piccolo”; anzi sono il primo a dire che 90 volte su cento sia il Nebbiolo che il Sangiovese vengono meglio nella botte grande. Però, lei sicuramente conoscerà Flavio Roddolo; bene i suoi vini sono fatti tutti affinare in barrique…quei vini, non sono certo “Potenza, muscolarità, ampia struttura, colore concentrato, pienezza ed estrazione al gusto” per cui, io credo, che si tratti sempre e solo questione di “manico” e poco altro.
    Non credo che il produttore da me citato, solo per il fatto che usa legni piccoli, sia da annoverare fra i più esagerati modernisti.
    O no?

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